Poesie varie (Marino)/IV/III

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III. Leandro

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III


LEANDRO


     — Stese la Notte avea
l’ali tacita a volo;
sol con roco fragor sonava il lido:
quando, il mar, che fremea,
sprezzando, ignudo e solo,
l’innamorato giovane d’Abido
dentro il pelago infido
s’espose, ahi troppo audace!
Per l’ombra oscura e bruna
non lucea stella o luna,
splendea sol d’alta ròcca accesa face;
ma piú splendeano assai
degli occhi amati i rai.
     Ebbe lo dio possente,
c’ha sovra l’acque impero,
del temerario ardir dispetto e sdegno;
onde col gran tridente,
a meraviglia fiero,
tutto commosse il tempestoso regno.
Inver’ l’amato segno,
lá per lo mare a nuoto,
il miserel serpendo,
sen gía l’onda battendo;
e del gran mugghiar d’austro e di noto
le querele interrotte
udia l’amica Notte.
     I sospiri fûr questi,
ch’ei sciolse, al ciel rivolto:
— O dea, figlia del mar, madre d’Amore,
dunque ove tu nascesti
restar morto e sepolto
deve un fedele innamorato core?
Non soffrir che l’ardore,

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che dolce in me sfavilla,
pèra tra l’acque e cada:
sostien’ ch’a trovar vada,
vòlto al mio ben, per via piana e tranquilla,
da la tua stella scorto,
nel suo grembo, il mio porto.
     E voi, siate ancor voi,
minacciose procelle,
sol di tanto cortesi al pregar mio:
se fia ch’il mar m’ingoi,
se ’n queste rive o ’n quelle,
rotto da dura cote esser degg’io,
al mio giusto desio
non si contenda almeno
che i membri afflitti e lassi
a ristorar men passi
pria tra le dolci braccia e ’l caro seno;
poi, nel ritorno, allora
poco mi cal ch’io mora.
     Né solo in sí rea sorte
men duro e piú soave
fia tra gl’impeti vostri il mio morire,
ma fia degna la morte
e giusta, ancorché grave,
de le sciocchezze mie pena e martíre.
Perché chi può gioire
di quel piacer sovrano,
di quel ben che m’alletta,
di quel ben che m’aspetta,
e poi lasciarlo, e poi girne lontano,
dopo la sua partita
piú star non deve in vita. —
     Qual piú rigido scoglio
intenerito avrebbe
il flebil suon de le pietose voci.
Ma non però l’orgoglio
placossi, anzi piú crebbe

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de l’onde sorde in un quanto feroci.
E, rapidi e veloci,
sovra l’orride piume
i suoi preghi e i lamenti
via portandone, i venti
spenser del fido polo il picciol lume;
ond’ei, che ’l vide estinto,
restò perduto e vinto.
     Poi che s’avide alfine
non poter far piú schermo
incontr’a l’onde orribilmente irate,
ver’ le piagge vicine,
stanco, anelante, infermo,
drizzò le luci languide e bagnate,
e disse: — O rive amate,
ecco ch’io manco e moro.
Morrò, ma la mia spoglia
in voi, prego, s’accoglia,
sí che la veggia poi quella ch’adoro,
e ’l mio sepolcro sia
ov’è la vita mia. —
     Volea piú dir, ma ’l flutto,
avaro del suo scampo,
le parole col corpo in un sommerse.
Tosto che, scosse in tutto
dal matutino lampo
le tenebre notturne, i lumi aperse
Ero infelice, e scerse
biancheggiar su l’arena,
misero e fatto gioco
de l’acque, il suo bel foco,
disse piangendo, e poté dirlo a pena:
— Ahi! tolga il ciel ch’io viva! —
e cadde in su la riva. —
     Cosí cantò nel mar Licone assiso,
né pescator fu al canto
che non versasse pianto.