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Poesie (Mamiani)/Terenzio Mamiani della Rovere al signor Augusto Barbier

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Terenzio Mamiani della Rovere al signor Augusto Barbier
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TERENZIO MAMIANI DELLA ROVERE


AL SIGNOR AUGUSTO BARBIER,

POETA CHIARISSIMO.[1]


Grande consolazione mi avete data, illustre signor Barbier, rispondendo a Miss Harvey ottima amica di ambedue, che accettavate assai volentieri la dedicazione di questi versi. La qual cosa quando non fosse stata, io non avrei saputo cercare altrove un segno e una dimostrazione di quella stima in vero profonda la quale io professo alle vostre virtù e alla felicità rara del vostro ingegno. E oltre ciò, io mi sentiva in debito, come Italiano, di ringraziarvi publicamente di quelle rime pietose ed elegantissime dove voi compatite alle miserie della mia patria e vi volgete a desiderare una prossima ristaurazione della sua gloria.

Che Iddio feliciti lungamente questa Francia ospitale e sempre la conduca di bene in meglio, s’ella prosegue a dare figliuoli così giusti, così liberali e così magnanimi come voi siete. Imperocchè a voi non piace imitar l’orgoglio frivolo di coloro i quali imbaldanziti per poco vento di fortuna sogghignano alla miseria e all’umiliazione degli altri popoli: e nè men coloro vi piace imitare che, per non essere tacciati d’ingratitudine, negano agli Italiani la preterita loro grandezza; il che vale quanto ficcar gli occhj lassù nel mezzo del sole e dire: «Tu non isplendi.» E già voi non siete sceso in Italia a cercarvi unicamente giardini e teatri, come i più de’ viaggiatori costumano; ma fu vostro primario intento di riconoscere l’antica Italia nella nuova e di raccogliere quelle faville disperse e [p. 2 modifica]fugaci che danno indizio apertissimo delle maravigliose facoltà del suo popolo. Avvegnachè, egli si conviene paragonare le genti odierne italiane a quel Romeo descritto da Dante, il quale scaduto da gran ricchezza ed autorità, sostenta la povera vita sua picchiando di porta in porta. Alla prima guardatura, tu vedi in colui non altro che una persona tetra e disfatta involta in logori panni; ma se ti vien voglia di fissarlo e considerarlo intentivamente, allora ravvisi nell’aria del volto un tal maestoso decoro, e negli occhj un tal lume e negli atti una tal gravità che rivelano la nobile tempra dello ingegno e dell’animo.

Ora, questi miei versi ragionano pressochè tutti d’Italia, e perciò a voi gli intitolo e raccomando con fiducia non presuntuosa; perchè mi penso che quando manchi loro ogni altra bellezza, nonpertanto vi parrà degna di lode la intenzione che fece scriverli e caro per sua natura il subbietto onde parlano.

In capo di essi vedrete tre Inni sacri, i quali succedono a parechj altri da me stampati non à gran tempo. Ed essendo che il genere di poesia comparso in questi tre Inni e negli altri mi sembra non punto usato da noi moderni; e più, perchè io avrei voluto dettarli tutti secondo un’idea da me formata dell’ottima Religione Civile, siami comportato da voi ch’io vi esponga in breve le mie opinioni intorno tali due cose.

E prima, quanto al genere di poetare da me prodotto, piacemi ricordarvi che in quegl’Inni ammirabili i quali ad Omero s’attribuiscono comunalmente, possedettero i Greci una sorta di poesia al tutto particolare e dall’altre differentissima; conciossiachè in lei successe un temperamento nuovo dell’epica e della lirica. Da un lato, quegl’Inni avevano ufficio di raccontare molti fatti insieme connessi e perciò all’epica si accostavano: dall’altro, la lor narrazione, infiammata da certo furore encomiastico e mossa dalla maraviglia delle cose sopraumane, prendeva i colori della lirica, or trasponendo i racconti, or trapassando a concetti molto remoti e spesseggiando da per tutto e sempre nelle immagini e nei tropi. Parve a me che un’alquanto simile poesia non sarebbe oggi praticata senza diletto e senza un notevole incremento dell’arte. Nè valse a tenermene discostato la differenza (certo grande) della religione [p. 3 modifica]e delle costumanze. Imperocchè le cose cristiane aveano in Italia fin da principio assunta buona porzione delle forme latine e greche, e spiravano certa fragranza antica, della quale, checchè si ragioni in contrario, andranno impregnati mai sempre tutti i subbietti che passeranno per le italiche fantasie. Certo è che una condizione medesima dcintelletto, un medesimo cielo e un’ispirazione molto conforme dettò innanzi gl’Inni secolari di Orazio e poi quelli di Prudenzio: scolpi e dipinse in prima a Ercolano a Pesto a Pompei le immagini degl’Iddii falsi: quindi per mano di Raffaele trasfuse nelle effigie di Nostra Donna quella greca soavità, quell’ideale bellezza, quelle grazie eleganti che il concetto severo del Cristianesimo non avrebbe per se suggerito mai, siccome altrove non suggerì.

A me non istà il dire se bene o male abbia io colorito il disegno il quale mi feci di tal maniera non usata di postare. Questo perteneva e pertiene tuttavia ai lettori; da molti di cui mi sarebbe giunta gradita e giovevole troppo più una critica estesa e individuata intorno i pensieri e intorno lo stile, di quello che un biasimo veemente sulla scelta del genere, allegando per ragione suprema ed unica di non conoscervi utilità. Assai mi diletta vedere l’età moderna insofferente e quasi sdegnosa delle arti che non sudano al publico bene e non si propongono alcun profitto morale cospicuo. Però, al mio avviso, sentenza troppo fiera sarebbe quella la quale vistasse ai gentili spiriti d’innamorarsi alcuna flata della bellezza non con altra intenzione che di godere della sua luce; troppo fiera sentenza almeno per gľItaliani: in cui il vivo e squisitissimo sentimento del bello soverchia spesse volte ogni facoltà interiore e signoreggia prepotentemente la vita. Ne già so comprendere perché nel poeta dovea incontrar biasimo quello stesso che al divino Canova frutto tanta lode, cioé, di avere nella sua Maddalena miste insieme e soavemente contemperate la idea cristiana e la forma greca, lo spirito di penitenza e lo spirito delle grazie; laonde l’arte della scultura parve arricchire ad un tratto d’una nuova specie di leggiadria sconosciuta agli antichi.

Ma oltre ciò, io sempre o pensato, illustre signor Barbier, che sia verissima quella sentenza di Platone, la quale giudica [p. 4 modifica]che il bello e il buono dimorino dentro le cose in lega assai stretta, e che dove l’uno apparisce, l’altro non istia molto a farsi scuoprire, simigliando amendue alle consonanze armoniche e alle pause dei ritmi che a vicenda si richiamano e di necessità si accompagnano. Cosi nel proposito mio m’è sembrato conoscere con evidenza, che da quella sorta di bellezza poetica la quale sono andato tentando, riesca facile di derivare un grande e certo profitto morale, quante volte la detta sorta di poesia possa venir trattata secondo il concetto dell’animo e sciolta dalle superstizioni e dalle paure; nel contrario caso, ella non saprebbe mostrare di sè medesima fuor che l’aspetto esteriore e la bellezza più materiale de’ suoi ornamenti: la qual cosa avvenne a me per appunto; stantechè io mi trovava a comporre quei primi Inni in luogo molto misero e soggetto a una signoria stolta insieme e persecutrice. Nientedimeno avendo più tardi potuto incarnare liberamente il disegno fatto, io piglio speranza che i nuovi versi, i quali ora publico, renderanno ognuno capace della morale utilità rinchiusa in questa rinnovazione dell’Inno Omerico. Ma perché il lirico dee far sentire molte e profonde cose in breve e con l’efficacia degl’istinti morali, nė può spiegare alla distesa con ragionamento scientifico le severe speculazioni le quali ei nasconde or sotto il velo delle figure or nel moto degli affetti ed ora altramente, sia lecito a me imitare qui l’esempio de’ vecchi Italiani, a cui piacque alcuna volta, assunto l’abito di filosofi, schiarire con discorso bene appropriato il concetto più occulto delle poesie loro.

Dico adunque, che trattando io della religione, doveano i miei versi arrecare quella proficuità che le cose sacre, divenute materia dell’arte, sogliono menar seco, cioè un senso di vera pietà, ricreato dalla dolcezza della poesia e fatto per lei più persuasivo delle grandi virtù sociali; essendo, per mio giudicio, che in tali virtù si chiude e conchiude perfettamente l’esercizio ottimo della religione. Io mi penso di avere espresso tutto questo senza ambiguità con una frase sola, affermando in una lettera dedicatoria già messa in istampa nel 32, che mia intenzione era stata, a scrivere gli Inni di forma Omerica, di cantare la Religione Civile. Diffatto, Cristo solo, se ben si guarda, fondò tale specie di religione; e quelle altre comparse [p. 5 modifica]nanzi di lui furono o religioni politiche, o teocratiche, ma non mai civili. E per fermo, che troviam noi presso i Greci e presso i Romani, rispetto alle faccende del culto, salvo che una religione inferiore al tutto agli ordini dello stato e posta nel novero degl’istrumenti politici? Le religioni poi de’ più antichi popoli, massime le orientali, debitamente ricevettero il nome di teocratiche, in quanto riposero entro le mani medesime lo scettro e il turibolo e si costituirono superiori ed arbitre degli ordini tutti cittadineschi. Laonde questo è di proprio in ciascuna delle due sorte di culto, che i sacerdoti orientali governavano in nome de’ loro Iddii, là dove nella Grecia e in Roma i governatori esercitavano il sacerdozio in nome dello stato. E per li primi il governo politico era una conseguenza legittima dell’autorità divina in loro trasfusa; per li secondi l’ordinar sacrifici era porzione della politica prerogativa.

Ma Cristo la religione costituì nè soggetta allo stato, nè superiore; partilla da ogni potere mondano e fecela immune da ogni violenza, per questo principalmente che Ei la fondò nel convincimento del vero e nella coscienza del bene: e come il vero non si comanda e la coscienza del bene non si violenta, così la religione di Cristo è, per sua essenza, libera, indipendente e spontanea. Indegnissimo parrebbe a Lei venire altramente ricevuta dentro degli animi che per un moto libero degli affetti e della ragione: e solo il regnare nelle intelligenze, solo il conseguire dominio sopra le volontà sembra a Lei impero adeguato alla sua grandezza. Quindi Ella è veramente religione Civile, cioè degna in tutto dell’uomo e della sua civiltà. E che altro nella nostra natura si vien divisando di più alto, di più nobile, di più invitto e in somma di più umano che l’esercizio forte e spontaneo della virtù e il libero conoscimento del vero? Non v’à cosa (esclama Lattanzio) così volontaria come la religione, la quale se punto ritrovi avverso l’animo del sacrificatore, già è sbandita, già nulla è.

Da una religione si fatta e diversa per attributo essenziale dalle politiche e dalle teocratiche debbe sorgere eziandio una specie assai differente di sacerdozio. Conciossiachè egli non può essere nè una magistratura nè un principato, ma sì una [p. 6 modifica]potestà morale invisibile, la cui manifestazione esteriore ristringesi ad una voce solenne che parla alcune verità e alcune virtù persuade, e all’esercizio di quei riti innocenti e puri, ove la communicazione nostra con Dio è fatta intendere per segni palpabili e reverendi. Nė diverso concetto formaronsi, a dir vero, del sacerdozio cristiano quegli strittori che nell’intendimento della fede evangelica penetrarono più innanzi della corteccia. Nei tempi antichi, scrive Sinesio, quel gran Vescovo di Tolomaide, un medesimo uomo era giudice e sacerdote.... Ma egli avvenne per effetto di tale mischianza, che l’opera di Dio fosse trattata in maniera troppo carnale e terrena: il perchè lo stesso Dio separò i due uffici, e parti assolutamente il ministerio ecclesiastico dal politico. Come dunque tentate voi di ricongiungere quello che Iddio à separato?... per certo, niun’ altra cosa può riuscire maggiormente funesta agli uomini. Parole più ancora esplicite fa intorno di ciò Gelasio papa e santo. Innanzi della venuta di Cristo, discorre egli, certuni mandati a rappresentar Lui per figura sensibile, furono re e sacrificatori ad un tempo. Imitò questo il demonio presso de’ suoi, sforzandosi di trarre le cose divine a un falso significato; per tal guisa gl’Imperatori pagani ebbero nome e autorità di pontefioi. Ma da poi che le nazioni adorano quello che è vero re e sacrificatore, i Cesari più non sono pontefici, nè più i pontefici s’attribuiscono la regale giurisdizione. Così Cristo ricordevole della fralezza umana, temperando il tutto con magnifica dispensazione, à distinto nella lor dignità e nei loro atti gli ufficj proprj delle due potestà. Quindi accade che i Cesari per la salute dell’anima loro abbisognino dei pontefici, e questi pel corso dei temporali negozj attendano le disposizioni dei Cesari. Imperoochè l’azione spirituale rimane per sè sceverata dal mondo: Nè colui il quale milita a Dio debbe mesciarsi delle cose del secolo;[2] di pari che quegli il quale intende agli affari del secolo non debbe imperare e far forza alle cose divine. Altre citazioni parrebbono fiacche e superflue dopo questa di San Gelasio; ed io vo pensando che un giorno cotali sue sapienti parole si vorranno scolpitė nel marmo e nel bronzo e affisse in perpetuo alle porte del Vaticano. [p. 7 modifica]

Profanano pertanto la religione di Cristo que’ sacerdoti che la circondano d’armi e di sgherri: la profanano quelli che pongon sè stessi nelle mani de’ principi e vi si fanno strumento di autorità secolare, iniqua non rade volte e bagnata del sangue dei giusti. La profanano eziandio que’ sacerdoti che radunano masserizie e ricchezze; quelli che oziando e gozzovigliando marciscono in brutta ignoranza; quelli da ultimo la profanano che vi cercano una fonte di temporale dominazione e aspirano a regia sovranità, ovvero l’occupano e l’esercitano: imperocché l’annunciatore sacro del vero e il persuaditore venerando del bene, come terrà discosto da’ suoi consigli e dalli suoi ammaestramenti ogni secondo fine ogni seduzione ed ogni violenza, obbedito che sia dall’armi di tutto un esercito ed arbitro della scure dei magistrati, e qualora a un suo cenno si vuotino e si riempiano gli scrigni privati e publici? Egualmente, come resterà costui sincero nelle cogitazioni e casto nelle opere, tentato e travagliato che sia cotidianamente dallo spirito di avarizia, d’ambizione, di superbia e di voluttà? come farà procedere d’un ugual passo la parola e l’esempio? o come, piuttosto, non torcerà egli a poco a poco il senso delle scritture per mettere scusa alle sue passioni, dar falso colore a’ disegni suoi e cambiare e mischiare le appellazioni delle virtù e dei vizj? Quelli soli adunque nella religione di Cristo meritano nome, dignità e onori di sacerdoti, i quali per sobbarcarsi al celeste ufficio di banditori del vero eterno e inculcatori del bene sommo vorranno passare su questa terra umili, sommessi ed inermi, poveri di fortuna, ma non di sapienza, semplici di cuore e di opere, somiglianti più presto agli angeli che alle mortali creature.

Ma con altro significato forse più ancora importante dell’anzidetto si conviene chiamare la religione di Cristo religione Civile per eccellenza: conciossiaché i nostri antichi addomandarono civile quello che oggi più volentieri è detto sociale, onde pure denominarono civiltà e perfezionamento il tutto insieme di quegli istituti e di quei costumi per che gli uomini culti si differenziano dai selvaggi e dai barbari. Or chi non sa che lo spirito della fede cristiana è spirito di umanità, e che per entro i sommi veri i quali penetrano e illustrano tutto quanto il [p. 8 modifica]vangelo dimorano i germi del progresso infinito dell’umano consorzio? E come progressiva sembra di necessità la nostra natura e al nostro corso intellettuale e morale non vedesi limite prefinito, in egual modo si fa progressivo il lume il quale viene emanato dai veri evangelici, e mai non si giunge a toccar di essi l’ultima profondità. Imperocchè ei sono una sintesi maravigliosa e compiuta della natura del bene: e quante volte il genere umano speculando e sperimentando crede di pervenire ad alcuna cognizione nuova di esso bene, s’avvede tosto ch’ella si giacea ripiegata dentro il vangelo, come fogliolina nel germoglio o embrione nell’uovo. Adunque, che maraviglia se il cattolicesimo prenda di grado in grado un più largo aspetto, e dalla sua virtual perfezione novi perfezionamenti rampollino a mano a mano, secondo la maggior pienezza dei tempi e in quanto i destini del viver comune si fanno migliori e più nobili?

Nė mi spavento a pensare che forse a queste parole insorgeranno con aria crucciosa i moderni Farisei, gridando allo scisma ed all’eresia; e forse per convincere di grave errore la dottrina della perfettibilità applicata alla religione nel modo che qui s’è scritto, andran predicando: carattere augusto della Chiesa Cattolica essere la immobilità de’ suoi dogmi e de’ suoi precetti, e che un solo spirito, una sola fede, una sola costituzione l’à governata per ogni secolo. Alla quale istanza, posto che ci venga prodotta contro, risponderemo con franco animo, le nostre mani non toccare da nessun lato l’arca santa dei dogmi, e non presumersi punto da noi di portar mutazione ai principj della moralità cattolica: bensì affermiamo che tali principj racchiudono dentro di sé una sapienza infinita, la quale noi, siccome esseri limitati, non comprenderemo mai tutta; e parimente affermiamo che la parte comprensibile di quella sapienza, siccome estesissima e pressochè interminata, non perviene a noi ad un tratto nella sua interezza, ma bene l’andiam raccogliendo di più in più; e perciò non essi principj, a vero dire, si svolgono e progrediscono, ma noi c’innalziamo grado per grado alla cognizione perfetta dell’essere loro: quindi immutabili sono e fondati sopra l’eternità, ma la lor luce tanto cresce nella mente umana quanto il seno dell’intellettiva si estende. Il perchè, si è falso dire che noi vogliam mutare la religione [p. 9 modifica]cattolica o la moralità de’ vangeli, come sarebbe dire che, perchè la scienza la quale si procacciano i fisici della natura va crescendo e variando per successivi incrementi ed emendamenti, del pari si alterino e mutino le leggi eterne di essa natura.

Adunque, posto e fermato che le divine verità nascondano una sapienza infinita, cosa alla quale nessun credente vorrà repugnare, concedere altresì conviene che l’uomo possa e debba avanzare nella concezione e comprensione di quell’infinito. Negare che ciò si possa, vale quanto contraddire al fatto notorio dell’ascensione progressiva del senno umano. Negare che ciò si debba, vale quanto annullare il debito della propria perfettibilità e santificazione.

Che pertanto la Chiesa Cattolica stia salda e inalterabile ne’ suoi dogmi e nei documenti della moralità sua, non vieta allo spirito umano il poter progredire nella intellezione delle lettere sante.

Conciossiaché Cristo fondator della Chiesa porse alle umane generazioni tanto di grazia, quanto non toglieva di mezzo l’uso e l’arbitrio della libera volontà: e similmente, porse tanto di lume all’intelligenza, quanto non faceva impossibile l’esercizio spontaneo della ragione, a cui lasciò spazio vasto e indefinito da esercitare le proprie forze, siccome quelle che più innalzano e più raffinano l’umana specie. Perchè poi nell’uso e dispiegamento della ragione due cose di necessità intervengono, le scoperte e gli errori, alle quali conseguono le emendazioni e gl’incrementi, tali due cose compariranno senza meno in quella parte speculativa e pratica della religione, in cui data è licenza al nostro intelletto di operare secondo le virtù proprie.

Nė vorremo più dubitare di ciò appena ci sarem posta dinanzi agli occhi la storia cristiana di qualche secolo. E per atto d’esempio, noi leggeremo in parecchie pagine di quella storia, essere stato pensato e creduto lunghissimo tempo che contro gli eretici e gl’infedeli bello fosse e gradevole a Dio e salutare agli uomini adoperare il ferro ed il fuoco: e il papa Urbano II scriveva: Noi non reputiamo omicidi coloro ai quali incontra di uccidere alquanti scomunicati per ardore di cattolico zelo. Laonde cotesta non fu già opinione di pochi idioti e fanatici, [p. 10 modifica]ma de’ più riputati pensatori del medio evo, alcuni de’ quali si venerano pur nelle chiese oggidì: nè questo a cagione del falso giudizio loro, ma per la bontà del fine a cui intendevano e per l’efficacia e rettitudine del volere che vi spiegavano. Discostaronsi poi i Cattolici a poco a poco da quel matto furore, e al presente stimano essere in materie tali scrutatore del cuori e giudice delle buone e ree volontà il solo ed unico Iddio; egli solo sapere dove è difetto mero d’intendimento e dove pervicacia d’animo: l’uomo non poter rispondere delle esatte apprensioni del vero, ma si dell’amore attivo e disinteressato del bene: e però doversi imitare il divino Maestro, il quale non isfuggi mai la compagnia e il colloquio de’ Saducei e de’ Samaritani: gli eretici di quel tempo. In altre pagine della storia cristiana noi leggeremo avere i cattolici coltivato in comune l’idea che il pontefice tenesse da Dio arbitrio supremo e potestà eminente e diretta sopra i regni di questo mondo. Perloché fu veduto i popoli venire sciolti dal debito dell’obbedienza inverso de’principi loro, e contro questi bandita la croce, e santa proclamata la guerra impresa ad esterminarli, e gloriose al par del martirio ferite e la morte incontratavi. Eziandio fu veduto il re di Portogallo ed il re di Spagna domandare assai umilmente al pontefice possessione legittima delle nuove Indie, con l’acque del nuovo Oceano e con le nuove isole in esso scoperte o da discoprirsi ; e quegli con un tratto di penna lasciato giù scorrere sbadatamente sul mappamondo, assegnare a ciascuno l’imperio suo rispettivo sopra le Indie e sul Grande Oceano e sopra le terre in esso già note e conoscibili nel futuro. Ciò fu veduto e reputato cosa equa per molte età da sommi dottori e da squisiti teologi. In modo che pure allo smisurato ingegno dell’Alighieri, ardente di sottrarre alla primazia teocratica la potestà dei romani Cesari, non si offerse spediente migliore, se non quello di dimostrare con argomentazioni speciose l’imperio romano esistere per un atto particolare e patentemente miracoloso della Provvidenza. Però i Cesari regnare per istituto divino, e da Dio, non dai papi attingere l’autorità propria. Nè molto diverse furono le ragioni addotte più tardi dai pubblicisti protestanti, massime dagl’Inglesi, i quali vengono trovati per ciò i [p. 11 modifica]fondatori e propagatori della dottrina perniciosissima del giure divino e assoluto dei principi. Se non che, camminande poi fra gli uomini e prendendo maggior vigore la nuova critica, si riconobbe alla fine, nessuna massima riuscire tanto contraria al vangelo e ingiuriosa all’indole sacra e civile di lui quanto quella dell’universale teocrazia.

Ma che vo io ricercando i fatti particolari, quando la storia intera del cristianesimo perge una prova continua del gran bisogno che vi à di associare alla religione e alla føde la ragione e la scienza correttrici ed illuminatrici? Per tutta la lunghezza del medio evo, il cattolicesimo non governo egli le cose umane si fattamente e con pienezza tale d’imperio, che dir religione era dire la vita, i pensieri, le opere, le dottrine, le arti, i costumi e ogni cosa? Ora sa ognono quello che ne procedesse, rimanendo nel tempo medesimo la ragione e la scienza soffocate al tutto dall’autorità e dalla fede. Secoli più luttuosi mai non sono passati forse sul mondo; mai non à occupate e travolte le menti ignoranza maggiore; mai il racconto di più atroci misfatti, di più dure signorie, di più ingiuste persecuzioni non ànno contristato gli annali de’ regni e de’ popoli. E si badi che allora per appunto cessarono gli uomini d’imbarbarire e sorsero speditamente alle cime della civiltà, quando la ragione e la scienza ripigliarono, altresi nella religione, il lor debito ingerimento.

Un moto adunque di emendazione e di perfezione possiede a dirige il mondo cattolico, non quanto ai dogmi nè quanto ai principi, chè sono ambidui immutabili, ma si bene rispetto all’applicazione e alla pratica migliore di quelli. E se molte verità per l’addietro vennero purgate da erronee interpretazioni, molte rendute chiare e feconde, io mi persuado che altrettante e più eziandio per l’innanzi si purgheranno e feconderanno senza posa në termine, dappoichè ci è forza di obbedire costantemente a quello amore infinito di verità che noi piccioletti rivi di scienza conduce ed accosta al mare di tutto il senno.

Ora io dico ed ò per certissimo che i nostri tempi vedranno compiere una di quelle perfezioni e riformazioni insieme di cui si avvantaggia e più sempre si avvantaggerà la Chiesa Cattolica. E l’effetto di entrambe consisterà, siccome io [p. 12 modifica]scriveva poco innanzi, nello svolgere più largamente assai lo spirito sommo di civiltà che i vangeli santi racchiudono. Laonde si vedranno congiunte due cose state finora in mala concordia, per danno immenso degli uomini; io voglio dire un sacerdozio tutto spirituale e separato dal mondo, e una religione tutta sociale e incorporata col mondo, incorporata cioè in modo superiore e potestativo, o, come i teologi sogliono dire, eminente. Onde i fatti grandi sociali e quelli rivolti al pro di ciascuna patria e intesi a crescerne la prosperità, la potenza, la gloria, il senno, l’agiato vivere, le scienze, le arti, i commercj, sieno ad un tempo medesimo fatti religiosi e politici, meritorj dinnanzi a Dio, siccome dinnanzi agli uomini, e perciò meritorj, perchè giustamente e nobilmente civili. La qual cosa verrà ad essere il contrario appunto di ciò che gran tempo si è praticato: perocchè l’ambizione cieca e i disordinati appetiti degli uomini, insieme con certe false apprensioni della pietà e dello asceticismo, produssero a corto andare un sacerdozio affatto mondano e una religione affatto fuori del mondo.

Nè s’incomincia a’ nostri giorni a riconoscere debitamente questo valor morale e questo spirito di devozione infuso nei buoni atti sociali e politici; ma quantunque paia cadere ne’ nostri tempi la pienezza di tal sorta di rivelazione, da gran pezza aveano gli uomini disapprovate quelle dottrine fanatiche le quali vollero fare della pietà una cosa tutta segregata dal mondo. E al mio avviso, primi eziandio in ciò furono gli antichi Italiani, i quali rinvennero nelle lor credenze cattoliche un appoggio saldo alla libertà e uno sprone efficace ad amare e magnificare lo stato. Di guisa che le virtù publiche misero in una schiera con le domestiche, e la carità in verso Dio non separarono punto dalla carità inverso la patria. Quindi Cristo Gesù fu dai Fiorentini acclamato solo re e signore della Republica; quindi nelle basiliche sotto gli occhi de’ santi e dinnanzi le loro reliquie non dubitava quel popolo di radunarsi a consiglio per deliberare del bene del suo comune. Quindi a frate Savonarola sembrò intraprendere azione degna d’uom religioso e accettissima a Dio, meditando e scrivendo sopra gli ordini nuovi cittadineschi che ripristinare doveano in meglio le vecchie franchigie de’ Fiorentini; quindi i frati di San Marco givano attorno [p. 13 modifica]per li bastioni e le mura assediate infiammando ļa plebe alla difesa estrema della libertà contro le forze soverchiatrici di Carlo Quinto, e predicavano che infino a tanto che la purità e santità dello zelo patrio non fosse venuta meno nei cuori, l’ajuto dell’alto non sarebbe mancato a Firenze e combattuto avrebbero gli angeli tra le file republicane. Nė voglio ommettere di ricordare siccome tali sensi profondi e tali pratiche generose della religione civile ebbero in Matteo Palmieri filosofo del secolo decimoquinto uno spositore antico e facondo; nel cui libro specchiatissimo della Vita civile scorgesi per la prima volta Ja sapienza politica dei nostri latini padri ritemperata e fortificata con l’alto concetto della carità evangelica.

Però tanto splendida professione di virtù religiose e sociali ad una, fu guasta e perduta senza riparo dalli nuovi infortunj, dalle ripullulate superstizioni e dalle crescenti tirannidi; onde in quei tempi e nei successivi, di null’altro s’intese parlare con più frequenza ed ostinazione, quanto di obbedienza passiva, di giure divino, di annegazione, di pace, di mansuetudine; le quali dolci e riposate parole acquistarono a poco a poco un’accezione si vile, che si trasmutarono in sinonimi di servitù, d’ignavia, d’ignobilità e di codardia.

E questi mali, al mio credere, nascosero la lor radice in un vecchio errore germinato dentro le menti cattoliche, il quale per rispetto all’applicazione dei principj di carità e di devozione scambiò al tutto il mezzo col fine e il subbietto con la sua forma. Fine vero ed ultimo d’ogni operazione rivolta al bene si è Dio, imperocchè egli è il bene sommo ed ogni altro bene emerge da lui. Ma sapere su qual materia e con quali strumenti debbesi da noi esercitare l’intenzione di esso bene, sapere in guisa manifesta per che vie peculiari e per che sorta di atti viene comandato a noi di rispondere acconciamente ai giudicj finali dell’Autore d’ogni bontà, questo è ciò che costituisce la sapienza delle virtù umane; la quale non dee esser punto fantasticata da un’ambiziosa filosofia, ma cercata in prima con semplicità e candore nel fondo dell’animo, dove la mano di Dio l’à scritta; di poi si conviene illustrarla e fertilizzarla col lume diretto delle rivelazioni evangeliche. Ora non così adoperarono molti dei zelatori cattolici, ingannati, per [p. 14 modifica]quel ch’io stimo, da certo orgoglio nativo di nostra natura. E per fermo, essi reputarono il modo più acconcio, più appropriato, più santo per servir bene Iddio e consentire sostanzialmente alla sua volontà, essere un’adorazione e contemplazione continua delle sue maraviglie, astraendosi dalle cose terrene e riguardando tutte in un fascio le glorie umane e le scienze, i civili progredimenti ei gran fatti dei popoli, come vanità delle vanità. Cosi sperarono di somigliarsi al coro più alto de’ Serafini, a cui per l’eccellenza dell’essere venne largita una stupenda destinazione, la qual consiste nel contemplare perpetuamente ed a faccia a faccia Dio Ottimo Massimo. Però molto diverso da tal concetto fu il giudicio dell’Ordinatore divine. Conciossiaché egli fece l’uomo animal sociabile e animal perfettibile, e alla socialità e perfettibilità indefinita volle converse tutte le opere nostre, le quali così divengono sante, perché obbediscono al disegno eccelso di Dio, ed a lui obbedendo, incontrano il bene, o, a meglio dire, elle sono costituite nel bene. Da ciò s’inferisce che astrarsi dalle cose mondane in quanto sono fomite di affetti disordinati, è virtù: in quanto menano diritto all’adempimento dei fini sociali, è colpa. E sotto questo rispetto, neppure è da convenire che le cose mondane riescono a vanità: perocchè per l’ufficio loro sublime di porger le fila al tessuto immenso e providissimo dell’universo, esse acquistano una pienezza, un valore e una dignità inestimabile. Così, non terra d’esiglio convien domandare il mondo, in quanto noi vi sudiamo lunghi anni a crescere la prosperità della patria comune. Così, tende di viandante non sono le nostre dimore, né pellegrinaggio la vita, in quanto ella viene spesa a incremento dell’ordin morale supremo, di cui una parte è l’umana famiglia; imperocche partendoci noi, restano pur nondimeno i frutti delle durate fatiche, restano le poche pietre che abbiam portato di nostra mano all’edificio eternissime il quale si va costruendo conforme all’idee archetipe del sovrano Architetto. Che se quei zelatori della virtù, în cambio di consultare le massime di un cotal loro asceticisme orientale, fossero innanzi discesi a interrogare con umiltà e semplicità di animo le naturali tendenze del nostro essere, non avrebbono scostato sè stessi e gli altri dal cammino vero della virtù propria e conveniente [p. 15 modifica]all’uomo. E per fermo, questo è un sommo principio illuminatore di tutta l’etica naturale e cristiana; cioè a dire, che qualunque mai rivelazione, per nuove e straordinaria che si dimostri, non può a niun patto contraffare agli istinti razionali dell’uomo: a cagione singolarmente che questi e quella scaturiscono d’una fonte medesima; che anzi la legge scritta ė puro augumento e chiosa della legge anteriore notificata all’uomo dalli suoi impulsi morali. Di quindi s’argomenta che ove cada necessità d’interpretazione, debbono i ben temperati ingegni attingere gli avvisi loro alla sorgente perenne delle suggestioni naturali. Il che quando avessero praticato coloro di cui è discorso qui sopra, ei si sarebbero per certo avveduti che ponevano l’esercizio del bene quasi fuori al tutto della umana indole e dell’umana destinazione. Da ciò altresi è provenuto che le opere ànno per ogni dove e perpetuamente contradetto alle opinioni erronee di cotestoro. E qui si lascia considerare ad ogni intelletto saņo qual sorta mai di virtù e quali specio di procetți morali divengano quelle contro a cui le forze della natura mantengono guerra incessante. Or non è ciò voler porre Iddio in pugna con sè medesimo, a farlo in certa guisa mentire dinnanzi al testimonio delle sue opere? Diffatto, venne predicato da molti ascetici, che la somma delle perfezioni, la santissima delle virtù umane, l’atto il più onorato e premiato in cielo consista nel fuggire il consorzio del prossimo, fuggir la madre e i fratelli, entrar nelle selve, intanarsi fra burroni, viverð a foggia di orsi e immuni dal contatto pestifero delle cose mondano; ma ei non posero mento, che a questa perfezione celebratissima grida contro l’istinto, il quale condizionò l’uomo allo stato di società, e gl’insinuò il bisogno della fratellevole domestichezza, e lo feca desideroso e ansioso del commercio continuo degli affetti e dei pensieri.

Egualmente sembrò a parecchj, che passare i giorni in preghiere e le notti in meditazioni, che vestire il cilicio e i̟ diginni moltiplicare fosse mener quaggiù vita sublime di angelo, a tale che niuna bontà di cuore, niuna grandezza d’impresa, niuno sforzo di facoltà e d’affetto possa avvantaggiarși sopra di quella vita, per eccellenza, dovizia e peregrinità di merito inverso il Signore. [p. 16 modifica]

Ma gl’istinti generosi del cuore umano si richiamarono sempre e tuttavia si richiamano da quella sentenza. Perocché in ogni tempo e in qualunque paese non barbaro, presso gli idolatri, così bene come presso i cristiani, fra gli eretici e fra i cattolici, una sola voce si alza da tutti i petti gentili per encomiare i nomi di Leonida e di Epaminonda, di Publicola e di Catone, dei Fabj, dei Marcelli, delli Scipioni, di Farinata, di Procida, di Pier Capponi, di Andrea Doria e di Francesco Ferrucci. Essi grandi sono appellati, essi probi e santissimi: essi operatori delle più forti virtù, delle più malagevoli, delle più meritorie: essi che affrancaron la patria o per la patria morirono: essi sprezzatori dei rischj, della povertà, dei supplizj per carità del ben pubblico: essi felici e soddisfatti di sè medesimi allora soltanto che avessero a costo di larghi sudori, di profuse ricchezze, di singolari sopportazioni, tra duri cimenti e battaglie, con le ferite e col sangue proprio cresciuta notevolmente la comune prosperità. E chi sveglia nel cuor degli uomini cotesta ammirazione profonda? chi sforza a chinar le ginocchia dinnanzi la memoria di quei magnanimi? chi fa scoppiare da tutte le bocche pronta, spontanea ed irresistibile la celebrazione eterna delle loro virtu? chi, se non Dio, autore del bene e modellator supremo dei nostri petti? Adunque i digiuni avran più valore delle disfatte tirannidi, e le notturne meditazioni più delle savie leggi causatrici dell’ottimo vivere, ei cilizj e le discipline più delle carceri, più degli esiglj, più degli stessi patiboli incontrati e sofferti a pro della patria! Potevano tali esorbitanze capire negli ingegni preoccupati delle età grosse e fanatiche, ma nel lume odierno di scienza elle sono ridevoli a dirsi e fastidiose a ripetersi.

Lungo sarebbe a registrare tutti quanti gli errori che procedettero da quel primo movente, dalla presunzione cioè di fare della virtù cristiana una cosa tanto serafica, un congiungimento così immediato con Dio, una spiritualità così eterea e così trascendente da toglier quasi di mezzo il mondo in cui venimmo collocati, la società in cui viviamo e i fini altissimi della comune perfettibilità a cui fummo sortiti.

Per la quale indifferenza ed alienazione dalle faccende mondane, si arbitrò eziandio che resistere a principi iniqui non [p. 17 modifica]differisca guari dal resistere a Dio medesimo; poichè, giusta quell’opinione, Dio li pone in terra come suoi offiziali e di propria mano gl’incorona e col braccio loro percuote i popoli caduti nell’ira sua; chè se quei principi commettono l’iniquità, il Signore vi provvede e ne fa giudicio. A noi sta l’obbedirli, a noi mettere nel loro servigio i nostri averi ed il sangue. Nė già per mal talento che abbiano, sapranno impedire che noi cresciamo nella carità inverso Dio, o potranno sturbare la dolce estasi delle nostre orazioni, e menomare il pregio dell’annegazione di noi medesimi.

Però a tali visioni degli entusiasti vennero contro le tendenze liberali dell’uomo: e si considerò e conobbe, che essendo esso costituito di natura compagnevole ed avendo per fine diretto e immediato la civile beatitudine, dovea l’indole sua ricevere in sè due forze egualmente poderose e preservatrici, l’amore cioè e lo sdegno; l’uno principio del bene, l’altro limitatore e riparatore del male. Chè per lo primo egli si sarebbe accostato al prossimo ogni giorno più strettamente; per lo secondo egli avrebbe ad intenzione di bene impedite, represse e punite con equità le violenze perniciose d’esso prossimo. Nė dove l’una di coteste energie venissegli meno, durar potrebbe l’equilibrio dei movimenti sociali. Se non che, egli fu osservato al lume vivificante dei precetti evangelici, che reprimere con ardore di odio è vendetta; con eccesso di pena è furore ed atrocità: ma reprimere secondo ragione e per proficuità sociale è giusta opera e doverosa. La gentilità meschiò le più fiate al reprimento l’odio, e allo sdegno il furor sanguinoso. Perciò Cristo Salvatore la giustizia purificò, lo sdegno fece virtuoso e l’odio volle spento.

Non si creda pertanto dovere il consorzio umano quasi mandria di pecore obbedire sommessamente a’cenni della verga che lo percuote, nė piegare il collo a qualunque potente che si farà ungere il capo col crisma, e si dirà mandato da Dio a regnare, e sotto l’ombra dell’Altissimo commetterà l’ingiustizia. Per contrario, fu la compagnia umana ordinata da Dio a infiammarsi e levarsi contra ogni disfacitore del comun bene. Altresi fu ordinata, per la celeste grazia, a potere adempire tal commissione sublime senza meschiamento di voglie illecite e di [p. 18 modifica]affetti astiosi, nobilmente e magnanimamente; chè tale è il senso cospieno di quelle parole: incolleritevi, ma senza peccare. Egli nacque poi per effetto delle cose fin qui ragionate, che le volontà e le opere dei cattolici altamento e sempre dissuonarono da coteste dottrine di servaggio predicate in nome del cielo. Che anzi i popoli, nel praticare i principi della politica libertà, stimarono e stimano, per ammonizione secreta della coscienza, di produrre fatti accettissimi a Dio, meritorj all’anima e dalla religione ispirati e santificati. Così adopera il Siciliano che in sull’ora dei vespri, al suon delle squille, quasi per un segnale dato dal Signore stesso, piomba sullo straniero e lo stermina. Cosi adopera il Napolitano che in Masaniello pescatore riconosce un nome suscitato da Cristo per atto di quella virtù medesima che, a seampo dell’uman genere, suscitè i pescatori di Galilea. Cosi adopera il Fiorentino, cosi il Genovese, così il Lombardo: i quali or per l’oppresso duca d’Atene, or per lo scacciato esercito austriaco, or per le fiaccate terribile Federico, ad ogni effigie di Nostra Donna si prostrano, a tutte le chiese fanno calca, tutte le basiliche addobbano, inghirlandano, illuminano; le bandiere conquistate vi appendono, l’armi proprie vi votano, e lacrimando di tenerezza, porgono grazie infinite al Datore eterno di libertà. Nė mi par da tacere che questi atti gloriosi delle moltitudini, si bene temperati di pietà e di coraggio, ricevettero in Italia conferma ed approvazione durevole da scrittori perfettamente ortodossi e di autorità suprema, i quali non àn dubitato d’insegnare il vero in mezzo a’ molti pericoli e a lato a tremende superstizioni. E innanzi vien San Tommaso, che a viso aperto combatte le massime del diritto divino, dal popolo fa derivare immediatamente ogni potestà politica, e al popolo negli estremi casi mantiene la facoltà di rivocarla e abolirla. Onde i Romani, scrive egli, per grazia d’esempio, bene scacciarono i Tarquinj, sostituendo loro un’autorità più ristretta, e bene il Senato dannò a morte Domizio e annullò con giustizia tutte le pessime cose da lui intraprese a danno di Roma. Stima poi San Tommaso debito del comune il non allargare di soverchio la potestà regia, affine di torle occasione e facilità di convertirsi in tirannide; e quel principato considera ottimo in cui tutti alla sovranità partecipino in alcuna porzione. [p. 19 modifica]

Nè quanto all’origine del principato dissentirono da San Tommaso i più severi de’ suoi discepoli, come, ad esempio, il Bellarmino inesorabile propugnatore dei privilegj papali; e quel Giovanni Botero, prete di costumi interissime, il quale per le carti, ne’ regj consigli e in faccia dei no sentenziava: non darsi reggimento naturale e legittimo salvo che quello il quale sovrasta per l’eccellenza delle virtù e dello ingegno, prende origine dal consenso dei governati e adempie il fine a cui venne eletto, cioè l’universale prosperità.

Principj assai somiglianti a questi dettè e proclamò dalla cattedra Giovan Vincenzo Gravina, alla cui mente rappresentoasi come certo, anzi come necessario per fatto e per raziocinio, che nel consenso del Popolo stia la legittimazione e la rettitudine d’ogni forma politica. Il perchè, diceva egli, tuttavolta che far si possa con opportunità de’ cittadini, sarà lecito la republica strappare dalle mani de’ suoi tiranni. Sacrosanta cosa è la libertà e di giure divino, perchè da Dio medesimo naturata nell’uomo; talchè tentarla divien scelleraggine, empietà è assalirla, nefandezza è occuparla. Ciò publicava il Gravina in un libro famoso pel mondo e alla santità di Clemente XI dedicato. Nei nostri tempi, gran suggello porse a questi dogmi politici Antonio Spedalieri, il quale scrivendo, come ognun sa, per sollecitazione di Papa Braschi, dichiarò nettamente nel suo trattato dei diritti dell’uomo, agni potere sul popolo originarsi dal popolo stesso, e pronunciò per risultamento finale delle sue investigazioni, il cattolicesime essere nella sua essenza nemico nato di qualunque maniera di dispotismo.

Depo allegazioni così autorevoli, a me rimane di concludere che mai la dottrina dell’obbedienza passiva e l’altre opinioni servili prevalute fino qui nel mondo cristiano, non conseguirono in Italia il suffragio dei grandi sapienti, e fallirono nella speranza di maritarsi con la teologia e di unificarsi con le credenze cattoliche; provandosi ancora da ciò, come nella vecchia razza latina sia la natura più forte del pregiudizio, e generosa molto più che i tiranni e gl’ipocriti nen la vorrebbono.

Chiaro poi rimane per sé medesimo, che tali documenti di libertà entrano come parte costitutiva in quell’ordine morale del mondo, da cui dimostrammo non doversi e non [p. 20 modifica]po-tersi in niun conto separare l’ordine religioso perfetto. E di vero, se il merito intrinseco della pietà cattolica si raccoglie e si ristringe nell’amare e piacere a Dio, secondo i fini prescritti da lui della prosperità e perfettibilità sociale, dee i buon cittadino poter meritare e santificarsi oltremodo, quantunque volte ei rovesci gli ostacoli i quali si oppongono al bene comune e al comune perfezionamento: quindi è da dirsi con alta voce, senza timidità, senza restrizioni, che gli atti politici volti per vie legittime al conquisto o al ricuperamento del franco vivere racchiudono un’essenza purissima di pietà e di religione.

Santi adunque sono coloro i quali con retto e purgato animo contro i nemici della patria impugnano l’armi, e con la spada di Matatia mondano dal contatto dello straniero la terra augusta dei padri. Santi coloro i quali insorgono contro il tiranno, e se d’uopo torna alla redenzione estrema della patria, l’estinguono. Santi infine coloro che qual sia diritto di nostra stirpe rivendicano, ristorano e in libero possedimento ripongono. E chi queste cose non fa, mentisce al debito di cittadino e d’uom ragionevole, vilipende la patria sua e la dignità universale di tutti i suoi simili, e move guerra ai fini stupendi di Dio, che vuole gli uomini progredenti ’per la comune giustizia in comune prosperità.

Tale serie concatenata di concetti e di raziocinj m’induceva, egregio signor Barbier, a riconoscere nella rivelazione cristiana una religione eminentemente civile: e penso con gran fermezza, che questo carattere nobilissimo ed originario di lei dimostrandosi ai nostri giorni nella pienezza intera di sua perfezione, riaccenderà il lume delle virtù antiche, solleverà gl’intelletti a speranze magnifiche, e loro persuaderà imprese si vaste, si pure, si feconde di bene, che forse le migliori non furono mai vedute.

Egli m’è avviso che un nuovo Virgilio parlerebbe anche oggi dei vaticinj Cumei e del rinnovamento del secolo. Dappoichè tutti i segni si connettono aggiustatamente per farci opinare che molti dei casi odierni sono termine e sigillo a una forma di civiltà che la sua immensa curva à discesa, mentre più altri casi accennano di già il moto incipiente d’un corso novello [p. 21 modifica]e straordinario dell’uman genere. Così giova credere che tra l’un moto e l’altro dell’umanità non intervengano maggiori sventure, nè maggior traboccamento di male di quello onde siam testimonj: e si fa luogo a pensare che il crescere dell’incivilimento assomigli di quindi innanzi alla palma, nobilissima tra le piante, la quale pur nel tempo che le invecchiate foglie dissecca e perde, nudrisce tra mezzo di quelle un germoglio robusto e vivace che assai più in alto la spinge.

Una speranza poi mi tiene consolatissimo, ed è ch’io scorgo per molti altri segni nessuna nazione dover profittare del rivolgimento sociale in maniera così felice come l’Italia, la quale mirabilmente fu da voi paragonata nei vostri versi alla sua Giulietta dei Capuleti, e perchè giace ancora assopita nel feretro della servità, vien reputata morta dalli suoi schernitori. Ma lode a Dio, Ella è viva ed uscirà dal suo cataletto, facendo di nuovo stupire il mondo con lo splendore della sua faccia e col reintegrato vigore della sua giovinezza.




  1. ↑ Questa dedicazione fu publicata la prima volta nel 1836 in capo a un libro di Poesie mandato fuori dall’Autore in quell’anno.
  2. ↑ Parole di san Paolo.