Poesie scelte in dialetto potentino/Prefazione

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Prefazione

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I

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PREGATO dal Sig. Giuseppe Corrado, nipote di Raffaele Danzi, ho ordinato e corretto alcune delle poesie dialettali di lui, le quali ebbero gran voga a Potenza, tanto che non è difficile imbattersi, dopo quaranta anni, in persone che le ricordino quasi tutte a memoria. La maggior parte di esse fu raccolta nel 79 in un volumetto edito con i tipi Santanello: poche altre sono posteriori e videro la luce su foglietti volanti.

Di tutte ho creduto, con l’autorizzazione del Corrado, di fare una cernita: alcune, specie quelle degli ultimi anni, quando l’età aveva inaridita la vena ed il bisogno turbato l’umore del Danzi, non mi sono parse meritevoli di ristampa.

Naturalmente quelle prescelte mi sono sembrate le migliori. Non si tratta di alate liriche civili o di impetuosi canti di gloria; di pensieri profondi o di argute satire di tempi e di costumi. Il Danzi non può nemmeno lontanamente essere paragonato ai nostri grandi poeti dialettali: al Meli, al Belli, al Porta, e nemmeno ai moderni: al Russo, al Pascarella, a Trilussa.

Altra ala battono i sommi del passato, ed altra educazione artistica, altra finezza di gusto e di sentimento hanno i viventi! [p. 4 modifica]

Il povero decoratore di santi potentino era un uomo semplice, di pochi studi: era dotato però di un acuto spirito di osservazione e di una certa vivacità naturale di ingegno. I suoi versi sono la epressione schietta dello stato dell’animo suo, che è quello di un Potentino del sessanta, di poca cultura, che ragioni con i suoi amici dei grandi avvenimenti del tempo.

La sua mentalità è un pò quella del contadino, di cui usa le parole, ma appunto per questo si riflette nelle sue poesie la sincerità e finanche l’ingenuità di chi non conosce le finzioni e i falsi entusiasmi nell’arte e nella politica.

Una rapida scorsa delle poesie che seguono ce ne convincerà subito e servirà anche a renderle più accessibili a chi non conosce il dialetto potentino che non è certo il più soave, il più morbido dei dialetti italici.1

Malgrado ciò il Danzi riesce quasi sempre a scrivere dei versi che, vinta la difficoltà della pronunzia, appariranno facili e scorrevoli, e qualche volta dotati di una bella efficacia.

Rumaniette mpo’ ncantare
A sentì tanta rumore:
po veriètte tre culore
e lu sanghe m’aggiardà.

Così, senza un aggettivo, con poche parole, ci [p. 5 modifica]racconta del gelo che gli corse nelle vene quando vide, per la prima volta, nel gennaio del 48, il tricolore in mezzo alla folla, in istrada. Nella stessa poesia, che è fra le più belle, riproduce la gioia dei Potentini per la costituzione che doveva avere vita così corta.

Nella sua ingenuità il Danzi cerca di scusare il Re, tratto in inganno dai mali consultori e consiglia ai giovani per l’avvenire ogni risolutezza, a costo della vita.

Dopo dodici anni il Danzi ritrova la sua vena che, forse, la reazione borbonica gli aveva fatta inaridire: festeggia il sessanta, ma con quanta paura, con quante riserve:

Si so spine noi li scansamme
Si so rose hanne da iurì.

E dopo un curioso epitalamio (la festa nazionale) in cui celebra le nozze della vagnarda (l’Italia) cu lu zito (Vittorio Emanuele) segue un gruppo di poesie, scritte fra il 61 ed il 66, nelle quali il Danzi si fa eco del disagio generale negli anni immediatamente successivi alla rivoluzione.

Troppe speranze si erano fatte balenare e troppo profondo era stato il mutamento, oltre che nella politica, nell’economia, nei costumi, nelle abitudini della vita.

La reazione borbonica è argomento di due poesie: una sulla morte di Boryes del 61, e una del 63, indirizzata alla Commissione Parlamentare venuta a Potenza a studiare i mezzi per debellare il brigantaggio. In questa sostiene che i briganti.

Sì, gne so: ma so oneste
a cunfronte de queddi tali
ca pe fa li i libberali
solo pensano d’arrubbà.

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Questa nota di antiparlamentarismo ricorre spesso nei versi di Raffaele Danzi.

Dello stesso anno è la Mescapesca, in cui è rilevato il dissidio fra paisani e frastieri che a Potenza ebbe qualche episodio violento.

Le due poesie scritte nel 65 hanno per argomento il malcontento generale per le tristi condizioni economiche e per il ritardo nel risolvere la quistione romana.

Arrevasseme addò hamma esse
a lu meno se mpennerrìa!

esclama il Danzi: le strettezze, i sacrifizii si sopporterebbero allegramente. Ma a chi dare la colpa se essa è nostra?

Che ne vulumme da lu Regnante
Ca se vere stu male cuntente,
Si li corse a lu cummente
Noi stesse l’ hamme mannà?

Intanto la gente emigra a morre a morre, ed il ciuccio di Sciarrill si lamenta che il padrone non abbia mantenuto le promesse e lo costringa a partire per l’America (66).

Gli avvenimenti del 66 e del 67 non ebbero eco nella poesia di Raffaele Danzi. Forse un accenno di quegli anni non lieti si trova nel primo sonetto all’Italia (senza data) pieno di affetto per la povera mamma nosta sfurtunara. Invece il riscatto di Roma è l’argomento di ben dieci delle ventiquattro poesie pubblicate.

Era l’ossessione di tutti in quei tempi, il sogno sospirato da tanti anni.

Il Danzi ha, sulle prime, l’illusione di poter convincere Pio IX a rinunziare al potere temporale ed in Chi vote va e chi nati vote manna dice: [p. 7 modifica]

Iedde la ràzzia n’ha da fa:
È la rrogna ch’ave attorno
Ca l' ha fatte mpo’ ntustà.

Ma ben presto si convince che è inutile sperare:

a Roma si vendono le indulgenze a stuppiedde e si bandisce la Crociata contro la Patria.

Eppure (secondo il Danzi) Gesù Cristo l’ha detto chiaramente:

A lu Papa ogni respetto
A fa lu Re nu lu purmette

Ma il Papa fa il re e condanna a morte: probabilmente il Danzi si riferisce alla condanna di Monti e Tognetti del novembre del 68, quando domanda nel bellissimo sonetto a Pio IX:

Quanne de morte firme na sentenza
Lu Cristo, braccia averte, lu tiene nannte?

In quello seguente cerca dimostrargli che non può, nello stesso tempo, essere papa e re:

Chi vole fa lu mièreo e lu nutare
Nun fa ne nu strumento e nè na cura.

E poi incalza (Una parola al papa):

Nun è Vittorio e manche Napolione
Simme noi ca vulemme l' Italia una.

Il papa invece rispondeva alle aspirazioni liberali convocando il Concilio Ecumenico da cui uscì il dogma dell’infallibilità, ed il Danzi lo avverte ca lu monno è struvugliare, ed in seguito (Fra il Poeta e la sorte) sostiene che la caduta di Napoleone III e quella del potere temporale sono effetto dei dogma.

Occupata Roma consiglia (Il Riscatto di Roma ) di gridare poco e di stare bene attenti che la grande conquista non ci sia tolta.

Lu strisse è come d’acqua int’a lu crive
Ca, quanne vai pe beve, resta ngannare

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Ed in seguito:

Savire ca è sta nu contrattempe
Ca ha fatte la dupa femmena ncappà;
Lu mascole crerìre ca nu sta seir.pe
Attento la cumpagna a rescattà?

Nell’Avvocato in Paradiso, curioso racconto fantastico in quartine di avvenimenti avvenuti in cielo, i quali, per contraccolpo, avrebbero determinato in terra la caduta del potere temporale, il Danzi ritorna al suo argomento preferito, trattandolo in forma scherzosa. San Pietro è vittima di un intrigo per cui deve lasciare il suo posto di portinaio celeste: egli protesta violentemente ma Gesù è inesorabile con lui:

Mo pure cu mi li cchiacchiere vuo venne?
Lu vire ca la matassa s’è mbruglià?
O pigliati li bèrtele e vattenne
O, Pietro mio, nun aggio che te fa.

Ma Pietro non vuol sentir parlare di andar via ed, in segno di protesta, decide:

Drete la porta mette na traversa
E digge ca m’hanne poste carcerato.

Così il Danzi spiega la prigionia dei Papi dopo il 70!.

Delle poesie che seguono sono graziose quella per le elezioni politiche del 1882, che ha un andamento scorrevole e spigliato, ed il Mattutino, un dialogo fra due fidanzati, una specie di canzone a dispietto, nella veste di un sonetto con la coda.

Quella del 79, scritta dopo il ritorno da un lungo viaggio in Sicilia e in Tunisia, rinnova la dolorosa costatazione della miseria generale.

Come risulta da questa breve rassegna, quasi tutti i grandi avvenimenti politici svoltisi dal 48 [p. 9 modifica]all’82, cioè dalla prima aurora di libertà alla riforma elettorale, trovano nei versi del Danzi un breve commento. Le sue parole si fanno affettuose e reverenti quando parla dell’Italia e di Roma; sono aspre contro i politicanti che per i propri trascurano gli interessi nazionali, sono dolenti ed amare quando deve constatare le tristi condizioni economiche delle nostre regioni.

Quale che sia il valore artistico di queste poesie, che pure, a mio giudizio, non è scarso; esse riproducono con efficacia ed esattezza lo stato dello spirito pubblico a Potenza nei primi tempi dell’unità, e, come documento di cronaca e di tenue psicologia paesana, non meritavano di andare perdute.

Gli esemplari della prima edizione sono diventati rarissimi: ho perciò incoraggiato il Corrado nel proposito di ripubblicare i versi di suo nonno, il quale se, come scrisse egli stesso, non trovò mai nu diàvele ca disce bangiorno a nu cruggefisse, e dovette perciò starsene cu la pace sova a chiangerse la sorta, ha avuto da lui questo postumo tributo di memore affetto.

Potenza, marzo 1912.

Dott. Michele Marino


Note

  1. A questo proposito bisogna fare una osservazione importante. Moltissime parole del dialetto potentino terminano con una e la quale è assolutamente paragonabile alla e muta o semimuta dei Francesi. Nel nostro dialetto è più frequentemente semimuta che muta, in quanto nella pronunzia di molte parole un suono speciale, che in italiano non ha l’equivalente, è ad essa dovuto. Ora in un buon numero di casi questa e non costituisce sillaba con la consonante che la precede. Chi non tenesse conto di questa avvertenza troverebbe nelle poesie del Danzi un gran numero di versi sbagliati.