Poesie varie (Marino)/III/III

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III. Eco

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III


ECO


     In un bosco frondoso,
presso un antro solingo,
secretario fedel de’ suoi dolori,
tra dolente e pensoso,
l’infelice Siringo,
stanco omai di seguir l’empia Licori,
pose freno agli errori;
e, poi ch’assai si tacque,
a lo speco si volse,
e sí dolce si dolse,
che ne sospirâr l’aure e pianser l’acque.
Le note udí Selvaggio,
e scolpille in un faggio.
     — Ninfa — dicea, — giá ninfa,
or voce ignuda e tronca,
pronta seguace degli estremi accenti;
tu, che con questa linfa
da la cupa spelonca
ragioni e con gli augelli e con gli armenti;
tu, che, de’ miei lamenti
pietosa e de’ martíri,
obliando i tuoi stessi,
sí come pur volessi
porgere aita a’ miei stanchi sospiri,
le mie pene accompagni
ed al pianger mio piagni;
     oracolo de’ boschi,
anima de le selve,
cittadina de l’ombre, ombra sonante;

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tu, che per entro i foschi
alberghi de le belve
segui il fugace tuo, querula amante;
lieve spirito errante,
stridul’aura infelice,
de l’altrui parlar vago
invisibile imago,
degli inospiti orrori abitatrice;
se del mio duol ti dole,
odi le mie parole.
     Le mie parole ascolta
da quest’ombrosa grotta;
ma non ridire altrui ciò ch’io ragiono.
Tu, da le membra sciolta,
voce flebile e rotta,
accogli pur de le mie voci il suono;
ma, se care ti sono,
teco le chiudi e serba,
e questa pietra oscura,
ch’a te fu sepoltura,
e de la pena tua grave ed acerba
ancor freme e rimbomba,
del mio dolor sia tomba.
     Non perché ’l mio cordoglio
resti occulto e secreto,
e l’altrui feritá non si rivele,
misero! ma non voglio,
s’è del mio mal sí lieto,
ferir con suon pietoso il ciel crudele;
né che triste querele
vadan tra gente allegra
turbando l’altrui festa
con memoria sí mesta.
Qui dunque, qui tra l’ombra opaca e negra,
fuor di gioia e di speme
stiamo piangendo insieme.

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     Se di chi ’l cor ti strinse
membri l’antiche offese,
sai ben quant’è conforme il nostro stato.
Egual amor n’avinse,
egual beltá n’accese,
egualmente adorammo idolo ingrato.
Tu sei conversa in fiato
e ’n gemiti ti struggi;
io l’ore e i giorni spendo
sospirando e languendo:
tu da la gente e da la luce fuggi;
io dal sole e dal mondo
in quest’orror m’ascondo.
     E ’l fanciul parimente,
non meno altier che bello,
quanto la bella mia fiamma pareggia?
Anch’ella assai sovente
nel vicino ruscello
del mio fuoco gentil l’ésca vagheggia.
Deh! s’è destin che deggia
in disusata guisa
amar la propria stampa,
perché pur non avampa
di quella che nel core io porto incisa?
perché non ama almeno
se stessa nel mio seno?
     Ma, se di doglia umana
qualche pietá ti move,
dal tuo ricetto omai fuggi veloce:
lascia pur questa tana
di fère, e vanne dove
fèra stassi piú fèra e piú feroce.
Fiedi con rauca voce
l’inique orecchie, e quivi,
de la tua spoglia scinto,
sospiretto indistinto,

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gridando sempre e mormorando vivi;
ché, s’ami i sassi, ahi lasso!
anch’ella è un vivo sasso.
     I’ so pur che talora,
quando al piú lungo giorno
il Sol di mezzo il ciel fere la piaggia,
a l’onda, a l’ombra, a l’ôra,
qui sola a far soggiorno
ne suol quella venir, che sí m’oltraggia,
fèra bella e selvaggia.
Qui canta e qui favella; e tu cotanto
d’udirla ti compiaci,
che non rispondi e taci;
o, se rispondi pur, del dolce canto
formi interi i concetti,
non tronchi ed imperfetti.
     Or, s’avien che ’l bel piede
per sorte amica e destra
qui soletto il mio Sol fermi giá mai,
cheggioti per mercede,
se ’n questa rupe alpestra
pur sostenere i raggi suoi potrai,
tu, che ’l senti e che ’l sai,
narragli quant’io provo
ne l’alma affanno e foco,
come tu prendi a gioco
gli aspri miei casi e com’ognor ti trovo
di mia lunga fatica
e compagna e nemica.
     Digli sí come spesso
co’ miei lamenti i tuoi,
alto chiamando il suo bel nome, accordo;
che s’un giorno dapresso
m’udisse, i’ so che poi
fôra assai men de la mia morte ingordo.
Digli come t’assordo,

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come mi stempro e sfaccio,
come ai miei pianti, ai prieghi
pace or prometti, or nieghi;
come talor, mentr’io non parlo e taccio,
usa ai continui stridi,
tu per te stessa gridi.
     Se ciò farai, prometto
mille ghirlande offrirti
del trasformato tuo vago Narciso,
e ’n quest’ermo boschetto
mille tra lauri e mirti
simulacri piantar del suo bel viso.
E se lá sul Cefiso,
mentr’ei visse pastore,
fu giá sí crudo teco,
qui presso al fido speco
vo’ che tu ’l goda almen rivolto in fiore;
e fien tuo specchio terso
le lagrime ch’io verso.
     Cosí l’umano velo,
placata alfin, Giunone
omai ti renda, e la favella intera!
Cosí ti renda il cielo
l’amato tuo garzone
ne la leggiadra sua forma primiera;
e l’aria ombrosa e nera
di quest’antro riposto,
ch’oggi risona solo
del tuo profondo duolo,
deggia de’ baci suoi risonar tosto,
ed a parlar s’avezze
de le vostre dolcezze!
     Lasso! dove son io?
chi di senno mi priva?
Stolto! a cui parlo? Misero! che tento?
Racconto il dolor mio

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a l’insensata riva,
a la mutola selce, al sordo vento.
Oh novo aspro tormento!
Tu, che giá mai non manchi,
che ’nfaticabil sei,
gli ultimi accenti miei,
quasi importuni a replicar ti stanchi.
Ahi, ch’altro non risponde
che il mormorar de l’onde!
     O de le balze alpine
garruletta romita,
ninfa de’ verdi e solitari chiostri,
sará conforme il fine
de l’aspra nostra vita
com’è conforme il suon de’ detti nostri?
Oimè! perché ti mostri
scarsa a me di favella?
Crudo scherzo, empio scherno!
Dunque al mio strazio eterno
la voce istessa è senza voce? e quella,
ch’ognor geme e languisce,
per me solo ammutisce?
     Vana figlia de l’aere e de la lingua,
teco pur ti trastulla:
ben veggio che sei nulla.