Poesie varie (Marino)/III/II

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II. La ninfa avara

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II


LA NINFA AVARA


FILENO


Crudel, crudele, e dove
sí veloce ne vai?
ninfa, di che paventi e perché fuggi?
Fuggi forse e paventi
questo, che in man mi vedi, arco leggiadro?
Vana paura e sconsigliata fuga!
Non è giá questo di Diana l’arco,
quel che tu vai trattando,
sagittaria di mostri,
onde le fère timidette impiaghi.
Non è l’arco d’Amor, quel c’hai nel ciglio,
vaga arciera de’ cori,
ond’ognor l’alme semplicette uccidi.
Questo è l’arco di Febo; e non giá quello
onde Piton trafisse,
ma quel che porse in dono
al suo canoro figlio,
ond’ei di Tracia inteneria le selve.
Arco sí, ma soave, e de le belle
fanciulle d’Elicona
arma innocente e mansueto arnese;
ferir non sa se non minute fila,
e pungenti, ma dolci e non mortali
scocca versi e non strali,
o strali con cui può guerriero ingegno
ferir il Tempo e saettar la Morte.
Questo per gran ventura
passò ne la mia mano,
e, con questo cantando,

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gli aspidi stessi, che son sordi al canto,
umiliar mi vanto.
Ma nulla teco ponno,
fèra bella e crudel, le corde e i versi.
Oimè! perché fuggirmi?
Giá non son, non son io di questi boschi
mostro orrendo e difforme,
se ben son mostro misero d’amore
e mostro di dolore.
Tórniti a mente il caso
de l’infelice Dafne,
che, per troppo mostrarsi al suo fedele
fuggitiva e crudele,
divenne un verde tronco;
se ben tu, ch’a’ miei pianti ed a’ miei preghi
sei piú rigida e sorda
ch’ai lamenti d’Apollo
l’innessorabil figlia di Peneo,
non in pianta, ma in sasso
cangiaresti le membra; e, quant’io creda,
s’avesse in pianta a trasformarti il cielo,
non di tenero lauro,
ma d’aspra quercia alpina,
sí come n’hai la voglia,
prenderesti la spoglia.
Arresta il corso, arresta!
Pregoti sol che le mie voci ascolti;
voci possenti ed atte
a distornar da la sua fuga il sole.

FILAURA


(È forza alfin ch’io sodisfaccia a questo
importuno seguace,
che pur dietro mi tiene a sí gran passi).
Eccomi a te rivolta: or meco siedi
Dimmi: che vuoi? che chiedi?

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FILENO


Vuoi saver ciò ch’io voglia?
Chiedi ciò ch’io mi cheggia? Io voglio, io cheggio
quel che chiede e che vuole
augelletto digiun dal cibo amato,
e dal caro ruscel cervo assetato.

FILAURA


Se di sete e di fame
tanta necessitá ti tiene oppresso,
non lontano è l’armento, il fonte è presso.

FILENO


Altra fame, altra sete
mi divora e distrugge
di quella che tu fingi, ingrata ninfa;
del mio spirto anelante
la famelica brama e sitibonda
ricerca altr’ésca, altr’onda.

FILAURA


Poverello non sano
ama spesso il suo peggio.
E di qual frutto dunque e di qual acqua
cerchi a l’avide voglie
alimento e bevanda?

FILENO


Non so, presso a’ tuoi raggi, o mio bel sole,
s’io favelli o s’io taccia.
Se l’ardir cresce, mancan le parole;
e, s’avampa il desio, la lingua agghiaccia.
Dubbio cosí tra quest’affetto e quello,
né taccio né favello.
Parlerò, tacerò, timido, audace,

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querulo insieme e taciturno amante,
che sempre ha nel sembiante
facondia muta e silenzio loquace,
cor che favella piú quanto piú tace.

FILAURA


Tu parli e tremi e geli,
e, sí com’uom che sogna, o qual bambino
che balbetta e vagisce,
formi con roca voce infra te stesso,
e mormori fra’ denti,
confusi e rotti accenti.
Ti vide forse questa mane il lupo?

FILENO


Filaura mia, mi vide
la lupa e non il lupo!
quella lupa crudel, che del mio core,
qual d’agnello innocente,
fa strazio a tutte l’ore.
Ah, perverso destín!

FILAURA


                                                Di che sospiri?

FILENO


Non cercar ch’io riveli
quel che convien si celi.
Discoprir mi si vieta
quella piaga secreta
che nel petto nascondo,
alta cagion del mio dolor profondo.

FILAURA


Indegno è ben d’aita
chi chiude aspra ferita.

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FILENO


Il duol giace sepolto,
ma la lingua del cor parla nel volto.

FILAURA


E qual lingua have il core
per narrare il dolore?

FILENO


Interrotti sospir, lagrime tronche,
sguardi afflitti, occhi mesti, atti dolenti
son di tacito cor messi eloquenti.

FILAURA


Coteste note tue,
inespresse, indistinte, io non intendo.

FILENO


Grida l’alma tacendo;
ma tu, lasso! non senti,
perché sorda hai la vista, i miei lamenti.
D’amorosi martíri
nascono i miei sospiri.

FILAURA


Del ciel, del mar, del foco
è sposa e figlia e dea
la bella Citerea: quindi ella prese
qualitá differenti. Ha de le stelle
la bellezza e la luce, ha de le fiamme
la fierezza e l’arsura, ed ha de l’onde
l’amarezza e l’orgoglio. E quindi Amore,
che di lei nacque, anch’egli,

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come ciel, come mare e come foco,
dá di pensier, di pianto e di dolore
nubi a l’alma, acque agli occhi, incendi al core.

FILENO


Non giá sempre con danno
Amor produce affanno.
Talor soave affetto
è padre del diletto.
Amor, fiamma gentile,
desta a nobil’imprese anima vile;
anzi, foco fecondo,
è sostegno de l’alma, alma del mondo;

FILAURA


Poco dianzi mostravi
non saper ben esporre un motto intero;
or, con sentenze argute e detti gravi,
dottrine alte e sublimi
filosofando esprimi.
Io, che semplice e rozza, il basso ingegno
negli studi profondi
ho per natura a specolar mal atto,
quanto tu piú ti sforzi
farmi le tue ragioni
ragionando capir, t’intendo meno.

FILENO


S’io dicessi che pieno
è d’Amor l’universo, e ch’Amor solo
tra le catene sue costringe i cieli,
e ch’Amor move il sole, e che le stelle
ardon d’Amor anch’elle,
sí come astratte cose
e dal senso mortal troppo lontane,
potrebbon forse, ancor che chiare e piane,

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a l’intelletto tuo rendersi oscure.
Ma tutto ciò ch’io parlo
tel dimostra natura, e ’n questa scena
di misti e d’elementi
tu tel vedi e tel senti.
Mira lá la giovenca in su l’erbetta
al suo torel, che l’ama
amante affettuosa,
lambir, quasi baciando, il caro fianco.
Odi con quali accenti
chiama lá tra le fronde
di quella quercia antica
l’usignuol lusinghier la dolce amica.
Vedi tra’ rami di quel verde mirto
la colomba amorosa
come, col vago insieme,
gemendo bacia e ribaciando geme.
Vedi il suo tortorello
d’un in altro arboscello
seguir, cantando, a volo
la compagna vezzosa,
la qual, s’avien che poi ne resti priva,
sconsolata e mal viva,
in secco tronco lagrimando dice:
— Piango i miei giorni, vedova infelice. —
Vedi, non ch’altro, vedi
la vipera gelosa
ne l’orlo de la siepe, or che ridente
ringiovanisce l’anno,
lá dove dolcemente
piú d’amor che di Sol foco la scalda,
come ondeggiando mostra
a l’aspe innamorato
ricca di lucid’òr la nova spoglia.
I pestiferi fiati e i fischi orrendi
in sospir son rivolti;

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le lingue, che pungenti
saettavano altrui rabbioso tòsco,
son saette soavi, ond’Amor vibra
dolcezza a l’un de’ duo spesso mortale.
Ecco la vite a l’olmo,
ecco l’edera a l’orno abbarbicata.
E tu, cruda ed ingrata,
perché di viver pur sempre t’ingegni
solinga e scompagnata?
Pon’ mente ivi a quel pruno:
fu giá sterile un tempo, inutil pianta,
da’ cui ruvidi rami
nascer frutto solea pontico e vile;
or, per virtú d’un nodo e d’un innesto,
fatta è dolce d’amara,
di selvaggia gentile.
E te come non vale,
con sua forza immortale,
far di rustica ed aspra. Amor possente,
domestica e feconda?
Cosa insomma non è, tra quanti oggetti
questo sí spazioso
teatro universal ti rappresenta,
dove in ogni stagione Amor non regni;
ma vie piú in questa assai,
quando l’erbette e i fiori
torna con Clori a riaprire aprile.
Queste selve vicine,
quest’antri, queste valli e questi monti,
quest’acque e queste fonti
si distillano amando,
discorron mormorando
di quel foco gentil, che ’l tutto incende.
Sospiran con le fronde
l’aure vaghe, e con l’onde.
Piangon l’onde lascive

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e, parlando d’amor, bacian le rive.
Quel venticello istesso,
quel zefiretto, che sussurra e freme
tra le cime de’ faggi,
tromba è di primavera,
che disfida ogni core
a la guerra d’amore.
O fèra d’Erimanto,
o neve d’Apennino, o quercia d’Alpe,
anzi alpe e scoglio e selce...
Che selce? Ella, quantunque
scabra, rigida e dura,
molle talor si rende
alle stille cadenti. O viva pietra,
ma la durezza e ’l gelo
del tuo cor, del tuo petto,
qual sospir mai riscalda?
qual giá mai pianto intenerisce o spetra?
Invan dunque ti scusi
che ’l mio dir non intendi.
S’amor forse e pietá da le mie note,
cruda, imparar non vuoi,
esser devrieno almeno
le fère irragionevoli e gli augelli,
gl’insensati arboscelli,
questi venti spiranti,
questi fiumi sonanti,
questi macigni e questi sassi alpestri
i tuoi muti maestri.

FILAURA


Fileno, il tuo discorso
è vago e dotto invero;
ma sí trito e commune,
e giá sí antico omai, che sa di vieto!
Quando Dafne essortava

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Silvia ad amar Aminta,
con questa invenzion le predicava.
Poi, quando a Silvio Linco
pur altro amor persuader volea,
il medesmo dicea.
Ed or né sí meschino
o capraio o bifolco han questi campi,
che di tai favolette
non sappia e non discorra;
né sí vil pastorel guarda gli armenti,
che, se vuol la sua ninfa
tentar d’amor talora,
in sí fatte ragion non si diffonda.
Conviensi a non vulgare
spirito peregrino
dal segnato sentier sviarsi alquanto,
e per novo camino
dietro a novi pensier movere il corso.
Ingégnati pur dunque
tu, che novo Anfione esser ti vanti,
tra que’ versi che canti,
alcun verso cantar, ch’omai di questo
meglio a l’orecchie mie si sodisfaccia,
e concetto trovar che piú mi piaccia.

FILENO


Lasso! e che dir piú deggio?
Dirò (né questo ancor forse fia novo)
che, com’è senza pari
il mio grave cordoglio,
cosí ancor senz’essempio
è il tuo crudele orgoglio.
Ma ben dal cielo un sí gran torto aspetta
giustissima vendetta.
Ah! non creder, superba,
ch’esser la tua beltá deggia immortale,

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quantunque immortal sia
il mio pianto e ’l mio male,
che da la tua beltá sol si deriva.
Son quelle che possiedi,
fuggitive bellezze,
fuggitive dolcezze;
e tu, che sol per lor sí altèra vai,
mostri pur, come indegna,
dispensandole mal, curarle poco.
Quella rosa, che vedi
spiegar colá sí baldanzosa e lieta,
di porpore vestita,
ridendo a l’aura, l’odorato cespo,
diman vedrai, tosto che ’l Sol la tocchi,
chiuder le foglie ed abbassar la testa,
pallida e scolorita.
Questa terra fiorita,
che, verdeggiando a la stagion novella,
or si mostra sí bella,
non prima il primo gelo
verrá a fioccar dal cielo,
che con arida faccia e chioma irsuta
fia rugosa e canuta.
Beltá vaga, etá fresca,
non è ch’un’ombra lieve,
non è ch’un lampo breve:
a pena appar che si dilegua e passa.
Vola il tempo, amor vola,
fugge l’oro dal crin, dagli occhi il foco,
fuggon dal viso i fiori,
e fugge il fior degli anni.
Or tu, ritrosa quanto bella, e stolta
non men che cruda, e cruda
a te piú ch’ad altrui,
perché fuggi da me, s’ei da te fugge?
Verrá, verrá quell’ora

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che del gran vecchio il vomere corrente,
solcando il volto tuo di brutte rughe,
com’or crespa hai la chioma,
fará crespa la guancia.
Vedrò, vedrò, malgrado
di tanto fasto, un giorno
quegli occhi, ch’or sí lieti
spargon d’amor faville,
sparger, pentiti e tristi, acque di pianto;
lá dove questi miei, ch’or sí dogliosi
versano lagrimando amari fiumi,
verseran contro te fiamme di sdegno.
Folle! non vedi come
a momento a momento il ladro avaro
or un raggio, or un fiore,
or dagli occhi, or dal viso,
celatamente insidioso invola?
Né prima t’avedrai
del lento furto e de l’occulta preda,
che te stessa in te stessa
cercherai forse indarno.
Allor t’accorgerai d’aver perduto
scioccamente e donato
ad ingordo tiranno
quel ch’ad Amor negasti,
e che negasti a sí fedele amante.
Specchiandoti talvolta,
dirai: — Misera! or quale
strania forma m’ingombra? e qual s’avolge
intorno a la mia luce ombra nemica?
Infausta orrida larva,
vecchiezza egra infelice,
tu mi furi il mio pregio e fai ch’io muti
color, pensiero e stato!
Deh! perché non ho io
la bellezza primera?

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o perché non ebb’io
un sí saggio pensier, quando fui bella?
Invan fui bella, invano or son dolente! —
Cosí poi finalmente
dal vulgo abietto de’ pastor n’andrai
rifiutata e schernita,
di tua vana follia tardi pentita.
Questi discorsi miei, questi miei detti
son pur, s’io non m’inganno,
sí chiari e palesi,
ch’esser devriano intesi.

FILAURA


Io t’intendo pur troppo;
anzi se’ tu che me non ben intendi:
di non intender te giá non diss’io.
Io dissi, o pur dir vòlsi,
ch’intenderti non voglio, e ch’a’ tuoi preghi
non intendo piegarmi.
Udir concetti e carmi
io mi credea piú grati e piú giocondi;
e tu cose m’apporti, onde piú tosto
mi spaventi e minacci.
Non son queste, non sono
le vie per ottener quanto tu brami.
Orsú! facciam ch’io t’ami:
qual guiderdon, qual dono
in cambio del mio amor tu mi prometti?

FILENO


Amor è sol d’amor prezzo conforme;
e che può piú donarti
chi t’ha donato il core?

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FILAURA


Tienti pur il tuo core, io cor non curo.
Non son augel grifagno,
che di cori mi pasca;
né voglio esser un mostro
con due cori nel petto.

FILENO


Amor va nudo e senza fregio o pompa:
non ha che dar altrui se non se stesso;
mercenario e venal, non fôra Amore.

FILAURA


Ma quell’Amor ch’è nudo, ancora ha l’ali,
onde sen fugge e vola
da chi prenderlo tenta.

FILENO


Alato egli è, ma cieco,
e tien d’oscuro vel bendati i lumi:
de la luce de l’òr non si compiace.

FILAURA


Cieco egli è, ma fanciullo:
se talvolta s’adira,
sol co’ doni si placa.

FILENO


Tu sai ben quanto vaglia
de le mie canne il suono,
e quanto in queste selve abbia di pregio
la mia voce, il mio canto.
Ti canterò, se vuoi,
canzonette leggiadre,
da far mirabilmente
risentir di dolcezza i tronchi e i sassi.

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FILAURA


Canzon? Non vo’ canzoni;
son di versi satolla,
tanti da mane a sera
ne compongon gli augelli
per questi rami intorno,
che m’assordano il giorno.
Note, accenti, sospir, novelle e fole
son ombre e nebbie e fumi:
le beve l’aria e le disperde il vento.
A chi favole spende, io ciance vendo,
e, se nulla mi dài, nulla ti rendo.

FILENO


Tigre certo esser devi,
poi ch’a la tigre sola
l’armonia non aggrada!

FILAURA


Muse, musiche e rime,
cose belle e gentili,
che s’odon sí, ma non si toccan punto.
Chi vuol, canti a sua posta:
io, per me, mi diletto
piú del suon che del canto.
Formar però non pote
buona musica Amor, se di chi suona
lo stromento sonoro
non ha le corde d’oro.
Se pur canto mi piace,
quel cantor solo volentieri ascolto,
e m’empie il cor di melodia divina,
c’ha la voce argentina.

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FILENO


Oh scelerato abuso
de l’umana ingordigia!
Giá del piacer commune
la vitella dal toro
pagamento non chiede,
né da l’agna il montone
comprar mai suole il natural diletto.
Perché denno de l’uom gli altri animali
esser piú liberali?

FILAURA


Di quanta stima sia
bellezza ed onestate
non conoscon le bestie; e quinci aviene
che le lor ricche doti
lascian senza alcun premio altrui rapire.
Ma tra color, che di ragione han lume,
si serba altro costume;
onde saggio dee dirsi e non avaro
chi non dona, ma vende il bello e ’l caro.

FILENO


Il foco affina l’oro,
l’oro prova la donna,
la donna alfine è il paragon de l’uomo.
Uom che, d’alto consiglio armato e forte,
francamente resiste
a forza di bellezza,
quei di pregio, di loda,
piú ch’altri assai, veracemente è degno.
Ma donna, che da l’òr vincer si lascia,
anzi il procura ingordamente e ’l chiede,
non ha tanta, ch’agguagli
la sceleragin sua, vergogna e biasmo.

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Qual cupidigia alligna
nel petto uman piú sozza
di questa sacra ed essecrabil fame,
ch’altrui tragge a commettere, adorando
metallo indegno e vile,
idolatria servile?

FILAURA


Oro, di stirpe illustre
generosa progenie e nobil figlio,
concetto entro le vene
de l’indico oriente e partorito
nel bel letto del Gange,
commun nel suo natale
ha la culla e la patria in un col Sole.
L’istesso Sol, nascendo,
se n’adorna le chiome, e del bel carro
n’arricchisce le rote.
Che non fa? che non pote
questo invitto guerriero?
Qual cor non vince? o qual valor non doma?
Il ferro, il ferro, ch’ogni forza avanza,
gli cede di possanza:
quante cittá munite e squadre armate,
che fûro inespugnabili a la spada,
fûr da l’oro espugnate?
quante di castitate
ròcche ben custodite e ben difese
da l’òr fûr vinte e prese?
Fu giá da un pomo d’oro,
benché pudica e santa,
conquistata Atalanta. Un aureo pomo
mosse a lite ed a guerra,
e fe’ di cielo in terra
scender dive immortali,
fra le quai venne anch’ella.

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con lo scudo e con l’asta,
la piú saggia e piú casta.
Io, che diva non son, vo’ pur almeno
del costume divin seguir l’essempio.
Se sia malvagio ed empio,
non so, né saper curo;
e, s’altri mi riprende,
dirò che, quando errori anco sien questi,
con le dive celesti errar mi giova.
Poma d’òr non dimando,
poma d’or non desio. Venga pur l’oro
in qualunque lavoro,
anel, vezzo o maniglia,
o cintura o pendente;
sia pur d’oro il presente,
in moneta battuto o in massa accolto,
di ciò non mi cal molto.

FILENO


Fortuna de’ suoi doni a me fu scarsa,
il nascer mio guardò stella mendica;
né piacque al ciel ch’io fossi
d’armenti e gregge e di poderi e case
possessor fortunato.
Fuor ch’un sincero affetto,
fuor ch’una pura voglia,
a tanto bene offerto
altra non saprei dar degna mercede,
quanto povero d’òr, ricco di fede.

FILAURA


Amor d’oro ha gli strali e d’oro ha l’arco,
senza l’òr non fa mai colpo che punga.
Le quadrella impiombate
s’avien ch’egli saetti,
si spuntano ne’ petti;

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e le saette aurate
raro impiagano ancor, se non l’arrota
Fortuna a la sua rota.

FILENO


D’oro ha ben l’arco Amor, d’oro gli strali;
ma, veggendo che l’oro oggi dal mondo
tanto s’apprezza e stima, anch’egli, credo,
n’è divenuto avaro,
né cosí di leggier gli scocca e spende.
Quinci avien che ’l tuo petto,
di duro smalto e di diaspro armato,
non è mai saettato.

FILAURA


Quante volte solete
dirne voialtri, adulatori amanti,
che ’l vostro idolo amato
i zaffiri ha negli occhi, e ne la bocca
i rubini e le perle?
Or sí fatto tesoro
non si merca senz’oro!

FILENO


Volgiti a questo cielo, a questa terra,
volgiti a questo sole;
rimira, quando s’apre
del purpureo oriente
la finestra lucente.
Qual piú fin òr di quello onde l’Aurora
le nubi e i monti indora?
qual argento piú puro
di questi puri e limpidi ruscelli,
ch’attraversano il prato?
Qual piú verde smeraldo
di quello, onde ne van ricche e superbe

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queste fronde e quest’erbe?
quai piú lucide perle
de le fresche rugiade e mattutine,
de le candide brine,
che vi semina l’alba, il ciel vi stilla?
Eccoti quivi aperto
un erario pomposo
di gemme non caduche
e d’oro incorrottibile e d’argento,
ch’ogn’ingordo desio può far contento.

FILAURA


L’òr, l’argento e le gemme,
di cui, come signore,
sí larga offerta e libera mi fai,
son pubbliche ricchezze,
da natura a ciascun fatte communi;
e pretend’io d’avervi
altrettanta ragion quanta tu v’hai.
Ma che vuoi far di cosa
la qual non si smaltisce né si spende,
non si compra né vende?
Se ’l bisogno vien mai,
impegnale, se sai!

FILENO


Se cangiar potess’io
in oro il proprio sangue,
come pronto m’avresti
ad appagar la tua vorace sete!
Ma qual oro si trova,
che di valor tante ricchezze agguagli?
Quant’òr volgon tra l’onde
l’Ermo, il Fattolo e ’l Tago,
non pagheria de le tue chiome un filo.
Se questi fiori intorno e queste erbette

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fusser capre ed agnelli,
questi faggi e quest’elci
fusser giovenchi e vacche,
le mammelle fontane, argento il latte,
e di seta le lane e d’or le corna,
io per me non torrei questi né quelli
piú che solo un tuo sguardo.
Se quanto esperto sono
ne la fucina ove mi scalda Amore,
tanto fossi anco esperto
ne la fabril fornace
dove di bianco in giallo
si trasforma il metallo;
se d’auree marche ibere
i mucchi possedessi;
e se d’ongare stampe
gravide l’arche avessi;
e s’Alcide fuss’io, sí che potessi
da le famose e preziose piante
carpir l’oro guardato;
se fossi Mida, ond’io
tutto in lucide verghe e ’n bionde zolle
ciò che tocco volgessi;
se fussi Enea, che dal pregiato tronco
ottenessi dal fato
sveller l’aureo germoglio;
e se fossi Giasone,
che di Colco portassi
de la spoglia di Frisso i ricchi stami;
o se Prometeo fossi,
cui non fosse vietato
rapir l’oro del sole e de le stelle;
anzi se fossi Giove,
sí che mi fosse dato
grandini d’òr diluviarti in grembo;
altra non comprerei, di gemme tante,
che del tuo duro cor l’aspro diamante.

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FILAURA


Un gran cumulo d’oro,
pastor, facesti; onde portiamo insieme
tu la bocca ripiena, io la man vòta.
Ma tempo è giá da girne ove m’attende
il vago stuol de le compagne erranti.
Io mi parto: rimanti.

FILENO


Ferma, deh! ferma i passi!
Dove, lasso! mi lassi?
Oh fato! oh cielo! oh stella!
Oh ninfa troppo avara e troppo bella!