Poesie varie (Marino)/I/IV

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IV. La rosa

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IV


LA ROSA


MOPSO


     Or che d’Europa il toro
per far la terra adorna
si scote da le corna
di fior vago tesoro,
e ’n su la terga d’oro
con temperata luce,
ricco di piú bel furto il Sol n’adduce;
     che fai, Tirsi gentile?
perché non canti i pregi,
perché non canti i fregi
del giovinetto aprile?
Canta con dolce stile
di tutti i fiori il fiore,
de la stagion piú bella eterno onore.

TIRSI


     Da qual fiore il mio canto
prenderò, Mopso mio?
cantar forse degg’io
il flessuoso acanto?
l’immortale amaranto?
o pur la bionda calta
che d’aurato color le piagge smalta?
     Dirò d’aiace tinto
di vivace vermiglio?
del ligustro o del giglio?
dirò d’adon dipinto?

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del fregiato giacinto?
o di clizia, a cui piace
volgersi sempre inver’ l’eterna face?
     del lieto fiordaliso?
o de l’innamorata
mammoletta odorata,
d’amor pallida il viso?
O dirò di narciso,
che da quell’acque, ond’ebbe
la morte giá, trasse la vita e crebbe?

MOPSO


     Canta, Tirsi, di quella
ch’è piú cara agli amanti;
canta gli onori e i vanti
de la rosa novella,
che baldanzosa e bella
sorge da l’umil erba,
tra la plebe de’ fior donna superba.

TIRSI


     Ma qual, Mopso, di queste
fia piú bella e piú degna?
Una è di lor che segna
di bel minio la veste,
e del sangue celeste
di Venere rosseggia;
l’altra del latte di Giunon biancheggia.

MOPSO


     Canta quella che mostra
di porpora le spoglie,
che con ridenti foglie
di questa erbosa chiostra

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il puro verde inostra;
però che la vermiglia
de la tua Filli il bel color somiglia.

TIRSI


     Fama è che Citerea
col suo leggiadro Adone
ne l’acerba stagione
cacciando un dí correa,
quando a la vaga dea
spina nocente e cruda
punse del bianco piè la pianta ignuda.
     Ne la bella ferita
la rosa allor s’intinse
e ’l suo candor dipinse;
mentre la dea smarrita
de la guancia fiorita
discolorò le rose,
fe’ di novo color l’altre pompose.
     Di sanguinose brine
le belle foglie asperse
allor la rosa aperse;
e di gemme piú fine
mostrò ricche le spine,
che d’ostro umide e molli
pompa aggiunsero ai prati e fregio ai colli.
     D’atti cotanti audaci
la diva non si dolse,
anzi in lei lieta accolse
mille e mille vivaci
amorosetti baci,
e con l’acceso labro
doppio l’accrebbe ardor, doppio cinabro.
     — E tu — disse — sarai
il mio fior piú gradito;

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del mio sangue vestito,
de’ fior lo scetro avrai;
tu di Pesto i rosai,
tu gli orti indi ed iblei
farai felice, e gli arabi e i sabei. —
     Da indi in poi de’ fiori
reina esser si vide;
quindi folgora e ride,
cara a Zefiro, a Clori,
a le Grazie, agli Amori,
de l’api alma nodrice,
di Natura e d’Amor nunzia felice.
     Quinci avien che Ciprigna,
qualor da l’acque sorge
e ’l dí ne guida e scorge,
con luce alma e benigna
mira la sua sanguigna;
e langue e manca spesso
quella in ciel, questa in terra, a un punto stesso.
     In lei si specchia il cielo,
a lei da l’oriente
ride l’alba nascente,
e da l’umido velo
sparge di vivo gelo
umori cristallini,
onde lava ed imperla i suoi rubini.
     Non ha la bionda Aurora,
allor che ’l ciel fa chiaro,
ornamento piú chiaro.
Di rose il crin s’infiora,
di rose il sen s’onora:
anzi invidia ne prende,
e, vergognosa, di rossor s’accende.
     Mira quella che nasce,
mira in che dolce modo
rinchiusa in verde nodo,

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par com’avolta in fasce;
di rugiada si pasce,
e di pompa selvaggia,
nova aurora de’ prati, orna la piaggia.
     Mira, mira poi questa
ch’aperto a pena ha l’uscio,
e, benché fuor del guscio,
verginella modesta,
non osi trar la testa,
pur di purpurei lampi,
quasi stella terrena, illustra i campi.
     Mira l’altra, ch’ascosa
pur dianzi, or giá se n’esce
da’ suoi smeraldi e cresce;
e da la siepe ombrosa,
tra lieta e vergognosa,
con tenerella punta,
qual pargoletto Sol, ridendo spunta.
     Altra dal verde ostello
in tutto si sprigiona:
giá giá d’òr s’incorona,
giá nel vago drapello,
fra ’l serpillo e l’amello
e fra l’amomo e ’l croco,
avampa tutta d’amoroso foco.
     Giá del suo gambo s’erge,
giovinetta lasciva:
di pura grana e viva
sue gote orna ed asperge;
e, mentre al sol si terge
sovra l’erbosa sponda,
fa de la sua beltá giudice l’onda.
     Quando, di pure stille
rugiadosa umidetta,
sparge la molle erbetta
di mille perle e mille;

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quando a l’aure tranquille
odor soave spira,
allor dolce d’amor piagne e sospira.
     Ma, di se stessa altera,
acciò ch’ardita mano
tenti rapirla invano,
rigidetta e severa,
in grembo a primavera,
contro i nemici e i vaghi
s’arma in difesa sua di punte e d’aghi.
     Rose, rose beate,
lascivette figliuole
de la Terra e del Sole,
le dolcezze odorate,
che dal grembo spirate,
ponno quel tutto in noi,
che ’l Sol, che l’aura e che la pioggia in voi.

MOPSO


     Giá imbruna le contrade
il Sol, che cede e langue,
e seco a un tempo essangue
langue la rosa e cade.
O di umana beltade
gloria caduca e leve,
o diletto mortal, come se’ breve!