Poesie (Eminescu)/XXIII. Malinconia

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XXIII. Malinconia

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Mihai Eminescu - Poesie (1927)
Traduzione di Ramiro Ortiz (1927)
XXIII. Malinconia
XXII. Venere e la Madonna XXIV. Lontano da te
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XXIII.

MALINCONIA.


Sembrava che nelle nubi si fosse aperta una porta,
per cui passava la bianca regina della notte morta.

Oh dormi, dormi in pace tra mille fiaccole,
e nella tomba azzurra, tra le bende d’argento,

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5nel tuo mausoleo splendido sotto la cupola del Cielo,
tu, adorata e dolce regina delle notti!

Solennemente vasto dorme il mondo sotto la neve
co’ suoi villaggi e i campi, che un lucido velo ricopre.

Il sereno sfavilla, e, quasi spalmati di calce,
10brillano i muri e i ruderi nel piano solitario.

Il cimitero veglia colle sue croci sghembe
e su una di esse sta una civetta grigia;

scricchiola il campanile di legno, il vento sbatte
contro i pilastri la tóaca, e il diafano demonio, quando per l’aria passa

15lieve tocca il metallo con l’ala sua di pipistrello,
si che dalla tóaca odi partire un luttuoso lamento.

                                             La chiesa in rovina
sta pia, triste colle sue mura scalcinate

e il vento fischia attraverso gli usci e le rotte finestre
20e par che faccia incantesimi e tu ne ascolti le parole.

Dentro la chiesa, sulle colonne, le icone e il paliotto
appaiono a mala pena, scolorite come ombre;

unico prete un grillo fila un canto fine e oscuro,
unico sagrestano il tarlo suona la tóaca sotto il muro in rovina.

· · · · · · · · · · · · · · · · · · ·

25La fede sola dipinge nelle chiese le icone
e nel mio spirito faceva fiorir fole meravigliose;

ma della vita i flutti, ma l’urlo delle tempeste
a mala pena tristi contorni e ombre ci han lasciato;

invano cerco il mio mondo nel cervello stanco,
30poi che rauco un grillo vi fa melanconici sortilegi;

sul mio cuore inaridito invano poso la mano:
lento esso batte come il tarlo in una bara.

E quando penso alla mia vita, mi par che essa scorra
narrata lentamente da una bocca estranea,

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35come se non fosse la mia vita, come se io non fossi mai stato.
Chi è mai quegli che me ne ripete a memoria il racconto,

se tendo a lui l’orecchio e rido di quanto ascolto
come di dolori altrui? A me par d’esser morto da secoli.