Per la storia della circolazione monetaria nell’Italia nord-occidentale tra l’XI e la prima metà del XII secolo/Considerazioni finali

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Considerazioni finali

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Vercelli e il Vercellese - fine XII secolo Abbreviazioni

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7. Considerazioni finali

La lettura dei lunghi paragrafi che precedono reca un contributo alla conoscenza e alla comprensione di vicende che, nonostante una tradizione plurisecolare di studi, non sono sufficientemente note e sulle quali probabilmente non si raggiungerà mai un livello di informazione soddisfacente. Questo vale più per l’XI secolo1 che per i decenni di passaggio tra l’XI e il [p. 43 modifica]secolo successivo, sino alla fine del periodo qui studiato, per i quali i fatti sono meglio noti anche se, come credo sia emerso dal mio discorso, restano ancora diversi punti da chiarire, sui quali tornerò più avanti.

Pur nella evidente continuità dei processi che interessano la moneta, questa ricerca ha posto in rilievo il succedersi di due fasi con caratteristiche distinte. La prima occupa buona parte dell’XI secolo: in essa le emergenze più significative della circolazione monetaria – ovvero i momenti in cui l’opacità delle informazioni monetarie propria della tradizione altomedievale post-carolingia2 viene interrotta dall’emergere di indicazioni specifiche – appaiono legate a situazioni peculiari. Personalità o enti di varia rilevanza operano nel l’ambito degli scambi locali di carattere immobiliare e finanziario ricorrendo a modelli di intervento che manifestano una lucida comprensione dei punti di tensione di un quadro socio economico complesso, di cui la moneta è solo un aspetto3. Nella seconda fase, il cui inizio va probabilmente posto tra l’ottavo e il nono decennio dell’XI secolo, a dare forma agli scambi monetari è ormai una platea di operatori economici assai più vasta e varia che nel passato (chiese, monasteri, individui con vaste capacità di intervento sul mercato fondiario, ma anche signori territoriali e comuni cittadini, piccoli proprietari e affittuari di beni terrieri) ed essi operano in un contesto in cui è evidente un succedersi di cambi e ricambi monetari connessi con una corrente continua di sviluppo economico. Le tensioni sui prezzi degli immobili che avevano attraversato tutto l’XI secolo4 giunsero a un punto critico, [p. 44 modifica]imponendo un drastico indebolimento del denaro d’argento, che dovette risolversi nell’introduzione nelle correnti del traffico monetario di circolanti nuovi anche sotto il profilo dell’aspetto esteriore5. A tale innovazione successe in breve volgere d’anni una ulteriore fase di mutamento che terminò poi, sul finire del periodo qui considerato, con l’evento della definitiva rottura del monopolio delle zecche di tradizione imperiale operata da alcuni comuni cittadini di grande vivacità economica e da qualche signore territoriale.

Anche se le questioni di geografia monetaria costituiscono parte assai rilevante di questo contributo, qui non mi soffermerò su esse. Tuttavia prima di proseguire occorre ribadire che l’esistenza incontestabile, entro l’ambito territoriale oggetto di questa ricerca, di aree monetarie definite non dà mai luogo a divisioni rigide, a confini impermeabili. Si possono anzi individuare fasce marginali e zone di passaggio nelle quali si riconoscono situazioni di grande fluidità nella circolazione monetaria, dove la concorrenza quasi paritaria tra specie provenienti da officine monetarie diverse sembra un dato strutturale: è il caso del Canavese da Ivrea a Saluggia (quest’ultima sulla Dora Baltea, non lontano dalla sua confluenza con il Po), della zona contermine del lago di Viverone e, poco più a nord, del Biellese e di quella parte settentrionale della pianura vercellese che si estende a est sino al Sesia e quindi alla fascia confinaria che da nord, tra Rado e Ghemme, scende a sud sino a Borgo Vercelli, tutti luoghi già menzionati.

Torno alle fasi della circolazione monetaria individuate nei capoversi iniziali di questo paragrafo. Nella prima metà dell’XI secolo i segni di disallineamento tra i denari pavesi e milanesi, le uniche monete attestate in questo periodo6, si colgono soltanto in modo episodico, legati come sono non al continuum documentario costituito dalla serie delle carte conservate negli archivi dei maggiori enti ecclesiastici, ma alla formazione di addensamenti documentari circoscritti che costituiscono il precipitato delle attività di individui e gruppi di varia ma sicura eminenza: il vescovo di Novara Pietro e lo iudex Gisulfo suo fratello in due documenti del 1014; il vescovo di Asti Alrico in due carte del 1029; i membri della famiglia dei figli del fu Restonus, attivi nel traffico finanziario novarese tra 1016 e 1049, in un nutrito manipolo di documenti (le menzioni di moneta etichettata, pavese e milanese, si [p. 45 modifica]concentrano negli anni trenta e quaranta). Per la seconda metà del secolo le testimonianze più significative sono ancora una volta quelle conservate negli archivi degli enti ecclesiastici della diocesi di Novara, tra i quali spicca la canonica cattedrale di Santa Maria. Esse consentono di individuare una netta prevalenza del denaro milanese nei circuiti monetari locali, prevalenza appena insidiata ai margini occidentali della diocesi dalla moneta pavese, che doveva invece prevalere nel Vercellese. Al limite occidentale dell’area qui studiata, nella porzione settentrionale della grande marca torinese, la situazione della circolazione monetaria nell’ultimo trentennio del secolo presenta novità gravide di futuro: il denaro pavese (attestato anche a Ivrea negli anni novanta) comincia a essere documentato, a partire dal 1079, proprio nel momento in cui comincia ad affacciarsi in territorio cisalpino una moneta “feudale” francese, genere sconosciuto in Italia, dove – come si è appena visto e fatta salva l’eccezione che si vedrà, che riguarda proprio l’ambito geografico e istituzionale di cui si sta ora parlando – la moneta publica battuta dalle zecche imperiali manteneva saldo il monopolio delle emissioni monetarie7.

Della moneta pittavina, attestata una prima volta nell’alta valle di Susa nel 1075, due documenti del 1088 e 1096 dichiararono un rapporto con la moneta pavese in ragione di due contro uno.

La concorrenza tra le due monete negli ultimi decenni dell’XI secolo nel territorio che va da Torino all’alta valle di Susa non è il primo caso di «circulation concomitante d’espèces différentes» che si incontra nelle fonti qui prese in esame: nella prima metà del secolo una tale concomitanza è ben attestata nel Novarese. La differenza rispetto al caso di cui ora si discute sta nel fatto che il rapporto tra il denaro milanese e il denaro pavese nell’XI secolo non è ben conosciuto8. Il caso del Piemonte occidentale nei decenni in esame è interessante anche perché la concorrenza tra le due specie si configura come un caso di resistenza, in un territorio dato, di una moneta “forte” di fronte alla forza di penetrazione di una moneta più debole. Quest’ultima, come si è visto nel quinto paragrafo, avrebbe avuto la meglio all’alba del nuovo secolo, quando in buona parte della restante area subregionale che si è studiata la moneta argentea battuta a Pavia e a Milano nell’XI secolo sarebbe stata sostituita come termine di riferimento dalle più deboli emissioni inaugurate dalle stesse zecche all’inizio del secolo successivo, conservando il rapporto di due denari nuovi per uno vecchio che si è visto valido per il pittavino rispetto al pavese9.

[p. 46 modifica]Inutile ripetere i particolari di questa fase, che comunque termina a Vercelli, a Novara e ad Asti tra la fine del secondo e gli inizi del terzo decennio del XII secolo. Poi la situazione cambiò e cambiò secondo una dinamica molto chiara nel caso di Vercelli e Asti, e quindi della moneta pavese, in modo meno chiaro nel caso di Novara, e quindi della moneta milanese. Riprendo brevemente i termini della questione, ricordando che ad Asti la «media moneta denariorum Papiensium» o anche, come è detta in un caso, «mediana moneta de albis denariis» attestata tra 1123 e 1138 va distinta sia dai denari battuti sin verso la fine dell’XI secolo sia dagli scadenti denari bruni battuti, secondo Caffaro, a partire dal 1115. La circostanza che la designazione in questione sia comparsa quando già i denari minori bruni pavesi erano in circolazione da alcuni anni è importante: i denari bruni minori sono la faccia nascosta della circolazione monetaria astigiana, insieme forse con i residui denari forti dell’XI secolo. La media moneta resiste con pieno successo, dominando la sfera degli scambi economici documentati dai notai come moto di reazione alle tendenze al deprezzamento che investono il mercato monetario. Le evidenze offerte dalle fonti vercellesi e casalesi sono meglio articolate rispetto a quelle astigiane ma hanno un significato simile: i «denarii novi Papienses» sono attestati dal 1100 sino al 1118, poi a partire dalla fine di quest’ultimo anno e fino al 1131 (con una occorrenza isolata a Casale nel 1147) la nomenclatura cambia e gli stessi denarii novi appena visti cominciano a essere etichettati come «denarii novi albi Papienses»: si ha nel Vercellese lo stesso meccanismo di resistenza o recupero già visto all’opera ad Asti. Bisogna però aggiungere che, mentre ad Asti il limite cronologico basso di adozione dell’etichetta media moneta (1138) è dovuto alla successiva nascita e affermazione della moneta comunale astigiana, a Vercelli l’estinzione dopo il 1131 della qualificazione, per così dire, cromatica della moneta segna un semplice ritorno alla nomenclatura del periodo precedente (1100 1118) o anche al semplice riferimento ai «denarii boni Papienses». Segno, a mio parere, che dopo la reazione dei notai alla diffusione della scadente coniazione pavese inaugurata nel 1115 (anche nel Vercellese faccia nascosta della circolazione monetaria), il costante limitarsi di quest’ultima all’ambito degli scambi non documentati rese superflua la designazione speciale introdotta nel 1118.

Le questioni legate agli usi terminologici relativi alla moneta milanese a Novara e altrove appaiono a prima vista meno chiare, soprattutto per la comparsa partire dal 1122 (e a Biella negli anni quaranta) della definizione «denarii veteres Mediolaneses». Essa potebbe far pensare a un ritorno o a una persistente fedeltà al vecchio denaro milanese dell’XI secolo, e così in effetti è stata interpretata10. Tuttavia la successione e la cronologia relativa del rinnovo delle designazioni del denaro milanese a Novara e nel suo territorio appaiono in accordo con quelle viste per il denaro pavese. L’adozione tra [p. 47 modifica]110911 e 1118 dell’etichetta denarii bruni per designare la nuova emissione milanese degli inizi del XII secolo è del tutto compatibile con le designazioni adottate negli ambiti territoriali di diffusione del denaro pavese. Anche il successivo rinnovamento della terminologia a partire dal 1122, anno della prima comparsa a Novara dei «denarii veteres Mediolaneses», è in sincronia con l’adozione delle nuove nomenclature monetarie ad Asti e a Vercelli tra la fine del secondo e l’inizio del terzo decennio del secolo.

Sembrerebbe dunque che la dinamica e la cronologia dei rinnovamenti nelle emissioni della zecca milanese siano del tutto analoghe a quelle pavesi, tanto che si può senz’altro affermare che le due zecche agirono di conserva. Inoltre come si è già visto per Asti e Vercelli, anche a Novara funzionò quel meccanismo di resistenza di una moneta più forte (ma già deprezzata rispetto alla moneta dell’XI secolo) di fronte all’emissione di una moneta più debole (il denaro “nuovo” milanese, altra faccia nascosta della circolazione monetaria12).

Credo non occorra insistere oltre sull’importanza che ha per la storia economica del XII secolo l’individuazione di questi livelli differenziati di circolazione delle specie monetarie concorrenti, dei quali è dato cogliere in modo diretto solo quello degli scambi di maggiore rilievo economico, per i quali le monete più deprezzate non erano funzionali. Il caso del Piemonte occidentale (la valle di Susa, Torino e Ivrea) della prima metà del XII secolo presenta delle evidenti compatibilità con questo modello, ma anche altrettanto evidenti specificità dovute al peso decisivo che un fattore di natura politica da un certo momento in poi ebbe nella determinazione della specie monetaria dominante. Inoltre, per ciò che riguarda gli aspetti istituzionali della moneta, la peculiarità del Piemonte occidentale rispetto al panorama italiano generale appaiono notevoli.

Nonostante lo stato non soddisfacente delle fonti, soprattutto per quel che riguarda la valle di Susa, alcuni fatti sembrano chiari. La creazione della moneta segusina ad opera dei conti di Savoia deve essere fatta risalire al primo decennio del XII secolo, ma questi nuovi denari tardarono alcuni decenni a imporsi nel circuito monetario del Piemonte occidentale (forse per gli scarsi volumi battuti inizialmente dalla zecca di Susa?). Lo stesso Amedeo III ancora nel 1131, in occasione della sua effimera comparsa a Torino, in una concessione al monastero di San Solutore si impegnò in caso di violazioni a pagare una penale fissata in moneta pittavina e lo stesso accadde più tardi, nel 1137, in una occasione in cui però agì dal suo castello di Avigliana. Tuttavia un documento valsusino della fine degli anni venti fornisce sia la prova della circolazione concorrente della moneta segusina e della moneta pittavina (che dominava senza contrasti gli scambi torinesi ed eporediesi dal [p. 48 modifica]l’inizio del XII secolo) sia il rapporto di valore tra le due monete, che era allora di 1 a 1,2 in favore della moneta pittavina. Il denaro segusino si affermò a Torino solo a partire dagli anni quaranta e a Ivrea ancora più tardi. La componente politica che finì per favorire la sua affermazione, in quanto simbolo di prestigio e misura di contrasto economico dei concorrenti politici, è evidente13. A questo proposito va posta in debito rilievo la capacità finalmente acquisita da parte dei Savoia di promuovere un efficace flusso di moneta prodotta in proprie officine di conio e recante i simboli del proprio potere, in grado di affermarsi su mercati che non ricadevano ancora entro la sfera diretta del controllo politico principesco. Tutto ciò derivò con ogni probabilità dai progressi notevoli che i Savoia dovevano aver compiuto nel controllo delle ragguardevoli risorse di cui disponevano i protagonisti della vita economica valsusina: entro il panorama non generoso delle fonti di cui si dispone spicca, come testimonio rappresentativo della capacità di attingere alle risorse mobiliari disponibili, il rilevante prestito di 11.000 soldi denominati in moneta segusina che Amedeo III nel marzo 1147, in partenza per la crociata, riuscì a farsi accordare dall’abate di San Giusto di Susa14.

La moneta sabauda finì quindi per diffondersi negli stessi anni in cui nacque e subito vigoreggiò la moneta astigiana. Fu con ogni probabilità percepita come qualcosa di analogo alla moneta astigiana e alle altre monete comunali, ma costituiva invece una novità assoluta nel quadro istituzionale dell’Italia centro settentrionale. Battuta sul modello delle monete “feudali” francesi, essa è infatti la prima moneta signorile sorta (ma, come si è visto, non la prima a diffondersi) in Italia, vale a dire in un ambito in cui la moneta resta sino al XII secolo un fatto pubblico, la cui produzione è monopolizzata dalle zecche di tradizione regia e imperiale, e resta insieme, ancor più a lungo, un fatto cittadino15.

È chiaro che il composito quadro storico che si è delineato acquisirebbe migliore intelligibilità se venisse posto a confronto con le situazioni della circolazione monetaria coeva di altre zone italiane e oltralpine. Pur non potendo procedere a una comparazione estesa, si può provare a ragionare sulla base di alcuni esempi, nell’intento se non altro di porre meglio in luce l’esistenza di alcuni problemi legati da un lato alla circolazione monetaria entro ambiti geografici e territoriali di varia definizione, dall’altro legati alle dinamiche dell’espansione di certe monete fuori dalle loro zone di origine. Si è visto nell’introduzione che il Lazio dei secoli XI e XII presenta interessanti elementi di analogia e di differenza rispetto all’area qui studiata16: medesima assenza di un circolante locale ma, nel Lazio, un traffico monetario domina [p. 49 modifica]dominato, a differenza che nell’area oggetto di questa ricerca, da una sola specie “straniera”, il denaro pavese. La circolazione regionale tende quindi ad avere un carattere omogeneo che va ricondotto alla influenza ordinatrice di un centro: centro che, invece, in area piemontese semplicemente non esisteva. Tale sostanziale omogeneità permane nel Lazio anche quando, con la fine del dominio del denaro pavese a metà circa del XII secolo, il mercato monetario regionale entrò in una fase i cui tratti di maggiore interesse sono costituiti da fatti di circolazione concorrente di specie diverse e di circolazione ritardata, in aree periferiche, di specie già decadute a Roma e nelle zone a lei più prossime. Fatti che bisogna ritenere, anche alla luce di quanto si è detto sin qui, caratteristici della storia monetaria del periodo qui studiato.

Se nel Lazio e nell’area piemontese le fasi di tensione e ricambio moneta rio derivano in prevalenza da movimenti esterni ai territori presi in esame, può essere interessante, assumendo un punto di vista in un certo senso contrario a quello sinora adottato, scegliere come termini di paragone ambiti entro i quali circolava una moneta autoctona. Una moneta prodotta quindi, come si è appena visto, in una zecca di tradizione regia o imperiale. Si passa quindi dalla considerazione di territori che, per così dire, importano moneta a quella di territori che la esportano. Basterà porre in rilievo due circostanze: la prima è che le tensioni monetarie interne non furono assenti neppure in tali territori; la seconda è che non mancano esempi in cui l’irradiazione esterna all’area di provenienza comportò per la moneta la conquista di territori non solo di intenso sviluppo politico ed economico ma anche – ciò che può stupire – di forti tradizioni di autonomia monetaria.

Si pensi – per un caso di tensioni interne a un’area regionale dotata di una propria officina monetaria – alla Toscana e dunque alla moneta lucchese, che ne dominò fino a metà del XII secolo la circolazione interna ed ebbe ampi canali di espansione esterna17. Lo squilibrio monetario, per usare una espressione di David Herlihy, nella Toscana dell’XI e della prima metà del secolo successivo non si manifestò soltanto grazie al ricorso crescente, testimoniato dalle carte private, a mezzi di pagamento alternativi alla moneta (perlopiù oggetti preziosi). Anche l’adozione sempre più frequente, nelle stesse carte, di indicazioni di origine monetaria (che rimandavano, in modo che sembrerebbe a prima vista scontato, proprio alla moneta lucchese) costituisce naturalmente una spia dell’esistenza di problemi della stessa natura. Le menzioni di moneta etichettata crescono inoltre con ritmi che si direbbero [p. 50 modifica]legati, almeno in modo approssimativo, in rapporto inverso all’andamento del ricorso ai sostituti della moneta, come testimonia il ben studiato caso di Pisa18. Se da un lato sembra evidente che si ebbe una crescita della massa monetaria circolante, dall’altro bisogna ipotizzare una pressione, mai resa esplicita dalle carte, di specie potenzialmente concorrenti.

Riguardo ai problemi posti dalla diffusione “esterna” di certe monete, assai istruttivo è il caso dell’irradiazione della moneta battuta a Verona fuori dalla marca veronese trevigiana: a partire dagli anni cinquanta e sessanta dell’XI secolo essa si espanse nella piana lombarda, in Romagna e nella bassa valle del Po, poi nel Veneto orientale, sostituendo negli ultimi tre casi la moneta veneziana19. Più interessante è che, a partire dal primo decennio del XII secolo, nei documenti stessi di Venezia i riferimenti alla moneta veronese divennero più frequenti di quelli alla moneta veneziana, in parte forse grazie agli ottimi rapporti che le due città intrattenevano sia sul piano politico sia sul piano commerciale. In ogni caso, i gruppi dirigenti veneziani non dovettero preoccuparsi di quest’invasione. Sembra anzi che dal 1125 la zecca della città lagunare avesse cessato la sua attività, mentre è certo che a partire dalla metà del secolo, nel momento della massima espansione della moneta di Verona (giunse sino al Tirolo), essa dominò in Venezia i pagamenti documentati, divenendo sino agli inizi degli anni ottanta la misura di valore monetario consueta20.

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Un tentativo di spiegazione soddisfacente dei fatti cui si è ora fatto rapido accenno — strettamente legati, è bene metterlo in rilievo, alle condizioni particolari del mercato monetario dell’Italia centro settentrionale anteriori alla fioritura della moneta comunale — porterebbe troppo lontano. Essi servono qui, in conclusione, a ricordare che i problemi della moneta nel periodo anteriore alle grandi innovazioni degli ultimi decenni del XII secolo e del secolo successivo meritano nuove e più intense indagini.

Note

  1. Si vedano tuttavia, a correzione delle note affermazioni di Toubert, Il sistema curtense cit., pp. 41 63 − in particolare pp. 49 sg., dove si descrive la tendenza di fondo al deprezzamento del denaro d’argento dal secondo quarto del IX secolo in poi, citando il quadro sintetico sulle variazioni di lungo periodo del denaro proposto da Roberto Lopez e aggiungendo: «Contrariamente alle speranze espresse nel passato, oggi sembra improbabile che queste variazioni di lungo periodo possano prestarsi un giorno a un’analisi cronologica più precisa delle fasi di deprezzamento e dei periodi di stabilità e di parziale recupero del contenuto metallico del denaro, non fosse altro che per il fatto che l’invarianza dei tipi ostacola una soddisfacente disposizione in serie cronologica degli esemplari monetari conservati. Ci si deve quindi contentare di riconoscere semplicemente un trend» −, gli importanti saggi di Michael Matzke citati sopra alle note 11, 35, 43. Il pezzo di Lopez ricordato è Monete e monetieri nell’Italia barbarica, in Moneta e scambi nell’alto medioevo, Spoleto 1961 (Settimane del Centro italiano di studi sull’alto medioevo, 8) pp. 57 88, p. 85 (=Lopez., The shape of medieval monetary history, London 1986, IX), pp. 57 88: p. 85.
  2. Cfr. tuttavia, a parziale correzione di questo giudizio, il denso saggio di Delogu, Il mancoso è ancora un mito? cit., che riprende e discute alcuni aspetti di M. McCormick, Origins of the European Economy. Communications and Commerce AD 300–900, Cambridge 2001, in particolare pp. 319–384.
  3. Si veda l’ampio quadro offerto dal primo capitolo di G. Todeschini, Ricchezza francescana. Dalla povertà volontaria alla società di mercato, Bologna 2004. Ancora assai utile per molti aspetti E. Stumpo, Economia naturale ed economia monetaria: l’imposta, in Economia naturale, economia monetaria, a cura di R. Romano e U. Tucci, Torino 1983 (Storia d’Italia, Annali 6), pp. 523–562.
  4. Tensioni già evidenti nei primi decenni del secolo, sulle quali basti qui il rimando a una limpida pagina di Violante, La società milanese cit., pp. 166 sg. e nota 198, dove si fa rilevare, tra l’altro, che l’aumento generale dei prezzi della terra non dipese solo dalla diminuzione del contenuto argenteo del denaro ma anche e in misura maggiore dal mutamento del rapporto di valore tra la terra e il metallo prezioso. Si veda anche J. Jarnut, Bergamo 568–1098. Storia istituzionale, sociale ed economica di una città lombarda nell’alto medioevo, Bergamo 1980 (ed. or. Wiesbaden 1979), pp. 256 sgg., che rileva anche, come già Violante, le forti oscillazioni del prezzo di terreni presumibilmente della stessa qualità. A quest’ultimo proposito sono fondamentali le riflessioni che da diversi anni a questa parte va proponendo, tra gli altri, Laurent Feller: mi limito a citare qui L. Feller, A. Gramain et F. Weber, La fortune de Karol. Marché de la terre et liens personnels dans les Abruzzes au haut Moyen Âge, Rome 2005 (Collection de l’École Française de Rome, 347); L. Feller, Enrichissement, accumulation et circulation des biens. Quelques problèmes liés au marché de la terre, in Le marché de la terre au moyen âge, a cura di L. Feller e C. Wickham, Rome 2005 (Collection de l’École française de Rome, 350), pp. 3 28.
  5. Come aveva già ben visto Vincenzo Capobianchi già alla fine dell’Ottocento: Capobianchi, Il denaro pavese cit. Fondamentale ora Matzke, Vom Ottolinus zum Grossus cit., pp. 148 sgg.; si veda anche Matzke, La monetazione in Monferrato cit. (nota 35).
  6. Cfr. sopra, nota 26. In realtà, come è noto, la perdita di allineamento riguardò le emissioni di tutte le zecche italiane: cfr. il lavoro di Roberto Lopez citato alla nota 163; Herlihy, Treasure Hoards cit.; Cipolla, Le avventure della lira cit., pp. 17 sgg.; Rovelli, Il denaro di Pavia cit.
  7. Cfr. sopra, nota 3 e testo relativo In particolare per la comparazione con la situazione francese Toubert, Il sistema curtense cit., pp. 50 sg.; cfr. anche Cipolla, Le avventure della lira cit., pp. 21 sg.; F. Panvini Rosati, La monetazione comunale in Italia, ora in Monete e medaglie. Scritti di F. Panvini Rosati, II, Roma 2004 (Supplemento al n. 37.2 del «Bollettino di numismatica») (edizione originale Bologna 1963), pp. 63–71.
  8. Cfr. tuttavia sopra, nota 26.
  9. Cfr. Capobianchi, Il denaro pavese cit.; Cipolla, Le avventure della lira cit., pp. 23 sg.
  10. B. Biondelli, Prefazione a F. e E. Gnecchi, Le monete di Milano, Milano 1884, pp. L LII; Capobianchi, Il denaro pavese cit., pp. 31 sg.
  11. Si ricordi che nella documentazione novarese manca qualsasi attestazioni di moneta etichettata tra 1096 e 1109: si veda sopra, testo corrispondente alla nota 69.
  12. Se ne veda un rara attestazione del 1130 citata da Haverkamp, Herrschaftsformen der Frühstaufer cit., p. 588 nota 129.
  13. Si vedano le sintetiche ma chiare deduzioni di Haverkamp, Herrschaftsformen der Frühstaufer cit., p. 587 e note 125 e 126 sia sulla componente politica dell’avanzata della moneta di Susa in ambito Piemontese sia sulla prolungata resistenza della moneta di Poitiers.
  14. Cfr. sopra, nota 124.
  15. Cfr. sopra, nota 169 e testo corrispondente.
  16. Si veda sopra, testo corrispondente alla nota 6.
  17. La moneta lucchese ha interessato per esempio, per restare al caso appena visto, la circolazione laziale (Toubert, Les structures du Latium médieval cit., pp. 580 sgg.) e si è diffusa ampia mente in altre aree dell’Italia centrale: Herlihy, Treasure Hoards cit.; Herlihy, Pisan coinage cit., pp. 173 sgg.; Matzke, Vom Ottolinus zum Grossus cit. (sopra, nota 11) (anche per le fasi di indebolimento della moneta lucchese tra XI e XII secolo); per il caso particolare dell’Umbria si veda A. De Luca, La circolazione monetaria nel territorio di Spoleto nel secolo XII, in Palaeographica, diplomatica et archivistica. Studi in onore di Giulio Battelli, a cura della Scuola speciale per Archivisti e Bibliotecari dell’Università di Roma, II, Roma 1979 (Storia e letteratura. Raccolta di studi e testi, 140), pp. 183–209.
  18. Si veda, oltre ai saggi di David Herlihy citati alla nota precedente, G. Garzella, M.L. Ceccarelli Lemut, B. Casini, Studi sugli strumenti di scambio a Pisa nel medioevo, Pisa 1979, in particolare gli articoli di Garzella e Ceccarelli Lemut: tra il 1019, anno della prima attestazione in un documento pisano di moneta etichettata, e la metà circa del secolo successivo le attestazioni esplicite di moneta lucchese crescono in progressione continua per tutto il periodo, mentre le menzioni di sostituti monetari, dopo aver raggiunto un picco nei decenni a cavallo dei due secoli, diminuiscono drasticamente. Il recente saggio di Monica Baldassarri sulla circolazione della moneta pisana tra XII e XIV secolo prende naturalmente in considerazione solo il periodo posteriore agli inizi dell’attività della zecca della città tirrenica, a partire dalla metà circa del XII secolo: M. Baldassarri, I nominali della zecca di Pisa e la loro circolazione in area tirrenica tra XII e XIV secolo: il contributo delle fonti scritte e archeologiche, in «Rivista italiana di numismatica e scienze affini», 111 (2010), pp. 173-212 (si veda comunque pp. 178 sg.).
  19. Herlihy, Treasure Hoards cit., pp. 9 sg.; A. Saccocci, La moneta nel Veneto medioevale (secoli X XIV), in Il Veneto nel medioevo, II, Dai Comuni cittadini al predominio scaligero nella Marca, a cura di A. Castagnetti e G.M. Varanini, Verona 1991, pp. 245 262: pp. 248 253. Ricordo che nel Veneto, prima della formazione della marca Veronese, voluta da Ottone I, aveva operato almeno fino a metà del IX secolo circa la zecca di Treviso, mentre l’apertura della zecca di Verona risale all’età berengariana; l’inaugurazione della zecca di Venezia sarebbe da ricondurre invece agli anni intorno all’820: cfr. G. Gorini, Moneta e scambi nel Veneto altomedievale, in Il Veneto nel medioevo, I, Dalla «Venetia» alla Marca Veronese, a cura di A. Castagnetti e G.M. Varanini, Verona 1989, pp. 165-197.
  20. Si vedano, oltre al saggio di Herlihy citato alla nota precedente, R. Cessi, Problemi monetari veneziani (fino a tutto il sec. XIV), Padova 1937, pp. XIV sgg., e soprattutto Buenger Robbert, The Venetian Money Market cit. (sopra, nota 32), pp. 8-37. Per i rapporti tra Verona e Venezia (e in genere per il quadro politico istituzionale della Marca) cfr. A. Castagnetti, La marca veronese trevigiana, Torino 1986. Per la fase successiva, a cominciare dall’età sveva, G.M. Varanini, Processi di organizzazione territoriale nella Marca veronese trevigiana e nel versante italiano delle Alpi orientali tra la fine del secolo XII e i primi decenni del Trecento, in Die Friesacher Münze cit., pp. 211–262.