Per lo spiritismo/XV

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XV. Ma l'ipotesi che sia l'intelligenza di un defunto non si deve escludere a priori come impossibile

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XV. Ma l'ipotesi che sia l'intelligenza di un defunto non si deve escludere a priori come impossibile
XIV XVI


Dunque l’ipotesi dell’incosciente del medio è, a primo aspetto, la più naturale. Dell’ipotesi spiritica invece l’Hartmann dice che non si deve ammettere che all’estremo, perchè è soprannaturale. Noi accettiamo il suo criterio, a patto che ci permetta di correggerlo. Cosa intende egli per soprannaturale? se intende il sovrasensibile, io non aspetterei tante estremità, perchè allora le cellule e i bacilli sono stati sovrannaturali, e le molecole e gli atomi lo sono ancora. Se intende per soprannaturale ciò che non è sottomesso a leggi regolari, e sopratutto se intende ciò che è fuori della natura (cioè fuori del complesso delle cose reali), non ammetteremo la realtà del sopranaturale in nessuna estremità, salvo che colle labbra, per salvarci dal rogo. Noi diremo invece che l’ipotesi spiritica non si deve ammettere che all’estremo, cioè solo quando non sapremo più farne alcun’altra, (s’intende un’altra che spieghi davvero i fatti), perchè non è naturale, ossia non è conforme a ciò che già sappiamo della natura, o piuttosto a ciò che la scienza sa della natura; che non è naturale perchè introdurrebbe una forza occulta, una forza nuova, se non per la natura, almeno per la scienza; ossia, adoperando un precetto scolastico, rammentato a questo proposito dall’Alaux, perché entia non sunt multiplicanda prœter necessitatem.

Ma possiamo noi dire a priori che quest’ipotesi è assurda, che è impossibile che le anime dei morti sopravivano ai loro cadaveri e che si manifestino a noi? Per cominciare colla prima parte di questa domanda, l’immortalità, o meglio la sopravvivenza dell’anima, non può certo dirsi impossibile in quanto sia una contraddizione nei termini; fra anima ed immortalità non c’è contraddizione, sebbene viceversa Platone non possa persuadermi che nell’idea di anima ci sia l’idea di immortalità. Resta a vedere se sia impossibile perchè in contraddizione con leggi di natura assolutamente inviolabili; ma, lasciando stare che sono tali soltanto le leggi aritmetiche, (perchè, come dicemmo, per noi le possibilità della natura sono infinite), sappiamo noi se la mortalità dell’anima è fra le leggi di natura? Il Lombroso, continuando a ragionar a priori sulla spiegazione dei fatti, dopo aver convenuto che aveva avuto torto di negar a priori la realtà dei fatti, si scusa col dire che li negava perchè gli pareva priva di ogni credibilità l’ipotesi di far parlare ed agire i morti, sapendosi troppo bene che i morti, massime dopo qualche anno, non sono che un ammasso di sostanza inorganica. E tanto sarebbe volere che le pietre pensassero e parlassero. Ora io so benissimo che i cadaveri dei morti, massime dopo qualche anno, non sono che un ammasso di sostanza inorganica. Ma qual’è la scienza che gli permetta di fare con certezza questo ragionamento, (analogo a quello succitato di Lavoisier contro le meteoriti): Le anime dei morti non ci sono più, dunque non possono comunicare con noi? e non potrebbe egli essere smentito, come Lavoisier, da quest’altro ragionamento fondato sui fatti: le anime dei morti si manifestano, dunque ci sono?

Per chi è profano alle questioni filosofiche, la questione se veramente si sappia che i morti non sono più che materia inorganica, è presto risolta. Per provare che una cosa si sa, non basta dire che noi ne siamo certi; perchè questa certezza può trovarsi anche nell’errore; bisogna che possiamo convincerne gli altri. Che la somma degli angoli in un triangolo è eguale a due retti, è una cosa che veramente si sa, perchè il matematico può dimostrarla: 1º fondandosi sull’ osservazione, e dicendovi: «in tutti i triangoli che ho trovato io, la somma degli angoli era eguale a due retti; e non conosco nessuna testimonianza in contrario; se mai ne incontraste uno che facesse eccezione, chiamate due testimoni a constatarlo, e poi ne discorreremo»; 2° fondandosi sull’esperimento, e dicendovi: «provate a tracciar un triangolo, misurate gli angoli col compasso, e vedrete che la somma è sempre di due retti; o tracciatelo sulla carta, tagliate i tre angoli, metteteli uno vicino all’altro, e vedrete che vi danno sempre due retti»; 3° fondandosi sul ragionamento e dicendo, ad uno che già conosca ed ammetta i principj sulle parallele: «voi già sapete che gli angoli corrispondenti sono eguali, che gli angoli alterni-interni sono eguali; ma, prolungando un lato d’un triangolo e tirando una parallela ad un altro si hanno sempre, ecc. ecc., dunque in ogni triangolo la somma degli angoli deve essere, ecc. ». Ne consegue che tutti quelli che studiano trigonometria sono d’accordo; e che, se un matematico mi enuncia un teorema di trigonometria, io lo ammetto senza discussione, perchè posso supporre che, se tutti i matematici sono d’accordo, vi debbano essere in favore di quel teorema delle buone ragioni che convincerebbero anche me, e non ve ne siano di contrarie che possano farmi dubitare. Se invece consultiamo la scienza umana sull’esistenza ed immortalità dell’anima, noi vediamo che alcuni, anche medici, rispondono risolutamente di si; mentre altri, anche poeti, rispondono francamente di no; ed altri, specialmente positivisti, sono scettici od agnostici, ossia sostengono che il problema dell’immortalità dell’anima trascende la nostra esperienza possibile (perchè essi non tengono conto dell’esperienza spiritica), e quindi è metafisico, insolubile. Quindi anche un profano, che conosca queste conclusioni dei filosofi, potrà concludere, senza esaminar le loro ragioni, che, sebbene vi possano essere delle ragioni probabili da una parte o dall’altra, non ve ne sono però ancora di evidenti nè da una parte né dall’altra; altrimenti a quest’ora gli uni avrebbero convinto gli altri, come fanno i matematici ed i fisici; dunque, se l’anima sia immortale, per ora non si sa; che non possa esserlo, ancora non si sa.

Se poi il mio lettore fosse un giovane iniziato agli studi filosofici, ma non avesse ancora un’opinione irrevocabile, l’intrattenerlo con qualche riflessione non sarebbe forse tempo perso. Qual’è la Scienza che ci assicura che la sopravvivenza dell’anima al corpo non è possibile?

Non la fisica. Certamente ogni fisico è materialista. Ma non lo è nel senso volgare della parola; pel volgo è materialista chi nega l’immortalità dell’anima, come è ateo ognuno che non sia cattolico. Invece il fisico pretende soltanto che, se gli spiriti sono qualche cosa, sono materiali. Ma con ciò non vuol dire che siano solidi; potrebbero essere aeriformi; già Socrate diceva che l’anima è invisibile come il vento. Anzi, il fisico non pretende neppure che siano corporei; perchè per lui corpo e materia non sono la stessa cosa; materia è la sostanza di cui sono fatti i corpi. Anzi, non pretende neppure che siano atomici; perchè i corpi sono fatti di corpuscoli, chiamati atomi; ma la fisica lascia sempre aperta la questione di che siano fatti gli atomi; se tutte le altre specie di atomi siano fatte di atomi di idrogeno; se l’idrogeno non sia una concrezione dell’etere, un vortice etereo, ecc. Balfour Stewart e Tait, che possono esserci sospetti perchè cristiani, ma che in fisica sono fra i maestri di color che sanno, hanno scritto un libro intitolato Il mondo invisibile, o speculazioni fisiche sulla vita futura (Londra, 1886), in cui dicono, fra altro, a pag, 198: «Noi siamo costretti ad immaginare che ciò che noi vediamo è derivato dall’invisibile; e usando questo termine noi vogliamo andar anche al di là dell’etere»1. I fisici sembrano anzi disposti a riconoscere che la materia si risolve in forza, gli atomi in punti matematici di energia; non affermano, ma certo non negherebbero la sentenza di Schopenhauer: «La materia è spazio riempito dalla forza». In fine cosa sia la materia non si sa ancora; tanto in Spencer e Huxley come in Hiickel e Herzen ho trovato che «la materia è la causa ignota ed ipotetica delle nostre sensazioni»; ignota perché noi ne ignoriamo la natura; ipotetica, perche la sua stessa esistenza non ci è nota che per induzione dai suoi effetti, cioè dalle nostre sensazioni, Che se non vi fidaste di questi uomini illustri perchè sono anche filosofi, vi dirò che questa è una verità ammessa anche nelle scuole; il mio collega prof. Volta ha stampato ancora ultimamente che il problema della costituzione della materia è prematuro. Quœ cum ita sint, quando il fisico asserisce che gli spiriti, se ci sono, sono materiali, cioè fatti di una cosa ch’egli non sa cosa sia, vuol dir soltanto che egli è monista; che non ammette che al mondo ci siano le due sostanze di Cartesio; che per lui, come per Goethe, lo spirito e la materia sono inseparabili; come per Bruno lo erano Dio e la natura. Insomma al fisico basta che gli spiriti siano materiali; a noi basta che egli ammetta degli esseri invisibili: e siccome la sua materia è precisamente invisibile, lo spiritismo non può avere maille à partir colla fisica.

Quella, con cui è più difficile che lo spiritismo possa vivere in pace, è la biologia, la scienza della vita. Essa vi contrasta con due dei suoi principii fondamentali: il principio di unità (che potremmo formulare così: tutti gli esseri sono eguali davanti alle leggi di natura) e il principio di continuità (la natura non fa salti da una creatura all’altra).

Parliamo del primo. Il più forte argomento che abbia la psicologia in favore dell’esistenza dell’anima, è quello della necessità di qualche cosa di semplice (e perciò di immortale) che mantenga l’unità dell’organismo, che spieghi l’unità di coscienza. Io, appunto perchè ho paura di morire, non dovrei essere il mio corpo, il complesso degli atomi di cui è composto il mio corpo; la mia paura non dovrebbe essere la coscienza della somma delle loro paure; che ne importa della mia morte agli atomi d’ossigeno e d’idrogeno che sono immortali? che importa loro che io mi conservi, se essi non possono dimorare nel mio corpo che per breve tempo, e la materia dalla quale è costituito il mio corpo non è più quella di poco tempo fa? Alla mia coscienza par molto più probabile che quello che tiene insieme la compagine del mio corpo sia io, che ho interesse a vivere; che io non sia questa compagine stessa, e che la coscienza delle mie opinioni non risulti dallo scrutinio di un plebiscito. Ma se l’unità dell’organismo richiedesse un’anima nella glandola pineale od altrove, ce ne dovrebbe esser una anche in un cane, in una pianta; poi, siccome anche un cristallo è un individuo, in cui la disposizione delle molecole è subordinata al disegno del tutto, ci dovrebbe essere un’anima anche nel centro geometrico di un cristallo; e perchè le molecole di una pietra stessero solidamente insieme, ci vorrebbe un’anima nel loro centro di gravità; ce ne vorrebbe una anche in una goccia d’acqua; e sia come una molecola d’acqua è un’associazione di tre atomi, uno d’ ossigeno e due d’idrogeno, che si muovono uno intorno all’atro, ci vorrebbe un’anima nel loro centro di rivoluzione. Ci vorrebbe un’anima per uno Stato; ci vorrebbe un’anima per un sistema planetario. Ci vorrebbe insomma un’anima per ogni cosa composta, per ogni combinazione. E tutti i composti, anche gli organici, anche i pensanti, si logorano e muoiono; dunque la causa della coesione, della vita e del pensiero, a giudicarne dagli effetti, non è immortale. E tutti i corpi, anche gli organismi, anche i senzienti, si decompongono in altre unità; dunque la causa della coesione, della vita e del pensiero non è semplice. Dunque bisogna dire invece che la natura di tutti i composti deriva dalle proprietà dei loro elementi; che la composizione deriva dalla tendenza degli elementi a stare uniti. Quale sia la forza che tiene uniti gli individui in uno Stato lo sappiamo: sono l’amor del prossimo, il sentimento del giusto, la paura del codice e le menzogne convenzionali. Un uomo poi è un polipaio di cellule, una colonia animale, tenuta insieme da una forza che i Pitagorici chiamavano armonia, che lo Spencer e il Ribot hanno creduto di scoprire dandole il nome nuovo di cœnœsthesis o di consensus; che noi sentiamo appunto espressa nella nostra coscienza dal desiderio di vivere, ma che non comprendiamo coll’intelletto; e non possiamo immaginarla che supponendo nelle nostre cellule una tendenza a mantenere la loro confederazione, analoga al desiderio che hanno gli Italiani di conservare l’unità d’Italia. Una pietra poi è tenuta insieme da una forza che chiamiamo forza di coesione, che è una vera forza occulta, essendo ignota ed ipotetica: ignota perchè non la comprendiamo, nè la sentiamo, ipotetica perchè l’argomentiamo soltanto dallo sforzo che dobbiamo fare per vincerla, spezzando la pietra. In una molecola gli atomi sono tenuti insieme da un’altra forza occulta che chiamiamo affinità chimica, e in un sistema planetario i corpi celesti son tenuti nelle loro orbite da una forza occulta chiamata gravitazione. Dunque è vero che noi comprendiamo solo le forze che conservano gli Stati, non quelle che producono l’unità nei composti organici e meno ancora quelle degli inorganici; e che per comprendere queste bisogna scendere coll’analogia fino a supporre una vita incipiente, un appetito incosciente, una tendenza a far parte di composti sempre più elevati, sia nelle cellule, o nei plastiduli, o negli atomi, come finiscono per fare Huxley e Häckel, come facevano Leibnitz e Glisson, e prima di loro Bruno e Campanella, e come inclinava a fare lo stesso Epicuro, accordando una certa spontaneità di movimento agli atomi, per spiegare il libero arbitrio dell’uomo che è fatto di atomi. Ma con tutto ciò non vediamo una ragione per accordare un’anima immortale a tutte quante le molecole che ci sono state e ci saranno; nè per accordare un’anima all’uomo soltanto, a meno di dar retta alla filosofia dei seminarj, e credere egoisticamente che, siccome a noi Dio ha dato la ragione, così deve darci anche l’immortalità. Anzi non solo non vediamo una ragione (biologica, s’intende), perchè l’uomo sia dotato di un’anima immortale, ma ne vediamo una perchè non lo sia; ed è che ciò sarebbe un’eccezione alle leggi di natura; eccezione che per la morale dovrebbe essere una ingiustizia; eccezione che per la biologia sarebbe una violazione del principio di analogia, che tutti gli esseri sono eguali davanti alle leggi di natura. Per la biologia moderna, o non c’è anima, o tutta la materia è animata; ma non ci sono anime individuali. Dunque lo spiritismo non può andar d’accordo colla biologia moderna; essa sconvolgerebbe tutta l’attuale teoria sul mondo organico.

L’altro principio della biologia, correlativo al precedente, è quello di continuità; la natura non fa salti da un essere all’altro; procede per evoluzione, per un progresso graduale dall’inferiore al superiore, dall’omogeneo all’eterogeneo. Secondo l’albero genealogico dell’Häckel, l’homo sapiens di Linneo, la specie più nobile sulla terra, deriverebbe, per molti anelli intermedi, dai marsupiali (didelfi); questi da animali simili all’ornitorinco (ornithodelfi); questi, per altri anelli perduti, da anfibj come le rane; queste (che nel primo periodo della loro vita sono girini e respirano per branchie), da pesci; i pesci cranioti da specie vertebrate, ma senza cranio (rappresentate dal famoso amphioxus); queste da molluschi con sistema vertebrale rudimentale (rappresentati dalle ascidie); questi, per altri anelli intermedii, dagli animali monocellulari, dalle monere. Gli animali non sono che agglomerazioni di cellule, sviluppatesi per integrazione e differenzazione; o, per parlar più chiaro, per associazione dei lavoratori e divisione del lavoro. Le cellule stesse sono uscite dal protoplasma ricoprendosi di una membrana. Il protoplasma si è formato nell’acqua per una specie di cristallizzazione umida, quando le condizioni del globo permisero l’incontro degli elementi necessarj a questa speciale combinazione del carbonio. Sul globo stesso i monti, i mari e l’atmosfera si sono prodotti per lento effetto del suo raffreddamento. E i pianeti tutti sarebbero usciti, secondo l’ipotesi di Laplace, da una nebulosa primitiva in movimento rotatorio, nella quale tutte le sostanze erano allo stato gasoso. E gli atomi di tutti i gas erano forse (secondo un’ipotesi rinnovata del Mendeleyeff e da altri, ma vecchia come Democrito), derivanti da una sola specie di atomi, forse d’idrogeno. E gli atomi sono forse, giusta l’ipotesi del Thomson, vortici di etere. Sembra dunque che tutto questo mondo possa spiegarsi colla sola evoluzione della materia, senza ricorrere all’azione di spiriti, di esseri che ex hipotesi apparterrebbero ad un altro mondo. Si domanda a che punto dell’evoluzione gli spiriti avrebbero fatto la loro comparsa sulla terra.

Tutto questo lo so anch’io. So anch’io che, da tutto quello che voi sapete per ora sui corpi organici, dall’anatomia e dalla fisiologia comparata, siete condotti, pel principio di analogia, a tentar di spiegar l’uomo, come gli altri viventi, colle sole proprietà delle cellule di cui è composto il suo organismo; che non vedete alcuna ragione per concedere un’anima all’uomo più che per concederla ad una gregarina o ad una molecola d’acqua; che sembra che l’origine della vita si perda nelle proprietà della materia unica ed ignota di cui tutti i corpi sono composti e in cui tutti si decompongono, nell’ἄπειρον di Anassimandro, e che una moltitudine infinità di spiriti individuali e duraturi non ci aiuterebbe a spiegare i fenomeni vitali. Questo lo vedo; ma da ciò non mi sembra che risulti evidente l'impossibilità che nell’organismo umano e in altri organismi ci sia anche una sostanza intelligente ed invisibile la quale sopravviva al cadavere.

Infatti: in primo luogo non bisogna esagerare il significato dei due principj di analogia e di continuità. Come l’eguaglianza dei cittadini davanti alla legge non significa che siano trattati tutti egualmente, ma tutti in proporzione della loro condotta, così l’eguaglianza degli esseri davanti alle leggi di natura non porta che ragionino anche le bestie, che sentano anche le piante, e che vivano anche le pietre, e che, se esistono degli spiriti, si debba darne uno ad ogni corpo, ed a nessuno. Così pure, se in un certo senso è vero che la natura non fa salti, in un altro è vero che non potrebbe camminare se non facesse dei salti. Non sale ad alcun grado superiore senza aver percorso tutti gradi intermedii; ma salendo questa scala passa per certi gradi in cui si presentano delle novità assolute. Il ghiaccio, riscaldato fino a un certo grado, fa un salto e diventa acqua; l’acqua fa un altro salto quando diventa vapore. La prima cellula è stato un salto della natura il primo filamento nervoso, un altro salto; la prima parola un salto; l’alfabeto un salto; la stampa un salto. L’evoluzione non fa che preparar delle rivoluzioni; nessuno negherà che, e nella natura e nella società umana, vi siano valanghe, terremoti, cicloni e diluvii, sebbene siano preparati da graduali raffreddamenti, sedimenti, ecc. Vi sono effetti improvvisi di cause continue. Perchè non può esserci stato un salto dalla materia allo spirito?

Poi non so perché l’evoluzione di ciò che vediamo renda impossibile l’evoluzione di ciò che non vediamo; perchè l’evoluzione di organismi che si compongono e si disfanno renda impossibile quella di spiriti che conservino la loro individualità; perchè non sarebbe possibile una specie di metempsicosi progressiva e trasformista, come sembra che la concepissero Empedocle fra i gentili, Origene e Basilide fra i padri della Chiesa, Leibnitz e Bonnet fra i filosofi moderni.

Poi, se è vero che senza l’ipotesi dell’odierna biologia non si può spiegar nulla, è pur vero che con queste sole ipotesi finora non si spiega tutto. Poichè non sapete ancora tutto, c’è ancora posto per altro. Vi resta ancora da spiegare una piccola cosa: la vita. La vita sarà come le altre energie, una proprietà della materia, cioè della sostanza unica di cui è fatto il mondo. Ma la materia non sapete ancora cosa sia. Talete era già monista seicento anni avanti Cristo, e componeva il mondo con un elemento solo, coll’acqua; pure ciò non gli impediva di dire che il mondo è pieno di demoni, di anime (Aristot., de an, I, 5. Diog. L. I, 27). Così pure la biologia monistica ed evoluzionista non impedisce al Wundt (uno degli oracoli dei positivisti), di concludere ora col suo System der Philosophie, nel quale concilia la teoria di Schopenhauer (il mondo prodotto dalla volontà di vivere), colla teoria delle monadi di Bruno e di Leibnitz, e, oltrepassando la psicologia cellulare di Wirchow e di Huxley, e la psicologia atomica di Häckel, dice presso a poco che il mondo è composto di atomi di volontà; modo di vedere che, se non implica, certo non esclude l’immortalità dell’anima; per Bruno e Leibnitz la sottintendeva. E, meglio ancora, Wallace, emulo di Darwin per avere scoperto contemporaneamente a lui la legge della selezione naturale (ossia della sopravvivenza dei più adatti alla vita), e più darwinista del Darwin, è nello stesso tempo uno dei più vecchi e saldi apostoli dello spiritismo. Egli parrà sospetto perchè spiritista; ma allora gli altri possono esserlo perchè materialisti. Non so perchè i discepoli vogliano esser logici più rigorosi dei loro maestri, e i cortigiani più realisti del Re; no, anzi lo so.

Non mi par dunque che lo spiritismo sia inconciliabile colla biologia. Che se poi lo fosse, la constatazione dell’esistenza degli spiriti ci obbligherebbe soltanto a modificare profondamente le teorie attuali sull’origine della vita. Ma siamo noi sicuri che la nostra biologia s’accorda completamente colla biologia della natura? Lo spiritismo porterebbe una rivoluzione nella biologia; ma il ciclo delle rivoluzioni è forse chiuso per lei? è forse un libro finito? Una scoperta importante non ha forse prodotto sempre una rivoluzione? E Darwin non è forse stato un rivoluzionario? Egli è vero che per un certo tempo avremmo davanti due ipotesi che non sapremmo conciliare; ma a questo ci penseranno i nostri nipoti. Alla peggio non sarà che un’antinomia di più. Il Du Bois-Reymond dice che vi saranno sempre sette enigmi insolubili per la scienza umana. Per suo figlio, se ha figli, saranno otto. Voilà tout.

Se il lettore è stanco di filosofia, mi ammetta la conclusione di questo capitolo, e passi al seguente. Io non sono ancora stanco, e voglio ancora toccare della scienza del pensiero, cioè della fisiologia speciale del sistema nervoso (poichè per noi il pensiero è funzione del sistema nervoso), Io non posso nè devo esaminare qui tutti gli argomenti che potrebbe fornire la psicofisiologia contro lo spiritismo. Ma chi ha letto il mio Manuale di psicologia sa che questi argomenti li conosco e li apprezzo. Quindi non parrà soverchia leggerezza s’io dico qui in breve che la fisiologia, sebbene conduca il più sovente a considerare l’anima come un’ipotesi inutile, pure: 1° non dimostra punto l'impossibilità che l’anima esista; 2° ciò che la fisiologia dimostra con grandissima probabilità è che il cervello è necessario non soltanto a sentire, come concede perfino San Tommaso, ma anche a pensare, anche al pensiero scientificamente più astratto e moralmente più nobile. Ma con ciò che sa finora sul cervello non arriva a spiegare, non che il pensiero, nemmeno la più umile sensazione. Per esempio essa segue le vibrazioni sonore fino al centro uditivo nel lobo temporale, ma, giunta là, non sa dire come 432 vibrazioni successive regolari si fondano in un suono che per la coscienza è semplice, quello del La adottato pel diapason; dunque non può dimostrare che il cervello sia sufficiente: e quindi nemmeno che l’anima non sia necessaria, che l’anima sia inutile. Egli è vero, intendiamoci, che la psicologia non può per questo dimostrare che l’anima sia necessaria; giacchè il fisiologo può rispondere che potrebbe darsi che fosse insufficiente, non il cervello, ma ciò che noi sappiamo del cervello. Ma insomma la fisiologia dimostra soltanto che il cervello è una condizione costante, non che sia la causa; che si pensa sempre col cervello, non che chi pensa sia il cervello. 3º Si dirà che questo basta per escludere degli esseri pensanti incorporei, come le anime dei morti. Ebbene, no; perchè essa non prova neppure che il cervello è necessario assolutamente, ma soltanto che è neccessario per noi; se par che lo dimostri, egli è che l’anatomia può farmi constatare che in tutti gli uomini pensanti il cervello c’è; mentre io non posso far vedere al fisiologo, davanti al cadavere, che l’anima c’è ancora, fuorchè cogli esperimenti spiritici, che egli non ammette ancora. I fatti dubbj li interpreta a modo suo, i fatti contrarj li nega. Insomma non si può proprio dire che la fisiologia sia decisamente in contraddizione collo spiritismo, ma soltanto che finora nella fisiologia non c’è posto per lo spiritismo, perchè finora la fisiologia si è fatta senza tener cono dei fenomeni spiritici. Se la fisiologia non studiasse che certi animali, direbbe che non si può respirare senza polmoni; allargandosi impara che si può respirare anche con trachee, branchie o foglie. Nello stesso modo, se ammetterà degli spiriti, ammetterà che si può pensare senza un cervello, almeno senza un cervello composto di cellule come il nostro, e avrà ragione solo di pretendere che con uno strumento diverso bisogna pensare diversamente. Il nostro cervello può essere un libro nel quale il mondo esterno si stampa e l’anima legge.

Inutile aggiungere che la psicologia fondata soltanto sull’osservazione interna, sulla coscienza e l’analisi del nostro pensiero, ossia la psicologia degli spiritualisti, sarebbe favorevole agli spiritisti. Dico inutile anche perchè non credo che essa provi la necessità dell’anima più di quello che la fisiologia ne provi l’impossibilità. Il sentimento dell’ io è semplice per la coscienza, ma ciò non prova che l'io sia semplice; anche l’acqua, anche il color bianco ci paiono semplici, e non lo sono. Non si capisce come il cervello essendo composto, possa pensare; ma non capisco nemmeno come possa pensare uno spirito semplice, senza parti; pensare vuol dire metter l’unità in una molteplicità; collo spazio non si comprende più l’unità di coscienza, il confronto; ma senza spazio non c’è più posto per la molteplicità. Se vi sono delle idee innate o che l’esperienza non può spiegare, degli istinti che ci guidano a far bene certe cose utili come se le avessimo imparate da un pezzo, ciò si può spiegar coll’eredità, senza bisogno di supporre che abbiamo già vissuto altre volte. E se gli uomini continuano a studiare come se potessero tener sempre a memoria, e a lavorare come se potessero conservare i loro risparmi, ciò si può spiegare coll’abitudine e coll’amor della famiglia, senza supporre il presentimento di una vita futura.

Poi è favorevole la morale; anzi l’immortalità è un postulato della morale od almeno di un concetto morale dell’universo; perchè, se non c’è che questa vita, nella quale non c’è felicità, nè giustizia, nè utilità per gli individui, (e quindi nemmeno per la specie, che è composta dagli individui), ha ragione il pessimismo di Schopenhauer e di Hartmann; l’universo si risolve in un tormento senza scopo della materia, tormento rinnovato e moltiplicato nei miliardi d’individui in cui la materia si fraziona; cosa che pare improbabile, perchè dalla natura è pur uscito il nostro cervello colla ragione, colla scienza e coll’ideale che si sforza continuamente di realizzare; e perchè la stessa evoluzione, cioè il progresso continuo verso il bene, sembra supporre che le leggi della natura non siano senza una ragione; che tra le forze della natura ci sia qualche cosa di analogo alla nostra intelligenza, sebbene troppo superiore a lei perchè essa lo comprenda. Ma, come si vede, quest’ipotesi della morale non è fondata per ora che su un’ipotesi della filosofia. Per cui può dare delle speranze, può indurci con Pascal a scommettere piuttosto per il si che per il no, ma non può darci scienza.

Nulla dico della credenza generale dell’umanità in una altra vita, che forma il fondo comune di tutte le religioni; perchè, sebbene possa essere un presentimento del futuro, una reminiscenza dell'al di là donde siamo venuti, potrebbe anche essere un effetto della paura di morire, una furberia involontaria per farci coraggio, come il fanciullo al buio che canta per farsi credere che non è solo; una trappola della coscienza, come direbbe il professor Ellero.

Insomma, che qualche cosa sopravviva al cadavere, non si può dimostrare a priori, ma non si può dimostrare a priori che è impossibile. Ragioni convincenti a priori non ne abbiamo nè prò nè contro. Se ci paiono convincenti, egli è che ai fattori logici si aggiungono e con loro si confondono dei fattori psicologici, cioè abitudini e sentimenti; ma abitudini e sentimenti non sono ragioni; dobbiamo cercarli in noi stessi per farne lealmente la sottrazione, la deduzione, dai nostri motivi di credere o di negare.

Quelli che sono stati educati in seminario hanno preso generalmente una tal abitudine di pensare credendo e pregando, che non li converte più nemmeno Voltaire. Viceversa la Chiesa ha commesso tanti delitti, e stupidi e crudeli, contro la libertà e la scienza, cioè contro la civiltà, che i giovani delle nostre Università si credono obbligati, per essere liberali e scienziati, non solo di non credere nella Chiesa, ma di credere tutto il contrario. Molti credenti si scusano di essere cattolici dicendo che non vogliono esser atei e materialisti; come se Dio e l’anima fossero beni della Chiesa. Ma noi commettiamo lo stesso errore in senso contrario. Insomma dico che potrebbe darsi che Dio e l’anima esistessero, sebbene anche i preti lo dicano.

C’è un altro sentimento, da cui bisogna difendersi, e che può agire in senso contrario del precedente: è la paura di morire. Non parlo della volgare paura di morire piuttosto oggi che domani, cosa che non importa punto, sia che si muoia per addormentarsi nell’ultimo sonno, sia che si muoia per svegliarsi; ma della paura appunto che la morte sia un sonno eterno. Siccome ciò che si desidera si crede facilmente, così questa paura potrebbe esser la vera causa della nostra credenza allo spiritualismo ed allo spiritismo. Io ho sempre avuto una gran paura di esser vittima di questa paura. Non volevo esser zimbello di un sentimento atavico. Ma alla lunga ho capito che questo poteva rendermi sordo anche alle buone ragioni; che, per evitare la foi du charbonnier, cadevo nell’ostinazione del Bouillaud davanti ai fatti; ch’io correvo il rischio di burlarmi per troppa furberia, e di far come quei viandanti, nessuno dei quali si fidava di quel signore che, per una scommessa, si era messo sul Ponte Nuovo a vendere dei marenghi per dieci lire; che per non consolarmi a prezzo di un inganno, correva il rischio di affliggermi ed ingannarmi insieme. Ma come fare? Che precauzione doveva prendere la ragione contro i due sentimenti opposti? mi pare che debba esser questa: che, trattandosi di novità così grande, trattandosi di ammettere, non una nuova specie di farfalle, ma l’esistenza di esseri sostanzialmente diversi da tutti quelli che finora conosciamo, non doveva assolutamente ammettere nulla senza prove sufficienti per la ragione sola; ricordandomi col Faraday, citato dal Crookes, che «nulla è troppo maraviglioso per esser vero, purchè sia conforme alle leggi di natura; e di questo è solo giudice l’esperimento».

Concludendo, se l’anima ci sia o no, è cosa che si può credere, ma non si sa. Quindi non si può dire a priori che le comunicazioni coi morti sono impossibili. Resterebbe l’obbiezione che, se pure le anime dei morti ci sono, non possono comunicare con noi; ma questo noi non lo possiamo dire, perchè l’altro mondo non lo conosciamo, e non sappiamo da che finestre o spiragli possa guardar nel nostro. La sola cosa che possiamo dire è che, malgrado le spiegazioni che ci hanno dato i sedicenti spiriti, non sapremmo spiegarci come comunichino. Ma, come dice il Vacquerie, leur existence admise, leur intervention n’est plus qu’un détail.


Note

  1. Si confronti l’opinione di un altro illustre fisico, G. A. Hirn, La vie future et la science moderne, Colmar, 1890, cui volle rispondere il Büchner colla sua opera Das künflige Leben und die moderne Wissenschaft, Leipzig, 1891.