Pensieri e discorsi/Una festa italica/IV - Ciò che non è e ciò che è

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IV.


Ciò che non è e ciò che è


Ma non quello che dovrebbe essere, è. L’arca dell’esule non è nella foresta dove egli credè vedere, vide, la sua beatitudine; dove il dannato al rogo, al taglio della mano, al taglio del capo, il macro fuoruscito vile divenuto agli occhi di molti, il peregrino, il mendico, legno senza vela e senza governo, che [p. 330 modifica]aveva lasciato tutto ciò che gli era più caramente diletto, che non aveva più pane suo e casa sua; si sentì poeta in pieno possesso dell’arte sua e del suo poema; si sentì, l’odiato della fortuna, amato dalla sapienza beatrice1. L’ara non è nel suo tempio, e l’ulivo non l’abbraccia con l’ombra. E nessuno taglia quel ramo. E io non sono il poeta che ve lo porterebbe. È un sogno. Ma c’è una cosa di vero. E la realtà che resta è il meglio del sogno che è svanito: resta che tu, o Mantova, hai vinto il premio dell’italianità.

E qui accade fatto che mi sveglia nell’animo un profondo senso d’amore. Ravenna non vuol darsi per vinta. Il suo Comitato riassume le cifre, le ragiona, le proporziona, e somma e conclude altrimenti. Ciò che commuove, in tale industre calcolo e in tale accesa protesta, è che, a guardare in fondo, la mia Ravenna insiste perchè si riconosca non tanto che ella possiede un diritto, quanto che ella ha adempiuto un dovere. Ella non cede se non a Udine: alla fiera sentinella del confine. A Mantova, no; sebbene [p. 331 modifica]cederle non sia disdoro per altri e non sia senza giusto compenso per lei; però che ella sia stata in mano allo straniero, con altre città e terre del quadrilatero, nella più angosciosa condizione di ogni altra città d’Italia; nella condizione dei fanciulli cremaschi, legata con le sue mura e i bastioni, avanti i colpi dei fratelli e padri.

Note

  1. Si ricordino le parole di Beatrice all’“anima cortese Mantovana„ (Inf. II, 61):

    l’amico mio e non della ventura.

    Il significato, per così dire, soggettivo della Divina Commedia è tutto in questo verso. Dante, che tra le due eterne rivali che sono la Sapienza e la Fortuna, ama la prima, finge d’avere, ha, nell’anno in cui cominciarono le sue sventure, ma prima di poterne aver sentore, la visione perfetta di ciò che è per avvenirgli se sarà non timido amico al vero. E Dante non arretra, e, per consiglio della sua cara primizia, farà manifesta tutta la sua visione, rimossa ogni menzogna (Par. XVII, 126, 129), a salute d’Italia e del genere umano.