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Poemetti e liriche/Introduzione

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Edgar Allan Poe - Poemetti e liriche (XIX secolo)
Traduzione dall'inglese di Ulisse Ortensi (1930)
Introduzione
Poemetti e liriche
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INTRODUZIONE


Edgar Allan Poe nacque a Boston il 19 gennaio 1809 da Davide Poe e da Elisabetta Arnold, una coppia d’artisti drammatici, l’anno stesso che venivano al mondo Tennyson, Darwin e Gladstone. Rimasto orfano a due anni, diventò il figlio adottivo dei coniugi Allan, ricchi scozzesi dimoranti a Richmond nello stato di Virginia, proprio quando erano in punto di ripassare l’oceano per venire a Londra, chiamati da gravi affari domestici.

Cosí la prima educazione di lui fu inglese e gli fu data nel “Manor House School,” un buon collegio di Stoke Newington nelle vicinanze della Metropoli, dove restò fino al 1819. Quando gli Allan tornarono a Richmond, Poe vi frequentò le scuole pubbliche. Compiuti gli studi secondarî andò all’Università di Virginia dove fu insieme buon studente e buon goliardo, ma incontrò debiti al giuoco.

Gli Allan, gentili d’animo, s’erano ben guardati dal far mai intendere al loro Eddy che non avesse diritto a tutti gli affetti e un po’ ai capricci d’un figlio legittimo; ed era stato un male, perché la loro tolleranza e la loro indulgenza, da ascrivere ben vero piú a colpa della delicatezza che аa volontaria omissione dei proprî doveri di adottanti, aveva fatto sí che al limitar della giovinezza Eddy si ritrovasse superbo caparbio e spendereccio. Questa volta impuntarono; non vollero sdebitarlo [p. ii modifica]e risolutamente lo richiamarono a casa per avviarlo al commercio. Il giovane s’impennò e con in tasca il manoscritto delle prime poesie, abbandonato i suoi benefattori, fuggí a Boston. Sperava di vivere con l’arte sua, ma non s’imbatté né in editori volenterosi, né in generosi mecenati che lo accogliessero a braccia aperte, come aveva avuto il torto di sognare, sicché presto pentito e stretto da ogni parte dal bisogno se ne tornò a Richmond a implorare perdono dagli Allan, che rabboniti si preoccuparono di nuovo del suo avvenire, e vollero entrasse all’Accademia militare di West Point. A loro pareva d’aver scelto bene: era una carriera di famiglia: il nonno di Eddy era stato generale e aveva gloriosamente combattuto durante la guerra civile. Con questi argomenti persuasero il giovane ad abbracciare la nuova vita. Altra illusione! Brava gente quegli Allan, ma non indovinarono mai le tendenze del loro figlio adottivo e lo cacciarono sempre per vie opposte a quella cui natura lo chiamava. Eddy non era nato né per fare il mercante, né per comandare squadroni; cosí tra i cadetti dell’Accademia del West Point, coi quali si legò del piú caro e intimo cameratismo, altro non fu che un giovane poeta camuffato da soldato; e quando lasciò l’Istituto, di dove fu invitato ad allontanarsi perché non si piegava al rigore della disciplina militare, ad essi dedicò il libro delle sue prime poesie. In testa all’edizione del 1831 si legge infatti: “Al corpo dei Cadetti degli Stati Uniti questo volume è rispettosamente dedicato.” Delusi anche questa volta gli Allan lo abbandonarono al suo destino.

Poe cominciò allora la sua professione di letterato.

Era stato bandito da poco un concorso dalla “Saturday Visiter” di Baltimora; vi prese parte con la [p. iii modifica]novella: Il manoscritto trovato in una bottiglia e guadagnò il premio di cento dollari. Il denaro gli ristorò la borsa, e l’amicizia del Kemnedy, direttore del periodico, gli aprí la porta dell’agone letterario. Le sue novelle geniali, i suoi arguti studi critici, la sua eterea lirica richiamaron presto intorno a lui l’ammirazione del mondo intellettuale.

Vicino alla gloria, sposa Virginia Clemm, una cugina giovanissima e bella e da lui teneramente amata. Fu il momento della sua felicità; la sola ora di gioia che il destino gli concedeva.

La Clemm era un fiore troppo delicato; una rosa che nascondeva tra le foglie il fior de l’asfodelo delle rive stigiane. Dopo la festa nuziale languí e cominciò a morire. Sei lunghi anni lottò contro il male che la divorava, e mentre il suo delicato corpo lentamente si sfaceva, l’angoscia consumava le vigorose energie del poeta, che in preda a spaventevoli ansie si smarriva nelle regioni del dolore e della morte.

Da Philadelphia, sperando che le aure salubri dei dintorni di New York avrebbero giovato all’ammalata, venne a Fordham, un verde e silente sobborgo della metropoli, in una casetta pittoresca all’ombra di alberi giganteschi. Era la primavera del 1844; le tepide brezze aprivano le gemme dei nuovi fiori e della fronda nuova; l’aria era profumata e il sole caldo; ma la vita di Virginia sempre piú appassiva e si chiudeva come il convolvolo al vespero del suo giorno.

Nel tranquillo soggiorno a Fordham, con Eddy e con le sue povere donne, la sposa e la suocera, s’era allogata anche la morte.

Sentí Poe l’alito del terribile ospite e per calmare il suo “torturato spirito” volle l’anestesia dell’anima e [p. iv modifica]l’alcool fu la sua eroica medicina. Naufragò contro gli scogli della dissolutezza. “Nessun piacere mi dànno le bevande eccitanti” scrisse allora a un amico “ma ricorro ad esse per liberarmi dalla tortura dei miei dolori.”

In casa c’era poco, c’era il male, c’eran tutti i disagi, mancavano tutti i conforti. Sopraggiunse tempestoso e rigido l’inverno; a Fordham mancava il fuoco, mancavano le coltri di lana; c’eran solo l’angoscia del poeta e Virginia, che ridotta ormai l’ombra della bellezza d’un tempo moriva su un misero pagliericcio. L’ultimo giorno di gennaio si spense, mentre la madre riscaldava tra le sue le gelide mani di lei e Eddy le involgeva i piedi diacci nella sua giubba.

Sparito quel sole, l’ombra avvolse l’anima di Poe. Il dolore, l’angosce, le miserie lo strinsero implacabilmente e le ore della vita scorsero tristissime e disperate. Amò ancora, come in un delirio, come il naufrago che cerca una tavola di salvezza, la Whitman e la Shew; ma furono solo fugaci meteore del cielo del suo spirito. Cercò svago e distrazione: volle andare verso il mezzogiorno degli Stati: avrebbe tenuto delle conferenze: avrebbe guadagnato, e poi fondato un giornale, lo Stilus per diffondere i suoi principî di estetica, e un bel giorno partí.

Corto cammino però gli aveva tracciato la morte! A Philadelphia un improvviso accesso di delirium tremens lo arresta; si rià, va a Richmond e fa la prima conferenza all’Exchange Hôtel con un incasso di duemila dollari. Una fortuna! Ricco di nuovo va a New-York per condurre seco la suocera che vi languiva nella miseria e nel dolore e nel viaggio di ritorno sosta a Baltimora.

È l’ora della fine! [p. v modifica]

Il 6 ottobre 1849 erano indette nelle terre del Maryland le elezioni del nuovo presidente degli Stati, Zaccaria Taylor. Quella notte bande di agenti elettorali scorrazzavano la città per reclutare gente da menare ai seggi. Poe cadde nelle loro mani: lo ubriacarono, lo fecero votare e poi l’abbandonarono in stato d’incoscienza al destino. All’alba fu trovato agonizzante sul lastrico.

Morí all’ospedale due giorni dopo, presenti pochi parenti ed amici e fu sepolto nella tomba degli antenati al Westminster Curchyard.

La febbre della vita era finita!

Parlando di lui, dice il Northup, giustizia vorrebbe esser temperata di grazia. Negli ultimi anni della vita il suo stato mentale apparve anormale, quasi morboso, perché se è vero che contro certe tendenze ereditarie (il Northup avrebbe accertato che Daniele Poe morí d’alcoolismo) egli non aveva saputo lottare, pur gran colpa n’aveva anche il destino che gli aveva preparato condizioni di esistenza difficili e tragiche.

Appena fu morto invece si cominciò il processo alla sua intemperanza, lungo, accanito nell’accusa e nella difesa.

“Ma a che sí aspra e diuturna disputa?” si chiede Hanns Ewers, il novissimo critico del poeta bostoniano. “Fosse o no temperante che importa? Ai suoi stati d’ebrezza, dovuti a narcotici o ad amori, non dobbiamo la sua grande opera letteraria? L’artista non produce se non in stato d’ebrezza, d’estasi, di furore poetico. Dèsti questa sacra eccitazione l’amore o il narcotico è indifferente. Tutti gli artisti hanno i loro piccoli ve[p. vi modifica]leni, il tè, il tabacco, il caffè, la birra, il vino, l’assenzio?”

Poe ebbe per inebriarsi il solo amore della sua Virginia; e poi, quando la morte glielo rapí, l’alcool. Chiami il moralista santa ebrezza quello, infernale questa, importa poco, perché da esse scaturirono ugualmente nobili valori d’arte. E quel dolcissimo amore fu pieno d’angosce: i ritratti immortali di Morella, di Ligeia, di Berenice e di Lenora dobbiamo alle languide pupille della povera Clemm.

Il primo bacio d’amore del poeta si posò sulle labbra d’una moribonda e le nozze e la luna di miele e i pochi dolci anni di convivio amoroso furon tutto un morire, un morire lento, certo, inesorabile. In questo paradiso di dolori compose il Corvo, il poemetto immortale dove la santa ebrezza del cuore che sanguinava pel tragico destino dell’amata, si fuse con quella che gli veniva dai micidiali narcotici, ai quali chiedeva la tregua degli affanni.

“A colpo d’occhio” dice l’Ewers, “si possono distinguere gli elementi dovuti al delirio e quelli al santo amore della perduta Lenora in questo poemetto che al poeta piacque di commentare col saggio intitolato: La filosofia della composizione, che piú propriamente meriterebbe il titolo solenne di Arte poetica moderna.”

In questa superba e profonda meditazione dell’opera d’arte, ogni strofa, ogni verso, ogni ritmo fu dichiarato, commentato, illustrato; pur non una parola vi si legge della santa e della infernale ebrezza che quel grido lirico ispirarono: il meccanismo, il puro tecnicismo, il segreto di ciò che fa l’arte, mai fu meglio esposto da alcun poeta: Egli primo ci parlò della espressione con senso estetico modernissimo. [p. vii modifica]

“A quelli che mi amano e che amo e a quelli che credono al sogno come alla sola realtà,” aveva scritto nella prefazione dell’Eureka, dedico questo libro di verità; non per esporre delle verità, ma per amore del bello che nella verità si nasconde, che solo rende veridica la verità. Ad essi dedico questo lavoro, come pura opera d’arte, romanzo se si vuole e meglio ancora, se non parrà esorbitante, opera di poesia. Ciò che in esso è scritto è vero e non potrà mai morire e se incontrasse la morte, presto rivivrebbe a vita eterna.”

Era l’enunciazione del suo principio l’arte per l’arte, fatta indipendentemente dal Gautier, e meglio di questi, che vedeva il bello solo con l’occhio del pittore e nella pura esteriorità. La poesia altro non è per Poe che la ritmica creazione del bello, unico arbitro il Gusto e con relazioni collaterali con l’Intelletto e con la Coscienza. Quel piacere che è ad un tempo il piú puro, il piú intenso e che eleva al massimo grado lo spirito, deriva solo dalla contemplazione del bello. Solo in questa contemplazione è possibile raggiungere quella deliziosa elevazione o eccitamento dell’anima, che riconosciamo per sentimento poetico e che è perfettamente distinto dalla verità che è la soddisfazione della ragione e della passione, che è l’eccitamento del cuore.

Con altre parole aveva detto prima le stesse cose nella famosa lettera premessa alla edizione dei poemetti, nel 1831. “Che cosa è la Poesia? Poesia! quella idea proteiforme, con tanti appellativi come Corcira dai nove nomi. Chiesi a un erudito, tempo fa, una definizione della poesia. ‛Très volontièrs’ rispose, e andato nella sua libreria mi portò il volume del Dottor Johnson e mi sopraffece con una definizione. Ombra dell’immortale Shakespeare! Mi figurai il torvo sguardo del [p. viii modifica]vostro occhio spirituale sulla profanità di quella scurrile Orsa Maggiore. Pensate, caro amico, pensate alla poesia e poi al Dottor Samuele Johnson. Pensate a tutto ch’è aereo e magico e poi a tutto che è sgradevole e pesante: pensate alla sua mole enorme, all’Elefante! e poi pensate alla Tempesta, al Sogno di una notte di mezza estate, a Prospero, a Oberon e a Titania! Una poesia, a mio parere, è cosa opposta a un’opera scientifica in quanto ha per suo oggetto immediato il diletto e non la verità: è cosa diversa dal romanzo, in quanto ha per suo oggetto un diletto indefinito anziché definito, perché è poesia solo se raggiunge questo scopo: il romanzo ci presenta immagini percettibili con sensazioni definite, la poesia con sensazioni indefinite: a raggiungere quest’effetto la musica è cosa essenziale, poiché la comprensione di dolci suoni è il nostro concetto piú indefinito. La musica, unita a un’idea dilettevole, è poesia: la musica, senza l’idea, è pura musica; l’idea senza la musica è prosa, a causa della sua stessa precisione.”

Aveva trovato all’inizio della sua carriera letteraria il canone fondamentale dell’arte poetica, anticipando di mezzo secolo i parnassiani e gli esteti, con piú larghezza di vedute, sí che anche oggi una sola piccola parte degli spiriti piú progrediti ne comprende il valore in tutta la sua vera magnificenza.

Solo il sogno è reale: la vita che si vive a occhi aperti non ha valore di realtà.

Fu uno straordinario e audace pioniere dello spirito moderno che ha lasciato duraturo influsso sulla nuova letteratura popolare. “Il passato,” osserva l’Ewers, [p. ix modifica]“non vide di lui altro che la strana superficialità, e in verità alcune sue novelle, quali i viaggi di Gordon Pyms e di Hans Pfaals, i racconti criminali dell’Assassinio della Rue Morgue, della Lettera rivelatrice e dello Scarabeo d’oro, furono scritti soltanto per la necessità di mangiare a mezzodí.” Certamente, Poe conosceva che cosa fosse il bisogno e per liberarsene scriveva fantastiche novelle, faceva traduzioni, collaborava a tutte le redazioni letterarie; ma in questo suo lavoro d’occasione metteva la serietà e la grandezza della sua anima artistica, sicché la piú debole delle sue composizioni supera il migliore di quei romanzi polizieschi cosí graditi specialmente al pubblico inglese, che legge con entusiasmo le ridicole storielle dei famosi detectives, poco o nulla curando le geniali pagine del Poe, in cui il meraviglioso e lo strano sono espressi in forme di fortissima efficacia. Negli abissi creati dalla sua fantasia, nell’inferno delle sue spaventevoli visioni, Poe trascina il lettore con tale irresistibile seduzione, che neppure il piú coraggioso riesce a sottrarsi all’orrore tragico e doloroso che lo tiene avvinto e lo fa ansimare e gemere angosciosamente.

Non è lontano però il giorno del trionfo dell’arte del poeta americano e già a molti spiriti eletti apparisce chiara la via che da Jean Paul e da Hoffmann arriva a Baudelaire e a lui, la strada dove l’arte non incontrerà piú ostacoli insormontabili, la via dell’élite della cultura moderna; e a maggior onore di questo maestro della poesia, deve essere anche detto che egli, il creatore delle immagini eteree, che egli, l’artista che aveva scoperto la realtà nel sogno, era cosí poco terreno, che mai si riscontra nei suoi scritti una frase un pensiero che accenni anche di scorcio all’amore sensuale. [p. x modifica]E non pure l’erotismo, ma anche ogni pensiero sociale vi è assente. Pure aveva un sensibilissimo cuore; se non che non sentiva affetto per l’uomo, del quale vedeva continuamente le infime e basse qualità che lo disgustavano e gli trattenevano la mano stesa per la carezza. Perciò carezzò il cane, amò il gatto, pago di un’occhiata fedele; e questa sua passione rivelò nella novella del Gatto nero, la quale appunto fa noto che l’amore verso le bestie era la piú ricca sorgente delle sue gioie.

Domina il ritmo tutta l’arte sua.

Roderich Usher, che ha nel petto in luogo del cuore un liuto, come l’angelo Israfel, è il poeta: quando sente la prima volta l’amore, le corde vibrano, il liuto risuona e la melodia tutta ne pervade l’anima, scriva in versi, detti in prosa. Nel Corvo, nella stupenda elegia di Ulalume, nei ritratti di Morella, di Berenice, di Ligeia, di Lenora, nelle pagine sublimi e solenni di Eureka, il Libro del Sogno, tutto è uno stupendo e armonioso grido lirico, e nessuna età piú della nostra intenderà meglio l’alto valore della poesia del solitario precursore.

Temperamento nervoso tra sanguigni e biliosi, natura sentimentale tra gente pratica e positiva, spiccata antitesi dell’individuo contro l’ambiente, visse tra gli americani del suo tempo come Prospero in mezzo ai Calibani.

Solitario!: egli tale si sentiva, e cosí visse dalla sua prima età. “Fin dalla mia infanzia,” dice in una nota autobiografica, “non fui mai come gli altri: non vidi mai come gli altri vedevano; le mie passioni non sca[p. xi modifica]turirono dalle comuni sorgenti. Non attinsi alla stessa fonte degli altri neanche il mio dolore; né rallegrarono il mio cuore le armonie che destavano gioia in quello degli altri. Tutto che io amai, l’amai io solo.”

E il tragico destino si compí quasi nel silenzio, tutto nella solitudine!

Venezia, marzo 1915.

Ulisse Ortensi







Ingram H. John. E. A. Poe, his life, letters and opinions. (London. Ward.)

Woodberry. Poe’s Works. 8 vols. (Hoddard. New-York.)

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Grsywoold. Poe’s Works with memoir, 3 vols. (New-York.)

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E. A. Poe. Poems and Essays, with a new memoir by S. H. Ingram. (Leipzig. Tauchnitz.)