Poesie (Mamiani)/Idillj/Una Madre
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UNA MADRE.
Padre, chè tale il sacerdozio santo
Vi fa, non gli anni assai fioriti ancora;
Se interromper vedrete amaro pianto
La dolorosa istoria mia talora,
5A tedio non l’abbiate; e spero intanto
L’orribil febbre onde convien ch’io mora
E che dentro m’agghiaccia ed arde insieme,
Lasci compir queste parole estreme.
Là nell’Italia bella in su la riva
10D’Anio son nata, ove il buon padre mio
Un poder possedea fertil d’oliva,
E un orticel che il proprio lavorie
D’ogni buon seme e d’ogni frutto empiva.
Colà tre figliuoletti e me nudrio
15In una valle ov’è certo albereto
Presso a quel fiume, a piè d’un poggio lieto.
Deh quante volte e quante ò ripensato
A la mia fanciullezza e al dolce loco !
Quante alle ajole ove tenea serbato
20Più d’un bel fiore, ed all’onesto gioco
Che ruzzando io prendea su per lo prato!
Nè i casalinghi tortori, nè poco
Mi davano piacer l’arnie gremite,
Nè col giovine bracco imprender lite.
25Semplice, fortunata ed innocente
Così vivea; ma d’ogni mal cagione
Mi fu l’aspetto aver grato e avvenente
Più che non suole in rustiche persone.
A un giovin bello, altero ed insolente,
30Ricco e d’assai civil condizïone,
Per gran sciagura io piacqui, e fe’ disegno
D’in me sfogare il suo lascive ingegno.
E tanto me, rozza fanciulla e frale,
Con lusinghe d’amor, con le promesse
35Del rito sacrosanto maritale
Strinse e allacciò, che alfin mi sottomesse.
Ahi quanta m’occupò nebbia infernale,
Quanta del senso ebbrïetà m’oppresse,
Ch’ebbi cor nelle braccia al seduttore
40Di darmi e via fuggir dal genitore!
Corte le gioje e di vergogna tinte,
Fu durevol la pena e fiero il danno.
Quegli dell’ardor suo le voglie estinte
Ebbe e gelate, ancor non volto un anno:
45Da me partissi e con parole infinte
Prese commiato e m’ordi nuovo inganno;
Chè a una femmina rea lasciommi in cura
Vile mezzana altrui di gioja impura.
La quale, oltre a spogliarmi di quell’oro
50Che in partendo colui m’avea largito,
Giunse (a pensarle ancor mi trascoloro)
Di mia beltade a voler far partito
Con talun dissoluto. Io da costoro,
Con animo sdegnoso e sbigottito,
55Fuggia discosto e non sapea ben dove,
Chè il paese e le genti eranmi nuove.
E già portavo in grembo io l’infelice
Frutto del disleale abbracciamento:
E senza intorno aver mano ajutrice,
60Giuntami l’ora, io con gravoso stento
In nudo casolar poi genitrice
Divenni, e sopra il duro pavimento
Sposi un fanciullo a maraviglia bello,
E qual saria scolpito un angiolello.
65 Ah padre, in abbracciar quel mio diletto
Caro innocente, in rimirar quel viso,
Tacque il dolore e disgombrò dal petto,
E quasi esser felice mi fu avviso.
L’empia mia fuga e poi il tradito affetto,
70E ogni soccorso uman da me diviso,
Tutto obliava e le man turpi e ladre,
Nė senso mi restò che d’esser madre.
Ma perchè vincer non potea la dura
Mia povertade e nullo avea conforto,
75O che fosse in piacer dell’alta cura
Punir con più martirio il mio gran torto;
Improvvida mi fu poi la natura,
E la fonte del latte a volger corto
Stagnommi in seno, a tal che sovra l’arse
80Labbra io spremea sol pigre stille e scarse.
E certo più copiosa era la vena
Del pianto che su lui quindi spargea.
In isterile cura, in lunga pena
Deh quante notti e quali io trascorrea!
85Nė cullarlo oggimai, nè cantilena
Dolce iterargli al sonno il conducea;
Ma struggendo veniasi a poco a poco
Qual candeluzza accesa in santo loco.
Nel bujo del pensier nacquemi allora
90Una speranza di campar sua vita,
Recandol tosto a quella pia dimora
Dove la sussistenza è compartita
Ai parvoli innocenti, onde s’ignora
La madre che dal cielo ebber sortita.
95Gelai, tremai nel ripensar quell’atto,
Nè assentirlo io potea per verun patto.
Ma quante volte, oimė! gemer l’udia
Per fame e riguardava al viso scarno,
Tante quel fier proposito redia
100Dentro dell’alma, e già il fugava indarno.
Lunga una treccia della chioma mia
Queste misere mani allor troncarno,
E in più nodi l’attorsi e all’infantile
Collo l’appesi a foggia di monile.
105Il tenerello braccio indi con ago
Gl’incisi adatto e in umor fosco intinto;
E d’una croce la devota immago
Destramente pungendo ebbi dipinto;
Poi ’l nome suo che a me su tutti è vago
110E mi risuona in cor sempre distinto.
Tali segni io incideva onde in remoto
Tempo non fosse a me medesma ignotò.
Quante fïate al seno io lo stringessi
In quello estremo, a dir non è mestiere;
115E quanti in ogni parte io gl’imprimessi
Lunghi e fervidi baci a mio potere.
Quegli, come il destin suo conoscessi,
In me volgea le pupillette nere,
Languide sopra l’uso, e dire in suoni
120Tronchi parea: — Tu ancor, tu m’abbandoni? —
Alfin, nell’ora che appajon dubiosi
I primi albori e il mondo anco si tace,
Entro in quel vano il meschinel deposi
Che a ciò nel muro esterïor si face.
135Quel ch’io sentii, quando a voltar mi posi
Il legno ch’ivi revolubil giace,
Solo una madre il potrà ben capire,
Nè favella nessuna il sa ridire.
Man di ferro agghiacciata il cor mi strinse
140E m’interdisse ogni alitar leggiero;
Mi si sciolser le membra e mi si estinse
In caligine folta ogni pensiero.
Tanto il dolor, tanto il tremor mi vinse
Che giù caddi accosciata in sul sentiero:
145Caddi, e non so quant’ora ivi rimasi:
Gelida, disensata e morta quasi.
Come rondine intorno al vuoto nido,
Come colombo all’erma loggia intorno
Vola cercando con piangevol grido,
150Nè sa nė puote altrove far soggiorno;
Tal io, levando in cor flebile strido,
Circuir, riguardare a ciascun giorno
Solea l’ospizio e il muro e il tondo vano,
E le cose spiar di dentro invano.
155 Ignota a voi non è la legge, io stimo,
Che là governa e non vien presa a giuoco,
La qual vuol che i parenti, insin dal primo
Entrar del bambinello al santo loco,
(Sia del popol civile o sia dell’imo)
160Mai non abbian notizia, o molto o poco,
Nè della vita sua nè della morte,
Nè di qualunque a lui toccata sorte.
Questa è la legge, e se inclemente o giusta,
Se necessaria, a dir non m’appartiene:
165Ben allor mi parea severa e ingiusta
Sovra d’ogni altra che per tal si tiene;
Chè mal l’affetto alla ragion s’aggiusta,
Mal si convince un cor stemprato in pene.
Ma che vincesse alfine ebbi speranza
170Il mio studio infinito e la costanza.
Già il quinto anno volgea dal di funesto
Che io posi il mio figliuol nel sacro ospizio;
Quando, per mille ingegni, che molesto
Fora a contarvi, alcun mi giunse indizio
175Di lui; ma di sicuro ebbi sol questo,
Che un uom di villa per pietoso uffizie,
E mosso ancor dall’avvenente aspetto,
Seco l’avea menato al suo ricetto.
Al suo natio ricette aveal menato,
180Nella Svizzera posto a un lago accanto,
Ove un armento dal fanciul guardato
Cresceva ed il più bello era in quel canto.
Io non appena il caso ebbi ascoltato,
Che fra gioja e dolor diruppi in pianto;
185Gioja del viver suo, dolor del sito
Troppo lungi da me dov’era ito..
Padre, siccome a un assetato infermo
Se fresco umor gli bagna il labbro appena,
Cresce immensa la voglia e nullo à schermo
190Contro l’ardor che va di vena in vena;
Cosi, d’allor che mi sepp’io per fermo
Spirare il mio figliuol l’aria terrena,
E di sua condizion conobbi un cenno,
Tutti infiammati i miei desir si fenno.
195 Sempre dinnanzi avea la cara immago
Che conforme all’etade io mi fingeva;
E l’agreste cascina, il queto lago,
La sparpagliata mandra anco vedeva,
E per mezzo di lor ridente e vago
200Il mio fanciul che ruzzando correva:
Quest’eran visioni alme e serene,
Ma ben altre sorgean d’angoscia piene.
Spesso veder sembravami il meschino
Maltrattato ed offeso in modi mille,
205E lui mal resistente al suo destino
L’umil ciglio bagnar d’ascose stille,
O con sembiante pauroso e chino
Chieder venia e pietade, e le pupille
Alzar nel volto altrui con tale un atto
210Da rammollire un eor di ferro fatto.
In sogno io lo scorgea del bosco uscire
Scalzo e digian con grave fascio in collo,
E una lacera vesta il ricoprire
Rabbrividito e della pioggia mollo.
215Dietro s’udiva il padron suo garrire,
E d’imbrottarlo non parea satollo:
Ei sforzavasi gir per la via trista;
A me rompeva il sonno quella vista.
Fra larve tali e tai pensier cocenti
220Pur tre anni varcai, sempre dal cielo
Casi aspettando insoliti e clementi,
Casi propizj al mio materno zelo.
E fra lunghe travaglie e amari stenti,
Durando orride fami e veglie e gelo,
225Di quello m’avanzai ch’erami al vitto
Più mesi necessario ed al tragitto.
Dico al tragitto sospirato tanto
Negli elvetici monti, e a quelli andai.
Li raggiunsi, li ascesi; e appena il manto
230Verdissimo d’abeti io ne mirai
E de’ primi caprar sonommi il canto,
Sentii le gote e il sen lacrime assai
Bagnarmi, ed incontrare erami avviso
A ogni mover di piè l’amato viso.
235 Oh! sperar vano, oh! immaginar bugiardo!
Io que’ monti e que’ laghi ad uno ad uno
Cercai con passo or affrettato or tardo.
E intorno dalle mandre e in ogni bruno
Rustico tetto andai movendo il guardo;
240E restò il mio desir sempre digiuno :
Credetti mille volte aver conclusa
La dubia inchiesta, e mi trovai delusa.
Presso a una vecchierella filatrice
Nell’umil Corio intanto erami accolta,
245Per sostentare insiem con infelice
Sudor la vita povera e sepolta:
Un di nel loco ove ognun benedice
E prega a lui che volontieri ascolta,
Vidi uno stuol di giovinetti in bianca
250Cotta schierati a destra mano e a manca.
Fra questi un che parea d’età minore,
Scopria tal volto e si girava il ciglio,
Che correr mi sentii freddo tremore
Per l’ossa, e gridai quasi: — Ecco il mio figlio.—
255Biondo era e bello e di gentil colore,
E bianco nelle man come di giglio.
Perchè il pensassi io tal, non so ben dire;
So che per nulla io non credea fallire.
Tre volte e quattro alla medesma chiesa
260Il vidi, e mi svegliò simile affetto.
La vecchia ospite mia, poscia che intesa
Ebbe novella d’un si strano effetto,
E mi sentia giurar con mente accesa
Quello esser certo il figliuol mio diletto,
265Fe’ ricerca di lui minuta e spessa,
Ma non ne colse mai notizia espressa.
Bene il dicea talun fanciul trovato;
Altri il negava, e molti eran cotesti.
In sua cura l’avea colà un prelato
270Di gran bontade e di pensier celesti,
Ch’avviarlo e educarlo al clericato
Facealo ed erudir ne’ sacri testi.
Ciò non spegnea il desire e nol compiva,
E più larga nel cor piaga m’apriva.
275 Ma in quel che più chiarire avea disposto
Con sottil modo il dubio doloroso,
Parti il prelato e si menò discosto
L’alunno suo modesto e grazïoso.
Ingannata così del mio proposto,
280Caddi in cordoglio tanto ed affannoso,
Che nol so riferire, e sol rammento
Che di finir la vita ebbi talento.
Troppo la sorte rimirando avversa,
O la man di lassù, perdei la speme
285E giacqui nel dolor come sommersa.
Solo conforto avea, col pianto insieme,
Spander le preci, e al giusto Dio conversa,
Chiedere a sua pietà le grazie estreme,
Pure in quel tempio là dove improvviso
290L’alma mi scosse il giovinetto viso.
E dicea fra singhiozzi: — 0 magno Iddio,
Verace e solo ai miseri soccorso!
Degna non sono, e aperto ora il vegg’io,
Degna non sono, appresso al mio trascorso,
295Del sembiante goder del figliuol mio
E d’udir dentro all’alma il suo discorso;
Conoscer ch’egli è desso ed ammirarlo
E nelle braccia stringerlo e baciarlo.
Un tanto paradiso abbian le caste
300Madri innocenti: io più sperare omai
Si gran gaudio non oso: a me sol baste
Saper ch’ei vive e che del Sole i rai
Lungo tempo a fruir voi lo creaste.
Ciò sol ch’io sappia e avrò contento assai,
305E voi benedirò, giusto Signore
Di pietade ammirando e di rigore.—
Padre, cinque anni e diece ecco forniti
Dal di ch’io narro, e son rimasi appieno
Sterili li miei prieghi e inesauditi.
310Ecco del viver mio già tutto è pieno
Lo spazio, e i stanchi miei pensier traditi
Gli avrà tutti il sepolcro entro al suo seno.
Mojo, ed atroce a me sola agonia
È l’ignorar del mio figliuol che sia.
315 E invece, oh! che morir tranquillo e lieto
Fôra se a questo letticciuol d’appresso
Or dicessemi alcuno: — Il gran secreto,
Donna, io ti svelo e puoi gioire adesso.
Vive il tuo figlio un viver dolce e queto:
320Ben t’assicura; io l’ò veduto io stesso,
E nel braccio diritto affigurato
Ò il simbol santo e il nome suo segnato.—
Questo racconto al giovin sacerdote
Fea con pianto e sospir la moribonda ;
325E spesso a lui discolorò le gote,
Spesso il toccò di passion profonda.
Alfin rompe il silenzio e si riscuote,
E mentre il pianto che freno gli abbonda,
Grida. a colei: — Miracolo di Dio!
330Quello che cerchi, il tuo figliuol, son io.
Mira la nota che incidesti, o madre;
Leggi quel nome che nel cuor ti suona.—
Si dice, e poi l’abbraccia e sovra l’adre
Umide guancie tutto s’abbandona.
335Ma parole non ò forti o leggiadre
Tanto che possan gire ove le sprona
Qui l’argomento, e ben ritrar dal vero
Quel che senti dei due l’alma e il pensiero.
Ben son contati alla felice i giorni,
340E perde racquistando il suo figliuolo;
Ma niun’ alma mortale ai bei soggiorni
Del ciel drizzò più consolata il volo.
Nel volto ingiovanisce e par l’adorni
La pace che lassú gustata è solo:
345Sempre il guarda e l’ammira e sempre trova
In guardar lui qualche dolcezza nova.
Nè già s’accorge, o non le duol, che il fine
Dal soverchio piacer vienle affrettato,
Nè bada come ognor forte decline
350L’urto del polso e il tramandar del fiato:
Sol con la fredda man talora il crine
Va rimovendo dal ciglio appannato,
Perchè tra quello ed il beante aspetto
Non cali, e non perturbi il suo diletto.
355 Forma languide voci ed indistinti
Detti, nè l’occhio mai da lui dislega.
Mille contrarj affetti egli à dipinti
Nel volto austero, e su lei pende e prega;
Già scorge li suoi spirti ultimi estinti,
360Fiso la guata e più e più si piega,
E nell’orecchie sue risuonar face:
— Esci del mondo, alma cristiana, in pace.—
Tremando osa compir la fioca e mesta
Parola e in cor le lacrime ristagna.
365Ella che al passo, già più mesi, è presta,
Con debil cenno le veci accompagna:
Cade ogni senso ed il sospir s’arresta,
E la fronte un sudor gelido bagna:
Alfin gli spenti occhi riapre e il mira,
370La man gli stringe, gli sorride, e spira.[1]
Note
- ↑ [p. 359 modifica]L’autore à udito in Parigi raccontare da F. Lamennais un caso poco differente da quello che porge materia all’Idillio.