Poesie (Mamiani)/Eroidi/Antonio Oroboni alla sua Fidanzata
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ANTONIO OROBONI ALLA SUA FIDANZATA.[1]
Dallo Spielberg, ai 5 d’Aprile.
«Del soave amor tuo, nobile spirto
»Ed infelice, io vissi altera e santa:
»Di quel vivrò, giuro all’eterno Iddio,
»Sin che il dolor nol chiada entro al sepolcro.»
5Tai celesti parole in picciol foglio
Vergate, o cara, ebb’io da te quel giorno
Che tramutai le dolci aure lombarde
Con queste ignote al Sol tombe di vivi.
O generosa e nella mia ruïna
10Meco caduta, somigliante al nido
Di timida colomba a terra spinto
Insiem col giovinetto arbore amico
Cui la folgor percosse o svelse i turbo!
Odi. Brev’ora ancor serba la bella
15Magnanima tua fede alla sventura,
E del funereo laccio andrai disciolta
Per sempre.... Io muojo, ed al suo fine affretta
Questa lunga agonia che chiaman vita
Qui per istrazio. Io non so ben se i ceppi
20O il digiun macerante[2] o la memoria
Delle lacrime tue m’uccida, o quale
Altra cagione; ma so questo io certo,
Che omai l’estremo dei sospir tramanda
Su l’empio altare lo sgozzato agnello,
25E poco andrà ch’io sarò polve. Altrove
Teco spirando il liber äer puro
Su per gli euganei colli o in sulle rive
Del felice Benaco, alla caldezza
Del vago italo Sol, potrei le fila
30Rannodar della vita e lunghi sorsi
Bevere al nappo ancor d’Ebe divina:
Maraviglia è quaggiù, come natura
Cotanto a morte la sua facil preda
Contrasti e all’implacata ira del prence.
35 Quando suonarne il certo annunzio udrai,
Non pianger tu, non piangere, o diletto
Spirto d’amor, chè del mio ben migliore
Lacrimar ti disdice. A questa chiostra
Orribile di sotto, un trascinío
40Lento che udivo di feral catena
Da più di si tacendo, io la cagione
N’addomandava, e alcun rispose: - Il misero
Che gemea quivi giù, poichè il dolore
Soverchiò troppo, disperatamente
45Diè del capo nel sasso e del diffuso
Cerebro il tinse.[3] - Oh quante volte al core
M’entrò il fiero desir, quante divelto
Rinacque e prese signoria dell’alma!
Pietà del Cielo or l’antiviene, e vince
50La ragion del tiranno. Alma fanciulla,
Sul cui rosato april nembo distese
Perpetuo di pianto il mio destino,
Muto pianto che il cor sempre mi bagna;
Innocente beltà che in mortuale
55Drappo io ravvolsi e dell’orror copersi
Di mia prigione, alfine abbiti pace.
L’assiduo lutto e i fier singulti or muta
In pacata mestizia, e sol per mezzo
Ai risorti piacer di giovinezza
60Talor chinando e scolorando il volto,
Sospira tu della memoria antica.
Tacer nol so: ne’ dolci anni novelli,
Nella baldanza del soave impero
Ch’io sul tuo cor prendea, pena crudele
65Di coltello sentia solo pensando
Ch’altri ardesse di te; m’eran tormento
Fin l’avide pupille intente e fise
Ai bei candori del tuo collo e ai moti
Leggiadri di tue membra in agil danza.
70Ma d’ogni affetto umano affinatrice
Fiamma è il dolore, e di virtù maestra
La morte. O mia sorella, al dolce spiro
D’anima amante, il non caduto ancora
Fior di tua gioventude apri, e diffondi
75Tutto l’olezzo che v’inchiuse il Cielo
Per far beato alcun suo caro in terra:
Ma se il mio supplicar non è superbo
Nè ti giunsero ingrati i miei sospiri,
Scegli alcun che di fede a me somigli,
80Non di fortuna, e lo straniero abborra,
E il sacro italo fuoco in sen gli avvampi
Indomato, inestinto, e tal che sia
L’alma dell’alma e di sua vita il soffio.
Ai 7 d’Aprile.
Nė tu verrai fra chiuse ombre di salci
Sul mio letto di polve a pianger sola,
Nell’ora che il solingo Espero all’alme
Piove le meste desfanze e sveglia
5Patetiche memorie. Un ermo piano,
Che di pallenti ortiche e di selvaggi
Rovi s’incespa, al Carcer Duro accanto
Giace, e l’ossa de’ miseri captivi
Stanche ed attrite dal digiun raccoglie.
10Là gitteranmi or ora; e forse il petto
Premerò col mio petto al parricida
O al ladro vil che v’à tuttora impressa
La stigma infame. In tai pensier convolto,
Ier con grave fatica allo inferriato
15Spiraglio di mia muda accomandando
La debil mano e sovra i piè m’ergendo
A più potere, il guardo oltre sospinsi
Sulla fanerea landa. Ahi! non è pietra,
Nè fior, nè croce che distingua e scevri
20L’ossa defunte, ed anima nessuna
Sospirando le avvisa e le rimpiange:
Ma nudo è il loco e abbominioso e quale
Fu il campo a Roma scellerato e l’empie
Gemonie forse. Amica ospite sola
25V’era una lodoletta a vol sospesa,
Che vibrava il suo canto ed or le zolle
Radeva, or alto spazïava allegra,
Quasi volesse a Dio recar sull’ale
Dei tumuli innocenti il flebil grido.
30 Ma ricordo di me, tenero spirto,
Farai migliore e favellar potra’mi
Quasi e girarmi al collo ambo le braccia,
Se al canuto mio padre e derelitto
N’andrai talvolta e il lame del tuo viso
35Raggerà sulla buja alma di lui.
Misero vecchio, e non più visto esempio
D’immenso affanno! I suoi più cari intorno
Gli cadder tutti, ed ei riman siccome
Solitaria colonna erta nel mezzo
40Di squallide ruine, o come antico
Cipresso il verno in nuda selva, ei solo
Non nudo, ma di verde atro vestito.
In rinascente inconsolabil lutto
L’alma gli geme, e per le vuote stanze
45Va brancolando e grida: — Il figliuol mio
Rendetemi, o crudeli; a me rendete
L’unico mio. — Deh! con la vergin mano
Gli tergi tu le smorte gote, eccelsa
Consolatrice; e se il dolor l’impietra
50Dentro e gli serra, attanagliando, il core,
Tal che sbarrate e asciutte abbia le luci,
Gli favella soave e gli ragiona
Si che in lacrime abbondi, e lo ristori
Teco la dolce ebrietà del pianto.
Ai 20 d’Aprile.
Benigno il caso in le mie man ripone
(Non lieve acquisto in tal miseria) un foglio,
Ch’io di minuta lettera con lungo
Studio empierò sforzando il disacconcio
5Stilo e la man che affaticata il regge.
Perchè, puro amor mio, perchè vicino
All’ultima partita il vol dell’alma
Io non rivocherò lungo i trascorsi
Vaghi sentier che d’ogni nebbia intatti
10Splendean del Sole della tua bellezza?
Anche l’augel che migra ai fortunati
Tepidi climi, indietro si rivolge
Una fiata e due, le note selve
Rivisitando e le granose glebe.
15L’esule ancor che allegro salpa e scioglie
Per lo suo ritornar tutte le vele,
Di mirar non si stanca indietro al lido
Ove l’accolse carità d’ospizio.
Fioria sereno (oh memorar celeste!)
20Di porpurei color vario l’autunno,
E sul placido Lario mi traea
Talento giovanile, anzi destino.
Oh come terso il lago, oh come pieno
Di delizia e di canto, oh come tutto
25Era d’aure, di fior, d’acque, d’augelli
E di profumi e di riposi e d’ombre
Amenissimo e lieto! In sulle curve
Sponde arridean freschi laureti, altere
Logge e pensili orti, che affacciarsi
30Pareano ai bei cristalli e, come spose
Coronate di gemme, ivi all’immago
Propria gioire. E intanto, al suono, agľ inni
Che da le snelle uscian vaghe barchette
Sul diafano piano a remi spinte,
35A tempo a tempo rispondean le allegre
Vendemmiatrici su dai poggi, e intorno
Al margo i cacciator che ver’ le balze
D’Argegno traghettavansi e d’Osteno:
Tendea l’orecchio il boscajuol da lunge,
40E più lenta s’udia picchiar sua scure.
Di Tremezzina allor sotto il bel clivo,
A fior di lido io mi sedea pensando
Le boschereccie scene e il moto e il suono,
Quando su lieve palischerno adorno
45Passasti tu (d’un brivido d’amore
Tutto ne fremo ancor), dritta su stando
A specular da prora ambo le rive.
Sotto il bianco cappel schietto di paglia
Le lucide fuggian corvine anella
50Folte e tremole si, qual d’una fitta
Pergola i tralci tenerelli intorno
A sculta pietra, ove trescando un’aura
Passi e gl’inchini; io di narrar non oso
Come i grandi occhi lampeggiavan lieti,
55E ineffabile un riso illeggiadria
Le rose della bocca. Oltre varcavi
Degnando me di non fuggevol guardo,
E ti cadean di mano e giù pel lago
Correan mammole vaghe e bei gesmini
60Con rose amazzolati e con gaggie.
Di nostro puro ardor l’onda presaga,
Lenta lenta arrivòlli ov’io sedea
Estatico e felice; a tua veduta,
Li ricolsi e baciai; l’atto amoroso
65Di rossor ti tingea, ma non di sdegno.
Oh! benedetta l’ora e il loco e l’onda,
E benedetto il guardo che mi piovve
Di pura voluttà dolci rugiade,
E di luce d’amor nova m’accese
70Tutta l’alma rifatta ed in quel raggio
Come in celeste aurëola la chiuse.
Il turpe ozio lascivo allor m’increbbe,
E pietade di me strinsemi e rabbia
Della codarda ignavia onde l’Insubria
75Fatta è giaciglio omai d’anime brute.
Col vivo suon di tua parola onesta,
Certo, e col vezzo virginal che tutta
La gentil tua persona irradïava,
Me trasse il mio custode angiol pietoso
80A la difficil erta di virtude,
Fuor delle cieche vie, fuor delle infette;
Non diverso dallVuom che indietro volse
Per molto calle al suon di sua ghironda
L’errante pazzerella infortunata,
85E vinta a quel piacer (come si legge),
Di sentiero in sentier, di monte in monte,
La ricondusse al pio bacio materno.
Come non so, ma da quel giorno arcano
L’almo di patria amor, ch’è fonte ai rivi
90D’ogni umana virtude, immenso in petto
Mi crebbe, e il nome della terra nostra
Giocondo e novo mi rendea concento.
Pien della cara maraviglia intorno
Girai le luci, e stranie arme avvisando
95E barbarici stemmi, alto gemei
Di dolor, di dispetto e di vergogna.
Contaminato il guardo indi si torse
Veloce, e i volti cittadini e l’etra
100Cercò che si profondo arde e azzurreggia.
Ahi tanto riso di natura, e luce
Tanta d’aspetti, e le ghirlande ei balli,
Lungo sospiro allor trassermi e cupo
Dal conscio petto, chè alle fronde amene
105E ai roseti pensai sulle terragne
Tombe olezzanti, e alla palude infetta
Che del primo del Sol raggio s’illustra,
E d’or si tinge in tutte l’acque e brilla.
Ai 22 d’Aprile.
Credi, mio sot desir oggi è la morte;
Chè tutte l’ore a me stillan crudele
Assenzio, e letto mi daran migliore
Quelle glebe laggiù, che non la nuda
5E rigid’asse ove mi tien confitte
Lenta febbrẻ che m’arde e non m’uccide.
Ier mi sperava, e non fu vero, il varco
Ai secoli immortali aver da presso;
Ma un’aura ancora di vital virtude
10Spirò gagliarda in petto e mi sostenne.
Nè la quiete sol chiedo alla tomba
E il calice spezzar che m’amareggia
Di tanto fiele i premj alti e divini
Le chieggo e il lume dell’eterea vita.
15 Tu in mia mente scorgesti incerte e brune
Farsi le pie credenze, e duol ten prese,
O cara, e il disse un tuo sospir talvolta.
Ma non errava il cor se guasta fede
E inquinata fuggia, che parve scuola
20Di servir muto e d’operar codardo,
E ne’ chiostri e ne’ templi e nelle corti
A lunga e varia tirannia fu scudo.
M’ascolta: egro ed insonne in quest’oscuro
Mio latibol giacea, più lune or sono,
25E d’intorno dal cor ruggiami cupa
L’ira impotente e Podio e il disperato
Cordoglio. A maledir la mia natale
Ora e le vite degli umani e il fato
Che negli strazj altrui sente sua pośsa,
30Gioiva il labbro, e mi parea dolcezza
Disiabile e sola entro l’abisso
Sparir del nulla eterno, e si con meco
Vedervi traboccar la discomposta
Natura e i Soli ottenebrati e i cieli
35Un sull’altro cadenti. In tal feroce
Pensier vegliava io trangosciando, e il ruppe
( Maraviglia gentile) un flebil canto
Di passer solitario anzi l’aurora
Già sveglio, e mai di più soave accento
40In terra udito. Di recente e viva
Piaga io non so qual ditiamo salubre
Asterga il sangue e le trafitte allenti
Ratto così, come l’aëreo suono
Del pellegrino augel sul mio piagato
45Cor si spandendo, un balsamo v’infuse
Blando e possente, che i furor quetoxvi
E la calma v’indusse e la speranza.
Sorgean nel bujo della mente, adorne
Di luce e di seren, l’una appo l’altra
50Le infantili memorie, allor che al vago
Ricominciar dell’anno, io le selvette
Sull’Adige pendenti ed i vigneti
Udia suonar per li canori nidi.
Le verdi piagge della mia Rovigo
55Vedeami innanzi e la paterna ombrosa
Villetta, e mi parea correr giulivo
Lungo il vïal de’ pioppi al mattųlino;
Poi (siccom’era usato) entro le braccia
Di mia madre volare, e dal diletto
60Collo pender di lei, che s’abbelliva
Tutta nel volto d’un pensier celeste,
E diceami, baciando: — Adora Iddio,
Antonietto, adora: odi che lieti
Forman le laudi del Signor gli angelli. —
65A vision si fatta, a si gioconde
Di mia novella età rammemoranze
Del picciolo cantor deste alla voce,
Apri sua vena intenerito il core,
E la squallida barba e il orin e il ceppo,
70Che mi scusava l’origlier, ne aspersi.
Nè venir nė partire io mai non vidi
Quel solitario passero; e di tanta
Sua magica balía sopra i miei spirti
Nė so il dolce ridir, nè il come intendo.
75Più giorni e più la sua flebil melode
L’äer riverberò d’almi gorgheggi,
E nella scossa fantasia con elli
Sempre rediva il pio materno aspetto
In quel suo dire in quel suo sguardo acceso;
80E talor soggiungea, bella d’un raggio
Di paradiso, e come udita e vista
L’ebbi già un tempo: — All’augellin tremante
Se provvede il Signor, se il ciba e scalda,
Pensa nell’uom qual alta cura ei pone,
85E di che premj eterni e di che pace
I danni di quaggiù lassù ristora. —
Qual di candente ferro escono a solo
Un colpo innumerevoli faville
E tremolo chiaror vola d’intorno;
90Cotal d’un primo pensamento usciro
Altri infiniti, e di quel picciol seme
D’un ricordo infantile uscir copiosi
Del ver rampolli, onde il commosso ingegno
Senti profonda germinar la fede;
95E il cor vinto gridò, mentre io cadeva
Sulla mia faccia: — Abisso inesplorato
È l’eterno giudicio, e la tua santa
Tenebra adoro. A me nascosto e chiuso
Eri, o Signor, nel prosperevol tempo;
100Ed or nell’infelice a me ti sveli.
Tua bontà disconobbi assiso al gajo
Banchetto della vita; ed or la sento
Nel tossico de’ mali, or la discopro
Nella miseria delle mie catene. —
105Cosi mutato io fui, così vestivo
L’uomo novello: e se prigione oscura,
Se il lungo dolorar, se il pianger lungo
Di superstizion l’alma non tinge,
Stimerò che dal ciel, non da un augello
110Uscia quel canto, e ne temprava i suoni
Spirto alcuno immortale, ah! forse il caro
Materno spirto che dal ciel mi chiama.
Lascia ch’io ’l creda, o mia diletta, e pensi
Poter quaggiù l’anime amanti i luoghi
115Rivisitar graditi, e sugli eterni
Vanni sospese vagheggiar gli aspetti
Onde tuttora impresse eran volando
Dove segno nessun non si cancella:
Sostien ch’io creda al presentir mio sacro
120E all’invitta d’amore oltrepossanza,
E che fia dato a me (cessin le indugie!)
Tua pietade mirar ne’ tuoi begli occhj.
Ai 30 di Maggio. Alia manu.
S’io da’ segni argomento, ancor tre Soli
O quattro, e i ceppi mi cadran disciolti
E volerò dove non son tiranni.
Vedi che estrania man prende l’estreme
5Mie parole a vergar; nè già s’affretta,
Chè tarde e rade le pronunzia il labbro.
Muojo, e nessun de’ dolci amici ò presso,
E de’ consorti d’infortunio invitti
Nessun che il mio sudor ultimo asterga
10Con caritevol mano, e mi favelli
Nel materno idioma e alli cui sguardi
Accennar col tremante indice io possa
L’itala terra, e il mio sospiro intenda.
Ahi da me li divide un sol parete;
15E lunge dal mio bacio una distesa
Mi son di braccia Federico e Silvio,
Fratelli infortunati. Oh fier tormento
Che l’inferno somiglia! E pur dal core
Nobil rifatto e puro, a lui che il volle
20Perdono; e tu perdona, alma gentile.
Agli 8 di Giugno. Alia manu.
Questo che fia? già langue il senso e bruna
Non dissipabil nebbia occupa il guardo;
Ogni dolor perde sua punta, e nunzia
Del sonno del sepolcro alta quiete
5Lega le membra e il vital soffio allenta.
E pur balena di pensier sublimi
Il caldo ingegno. Io mai simile altezza
Non raggiansi del ver; mai dell’eterno
Il baglior non sostenni unqua con tale
10Lincéa pupilla. E vision, mel credi,
Più che terrena e non celeste ancora;
Un raggio antelucano è del gran die
Che della tomba al limitar percote.
Tu, soave amor mio, queste raccogli
15Ultime voci e le t’incuora, e pensa
Che solenne tra noi furon congedo.
(Silenzio.)
Vince l’umana specie in suo gran volo
I secoli infiniti, e nostra oscura
Vita presente un varco empie si breve
Del perpetuo cammin, che la sua traccia
5È men che un’orma di cammel segnata
Là nel deserto. Eppure alte querele
Moviam di sue miserie, e i sillogismi
Contra vibriamo al provveder divino,
Qual se immensa corresse entro all’etadi.
10Oh nostre grida paurose e sciocche,
Oh in ver pargoleggiante umana stirpe!
Forse che a donna innamorata, il giorno
Delle nozze giocondo, a mente riede
Che l’ardiglion di suo perpureo cinto
15La man bianca le punse? E il pellegrino
Che s’addormi tra via, fiere sognando
E mostri, appena in piè sorge e riguarda,
Seco del breve vaneggiar non ride?
Ciechi mortali! e vostra vita è sogno
20Che ne’ raggi del ver s’infrange e sperde,
Ma la vigilia vostra eterno dura.
Da che volò stupenda in sugli abissi
L’aura di Dio, la cieca intima lite
Delle forme scomposte e i giuochi vani
25Del caso e le volubili accidenze
Fuggir d’innante alle virtù normali
Del recente universo ordinatrici;
E giù di sfera in sfera oltre alle monde
Vergini stelle s’appiattar confuse
30In angusti ricetti, ove più sempre
A lor si scema con le forze il regno.
Noi per la nebbia turbinosa erranti
Di lor basse dimore, a par d’angelli
Di fiacco vol, nè fulgida nè pura
35Veggiam la luce universal del bene
Che i sommi spazi del creato illustra.
Assorgi, inclito spirto; all’ardua mente
Dà le penne aquiline, esci del regno
Voltabil di fortuna, ove oceáno
40Ferve incompesto e i frali abeti assorbe,
E ove rugghian vuloani e i fier tremeti.
Fan dal centro fremir la madre antica:
Sorgi, e gl’interminabili seneni
Ricerca e gli astri innumerati, e vedi
45Tutto al fren della legge il moto e il corso
Del ciel sommesso, e fin l’estreme inverse
Comete e i mondi non compiuti ancora.
Quivi di seste e cifre arma l’ingegno,
E natura, se puoi, cogli in difetto.
50Ma il vol prosegui, ed altre plaghe appressa
Ignotissime al senso, altri contempla
Più sfolgoranti Soli e ciel più vago,
E perfetta ogni forma e qual da prima
Dio la pensò nell’infinito amore.
55Ivi ti spazia, ivi, se puoi, discopri
L’orma funesta d’Arimane impressa.
Da quel vertice poi, somma, verace
Specula di natura e a cui s’appunta
Ogni volo immortal, guarda le sedi
60Ove ribelli ancor pugnan le forze
Contro l’arte divina, e a te di basse
Tremole nubi porgeranno immago
Quando il Sol meriggiano ogni compage
Vince dell’aria e tutto apre l’empiro.
65Nè già suonare udrai quindi l’umana
Flebil querela, che si muor confusa
Della gioja universa entro i begli inni.
Io giuro (io che consunti ebbi di doglia
I giorni, e cui passò l’onda sul capo
70D’ogni sciagura), è il mal labile figlio
Di scorrette sostanze, e vacillante
Sui confin del creato erra, e l’incalza
Vittoriosa ognor la man di Dio.
Il mattino del 13 Giugno. Alia manu.
O nell’amore e nel dolor compagna,
Addio per sempre, addio. L’orbo, infelice
Padre saluta, e con immenso affetto
Porgigli il bacio ch’io dal cor gl’invio.
5Per me l’abbraccia sospirosa, e digli
Per me, che l’appannato occhio di pianto
Esausto ahi! troppo, al rimembrar di lui
Una lacrima ancor pietosa espresse,
Lacrima estrema. Ecco la morte; io sento
10La man sua fredda.... Oh sta... riede il solingo
Augel misterioso, e pieno à il canto
Di più cara mestizia. Intendo, o madre:
L’ora m’annunzi del partir: ben venga
L’ora che a te mi ravvicina, o madre!
(Silenzio.)
Sensi novelli in me chi sveglia? Ond’esce
Questa luce improvvisa? Odo un concento
Remoto è ver, ma d’ineffabil suono.
Ma forse è inganno, e l’alma egra vaneggia
5Sul passo della morte. E chi se’ tu,
Nobil guerriero, e d’onde vieni? Inferme
Troppo ò le ciglia a sostener tua luce.
Ei si nomò Ferrucci. Anima augusta,
Qual grazia di vederti or mi fa degno?
10E quel divin che alla tua destra incede,
Savonarola egli è; l’abito il dice
E il folgore del guardo e la sanguigna
Palma in sua destra. Ecco altri spirti, e nati
D’itala madre; e ognun prode e infelice
15Colorò di sue vene il suol latino.
Signor, deh chi son io che tai conforti
Al mio transito appresti e il Paradiso
Mandi quaggiù ?... Ma chi solleva in alto
Quest’aspro letto, e fior cosparge intorno
20Fragranti! Odo echeggiar, ma più d’appresso,
L’alto concento e dire: «Al trono appese
»Dell’Eterno vedrai, cinte di stelle
»E fulgide qual Sol, le tue catene.
»Tu dal fiero martirio entra nel gaudio
»Della magion superna: entravi e regna.»
Note
- ↑ [p. 391 modifica]Dell’amore purissimo del conte Oroboni descritto in questa Eroide, ò attinta la notizia da un avvocato di Rovigo, al quale sono in cognizione molte particolarità della vita di quel giovine sventurato. Le altre circostanze della sua morte e del Carcere Duro, toccate da me nel componimento, si leggono tutte nel libro di Silvio Pellico, segnatamente nei capitoli LXIX e LXXVI.
- ↑ [p. 391 modifica]«Fame lentamente il consunse. » Maroncelli, Addizioni, pag. 108.
- ↑ [p. 391 modifica]Vedi Le mie Prigioni, capitolo LXIX.