Poesie varie (Marino)/IV/I

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I. Polifemeide

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IV


GL’IDILLI MITOLOGICI


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I


POLIFEMEIDE


1


     — Questo, che d’aspri velli irsuto ciglio
da l’una a l’altra tempia arco mi face;
questo torto baston, ch’a piè mi giace,
d’uman sangue e ferin tutto vermiglio;
     questo mastin, che ’l minaccioso artiglio
sprezza de l’orsa e de la tigre audace,
o ninfa quanto bella empia e fugace,
qual ti move a schernir folle consiglio?
     Misero! ché l’orror del mio sembiante
non fuggi tu, ma ’l giovinetto infido
segui, cui pose Amor l’ali a le piante! —
     E, cosí detto, in sul deserto lido
di Galatea lo sventurato amante
ferí le stelle d’un doglioso strido.

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2


     — Perch’io difforme sia, perché pungente
abbia d’ispide sete il mento e ’l volto,
perché di negre lane irsuto e folto
il petto e ’l tergo e ’l crin porti cadente,
     bella, non mi sprezzar: l’affetto ardente
gradisci almeno in rozza forma accolto;
sotto ruvida scorza anco sepolto
frutto pregiato il mar serba sovente.
     Ah, del mio forte e smisurato busto
non rider, no! Conviensi, o vaga mia,
a te l’esser gentile, a me robusto. —
     Dolente in atto, in cotal suon languía
l’aspro ciclope, e lungo il lido adusto
la fuggitiva Galatea seguía.

3


     Piene di cento fiati e cento spirti
le cento inteste sue forate travi,
queste note, in un tempo aspre e soavi,
Polifemo cantò tra’ faggi e i mirti:
     — O di Scilla e Cariddi, o de le Sirti
piú cruda e fèra; a le mie pene gravi
piú sorda, oimè! di questi sassi cavi,
ond’è che i crini aborri ispidi ed irti?
     Or non sai tu ch’ignuda arida pianta,
cui di fronde, di fior, di ramoscelli
pompa non copra, o si recide o schianta?
     Non sai che son de le setose pelli,
onde capro o lion natura ammanta,
fregio le lane ed ornamento i velli? —

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4


     — In grembo al chiaro Alfeo vidi pur ora
l’imagin mia nel verde ombroso chiostro,
ed a se stesso ha il suo splendor dimostro
il vivo Sol, che la mia fronte onora.
     E, se non mi dipinge e non m’infiora
rosa e giglio la guancia, avorio ed ostro,
giá non son io però fèra né mostro,
o de le notti mie novella aurora!
     Pur, qual da sole oscura nube e vile,
da te rozza sembianza e boschereccia
prender può qualitá bella e gentile. —
     Cosí con aspra e rustica corteccia,
pettinandosi il crin presso l’ovile,
parla il ciclope, e poi di fior lo ’ntreccia.

5


     Lá dove i poggi al gran martel di Bronte
tuonano e tuona il mar profondo e largo,
cosí tonò da l’arenoso margo
un pastor di statura emulo al monte:
     — Una luce, i’ nol nego, ho sola in fronte,
e ben esser vorrei di luci un Argo,
per poter con le lagrime, ch’io spargo,
aprir cento canali a sí gran fonte.
     E pur con un sol occhio il tutto mira
il biondo dio, che ’l quarto ciel governa
e con l’aurato carro il mondo aggira.
     Ma, ch’abbia mille lumi ond’io discerna,
qual pro, s’anco quest’uno hai tanto in ira,
che chiuso il brami in una notte eterna? —

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6


     — Verrá, non andrá molto, e ’l suo viaggio
fia che fermi in Trinacria astuto greco
— Temelo giá mi disse, — e nel tuo speco
orbo faratti con perpetuo oltraggio. —
     Io, che dal tuo possente e vivo raggio,
ninfa, gran tempo è giá, son fatto cieco,
di sí folle presagio ho riso meco,
e ’l famoso indovin stimo men saggio.
     Pur, se fusse ciò ver, ben mi dorrei,
non ch’io perdessi giá questo, ch’ognora
lume ne la mia fronte ampio riluce,
     quanto che te mirar tolto mi fôra:
ché non per altro un cielo esser vorrei
che per aprir mill’occhi a tanta luce.

7


     — O pescatori, che ’n su curvi abeti,
ove, non rotta dal furor di Scilla,
fa specchio al ciel seren l’onda tranquilla,
turbate ai pesci i fidi lor secreti,
     mirate questa mia, che ’n grembo a Teti
stassi e dolce fra l’acque arde e sfavilla,
c’ha ne’ begli occhi, ond’ogni grazia stilla,
l’arme pungenti e nel bel crin le reti.
     Nocchieri, e voi, che i tesi lini a volo
spiegate, a che cercar piú faro o stella,
s’avete in un bel viso il porto e ’l polo? —
     Cosí sovra una rupe, afflitto e solo,
il fier, ch’ardea di Galatea la bella,
temprò cantando il grave incendio e ’l duolo.

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8


     A piè de l’antro, ov’ognor geme e piange
il gigante pastor, de la capanna
traendo fuor l’armento a suon di canna,
vede giá desto il Sol, ch’esce di Gange.
     Onde, membrando la crudel, che l’ange,
de’ suoi vaghi pensier dolce tiranna,
cosí, vòlto ver’ lui, fra zanna e zanna
rauca la voce e spaventosa frange:
     — Che giova, o Sol, le chiome aurate e bionde
spiegar, dove di te luci piú belle
serenan l’aria intorno e ’nfiamman l’onde?
     S’or, di cotante in ciel chiare facelle
vinto il lume da te, fugge e s’asconde,
tu vinto fuggirai sol da due stelle! —

9


     — Ieri un vago orsacchin, che non lontano
sotto la mamma ancor suggendo il latte
stavasi a covo, in quell’ombrose fratte
fu da me preso e mi graffiò la mano.
     Questo a te serbo, or che, giá fatto umano,
scherza col capro e col mastin combatte,
purché i duo Soli e le due rose intatte
volga a me lieta, ond’io non pianga invano.
     Lasso! ma prego o dono offrir che vale,
se, piú del dono offerto aspra e selvaggia
fèra, di fèra altrui poco ti cale? —
     Ver’ la bella crudel, ch’ognor l’oltraggia,
cosí sfogava il su’ amoroso male
il fier pastor de la sicana piaggia.

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10


     — In qual antro, in qual lido, in qual confine
glauco del nostro mar quell’erba cresce,
ch’uom cangia in mostro, e sue sembianze mesce
di spume e conche, e muta in alga il crine?
     Forse l’umane forme in peregrine
qual tu, ratto, traslate, e vòlto in pesce,
fia che l’ardor, che nel mio cor s’accresce,
trovi fra l’acque o refrigerio o fine.
     Fors’ancor fia, che la mia ninfa almeno
pur lieto appressi, e per le vie profonde
or le baci il bel piede, or tocchi il seno. —
     In queste voci appo l’amiche sponde
sciôr Polifemo a’ suoi dolori il freno
udîr l’aure, l’arene, i sassi e l’onde.

11


     Vòlto ai lucenti e liquidi cristalli,
de la sua Galatea nido e soggiorno,
di queste note Polifemo un giorno,
s’udi, cantando, fulminar le valli:
     — Belle ninfe del mar, che di coralli,
di perle e d’oro il molle crine adorno,
sovra frenati pesci ite d’intorno,
lieti menando e leggiadretti balli;
     curvi delfini, musiche sirene,
verdi scogli, antri foschi, orridi venti,
fier’orche, ingorde foche, aspre balene;
     fate fede a costei de le mie pene,
e come a’ miei sospir, pianti e lamenti
sona il ciel, crescon l’acque, ardon l’arene! —

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12


     Uscito al Sol da la spelunca alpestra,
rósa dagli anni, Polifemo, e rotta,
ove per entro a mezzo giorno annotta,
il crin d’edra s’attorse e di ginestra.
     Poi col gran pino, ond’egli arma la destra,
numerata la greggia e fuor condotta,
chiuse de la profonda orribil grotta
quella, ond’avea spiraglio, ampia fenestra.
     E, sollevando il grave antico sasso,
che di ben cento spanne era a misura,
disse con un sospir languido e basso:
     — Perché de l’empia, che il mio mal non cura,
mover non posso, a par di questa, ahi lasso!
quella pietra del cor rigida e dura? —

13


     — Qui, dove ne la cava atra fucina
s’affaticano a prova i fabri ignudi,
e ’l torto dio su le sonore incudi
i tuoni a Giove e l’arme a Marte affina;
     a me pena piú grave il ciel destina,
e ’n piú cocente incendio avien ch’io sudi,
e colpi nel mio cor piú fèri e crudi
Amor raddoppia, e ’n quest’alma meschina;
     anzi, novo gigante, oppresso i’ giaccio,
da’ tuoi begli occhi e fulminato e spento,
forse, crudel, perché tropp’alto intesi. —
     Piú volea dir, ma procelloso un vento
sorse, che ’l fier pastor d’ombra e di ghiaccio
cinse, e disperse i suoi sospiri accesi.

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14


     Poiché, cantando, il misero non pote
de l’empia Galatea rustico amante
con acuta sambuca il fier sembiante
placar di lei, né con selvagge note;
     sparso di pianto le lanose gote
e di grossi sospir tutto fumante,
posata giú la stridula sonante,
di queste voci alfin l’aria percote:
     — Dunque, fia ver che ’n questa arsiccia falda
gli occhi, novello Alfeo, distempri in fiume,
e ’n fiamma il cor, di Mongibel piú calda?
     Fia dunque ver, crudel, ch’io mi consume?
lasso, ch’a’ preghi miei fugace e salda,
d’onda e di scoglio in un serbi il costume! —
 

15


     A l’ombra negra d’un’antica noce,
mentre Scilla latrando i lidi assorda,
cosí cantando Polifemo accorda
col zuffol suo la strepitosa voce:
     — Poiché, piú che mai fosse aspra e feroce,
questa crudel, della mia morte ingorda,
al mio caldo pregar fassi piú sorda
e innanzi al correr mio fugge veloce;
     o doloroso e sconsolato mergo,
tu, ch’odi le querele ond’io mi lagno,
e ’l pianto miri onde la guancia aspergo,
     posa qui meco, e nel tuo duol compagno
m’avrai; né, men che ’l mar, torbido albergo
ti fia l’umor, di cui la terra io bagno.

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16


     — Sorgi, o ninfa, da l’acque e vienne a nuoto
(vedi come cocente il sole avampi,
sí che non ha l’armento ov’egli scampi)
al monte, ov’io t’attendo, arsiccio e vòto.
     Tosto il vedrai, di tua beltá devoto,
vestir di fronde e fiori i lidi e i campi;
e del celeste can gli accesi lampi
venir dolce a temprar Zefiro e Noto.
     Vedrai d’alto piacer tutto tremante
— Polifemo dicea — dal fondo interno
gioir del peso suo l’arso gigante.
     Indi l’orror di queste nebbie eterno
sgombro vedrassi a’ tuoi begli occhi avante,
ed a te, quasi ciel, rider l’inferno. —
 

17



     Trasse pur fuor de’ cupi fondi algenti
l’ignude membra, sovra l’onde uscita,
de le figlie del mar la piú gradita
di Polifemo ai dolorosi accenti.
     Giacque a lei presso il mar, tacquero i venti,
ché, ’n atto dolce e tutta in sé romita,
con gli occhi, ond’egli avea salute e vita,
rischiarò le sue tenebre dolenti.
     Ma che! mentre il meschin ristoro e posa
cercava a’ suoi dolori, in mezzo l’acque
sparve la ninfa immantenente ascosa.
     — Onda, s’è ver — disse egli allor — che nacque
in te la dea d’amor, come pietosa
se’ sí poco agli amanti? — E qui si tacque.

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18


     — In quell’ombrosa e solitaria balza,
cui l’onda, o Polifemo, abbraccia e fiede,
lá ’ve l’alpestre Lilibeo si vede,
ch’oltre le nubi la gran fronte inalza;
     seder vidi pur dianzi, ignuda e scalza,
la bella tua, ch’ogni altra bella eccede,
e reverente il mar baciarle il piede,
il mar, ch’ancor di gioia al ciel ne sbalza.
     Parca, rotando de’ begli occhi i giri,
una stella, anzi un Sol, qualor ridente
de l’oceán la chioma umida tragge. —
     Cosí disse un pastor, quando il dolente
mosse a cercarla, e fece a’ suoi sospiri,
vie piú ch’Etna cocenti, arder le piagge.

19


     Lá fra l’onde, ove scherza, ove s’immerge
d’ignude ninfe amorosetto coro,
il bel viso, d’Amor pompa e tesoro,
Galatea la fugace or tuffa or erge.
     Poscia, in sul lido assisa, ove disperge
Borea il flutto che ’l piè lava a Peloro,
il rugiadoso avorio e l’umid’oro
del bel sen, del bel crin s’asciuga e terge.
     Intanto il gran pastor, cui pendon cento
canne dal fianco e splende un occhio in fronte,
move da l’aspro scoglio aspro concento.
     — Deh! perché, cruda — a lei dice rivolto, —
co’ pianti e co’ sospir ch’io spargo al vento
lavarti, lasso! ed asciugar m’è tolto? —

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20


     — Ah fuggi, Galatea! dietro quel colle
— Dori dicea — non vedi insidioso
starsi il terror di queste piaghe ascoso,
ch’attende il tuo passar? Deh fuggi, ahi folle! —
     Ma egli, intanto, in su l’arena molle
uscito fuor dal suo ricetto ombroso
era di furto, e ’n dolce atto amoroso
stringer indarno ed abbracciar la volle.
     Pur un bacio le tolse. Ella sen gío,
lasciando lui nel solitario seggio
pien di scorno, d’affanno e di desio;
     che: — Poiché si ver’ me scarsa ti veggio,
torna, — disse, — crudel, dal labro mio
prendi indietro il tuo bacio: ecco, io nol cheggio.
 

21


     L’aspra sampogna, il cui tenor di cento
voci risona e cento fiati spira,
battendo a terra, ebro di sdegno e d’ira,
Polifemo, ond’al ciel pose spavento:
     — Poiché quest’empia, che l’altrui tormento
— dicea — lieta e ridente ascolta e mira,
sol cara ha l’armonia di chi sospira,
né gradisce altro suon ch’l mio lamento;
     qui spezzata rimanti, e qui ti lagna
dal mio lato disgiunta e dal mio labro,
cara de’ miei dolor fida compagna! —
     Piú non diss’egli, e ’l monte arsiccio e scabro
rimbombò d’urli, e ’l lido e la campagna
tremonne, e l’antro del tartareo fabro.

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22


     — Bacianne, e i nostri baci avidi e spessi
vincan le conche tenere e tenaci;
giungano i baci ai cori e sien de’ baci
padri insieme ed eredi i baci stessi.
     Sien de’ baci profondi e de’ sommessi
precursori i piú lievi e piú fugaci;
restin degli umidetti e de’ mordaci
ne le baciate labra i segni impressi.
     Geli d’invidia ed arda di dispetto
il fier gigante, il mostro empio e villano,
eterno turbator del mio diletto! —
     In braccio a l’idol suo caro e sovrano
sí disse Galatea. Con torvo aspetto
l’invido udilla, e sospironne invano.

23


     — Poscia che ’ndarno con amor combatto,
superba iniqua inessorabil fèra,
e piú fuggi da me sciolta e leggera
quant’io piú seguo desioso e ratto;
     Aci siasi pur tuo, ch’io mio son fatto,
ed al ceppo crudel perch’io non pèra,
libero e fuor de l’amorosa schiera,
ho pur, mercé di sdegno, il piè sottratto.
     Godi seco pur tu, ch’io lieto intanto
godo il mio scampo, e da te lunge in pace
piango pentito di que’ dí c’ho pianto. —
     Cosí di Galatea l’aspro seguace
fea la pendice risonar col canto,
a cui sepolto Encelado soggiace.

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24


     — Ah che ben ti vegg’io, ti veggio, ahi lasso,
coppia impudica, e piú mirar non voglio
ne’ tuoi piacer furtivi il mio cordoglio,
ove ch’io volga sconsolato il passo! —
     Con questo grido una gran rupe al basso
spinse il fèro ciclope, ebro d’orgoglio,
e ’n aventar lo smisurato scoglio
parve la voce tuon, fulmine il sasso.
     Sasso crudel, ch’al bel garzon tremante
nel piú dolce morir la vita tolse,
ne la felicitá misero amante!
     Pianse la bella ninfa, e ’nvan si dolse,
e gli occhi appo l’amato almo sembiante,
che giá sciolto era in acqua, in acqua sciolse.