Poesie varie (Marino)/I/VII

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VII. Amori notturni

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VII


AMORI NOTTURNI


     Quando, stanco dal corso, a Teti in seno
per trovar posa e pace,
Febo si corca e ’l dí ne fura e cela,
e nel tranquillo mar, nel ciel sereno
ogni euro, ogni aura tace,
dorme il marino armento e l’onda gela;
allor ch’emula al giorno,
Notte, spiegando intorno
il suo manto gemmato, il mondo vela,
e tant’occhi apre il ciel, quanti ne serra,
vaghi di sonni e di riposo, in terra;
     allor Lilla gentil, l’anima mia,
da la gelosa madre
e dal ritroso genitor s’invola:
indi, per chiusa e solitaria via,
di vaghe orme leggiadre
stampa l’arena, e, taciturna e sola
(se non quanto va seco
Amor per l’aer cieco),
mentre pesce non guizza, augel non vola,
rinchiusa in un beato antro m’attende,
antro che da le «fate» il nome prende.
     Io, cui lunge da lei grave è la vita,
tosto che ’l ciel s’imbruna,
conosciuto colá drizzo le piante.
Quasi notturno Sol, la via m’addita,
nuda e senz’ombra alcuna,
Cinzia, qual pria s’offerse al caro amante,
e giá ferir la miro

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da l’argentato giro
di ceruleo splendor l’onda tremante;
e, fatte a mio favor piú che mai belle,
spettatrici d’amor veggio le stelle.
     Giunto al mio ben, chi potria dir gli spessi,
i lunghi, i molli baci?
i sospir tronchi? i languidi lamenti?
Chi può contar degli amorosi amplessi
le catene tenaci?
gli accesi sguardi? gl’interrotti accenti?
gli atti dolci e furtivi?
gli atti dolci e lascivi?
Tanti sono i diletti, e sí possenti,
che dal cor di per se stessa si divide
l’anima, e innanzi tempo amor m’uccide.
     Lentando allor, ma non sciogliendo il laccio,
con la prima dolcezza
temprato alquanto il fervido desio,
languidamente l’un a l’altro in braccio
ce ne stiam vaneggiando, ed ella ed io.
Mentr’io pian pian col manco
a lei stringo il bel fianco,
e con l’altro altra parte ascosa spio,
ella d’ambe le sue, peso non grave,
fa quasi al collo mio giogo soave.
     Io narro a lei, favoleggiando intanto,
quando primier mi prese,
e l’ora e ’l punto e la maniera e ’l loco:
poi dico: — E da quel dí ch’amor cotanto
degli occhi tuoi m’accese,
sprezzai (sí dolce n’arsi) ogni altro foco.
Questi il mio ’ncendio fûro,
e per questi ti giuro
che d’ogni altra bellezza mi cal poco.
Crocale il ti può dir; Crocale, figlia
d’Alceo, bench’ella bruna e tu vermiglia.

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     Questa ognor mi lusinga e prega e chiama,
ma tutto indarno... — Allora
mi risponde colei ch’io stringo e suggo:
— Caro Fileno, e tu non sai se m’ama
e mi segue e m’adora
Tirinto il biondo, se io l’abborro e fuggo?
Quanti doni mi porge,
misero! e non s’accorge
ch’io per te sola... — e vuol seguir: — ... mi struggo; —
ma, mosso dal piacer che ’l cor mi tocca,
le chiudo allor la sua con la mia bocca.
     Qui risorto il desio, qual d’arco strale,
ver’ l’ultimo diletto,
sen corre a sciolto fren, carco d’ardore.
Tra noi scherzando e dibattendo l’ale,
l’ignudo pargoletto
fa traboccar d’estrema gioia il core.
Su l’arena a cadere
n’andiam: con qual piacere,
questo mi tacerò, dicalo Amore;
anzi faccial per prova altrui sentire,
ché forse anch’egli Amor nol sapria dire.
     Stanco, non sazio, alfine alzo a’ begli occhi
gli occhi tremanti, e poi
da le sue labra il fior de l’alma coglio;
e, mentre il molle sen avien ch’io tocchi,
e vo tra’ pomi suoi
scherzando e mille baci or dono or toglio,
tal, che lasso pareva,
pronto si desta e leva,
ond’io pur di morir dolce m’invoglio;
ma lá dove piú ingordo altri si sforza,
per soverchio desir manca la forza.
     Cosí mi giaccio, inutil pondo, appresso
a la mia ninfa amata,
che mi deride stupido ed insano.

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Per ch’io m’adiro e dico: — O di me stesso
parte vile insensata,
chi piú giá mai t’aviverá, se ’nvano
sí vezzosa ed amica
piú volte s’affatica
di farti risentir la bella mano?
Certo di sasso sei, ma come, ahi lasso!
come sí molle sei, se sei di sasso? —
     Ed ecco uscir fuor de le rive estreme
de l’indica pendice
rapido il Sol, da la sua nunzia scorto.
Ella, ch’esser veduta ha scorno e teme,
sospirando mi dice:
— Addio, ben rivedrenne, e fia di corto:
a che tanto affannarte? —
Poi mi bacia e si parte.
Io resto e dico: — Invan per me se’ sorto,
invido Sol, ché questa notte oscura
era a me piú che ’l dí lucida e pura! —
     Canzon, notturna sei,
notturni i furti miei:
non uscir, prego, al sol, fuggi la luce:
oblio piú tosto eterno, ombra profonda
le mie vergogne e i tuoi difetti asconda.