Poesie varie (Marino)/III/I

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I. I sospiri di Ergasto

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II - LXIV III - II

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III


GL’IDILLI PASTORALI


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I


I SOSPIRI DI ERGASTO


     Giá di Frisso il monton con l’aureo corno
apria l’uscio fiorito al novo maggio,
e vie piú chiaro il sol recando il giorno,
traea sereno e temperato il raggio;
quando Ergasto il pastor, le tempie adorno
d’una treccia di lauro, a piè d’un faggio
tra dolente e pensoso un dí s’assise,
e con le selve a ragionar si mise.

     Ardea di Clori, e grave oltre l’usanza
la sua dolce sentia fiamma amorosa,
qualor la cara angelica sembianza
Amor gli dipingea bella e sdegnosa.
Amava, ardea, languia fuor di speranza
per ninfa sí fugace e sí ritrosa,
che ’n tutta forse la selvaggia schiera
o piú bella o piú cruda altra non era.
   

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     Onde, poiché il meschin soletto errante
portò lung’ora intorno il fianco lasso,
a la folt’ombra de le verdi piante
ritenne alfine addolorato il passo.
Sovra un sasso posossi e nel sembiante,
non men che ’l seggio suo, parea di sasso;
poscia al monte vicin gli occhi converse,
ed ai chiusi pensier la strada aperse.
 
     — Clori bella — dicea, — ma quanto bella
tanto fiera e crudel, tanto superba,
or che ridono i prati e la novella
giovinetta stagion fiorir fa l’erba,
or ch’ogni fèra in questa piaggia e ’n quella
deposta ha l’ira e ’n sé rigor non serba,
perché contro i lamenti, ond’io mi doglio,
tu sola il duro petto armi d’orgoglio?

     Deh! volgi a me da que’ felici colli
dove l’aria a’ tuoi raggi è piú serena,
volgi deh! gli occhi, e i miei vedrai, che molli
versan d’amaro pianto eterna vena.
Sai ben ch’altro giá mai non chiesi o volli
refrigerio o conforto a tanta pena,
che da que’ dolci lumi, ond’io tutt’ardo,
men crudo almen, se non pietoso, un guardo.

     Ahi! che mi val che ’l ciel l’orrore e l’ombra
spogli, il bosco verdeggi e l’aura spiri,
se dal tuo core il ghiaccio Amor non sgombra?
se del tuo volto il sole a me non giri?
se fra nebbia di duol sempre m’ingombra
pioggia di pianto e vento di sospiri?
s’al verno de’ tuoi sdegni il fiore e ’l verde
de le speranze mie si secca e perde?

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     Vestan la terra pur Zefiro e Flora
di verde gonna e di purpureo manto;
aprano lieti al sol, sciolgano a l’ôra
i fiori il riso e gli augelletti il canto:
a me, lasso! convien non d’altro ognora
pascersi che di tenebre e di pianto,
o che l’anno da noi, mutando i giorni,
canuto parta o che fanciul ritorni.
 
     Forse l’incendio mio, forse il mio affanno
t’è, Clori, ascoso, e non ben anco il credi?
S’io ardo, s’io mi struggo e s’io t’inganno,
tu ’l sai, che spesso in fronte il cor mi vedi.
Sannol quest’antri, e questi boschi il sanno:
a questi boschi ed a quest’antri il chiedi.
Dillo tu mormorando, ondoso rio,
se t’asciugò sovente il foco mio.
 
     Ditel voi, selve, o de’ miei tristi amori,
selve, compagne e secretarie antiche;
ditel, ombre riposte e fidi orrori,
chiuse valli, alti colli e piagge apriche;
e voi, sí spesso il bel nome di Clori
avezze a risonar, spelonche amiche;
Eco, e tu, che talor de’ miei lamenti
ti stanchi a replicar gli ultimi accenti.
 
     Odi quel rossignuol, che spiega il volo
da l’orno al mirto e poi dal mirto al faggio;
odi come, dolente a tanto duolo,
del tuo torto si lagna e del mio oltraggio;
e par che dica sconsolato e solo,
s’intender ben sapessi il suo linguaggio:
— Abbi pietá d’Ergasto, o Clori avara,
da le cui note ogni augelletto impara! —

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     E ben talor che non cotanto offeso
d’amorose quadrella era il mio core,
giá senza noia il mio cantar inteso
fu da piú d’una ninfa e d’un pastore.
Or queste, che gran tempo inutil peso
pendon dal fianco mio, canne sonore,
altro non sanno che formar lamenti,
gonfie talor da’ miei sospiri ardenti.
 
     Ne la stagion che Progne peregrina
il dolce nido a far tra noi ritorna,
e ’n quella ancor che d’uva purpurina
il pampinoso dio le piagge adorna,
pascendo di sospir l’alma meschina
tra grotte oscure il tuo pastor soggiorna,
ch’inaridito, insterilito in tutto
vede d’ogni sua gioia il fiore e ’l frutto.
 
     Quando la rabbia de l’estiva cagna
tutto d’aliti ardenti il mondo alluma,
e quando per la gelida campagna
irrigidisce la mordace bruma,
pien d’aspre cure il tuo fedel si lagna,
ch’altro gelo, altro ardor l’ange e consuma;
e, fatto ognor di duo contrari gioco,
nel ghiaccio avampa e trema in mezzo al foco.
 
     Da che la terra in su la mezza terza
ferir si sente da l’adunco rastro,
fin che la sera inver’ la mandra sferza
le pecorelle il pastoral vincastro,
di lá fuggendo ove si canta o scherza,
seguendo Amor, ch’è mio tiranno e mastro,
mi stillo e stempro a forza di tormento,
piangendo in acqua e sospirando in vento.

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     E da che poi de le fredd’ombre sue
spande la notte il velo umido ed atro,
finché ’l bifolco al mansueto bue
ripone il giogo e ricompon l’aratro,
il Sol membrando de le luci tue,
per questo verde e florido teatro,
senza mai riposar, pur come uom folle,
disperato men vo di colle in colle.

     O ch’io vegghi o ch’io dorma o vada o seggia,
ho sempre in mente il caro oggetto impresso.
Te segue il mio pensier, per te vaneggia,
e sol per cercar te perdo me stesso.
Sola per le campagne erra la greggia,
e sola al chiuso suo ritorna spesso,
senza il dolente e misero custode,
ch’ama chi l’odia e prega chi non l’ode.

     Povera greggia, il cui doglioso stato
il tuo cuore a pietá punto non piega,
se ben con mesto e querulo belato
notte e giorno per me ti chiama e prega!
Pascer non vuol piú fiori in altro prato,
se i fior del tuo bel volto il ciel le nega;
fuorché lo sguardo tuo caro e soave,
contro il fascino e ’l tuon schermo non have.
 
     Mira colá ne le vicine rupi
Ciaffo e Zampone, i duo mastin feroci,
che, veggendo qual cura il cor m’occúpi,
latrano al bosco con pietose voci;
e, ben ch’avezzi a guerreggiar co’ lupi,
sien piú d’ogni altro can pronti e veloci,
dapoi che ’l signor lor s’affligge e piagne,
mal ponno senza lui difender l’agne.

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     Vidi stamane entro ’l pedal d’un pioppo
fuggendo entrar l’insidiosa volpe.
Giá solea di mia man trappola o groppo
farle mille scontar malizie e colpe:
or mi ruba in sugli occhi, e senza intoppo
vien de’ miei polli a divorar le polpe.
Spesso la trova il mio Carin, quand’apre
in su l’aprir del dí l’uscio a le capre.

     Tra gli altri un dí, pian pian per mezzo gli olmi,
fin dentro al letto mio venne la ladra,
onde fûr d’alte grida i boschi colmi
e s’armò di pastor piú d’una squadra.
Ma, però ch’altra piaga assai piú duolmi,
quella caccia sprezzai dolce e leggiadra.
— Altra fèra piú cruda — io dissi a Bauci —
il mio misero core ha tra le fauci. —

     Deh! s’a tanta beltá spirto sí crudo
s’accoppia ed hai di sangue anima vaga,
apri col ferro ignudo il petto ignudo,
chiudi le piaghe mie con una piaga.
Eccoti il cor, ch’aperto e senza scudo
per sí bella cagion morir s’appaga,
e morendo dirá: — Felice sorte,
poiché la vita mia mi dá la morte! —

     Ma tu di mille morti, empia omicida,
morir mi vedi e del mio duol ti godi,
né vuoi che sí per tempo a me recida
d’amor la Parca e de la vita i nodi;
ch’armonia dolce al par de le mie strida
di sampogna o d’augello unqua non odi,
né fèra uccisa hai di mirar diletto
quanto in mirarmi ognor lacero il petto.

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     L’altrier, lá dove Nisida si specchia
nel mar, che lava i piedi al suo fedele,
in su la scorza d’una quercia vecchia
queste note vergai, Clori crudele;
e vi vidi volar piú d’una pecchia,
tratta dal dolce nome, a farvi il mèle.
Devean venir le vipere piú tosto
a suggerne il velen, che v’è nascosto!

     Fu ben forte il destin sotto cui nacqui,
e mi scòrse quel di stella proterva,
dico quel di che prima io mi compiacqui
di far a tal beltá l’anima serva.
Lunga stagion l’ardor nascosi e tacqui;
ma chi celar può mai face che ferva?
Il celai, sí, ne la sinistra mamma;
ma ’l suo proprio splendor scoprí la fiamma.

     Non mi dolser le fiamme, anzi fûr dolci
piú che l’ambrosia o che ’l licor de l’ape;
ma, se tu non le tempri e non le molci,
non le sostiene il petto e non le cape.
Tirsi e Linco il diranno, i miei bifolci,
e le compagne tue, Testili e Nape,
che m’udîro chiamar tra queste querce
la mia perdita e ’l danno acquisto e merce.

     Poscia che, ’n dubbio e di mio stato incerto,
tra speranza e timor gran tempo io vissi,
acciò che ’l desir mio ti fusse aperto,
in mille tronchi il tuo bel nome scrissi.
Talor, mostrando il cor nel dono offerto,
nel silenzio il mio mal chiaro ti dissi;
dissiti, domandando alcun ristoro:
— Col pero io pèro — o pur — Col moro io mòro! —

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     Deh! quante volte, in sul mattin cogliendo
il dolce fico, che tra foglia e foglia
rugiadoso di mèl pendea piangendo,
chino la fronte e lacero la spoglia,
il diedi a te, tra me stesso dicendo:
— Cosí mi stillo in lagrimosa doglia.
Come sei tanto ingrato, idol mio caro?
Ti dono il dolce e tu mi dái l’amaro! —
 
     E quante, allor ch’entro gli alberghi cari,
sazie di violette e di ligustri,
machinavan le fabriche soavi
l’api, degli orti architettrici industri,
io, rapiti e recati i biondi favi
da l’ingegnose lor case palustri,
vòlsi inferir: — Se ben con gli occhi impiaghi,
pur ch’io ne colga il mèl, non curo gli aghi. —
 
     Spesso, tramando ancor tra gli arboscelli
o pania o rete al semplice usignuolo,
ti venni in gabbia a presentar di quelli
e d’altri prigionier querulo stuolo;
quasi esprimendo: — A par di questi augelli
spiegâro audaci i miei pensieri il volo,
né men di questi augelli ai lacci tesi
del tuo dorato crin rimaser presi. —

     Poi ti scorgea dov’albergava, unite,
tortorelle o colombe, un nido ombroso;
e parlava in me stesso: — Or voi gioite,
felice amica e fortunato sposo! —
Indi, additando la feconda vite
al suo caro appoggiato olmo frondoso:
— S’Amor gli arbori istessi insieme allaccia,
io perché fuor — dicea — de le tue braccia? —

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     Fresca rosa odorata al novo aprile
anco ti porsi e t’accennai talvolta:
— Donami in cambio d’un amor gentile
quella ancor tu, c’hai ne le labra accolta.
Beltá donnesca e grazia giovenile
invan bramata e ’n sua stagion non còlta,
soggiace a punto ad un medesmo caso:
se ride in sul mattin, langue a l’occaso. —

     E certo questo fior, che qui tra noi
«bellezza» ha nome e tanto agli occhi piace,
gloria è breve e caduca, e i pregi suoi
vien tosto a depredar l’etá fugace.
Ah! non inganni i vaghi lumi tuoi
del fonte adulator l’ombra fallace:
l’ombra, che spesso ammiri e, lusinghiera,
gir ti fa tanto di te stessa altera.
 
     Tu da me fuggi, e ’l tempo in un momento
vie piú lieve di te fuggir vedrai.
Vedrò coprirsi di canuto argento
quella chioma, che l’òr vince d’assai.
Vedrassi il foco de’ begli occhi spento
e lo splendor de’ luminosi rai;
de le labra gelar l’aure amorose,
e delle guance impallidir le rose.
 
     Allor del ciglio in un balen sparita
la luce e del bel volto e del bel crine,
la gente additerá, sí come addita
di giá distrutta mole alte ruine.
E tu, ma tardi, de l’error pentita,
piangendo indarno e sospirando alfine,
dirai, d’ira e di doglia il cor percosso:
— Potei, non volli: or che vorrei, non posso. —

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     Non fôra il meglio, or ch’ogni prato a prova
a’ bei riposi i lieti amanti alletta,
e denso il bosco di verdura nova
si difende dal sol quando il saetta,
sederne in parte ove piú dolce mova
l’aura le fronde in su la molle erbetta,
mentre, scherzando, i zefiri lascivi
ne lusingano il sonno, e l’ombre, e i rivi?
 
     Giace colá, sotto le curve terga
di Pausilippo, antro frondoso e nero,
dove guidar solea con rozza verga
nel meriggio gli armenti il gran Sincero.
Quivi la Notte col Silenzio alberga,
e ch’al Sonno sia sacro io penso invero.
D’edra, d’appio e di musco il varco impruna:
ombra gli fanno i lauri, opaca e bruna.

     Qui da le piaghe d’una rupe alpestra
sorge di vivo umor gelida vena,
ma di canna, di giunco e di ginestra
ombrata sí, che si discerne a pena.
Indi sen va per via spedita e destra,
rigando intorno la valletta amena,
fin dove a le dolci acque il corso tronca
e le ricetta in sen marmorea conca.
 
     V’apprestan d’ogn’intorno erbose piume
e molli seggi i margini vicini,
dove le ninfe del mio picciol fiume,
alzate fuor degli umidi confini,
cinger al vecchio padre han per costume
di palustri ghirlande i verdi crini;
e qui scherzar nel piú riposto seggio
spesso Aretusa e Leucopetra io veggio.

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     Lungo il bel rio, che con piè torto corre
e fende i campi ed attraversa i cespi,
potrai sedendo il biondo crin disciôrre,
sí che liev’aura l’agiti e rincrespi,
e ’n varie guise poi l’ordin comporre
degli aurei nodi innanellati e crespi,
e, mentre i gigli da le rose io sceglio,
farti de l’acqua in un lavacro e speglio.
 
     Di rami il fonte un padiglion si tesse,
ch’è lavor di natura e sembra d’arte,
dove nasconderan le fronde spesse
i nostri furti in solitaria parte;
e ben poría, senza che ’l sol potesse
scorgerla mai, secura in grembo a Marte
ignuda anco giacervi Citerea,
e ’n braccio al vago suo la casta dea.
 
     Oh io, s’averrá mai che, quivi assiso,
nel sen de l’idol mio lieto m’accolga,
e non solo a mia voglia in quel bel viso
fermo le luci a contemplar rivolga,
ma ’l caro bacio e ’l desiato riso
da la bocca crudel rapisca e còlga,
come n’andrò, dopo sí lunghi pianti,
nel ciel d’Amor tra’ piú beati amanti!

     Vedrai del monte, al tuo celeste sguardo,
farsi lieto e seren l’orrido e ’l fosco;
vedrai fiorir lo steril loglio e ’l cardo
d’aneto e casia e lasciar gli angui il tòsco;
ed amomo ed amella e mirra e nardo
sudar le piante, e stillar manna il bosco;
oro tornar l’arena, il fiume argento,
ed odori spirar d’Arabia il vento.

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     Vi vedrai d’agatirsi e d’egipani
baccar, saltar, danzar turba lasciva,
e con driadi e napee far giochi insani
su per la fresca e verdeggiante riva.
De’ dipinti augelletti ai versi estrani
fará bordon la mia sonora piva,
e de’ cristalli liquidi e fugaci
concordi al suon risponderanno i baci.

     Né tu talvolta, il tetto inculto e scabro
entrando ad illustrar d’umil capanna,
schiverai forse enfiar col dolce labro
la mia villana e boschereccia canna.
Quivi d’Amor, che de’ miei danni è fabro,
conterò i torti e com’ognor m’affanno,
finché ’l girar de’ begli occhi soavi
soavemente un lieve sonno aggravi.
 
     Ah! se ben tu m’aborri, e di veleno
quasi infetto ti sembro aspido o drago,
d’altro pastor non son men bel, né meno
de l’altrui forse il mio sembiante è vago,
se pur nel fonte limpido e sereno
mi dice il ver la mia veduta imago;
e giá per me di Tebro arsero e d’Arno
spesso le ninfe e sospirâro indarno.

     Fillide, se nol sai, la bionda Fille,
la nereida gentil, c’ha tra noi fama
d’agguagliarti in beltá, per me di mille
piaghe trafitta il cor, mi segue e chiama.
Ma Pan, che ’l tutto sa, sa s’io tranquille
volsi mai luci a lei, che tanto m’ama;
e s’io fuggo da lei, piú che non suole
fuggir nebbia dal vento, ombra dal sole.

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     Talor, lasciando i cupi fondi algenti,
al suon de le mie note esce de l’onde,
e, d’udir vaga i miei dogliosi accenti,
da me non lunge, e per mirar, s’asconde;
e fiamme prova entro l’umor sí ardenti,
ch’io l’odo sospirar tra fronde e fronde,
e con l’acque del pianto, ond’ella mesce
l’acque del fonte, il proprio fonte accresce.
 
     Vorrei lodar la mia selvaggia musa,
che forse agguaglia ogni altra cetra antica;
ma modestia mi tien la bocca chiusa,
la qual non vuol che di me stesso io dica.
Pur, qualunque si sia, tacer confusa
fatt’ha, cantando, una novella Pica,
e restar di Lambrusco in tutto muta
la temeraria e stridula cicuta.
 
     Lambrusco, dico, l’invido capraio,
di cui con tutto ciò rider conviemme,
ch’uscito fuor del suo natio pagliaio,
vòlse passar ne l’indiche maremme,
sperando accumular molto danaio
e trarne un gran tesor d’oro e di gemme;
ma poi, di gemme invece e ’nvece d’oro,
fu vil piombo e vil fango il suo tesoro.

     Se ’l mio canto il suo canto in prova vinse,
ne fu giudice Alcippo, il saggio vecchio,
che ’n fronte allor baciommi, in sen mi strinse,
e pur di chiaro senno è vivo specchio.
Questi, poiché d’alloro il crin mi cinse,
cosí pian pian mi disse entro l’orecchio:
— Quanto a l’alto cipresso il giunco umíle,
tanto l’emulo tuo cede al tuo stile. —

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     Felicissimo, o Clori, il tuo Montano,
che per te tutti in gioia i giorni spende;
Montan che, tra’ pastor pastor sovrano,
dal gran dio de le selve origin prende.
Ma che? Gonfisi pur di fumo vano,
vanti i titoli illustri ond’ei risplende:
ricco assai piú di me d’abiti alteri,
e di latte e di lana e di poderi.
 
     Non son questi i tesori e non è questa
vera gloria de l’uomo e vera dote;
ricco chiamarsi, perché d’òr si vesta,
se virtú non l’adorna, altri non pote.
Or non sai tu ch’egli ha le corna in testa,
come figlio di satiro e nipote?
se ben l’insegna infame e contrafatta
sotto la chioma a bello studio apiatta.
 
     Bench’io pastor non sia tanto sublime,
pur negletto il mio stato esser non deve.
Ho tante agnelle anch’io, che fan le cime
biancheggiar di Vesuvio a par di neve,
feconde sí, che de le mamme opime
portan quasi a fatica il peso greve:
due volte il dí le premo e sempre il seno
han di novello nettare ripieno.
 
     Barbuto, il capro mio pregiato e bello,
che può far al celeste invidia e scorno,
quel tutto brun, c’ha lungo e crespo il vello,
ed ha sí dritto e sí pungente il corno;
vedi, vedilo lá presso il ruscello,
d’edra la fronte e di vitalba adorno,
che, come de la greggia e capo e scorta,
argentina squilletta al collo porta.

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     Scherza co’ fauni e tutto il dí contrasta
co’ cani istessi e ’nfin col bue tenzona,
e col cozzo e col corno atterra e guasta
le viti a Bacco e gli arbori a Pomona:
a le lascivie sue l’ovil non basta,
né punto a capre o pecore perdona,
né molto appaga il cupido appetito
di cento mogli il giorno esser marito.
 
     Quel sará tuo, se ’l chiedi, e voglio ch’anco
il favorito toro mio ti prenda.
Pur or di fior l’ho coronato, e ’l fianco
cerchiato intorno di vermiglia benda.
Tutto tutto è pezzato a nero e bianco,
di beltá senza pari e senza emenda;
cui non fôran fors’anco avare e schife
d’amar Europa e d’abbracciar Pasife.

     Principe no, tiranno è de l’armento,
indomito campion, duca orgoglioso.
È diletto il mirarlo, ed è spavento,
qualor la sua giovenca il fa geloso.
Co’ piè l’arena e con le corna il vento
fiede, e ne l’ire sue non ha riposo:
scote del capo la falcata luna
e, sbarrando le nari, i lumi imbruna.
 
     Io l’appello per vezzo «il bel giostrante»,
sí ne’ selvaggi assalti è bravo e forte,
mentre, feroce ed arrabbiato amante,
il robusto rival disfida a morte.
De la fronte superba e minacciante
va ne’ tronchi a forbir l’ossa ritorte:
freme, e folgori aventa e fiamme sbuffa,
e, la testa abbassando, esce a la zuffa.

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     Quante volte la sera, allor che riede
dai paschi aperti a le sbarrate stalle,
l’odo, a punto com’uom che pietá chiede,
d’angosciosi muggiti empir la valle.
Su le ginocchia al suol gettar si vede,
né cura entro il covil posar le spalle;
ma, steso a nudo ciel su l’erba fresca,
sdegna il letto, odia l’onda, aborre l’ésca.
 
     Toro meschin, che per amor ti struggi,
quanto è conforme, oimè! lo stato nostro.
Io fuggo da’ pastor, tu da me fuggi;
tu col nemico, io col nemico giostro;
tu, che non sai con altro, ululi e muggi,
io con pianti e sospir la doglia mostro:
se non che tu languisci, afflitto toro,
per umil vacca, io cruda tigre adoro.
 
     Potrei di queste, o Clori, e d’altre cose
rendere i tuoi desir contenti e lieti.
I dorati coturni e l’ingegnose
di bei serici stami inteste reti,
le prime poma d’or, le prime rose
de’ giardini piú chiusi e piú secreti,
tue fôran sempre, e d’altri doni ancora
t’onorerei, come Montan t’onora.

     Oh Dio! se tu vedessi, or che le quaglie
senton d’amor gli stimuli primieri,
che disfide ostinate e che battaglie
fanno in duelli sanguinosi e fieri,
diresti ben ch’armati a piastre e maglie
non ne fan tante in campo i cavalieri:
è steccato il mio desco a le lor pugne,
e per lance e per spade han becchi ed ugne.

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     Ma, sempre invitto infra i guerrier piú audaci,
d’ogni altro il mio Schiavon straccia le penne,
e ’n cento assalti duri e pertinaci
pubbliche palme con applauso ottenne.
L’altrier videlo Elpinia, e mille baci,
spoglia de la vittoria, a dar gli venne.
Ma, se abbassi a gradirlo il cor superbo,
per te si guarda ed a te sola il serbo.

     Tolsi una gazza dal materno nido,
ch’appreso ha il nome tuo, scaltra e loquace.
Di monte in monte il dí, di lido in lido,
sen va volando libera e fugace;
la sera poscia con festivo grido
ritorna a la magion quando le piace;
mi siede in grembo, e con affetto umano
attende il cibo sol da la mia mano.

     L’indico parlator quasi somiglia
sí ne la piuma a piú color diversa,
sí ne la lingua ardita a meraviglia,
onde con ninfe e con pastor conversa;
e, per darmi piacer, spesso ripiglia:
— Clori, Clori crudel, Clori perversa! —
Or quest’augel, c’ha sí vivace ingegno,
pur di Clori sará, s’ei n’è pur degno.

     Io ho di minio ancor fregiato un arco,
c’ha di seta la corda e d’òr la cocca.
Se tu n’andrai di questo armata al varco,
ne fia d’invidia ogni altra ninfa tócca;
sará d’arciera tal ben degno incarco,
ch’amorose saette a l’alme scocca.
Di corno arma le punte e, salvo questo,
di pieghevole nervo è tutto il resto.

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     Ma la faretra è d’artificio tale,
ch’a Cinzia tua può farne onta e vergogna.
Dir del lavor, che non ha in terra eguale,
opra non è di rustica sampogna.
Oltre l’esser purpureo ogni suo strale,
colui che sovra Grecia alza Bologna,
Guido, che porge al nulla essere e vita,
l’ha tutta istoriata e colorita.
 
     In una parte il gran pennel divino
Venere espresse al vivo in suoi colori,
che presso un fonte puro e cristallino
ha il bell’Adone in grembo, in grembo ai fiori,
e con un lieve e candidetto lino
gli asciuga in fronte i fervidi sudori;
ed egli in guisa tal posa le membra,
che dal lungo cacciar stanco rassembra.
 
     Una coppia di veltri a piè gli spira,
con lingue aride ansando e fauci aperte;
e, ’ntanto, il fiero dio dal ciel si mira
ch’ai trastulli de’ duo gli occhi converte,
ed, acceso d’amore insieme e d’ira,
le proprie ingiurie a la sua vista offerte,
arrotando d’un mostro il curvo dente,
vendica nel fanciullo orribilmente.

     L’altro spazio contien l’effigie vera,
quando, con sen vermiglio e viso smorto,
da la vorace e formidabil fèra
lo sventurato giovane vien morto;
e come, scesa da la terza sfera,
la dea piagne il suo bene, il suo conforto,
come Amor spezza l’armi, e quanto poi
canta il nostro Filen ne’ versi suoi.

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     Fu, se ’l ver si racconta, opra sí bella
arnese giá de la piú bella dea,
che quest’arco talor, queste quadrella,
saettando le fère, oprar solea;
ed è fama tra noi che, poscia ch’ella
pianse del bel garzon la morte rea,
con questo ancor l’ispido fianco incise
del feroce cinghial che gliel’uccise.
 
     Poi d’una in altra mano ella sen venne
in poter di Dameta, indi d’Alceo;
Alceo per essa da Menalca ottenne
quattro e quattr’agne; alfin l’ebbe Aristeo.
Questi intatta serbolla, infin ch’avenne
ch’io la vinsi cantando a Meliseo,
nel natal di Damon, l’istesso die
che fu principio a le sventure mie.

     Licida poi, che grand’invidia n’ebbe,
due cose che nel ver ben rare sono,
perché donarla a Mirzia sua vorrebbe,
m’offerse, in cambio di sí nobil dono:
d’acero un vaso in cui nessun mai bebbe,
e que’ bei flauti c’han tremante il suono.
A lui, ch’ancor n’ha sdegno, io la negai;
e tu, se ti fia in grado, in don l’avrai.
 
     Ben averla desia con caldo affetto
Crocale pastorella, e l’avrá forse.
Giá, pregandomi invan, da quel boschetto
fin su l’uscio pur ier dietro mi corse;
alfin, di scorno accesa e di dispetto,
il dito, minacciandomi, si morse.
E bella è pur, benché ’l color somigli
ella delle viole, e tu de’ gigli.

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     Che parli Ergasto? Ancor la tua sciocchezza
grida indarno col fato e si lamenta?
Clori nulla ti cura e nulla apprezza
quanto per la tua man le si presenta.
Ella, per uso a’ larghi doni avezza
di chi può meglio assai farla contenta,
gemi e piangi a tua posta, o morto o vivo,
ha le tue cose e te medesmo a schivo.
 
     Or t’ardi e soffri e, senza far piú motto,
tra le fiamme il tuo cor sia salamandra;
ché, se t’ascolta Pan, che suol lá sotto,
dormendo, il mezzodí guardar la mandra,
dirá che ’l tuo parlar gli ha il sonno rotto
e che garrulo sei piú che calandra.
Sovengati di quanto un giorno a l’aia
ti disse giá la vecchiarella Aglaia;
 
     quando, teco sedendo in su la selva,
pria ch’infettassi il cor di questo morbo,
la sinistra cornice in cima a l’elce
udí squittire e crocidare il corbo;
indi il mirto seccar, fiorir la felce
vide, e la vite aviticchiarsi al sorbo;
e, battute in sul pugno, aride e sparse
le foglie del papavero disfarse.
 
     — Fuggi — mi prese a dir, — deh! fuggi, o figlio,
l’aria nemica e la funesta piaggia.
Non molto andrá, che qui col crudo artiglio
il cor ti ferirá fèra selvaggia. —
E ben veggio, or ch’è giunto il mio periglio,
che l’indovina fu verace e saggia,
né so se i monti ircani o i boschi caspi
han sí fere le fère ed aspri gli aspi.

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     Partirò dunque, e, poiché tanto il sangue
piace a questa d’amor nemica e mia,
né vuol, per raddoppiar strazio a chi langue,
esseguir di sua man quel che desia,
forse averrá ch’un lupo, un orso, un angue
meco sol per pietá spietato sia,
che non fia sí spietato e sí rabbioso
che piú di Clori almen non sia pietoso. —

     Qui tacque, e mentr’al ciel la mesta fronte,
misero, e i lagrimosi occhi rivolse,
e ’nver’ l’amato e sospirato monte,
dov’era ogni suo ben, la lingua sciolse;
gli alti lamenti accompagnando il fonte,
con rauco mormorio seco si dolse,
e dolersi pareano ed arder seco
le piante intorno, i fior, l’erbe e lo speco.