Poesie (Mamiani)/Juvenilia/Canzoni/A Caterina Franceschi
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1826.
A CATERINA FRANCESCHI,
POETESSA.[1]
Sopra un Inno di lei, nel quale è cantata l’armonia fisica e l’armonia
morale del mondo, e vi si biasima l’antica discordia degl’Italiani.
Giovin destrier che ambi di Marte i ludi,
E d’aspri colpi infermo
Entro i pingui presepj affitto giace;
Se mentre dal dolor posando à schermo,
5Ode tromba che squilli e ai feri studi
Forte risvegli la milizia audace,
Nullo à pensier di pace
E scorda i danni e a le battaglie aspira.
Tal io gran tempo a fortunoso sdegno
10Fatto misero segno,
E stanco ed egro, al lieto Inno che spira
Dalla vocal tua lira,
O sacra, o nobil Vate, or mi ravvivo,
E dentro me nuovo rifarmi sento;
15Chè qual di mèle un rivo
Sopra l’alma mi corre il tuo concento.
Ogni mio spirto il beve, e par che al suolo
Si tolga e in più sublime
Etera spaziando si trasforme.
20Non però ch’io salire osi alle cime
Le quali tu con si mirabil volo
Segni di peregrine e lucid’orme,
Tal che l’usate norme
Tutte trascendi e ti fai presso a Giove.
25Qui l’infinita provvidenza e l’arte,
Per arricchir tue carte,
Leggi nel volto delle cose, dove
Da tutti i cieli piove
L’alta armonia delle sideree corde :
30Io non ò penne a tanto, e si mi preme
Cura affannosa e morde,
Che mi s’atterga ogni onorata speme.
Nè vo’ tacer qual mi coloro e fingo
La tua gentil persona,
35E di che fregi al mio pensier l’adorno.
Ombrato dell’ascréa folta corona
Veggioti il crine, e chiusa ti dipingo
In largo vel, ch’erra a le membra intorno
E veste il capo adorno,
40Poi va sciolto e diffuso al picciol piede:
Tanto è sottil, che l’aurea chioma bionda
E del collo la monda
Neve assai trasparere indi si vede.
Quella che un Dio concede
45Diva cetra ài da lato, e gli occhj accesi
Di soave splendor nel ciel conversi,
A numerare intesi
I lumi di lassù tranquilli e tersi.
Cotal Grecia vedea su d’una rupe
50La lesboica fanciulla
Assisa star, dritto mirando al cielo:
Piangea il tragico ardor che da la culła
Sorti fatale, e risonavan cupe
L’onde del mar sott’essa; e or tutta in zelo
55Splendeva, or d’aspro gelo
La saettava un fier presagio orrendo.
Ma se ben dell’Argiva in te rinverda
L’allòr, nè pregio perda,
Si che a lodarne il secol nostro imprendo,
60Per suon di fama intendo
Che più nobile cor ti ferve in petto,
Nè lo conturba un giovanile errore
Con mal temprato affetto;
Ma tutti i tuoi pensier parlan d’onore.
65 Ei non forman delusi idolo e nume
D’un volto agro e superbo,
Ma son librati a vol con miglior penne.
E se le discordanti alme d’acerbo
Sermon percuoti e piangi il reo costume,
70Onde l’italo imperio a cader venne,
Io ben so dove accenne
Con le calde parole e dove guardi.
Segui, spirto gentile, ed apri al vero
Meno angusto sentiero:
75Mal de’ liberi carmi il vol ritardi.
Vibra di Cirra i dardi,
Ove par ti comandi Italia nostra :
E sol di lei nel casto ingegno accesa,
A tutte genti mostra
80Di gemino valor leggiadra impresa.
Nė perchè il fato è contro, e il mondo inclina
A molle servitude,
Tolto è a femmineo ingegno il parer forte:
E se in circo lottar fanciulle ignude
85Non soffre or l’uso, e barbara reina
Più non trae l’Amazzonia aspra coorte
A disfidar di morte
Ercole sceso in riva al Termodonte;
Palpitar può tuttora in niveo seno
90Cuor d’ardimento pieno,
Ed apparir scolpite in bianca fronte
Inclite voglie e pronte,
E sotto bende star pensier virile.
Segui, o famosa, e in umil treccia e in gonna
95Insegna or tu che è vile
Chi giace ancora e in pigre piume assonna.
Alla gentil ch’orna i romani lidi
E il cui volto non vidi,
Sebben del desiderio entro io sfaville,
100Canzon, t’appressa e dille:
— Pel caro suon della tua dolce nota
Sa il mio signor come quaggiù s’adora
Cosa allo sguardo ignota,
E com’anco per fama uom s’innamora.