Poesie varie (Marino)/I/VI

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VI. La lontananza

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VI


LA LONTANANZA


     È partito il mio bene,
ho perduto il mio core. Oimè! qual vita
in vita or mi sostene?
Lasso! com’è rimaso
fosco il sol, negro il cielo!
il dí giunto a l’occaso,
Amor fatto è di gelo.
Duro partir, che m’hai l’alma partita,
chi ti disse «partire»
devea con piú ragion dirti «morire».
     Oh Dio! quel dolce «Addio»
che piangendo mi disse, a cui piangendo
«Addio» risposi anch’io,
deh! come da la spoglia
l’anima non divise?
e come per gran doglia
la vita non uccise?
Alma e vita io non ho, poiché, perdendo
il mio dolce conforto,
«Addio» dirgli ho potuto e non son morto.
     Morto non sono ed ardo
lontan dal foco mio, dal caro foco
di quel celeste sguardo,
e quanto è men da presso
la fiamma ond’io languisco,
dal grave incendio oppresso
piú moro e ’ncenerisco.
Il foco, ahi no! che, per cangiar di loco,

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da me non si disgiunge;
sol la cagion del foco è da me lunge.
     Tetto, giá lieto e fido
tempio de l’idol mio, ciel del mio Sole,
or solitario nido,
spelunca abbandonata
di spavento e di morte,
chiudi, chiudi l’entrata
de le dolenti porte;
tenebrosa magion, misera mole,
cadi pur, cadi, ahi lasso!
ch’al mio core è saetta ogni tuo sasso.
     Balcon gradito e caro,
che fosti giá di piú sereno die
oriente piú chiaro,
or fatto atro soggiorno
di notte oscura e mesta,
serra, deh! serra al giorno
la finestra funesta;
ché, qualor s’apre a queste luci mie,
con spada di dolore
me n’apre un’altra in mezzo al petto Amore.
     Cameretta fedele,
giá pacifico porto e dolce mèta
de le mie stanche vele,
or che battuto ondeggio
per l’onde e per gli scogli,
poiché morir pur deggio
fra pianti e fra cordogli,
chi mi cela il mio polo? e chi mi vieta
che morte e tomba almeno
non mi dian que’ begli occhi e quel bel seno?
     Letto, del mio diletto
felice un tempo albergo, or del mio duolo
sconsolato ricetto,
se sei pur, come sembri,

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di me pietoso tanto,
poich’accogli i miei membri
ed asciughi il mio pianto,
pietá piú non chegg’io; cheggioti solo,
in questa notte oscura,
che ti cangi, di letto, in sepoltura.
     Specchio, che ti specchiavi
nel Sol del chiaro volto e ne le stelle
de’ begli occhi soavi,
or di quel lume ardente
vedovato ed oscuro,
ben sei cristallo algente,
anzi diamante duro,
se, per non piú stampar luci men belle
di quelle, onde sei privo,
non distempri il tuo ghiacchio in pianto vivo!
     Candido eburneo rastro,
non ch’agguagli però de la man bianca
l’animato alabastro,
tu, che solevi, arando
i solchi del bel crine,
l’oro gir coltivando
de le fila divine,
ahi come sono, or ch’ogni ben ti manca,
i tuoi minuti denti
sol per mordermi il cor fatti pungenti!
     Acque felici e chiare,
cui d’esser tributario ebbe piú volte
ambizione il mare;
in cui vivono ancora
le faville amorose
di quel Sol che talora
ne’ vostri umor s’ascose;
deh! perché non struggete, in un raccolte,
accresciute da l’onde
de le lagrime mie, l’infauste sponde?

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     Aria pura e gentile,
fatta serena giá da sí bei rai,
non avrai dunque a vile
ch’altro petto, altro fiato
di te viva e respiri?
Terren sacro e beato,
non sdegni e non t’adiri
ch’altro men vago piè ti calchi mai,
quando ancora si serba
de le bell’orme in te fiorita l’erba?
     Musici arnesi, e voi
che talor l’angel mio trattar solea,
dolci trastulli suoi,
che sua mercé rendeste
angelica armonia,
senza la man celeste,
di voi, lassi! che fia?
Poscia che cosí vuol fortuna ria,
omai le vostre tempre
ché non sciogliete? o non piangete sempre?
     Ma tu perché non torni,
o Sol degli occhi miei?
Deh! che fai? chi t’accoglie? e dove sei?