Poesie (Campanella, 1938)/Scelta di alcune poesie di Settimontano Squilla/29. Canzone della Bellezza segnal del bene, oggetto d'amore

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29. Canzone della Bellezza segnal del bene, oggetto d'amore

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29. Canzone della Bellezza segnal del bene, oggetto d'amore
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29

Della bellezza segnal, del bene, oggetto d’amore

CANZONE

madrigale 1

L’amor essenzial, cui son radici
senno e valor nativi, donde in terzo
s’integra ogni esser, si conserva e chiama
bontá, veritá e vita, a grande scherzo,
in voglie accidental, difTonditrici
dell’essere, come arbor, si dirama,
o perché in sé l’ha a perdere, o per mostra
di suo’ beni a bear altri chi s’ama.
Talché un Cupido in del di copia nasce
gioiendo; e con ambasce
qui d’inopia un, che pasce
pur letizia di vincere la giostra
contra il morire in questa bassa chiostra.
Or fra le cose ancor, che tutte buone
a sé, al mondo e a Dio, perché salute
sono all’aitre o fatai destruzione,
pose un gran segno la prima virtute.

Amor essenziale è quello col quale ogni ente ama se stesso, e nasce dal potere e sapere l’esser proprio. E questo amor si divide quasi in rami di amor accidentale, ch’è quello col quale [p. 55 modifica]amiamo le altre cose, perché amiamo noi stessi. Queste voglie di diffondersi in altro sono, perché muoiamo in noi e cerchiamo vivere in figli o in fama, o perché cerchiamo a far bene ad altrui. E Dio si diffonde solo per bene nostro in noi, ché non può ricever bene, ma darne solo. Però dall’amor essenziale nasce Cupido in cielo, di abbondanza, che dona ad altrui bene; ed uno in terra, d’inopia, che cerca ricever beneficio ed immortalitá, onde per questo ci dá gioia. E, perché tutte le cose son buone ad altri, ad altri male, benché a sé ed a Dio ed al mondo tutte son buone, Dio, per farci conoscer qual cosa ci è buona, ci pose il segnale, ch’è la bellezza; e, per conoscere il male, puose per segnale la bruttezza.

madrigale 2

Bellezza dunque è l’evidente segno
del bene, o proprio all’ente in cui risiede,
o di ben ch’indi può avvenire a cui
par bello, o d’ambi, e d’altri può far fede.
Ecco, la luce del celeste regno,
beltá semplice e viva, mostra a nui
gran valor, che gli avviva e giova a tanti:
sol brutta all’ombra, bel degli enti bui.
Di serpi e draghi il fischio e la bravura
e la varia pittura
a noi ci fan paura,
gli rendon brutti, e tra lor belli e santi.
L’umiltá di cavalli e di elefanti,
segnal di servitú e di poco ardire,
fa brutta a loro, ma a noi bella vista
del poter nostro e ben di lor servire.
L’altrui virtú al tiranno è brutta e trista.

Che bellezza sia segno del bene che sta dentro il bello, o del bene ch’ad altri può recare, o di tutta e due, come quella della luce; o del bene strano, come la ferita è segno del valor del feritore. E però questa bellezza non è se non rispettiva, come le serpi sono belle alle serpi, a noi brutte; e gli cavalli mansueti a sé fanno [p. 56 modifica]male, perché si rendono nostri schiavi, ed a loro debbono esser brutti, ma a noi belli, per lo bene ed utile che ne caviamo e perché conoschiamo il nostro valor sopra loro. E cosí al tiranno par brutta la virtú altrui, in quanto è segno della propria rovina: ché gli virtuosi s’oppongono a loro, non gli viziosi; ma questi lor paion belli, perché gli conservano in dominio. «Sol brutta all’ombra»: la luce par bella a’ nostri spiriti, che sono di natura lucidi; ma alla terra par brutta ed alle tenebre, le quali sono bellezza alla terra ed alle cose buie, cioè oscure.

madrigale 3

Bella ogni cosa è dove serve e quando,
e brutta dov’è inutile o mal serve,
e piú s’annoia; e pur l’altrui bruttezze
bello è vedere, e guerra in mar che ferve,
perché tua sorte o virtú vai notando,
impari a spese altrui mire prodezze.
Brutto è, s’augura a noi male o rimembra,
vedere infermi, povertá ed asprezze.
Il bianco, che del nero è ognor piú bello,
piú brutto è nel capello,
che addita testé avello;
pur bello appar, se prudenza rassembra.
Belle in Socrate son le strane membra,
note d’ingegno nuovo; ma in Aglauro
sarian laide. E negli occhi il color giallo,
di morbo indicio, è brutto; e bel nell’auro,
ch’ivi dinota finezza e non fallo.

Mostra le maniere della bellezza in tutte cose per sé o per altri; e come ella stessa è brutta o bella, secondo è segno di bene o di male, a chi però è segno: onde veder guerre in terra e naufragi in mare è bello, perché rappresenta il mal di cui noi siamo esenti; e non aver male è bene; e pur mostra la virtú di travagliatiti, ed a noi la nostra fortuna buona. Onde a veder gli mali de’ nemici ci paion belli piú; e quel che ci ricorda il nostro male è [p. 57 modifica]brutto, come il veder infermitá, povertá, ecc. La bianchezza è bella per sé; ma, perché ci ricorda ne’ capegli la vecchiaia e la morte, è brutta; ma non, se ci mostra la prudenza del vecchio. Però le brutte membra di Socrate e di filosofi paion belle a chi considera quelle come segnali di stravagante ingegno; ed in una ninfa sarebbono brutte. Cosí il colore giallo nell’oro è bello e nell’occhio è brutto, perché qui morbo, lá finezza dinota.

madrigale 4

S’ella nota ogni ben, strano o natio,
e principi son Senno, Amor e Forza,
giocondi sempre ed utili ed onesti,
cui le virtú son figlie, e gli altri scorza;
chi piú senno, alta possa ed amor pio
mostra, è beltá piú illustre: ond’i gran gesti,
spontanee morti e cortesie d’eroi
paion sí belli, e mai non son infesti
di savi le dottrine, leggi e carmi,
ond’io posso eternarmi;
e l’altrui glorie, e l’armi,
e far gli altri prudenti a viver poi,
son le piú ampie bellezze fra noi.
Bello è la nave o il cavalier armato
veder, in cui piú forze addoppia l’arte;
ma piú Archimede saggio opporsi al fato,
franger le navi e trasvolar, di Marte.

Qua mostra qual è maggior o minor bellezza, perché gli principali beni sono la Possanza, la Sapienza e l’Amore: quelli segnali, che piú additano questi beni, piú bellezza sono. E nota che questi tre primi beni sono utili ed onesti, e piacevoli insieme; e le virtú sono figlie loro, perché alla integritá della virtú si ricerca il potere, il sapere e ’l volere in farsi e bene operare, secondo la nostra filosofia. Dá, per esempio di bontá d’Amore, gli atti cortesi; di Possanza, gli atti eroici; di Sapienza, le dottrine de’ savi; e par che nell’esempio d’Archimede, che fece tanto col senno, anteponga [p. 58 modifica]il Senno alla Forza, con Salomone, perch’egli guida la Forza. Ed in Metafisica dice che dalla Possanza nasce il Senno, e d’ambidue Amore, e che sono tutti insieme. La disputa è lunga: colá si vegga. Nota che gli altri beni sono scorza ed apparenza delli tre beni primi, non figli.

madrigale 5

L’Arte divina negli enti rinchiusa,
che Natura appelliam, gli esempi prende
da Dio per farli; e la nostra da lei.
Però il soggetto brutti o bei non rende
nostri artifici; lo imitar gli accusa.
Cosí degli aurei li marmorei dèi
piú bei puon dirsi, arte maggior mostrando,
e piú Tersite in scena che gli Atrei.
E di Dante l’inferno piú bel pare,
ch’e’ piú ’l seppe imitare,
che ’l paradiso. E care
voci e sensi traslati énno, ampliando
l’ingegno e’l ben incognito illustrando;
se no, fien vane o be’ drappi in Gabrina,
che segnalano il mal del bene in loco,
e fan bruttezza doppia tanta fina,
quanto il papato a chi deve esser cuoco.

Mostra qua la bellezza artificiale non consistere nello soggetto materiale, ma nell’imitazione; la quale è arte figlia della Natura donde piglia le idee, come la Natura da Dio: ed eccellente in arte è chi meglio imita. Però piú bella è una statua di marmo scolpita da saggio scultore che una d’oro da goffo scultore, perchè è segnale di piú arte. E l’arte è il ben che ci conserva; e Tersiti buffone, in scena bene imitato, è piú bello d’Agamennone, re ma imitato; e l’inferno di Dante è piú bel del suo paradiso. Poi di chiara perché le voci e gli sensi traslatati, che sono le metafor e le favole de’poeti, paion begli; e dice che sono begli, perchè [p. 59 modifica]amplificano il sapere dire una cosa in piú modi, e perché manifestano con la similitudine la cosa ignota; la quale, in quanto saputa, è ben dell’intelletto, benché in sé ria. E quando non amplificano né dichiarano, sono brutti gli traslatati, come gli drappi di Gabrina vecchia dell’Ariosto, vestita di vesti belle; ed è come il papato in chi deve esser cuoco, dove fa bruttezza doppia: ché mostra mal governo e mal’elezione, e di due bande ignoranza, rovina, ecc.

madrigale 6

Or, se beltade è di bontá apparenza,
sará oggetto a quei sensi sol, che lungi
scorgono, come all’occhio ed all’udito,
cui la ragione e i sensi interni aggiungi.
Ma del gusto e del tatto alla potenza,
e d’ogni senso, in quanto è a tatto unito,
il bello è bene, e se, com’ella aspira,
Sofia s’accoppia al Senno suo marito.
Cosí beltá di ninfa al vago in atto
d’amor ristretta affatto,
di dí o di notte fatto,
passa in giocondo ben, donde ella aspira.
Bontá fruisce Amor, bellezza ammira.
Bell’è la melodia, ma, quando s’ode
dentro al mobile spirto, si fa dolce,
se quel moto amplia, ond’e’ vive e gode;
ma il strano offende, e lo sbatte, e non molce.

Dichiara che, sendo beltá un segnale del bene, non si può dire bella una cosa, se non rispetto a chi di lontano la sente per mezzo di quel segnale. Però all’udito ed alla vista, che di lungi sentono, il bello è oggetto; e cosí all’intelletto e sensi interiori, che di fuori hanno l’oggetto. Ma a’ sensi, che hanno l’oggetto a sé unito, il bello non è bello, né si dice «bello», ma «buono», «dilettevole». Questo si pruova per esempio di tanti che sentono gran diletto quando contemplano, e ’l Verbo divino si congiunge a lor Sofia, [p. 60 modifica]che è il senso interno umano; e san Bernardo nella Cantica dice di sé molte sperienze, e l’autor in Metafisica di sé. Poi porta l’esempio d’amor volgare, che, unendo la donna amata all’amante in atto venereo, si dice «buona e dilettosa», non «bella». Poi lo mostra nella melodia, che di fuori è bella, e dentro l’orecchio si dice «soave», perché muove lo spirito, lo purga ed amplifica, e l’invita al moto, sua operazion vitale; ed, al contrario, il sono stridente o grosso lo divide per punta e lacera, o lo sbatte al concavo del cerebro, e si dice «malo», e di fuori brutto. E tutto questo madrigale consiste in quel verso: «Bontá fruisce Amor, bellezza ammira

madrigale 7

D’ogni ben, che conserva in qualche foggia
l’essere in sé, ne’ figli o nella fama,
«beltá» il segno si dice: ma la forma
per piú propria beltá si pregia ed ama.
Perché la virtú scuopre, ch’intra alloggia,
come la mole agli usi suoi conforma,
l’avviva e tempra con arte e possanza.
Ma, se mal serve all’uso di chi informa,
come goffo giubbon, fa laido volto,
segnal d’ingegno stolto,
o di poter non molto,
chi non potè o non seppe ben sua stanza
formar; onde è di vita rea speranza.
Ma, s’ella è brutta fuori e bella dentro,
come in Esopo, industria asconde e vita.
Peggio è, se è bello il cerchio e brutto il centro;
pessima è, quando è d’ambi mal fornita.

Dichiara che, quantunque sia beltá segno d’ogni bene, che si conserva o in noi o ne’ figli o nella fama o nella conservazione d’altri, nulladimeno la forma esteriore si conosce tra gli uomini volgari per beltá piú propriamente, parlando secundum nos, non secundum naturam. E rende la causa: perché la forma ci dá avviso della virtú nativa, che fabbricò il corpo e lo avviva, e se lo seppe e puoté [p. 61 modifica]far buono al suo uso. Ma, se non serve bene all’uso, cioè se avesse una gamba grossa che non può camminare, un naso torto che non piglia gli odori di ritorno, un occhio che sia impannato, ecc., pare il volto laido e brutto; come un giubbon che non sta bene addosso di chi lo porta. Talché dá segno che dentro quel corpo ci sia poca arte e possanza a fabbricarlo ed usarlo; dunque poca vita e conservazione. Ma, quando di fuori è brutto e dentro è ben formato il corpo, nasconde virtú buona, e non la scuopre, come una casa di fuori mal fabbricata e dentro ben ornata: tal fu Esopo

e Socrate. Ma peggio è, se di fuori è bello e dentro mal formato, come Nerone; pessimo, se dentro e fuori è mal formato, come Zoilo, perché addita nullo bene del formatore.

madrigale 8

Beltá composta ne’ corpi ricerca
proceritá e di membri simmetria,
gagliarda agilitate e color vivi,
di moti e gesti a tempo leggiadria.
Piú i maschi che le femmine Dio merca
con ta’ segni, onde son piú belli e divi;
però piú amati, e quelle amanti plue.
Dunque nani, egri, tronchi e goffi, privi
son parte di bellezza, e vecchi e smorti,
grossi, deboli e storti,
e pigri, male accorti.
Se brutto in nulla alcuno al mondo fue,
tenner tutte virtú le celle sue.
Pur ogni bello è fior di qualche bene,
e d’alcun bello è fior la venustate.
Di tutti quello e questa a mentir viene,
che sta in note all’altrui gusto formate.

Qui dichiara quante parti e misture e condizioni ricerca la beltá corporale, della quale di sopra parlò. Nota che tutti i membri e colori ben posti non fan bello un nano, perché la piccolezza dinota mancanza di potere. Né pur le donne, che son pigre al moto, perché dinota fiacchezza. Né si ha sconcertati gli gesti, che [p. 62 modifica]denota spirito ignaro a muover le sue strumenta; et sic de caeteris. Qua si vede che piú segnali di bene hanno i maschi, cioè sono piú begli, perché hanno note di valore e senno piú che le femmine; e però piú sono amati, che non aman quelle. Nota quella sentenza: che, se un uomo dentro e fuori è tutto ben formato, senza nulla bruttezza, è ottimo e dotato di tutte virtú naturalmente. Questa total bellezza vogliono che sia stata in Giesú, Dio incarnato, ed in Adamo, fatto della man di Dio. Poi dice che la beltá in ogni modo, o tutta o parziale, è segno di qualche bene, e la venustá, overo graziositá, è segno di qualche bello; ma né anche beltá di tutti i beni, né venustá d’ogni bello, perché spesso sono testimoni falsi. Finalmente dichiara che la venustá consiste in certi segni ed atti formati al gusto solo di quel che par grazioso, e non di tutti; perché quello è atto ad infarsi bene di tal atto, e non gli altri.

madrigale 9

Giovane bella, sugosa e valente
promette lunga vita, e nutrimento
al seme, ed a noi gioia, onde può tanto.
Se poi non truovi sí dolce il contento,
com’ella addita, par brutta repente;
e se fraude, fierezza e stranio ammanto
l’infetta sí, che piú nuoce che giuova,
par brutta come un simulato santo.
Ricchezze e onor, di virtú testimoni,
son be’, ma piú i demòni,
che que’ dati a’ non buoni,
ché di commuti rovina son gran pruova.
Bello è il mentir, se a far gran ben si truova.
Or, s’ogni cosa in noi può, al mal soggetti,
bella in qualch’uso farsi, a Dio ed al mondo,
dove ha infiniti ognuna usi e rispetti,
quanto fien belle, e piú l’Autor giocondo!

Dice che può tanto innamorarci la bella donna sugosa e valente, perché ci dá segno di vita in sé molta, ed a noi di poterci [p. 63 modifica]servare e nudrire il seme, in cui viviamo, morendo in noi; e di darci gusto in atto venereo, oltre ch’addita il senno e virtú del Creatore in ben formarla. E poi scuopre la bellezza essere segnale; perché, se truovi poi la donna bella essere scostumata, o rognosa dentro, o con lisci falsi imbellettata, o senza quel gusto che speravi, subito ti par brutta, come Tamar ad Ammone. Gli onori e ricchezze paion belli a tutti; ma, quando sono in man di scelerati, paion brutti, perché sono segno di poter rovinare sé, noi e la Republica. Pur la menzogna, detta a tempo di far gran bene, par bella, come fu quella d’Ulisse a Polifemo e di Sifra e Puha a Faraone. Quindi conchiude ch’a Dio ed all’universo ogni cosa è bella, perché sempre serve a qualche uso, avendo poi detto che, sendo buona a qualche uso, ogni cosa par bella in quello, come il cacare è bello all’infermo, quando per quello sa ch’e’ ha da risanare, ecc. Dunque, avendo ogni cosa usi infiniti nel mondo, è bellissimo il mondo in tutto e per tutto, e piú il suo Fattore, che conosce questi segnali.

madrigale 10

Guerre, ignoranze, tirannie ed inganni,
mortalitá, omicidii, aborti e guai
son begli al mondo, come a noi la caccia,
giuochi di gladiatori e pazzi gai,
arbor uccider per far fuoco e scanni,
uova e polli, onde il corpo si rifaccia,
far vigne, servi ed api, e tôr lor frutti,
reti, qual ragno che le mosche allaccia;
finger tragedia, se in vita anch’allegra,
passando ogni morte egra,
piú parti al mondo allegra.
Ma piú bello è che paian mali e brutti;
se non, in caos torneremmo tutti.
Alfin questa è comedia universale;
e chi filosofando a Dio s’unisce,
vede con lui ch’ogni bruttezza e male
maschere belle son, ride e gioisce.

[p. 64 modifica]

Mirabil dottrina contra epicurei, che ogni cosa al mondo sia bella e buona, ma solo alla parte paia brutta. E che gli mali sono buoni al tutto; come a noi la caccia, ch’è a rovina delle belve, pur par bella; e’l tagliar legni e mangiar gli animali e tòrre il frutto agli arbori ed all’api: e questo par brutto a loro, ma a noi bello, perché cosí ci conserviamo. E ne dona molti esempi; e dice ch’ai mondo tante morti e mali respettivi sono, e servono alla vita del tutto, e sono come una tragedia finta che a noi par bella, secondo si dirá nella Canzone del dispregio della morte. E che non solo è bello al mondo il brutto, ma piú bello è ch’una cosa paia brutta all’altra; altrimenti niuna contrastarebbe all’altra, cesserebbe l’azione e la generazione, e tornerebbe il mondo in caos. Poi insegna che questi mutamenti del mondo sono atti di comedia divina. E che gli mali e le bruttezze sono maschere belle; e che ciò conosce chi s’unisce a Dio, e con lui le mira, e ride della comedia. Qui ci è gran sale e consiglio.

madrigale 11

Canzon, se volontario ogn’ente onora
bellezza per natura e non per legge,
di’ ch’ella sia di Quel, che ’l tutto regge,
trasparente splendor, ch’ogni bontate
derivamento è di divinitate,
che bea col bene e col bello innamora.
Ond’eretica accidia e stolta a
ccora gli sprezzator di quella,
ch’al gran Dio ne rappella
da’ morti ed a man fatti simolacri,
mostrando in tutte cose
di Dio immaggine vive e tempii sacri,
quanto Senno e Possanza in farle puose.

Dice nella fine di questa canzone, che la beltá s’ama sponte, e non per legge data dalla Republica, ina naturale. Onde si vede che sia cosa divina e splendor di Dio per sé amabile, perché la bontá, di cui ella è segno, è un derivamento o partecipamento di divinitá; la quale col bene ci fa beati e col bello ci fa innamorare [p. 65 modifica]di sé. E che sia eretica accidia quella che sorge contra beltá, poich’ella ci richiama al fattor Dio, e da’ simolacri vani e morti de’ libri umani e scuole e ricchezze umane ci ritira a Possanza di Dio, che puose in far le creature sue; le quali sono immagini, vestigi e tempii vivi del Fattore a chi ben stima. Cantò Petrarca una cosa tale, ma assai piú bassamente che l’autor nostro.