Poesie varie (Marino)/IV/VI

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VI. Il rapimento d’Europa

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VI


IL RAPIMENTO D’EUROPA


     In quella parte a punto
de l’anno giovinetto,
che ’l Sol con dolce e temperato raggio
scioglie in liquida fuga ai pigri fiumi
dai ceppi di cristallo il piè d’argento;
e l’aure tepidette,
genitrici di fiori,
gravide di virtú maschia e feconda,
figliando van de’ coloriti parti
gli odorati concetti;
la pittrice del mondo,
dico l’alma Natura,
miniando le piagge
di verde e perso e di vermiglio e rancio,
parea ritrar volesse
ne’ fior le stelle, e ne la terra il cielo;
e de la gran maestra
i pennelli e i colori
eran aure e rugiade, erbette e fiori:
     quando al fresco discesa
del bel mattino su la sidonia riva
con le compagne sue, secondo l’uso,
del gran re de’ fenici era la figlia.
Qui lungo i salsi flutti,
quasi di turco drappo aureo lavoro
o serica testura
d’etiopica tela,
era trapunto in mille guise un prato.
E qui, però che insieme
l’allettavano a prova

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l’odor de’ fiori e ’l mormorio de l’acque,
con la schiera seguace il piè ritenne.
Avea ciascuna in man di vario intaglio
da ricettare i fior vago canestro;
ma la vergine altèra
era scelta a portar calato d’oro,
del gran labro di Lenno alta fatica.
     Spaziando sen giva
per la stagion fiorita
la bella giovinetta,
desiosa d’ordire
ghirlande e serti a le dorate chiome,
e, con la man di latte
scegliendo ad uno ad uno
fra le tenere gemme i piú bei fregi,
se ne colmava il grembo, e ’l grembo colmo
tutto votava poi ne l’aureo vaso.
     Sotto il bel piè ridea
tutto il popol de’ fiori;
e, sí come a lor dea chini e devoti,
movendo tra se stessi
ambiziose gare,
quasi d’arabi incensi
le fean de’ propri odor votive offerte.
     L’immortale amaranto,
vago d’esser reciso
da la nova d’amor parca innocente,
parea da man sí bella amar la morte.
     Il pieghevole acanto
a l’edra ed a la vite
invidiò le braccia,
per far tenacemente
a cotanta beltá dolce catena.
     La gentil mammoletta,
dal caro peso oppressa
di quelle vaghe piante,

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d’amoroso pallor tinta la guancia,
tramortí di dolcezza in braccio a l’erba.
     Clizia, d’Apollo amante,
per meglio vagheggiar de le due luci
il gemino levante,
levossi alta in sul gambo, e fu veduta
in un con le viole
a lei girarsi e ribellarsi al Sole.
     L’innamorato giglio,
iride de la terra,
umidetto di brine,
al lampo de’ begli occhi
piú pomposo divenne: accrebbe, in vista
del bianco seno e de’ cerulei lumi,
il candido il candore,
il cilestro il colore.
     Il lieto fiordaliso
languí d’amor soavemente anch’egli.
Sospirò lagrimoso,
lagrimò sospiroso, e fûr rugiade
le lagrimette, i sospiretti odori.
     Il leggiadro narciso,
sazio omai di specchiarsi
nel fonte lusinghiero,
si fea specchio il bel volto, ed, invaghito
di sí rara beltá, col proprio essempio
le ’nsegnava a fuggir l’acque omicide.
     Il vago e biondo croco,
mandando fuor de le purpuree labra
odoriferi accenti,
con tre lingue di foco
supplice la pregava
per grazia a côrlo ed a raccôrlo in seno.
     Il candido ligustro,
che, qual minuta stella
imbiancando de l’orto il verde tetto

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emulo del celeste,
segnava in esso un bel sentier di latte,
fatto stella cadente,
precipitò dal suo fiorito cielo,
e di candidi fiocchi
tempestò lievemente il prato erboso.
     Il giacinto vezzoso,
libro de la Natura,
ne’ fogli de le foglie
giá cancellata degli antichi lai
la pietosa scrittura,
tutto per man d’amore
lineato a caratteri di sangue,
espresse queste note in un sorriso:
— Io cedo al tuo bel viso! —
     Il papavero molle
alzò dal grave oblio,
colmo di meraviglia,
la sua vermiglia e sonnacchiosa testa,
e ’n piè risorto ad emular le rose
di fina grana imporporò le gote;
ma poi, vinto e negletto,
per gran doglia ricadde, e doppiamente
arrossí di vergogna, arse di scorno.
     Alcun non fu di quella
adulatrice e lascivetta schiera,
che, per esser da lei mirato e còlto,
non le fêsse di sé cortese invito.
Ma la real fanciulla
sdegna i plausi vulgari
de la plebe odorata, e corre solo
dove festeggia e ride
folgorando tra l’erba
l’occhio di primavera,
la porpora de’ prati,
la fenice de’ fiori, ove la rosa,

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bella figlia d’aprile,
sí come a lei sembiante
verginella e reina,
dentro la reggia de l’ombrosa siepe,
su lo spinoso trono
del verde cespo assisa,
de’ fior lo scettro in maestá sostiene,
e, corteggiata intorno
da lasciva famiglia
di zefiri ministri,
porta d’or la corona e d’ostro il manto.
     Mentr’ella in cotal guisa
d’ogni ricchezza lor spogliava i campi,
e de l’accolte spoglie
facea lavacro poi l’onda vicina,
videla Amor, Amor, de’ sommi dèi
unico domator, videla sciolta
da’ suoi lacci tenaci ir per la piaggia,
fastosetta e superba; e tosto a Giove,
al gran Giove additolla. A pena in lei
il monarca del ciel volge lo sguardo,
che, di tanta bellezza acceso ed ebro,
fra sé rivolge come
la semplicetta inganni, e come insieme
a la gelosa sua l’inganno celi.
     A l’astuto Cillenio impon che cacci
da la montagna al lido
gli armenti circostanti;
indi subitamente
l’alta divinitate in tauro asconde:
tauro non giá vilmente in mandra nato,
nato a l’aratro o al carro,
ma di fattezze nobili, e d’aspetto
superbo, e non feroce.
Biondo è il color del manto,
ma fosca è l’ampia fronte,

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il cui fosco però rischiara e fregia
argentata cometa;
oscuro ha l’occhio e ’l ciglio,
ma lieto in vista e baldanzoso il guardo;
magro il piè, breve l’unghia,
ma largo il fianco e spazioso il collo;
nere sí ma lucenti,
qual di Cinzia non piena
soglion le corna a punto,
due ossa eguali ed egualmente aguzze
fan curve in picciol arco
onorato diadema al nobil capo;
dal mento in giú gli scende
infino a mezza gamba la giogaia,
la cui tremula pelle
il ginocchio in andando offende e sferza.
     Che non puoi? che non fai,
sagittario fanciullo? Ecco, quel grande,
che regnò tra le stelle, erra tra’ buoi.
La man, che dianzi il folgore sostenne,
stampa or l’orme ferine, e quella testa,
ch’ebbe in ciel la corona, or tien le corna.
     Viensene al pasco a passo tardo e lento,
fatto giovenco, Giove;
né porta a le donzelle
col suo venir spavento, anzi, spirando
da’ celesti suoi fiati aura divina,
degl’intrecciati fiori
l’odor vince e confonde. A piè d’Europa
piega l’alta cervice, il tergo abbassa,
e par che quasi, de’ begli occhi fatto
idolatra, l’adori.
     Da le lusinghe insidiose intanto
la vergine delusa,
con gran festa l’accoglie; il collo e ’l dorso
soave al maneggiar tocca scherzando;

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gli orna di fior le tempie,
gli fa vezzi a le nari,
liscia la fronte e con sottil zendado
da la bocca talor terge la spuma;
talora il bacia, e quegli
le si corca appo il lembo,
con la vista le ride,
con la coda l’applaude e sparge intorno
muggiti soavissimi e canori;
e piú gradisce ed ama
da la semplice man gli offerti fiori,
che de’ suoi tanti altari
le vittime e gli odori.
     Ond’ella, intenta al fanciullesco gioco,
parla a l’amiche ninfe: — O voi, s’avete,
fide e care compagne,
di meco qui pargoleggiar vaghezza,
venite ove n’alletta
questo gentil meraviglioso mostro,
questo torel cortese,
in cui vive, cred’io,
amoroso intelletto,
ed a cui de l’umano,
tranne sol la favella, altro non manca.
Vedete che bel seggio
mansueto n’appresta? Omai qui tutte
(ché tutte n’accorrá su l’ampie terga)
cavalchiam per diletto! —
     Cosí dice, ridendo, e, mentre l’altre
indugiano a ciò far, sovra gli salta.
Gli omeri allor le porge
lo dio sagace, ed a l’amata soma
oh come volentier sotto si stende!
Sorge in piè, poi ch’è carco, e passo passo
verso il mar si ritragge, indi, a gran corso
sollecitato e spinto

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dagli amorosi stimuli pungenti,
quasi rapido pesce alfin guizzando,
entra ne l’acque, e l’acque
non estinser però quelle cocenti,
ond’acceso avea ’l cor, fiamme amorose.
E come potean mai le fiamme tue
estinguersi in quell’acque,
da le cui bianche spume
nacque colei da cui nascesti, Amore?
Sbigottita, tremante e giá pentita
d’aver se stessa al mentitor creduta,
di quel celeste adultero fugace
la giovane gentile il tergo preme:
con la sinistra mano al corno attiensi;
l’altra stende a la groppa, e talor anco
de la lubrica gonna alza e raccorcia
oltre il dover la rugiadosa falda;
talor, per non cader, per non bagnarsi,
l’ignude piante in sé ristretta accoglie.
Quindi, rivolta a l’arenosa sponda,
chiama la madre ad alta voce indarno,
e chiede indarno a le compagne aita.
Sovra l’orlo del mar l’afflitte ancelle,
pallide in volto e lagrimose in atto
ver’ l’ignoto amator, quasi bramando,
per a volo seguirla, i vanni e l’ali,
stendon le man da lunge e volgon gli occhi;
e con querule strida e meste note
risonar fan l’arena: — Europa, Europa! —
     Iva la bella Europa,
sparsa le bionde trecce, il mar solcando.
De l’animata nave
era Amore ’l nocchiero,
ed ella stessa e passaggiera e merce.
Erano remi le taurine braccia,
era timone il corno, e vela il velo,

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che, ’ngravidato e gonfio
di placid’aura e di secondo vento,
la portava veloce.
Sciolsesi in questa il vago lembo, ond’ella
sovra i cerulei campi
fuor del discinto sen pioggia di rose
seminava per tutto, e, fatta quasi
primavera del mare,
ricamava di fior l’umido letto;
e quel Sol di beltá sul tauro assiso
era a punto qual suole
apparire a’ mortali in Tauro il Sole.
     Scherzavano dintorno
a l’imagine bella,
cui facea specchio il mar tranquillo, accesi
di novo e dolce foco,
anco i gelidi pesci;
ed al chiaro balen, che fería l’onde,
correan bramosi e vaghi
d’imprigionarsi entro l’aurate fila
de la rete del crin lucido e crespo.
Amor con l’ali tese,
precursor del viaggio,
come destrier per fren, traea ridendo
d’una de le sue corde il toro avinto,
e talor per ischerno,
quasi con verga pastoral, con l’arco
oltre, ratto, il cacciava.
Mirò Nereo da lunge
fatta del gran Tonante
una fanciulla auriga,
ed additolla a le marine dèe.
Le nereidi, ballando
sovra i curvi delfini,
con versi fescenini
que’ novelli imenei cantar s’odîro.

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Udí Triton del trasformato amante
i bugiardi muggiti e, rimugghiando
dai cavi antri profondi, gli rispose
con la conca ritorta.
Il gran Nettuno istesso,
spianando il varco al predator felice,
sorse dal cupo gorgo
col tridente a bandir venti e tempeste.
     A sí novo spettacolo e sí strano,
gli occhi girò meravigliando a caso
greco nocchier, che ’n cavo pin fendea
de la vasta Anfitrite il molle seno;
ond’arrestato al picciol legno il volo,
in questi accenti il suo stupor diffuse:
— Occhi miei, che vedete?
fia sogno o ver? Qual disusato è questo
navigio adulterino?
Chi vide mai, dove s’intese o quando
che nuotator cornuto
golfo ondoso varcasse? e come trita
con piè securo i calli
dell’indomito mar selvaggio bue?
con qual vomero o rastro
ara i liquidi solchi animal rozzo,
avezzo a coltivar rustiche glebe?
Errasti, audace toro:
toro inesperto e malaccorto, errasti!
Non fu da Giove fatta
navigabil la terra,
né ’l mar segnò giá mai tratto di rota.
Non van per l’erbe i pesci,
né van per l’onde i tori.
Non è Glauco bifolco,
non è Nereo arator; Proteo è pastore,
ma di spumosi e non lanosi armenti.
Il lor pascolo è il musco;

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né v’ha montagna o selva,
dove avaro cultor semini e pianti
per speme di raccôr frutto dal flutto.
Frutto del mare è l’alga e seme è l’onda;
e queste immense e mobili campagne
non villan, ma nocchiero,
col legno sega e non col ferro rompe.
Ma come avien che tu sostenga e porti
vergine peregrina,
leggiadro peso a la robusta schiena?
Hanno anco i tori innamorati appreso
a rapir le donzelle;
o pure il re de l’acque,
presa forma di fiume
(ché tal rassembri a la cornuta fronte),
furtivamente adduce
all’algosa magion sí dolce preda?
È forse Galatea, Doride o Teti,
ch’alcun mostro del mar doma ed affrena?
È forse Citerea, che, come suole,
sul dorso di Triton siede e cavalca?
Forse Cinzia, disciolto
dal freddo carro suo l’un de’ giovenchi,
non contenta del cielo,
va trattando del mar l’umide vie;
o pur Cerere bella,
de le spiche inventrice,
nel ceruleo elemento a provar viene
il bidente e la marra? Or, s’egli è vero,
tu, Nettuno, che fai, che con la nave,
terrestre agricoltor, non passi in terra? —
     Cosí seco parlava
stupido in vista il navigante argivo.
Ma, tutto intanto al caro furto inteso,
lieto del bell’acquisto,
l’ingordo involator poco l’ascolta,
e per l’alto ne porta il suo tesoro.

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     Giá di sotto e di sovra
sol cielo e mare intorniava in tutto
la bella donna, ed ella,
quando non vide alfin che stelle ed onde
lacerandosi il crin, battendo il seno,
in queste voci flebili e pietose
doleasi amaramente:
     — Dove, dove mi porti,
troppo, ahi pur troppo ardito
e temerario tauro?
Chi se’ tu, nel cui petto
tanta regna baldanza,
che, senza temer punto
l’altissima de l’acque
profonditá vorace,
varchi con piede asciutto
pelago periglioso,
che formidabil fôra
a ben spalmata nave?
Lassa! che fai? che speri?
Chi fia per questi campi
la tua guida, il maestro?
Oimè! qual erba o cibo
troverai che ti pasca?
e come e donde avrai
onda dolce da bere?
Certo, quant’io mi creda,
certo alcun dio tu sei,
che la divina forma
di rozza spoglia ammanti;
però ch’a la sembianza
ed agli atti ed a l’opre
non rassembri terreno.
Ma, s’è ver che sii tale,
perché cose fai meco
di deitate indegne?

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O padre, o patria, addio!
Scherzi miei vani e folli,
dove per voi son giunta!
Vegghio, è pur vero, e piango,
o pur è sogno ed ombra?
Misera! che, non senza
destin rigido e forte,
questi molli sentieri
il ciel crudo e nemico
valicar mi consente.
Pavento, e m’indovino
non so che d’infelice.
Perduti ho i fior giá còlti,
ed or di perder temo
quel fior, che piú s’apprezza.
Dunque, a l’unica erede
di Fenicia e di Tiro,
o fia sepolcro il mare,
o fia marito un toro?
Oh quanto, oh quanto meglio
torrei d’errar ignuda
tra le leonze irate
e de le membra mie
pascer l’ingorde tigri,
che, di Pasife infame
rinovando in me stessa
l’essempio immondo e sozzo,
de le profane voglie
d’un vilissimo bruto
esser fatta rapina!
Sommo signore e padre
del procelloso mondo,
vaghe ninfe de l’acque,
squamosi umidi numi,
voi dèi, voi tutte dèe,
deh pregate, vi prego.

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questo stranio animale
(se pure i crudi tori
odono i preghi altrui)
che, perdonando omai
a la tenera etate,
di ricondur gli piaccia
a le paterne case
la vergine innocente.
Muti pesci, acque sorde,
lidi sonori e scogli,
antri solinghi e rupi,
del mio dubbioso stato
pietá vi prenda; e voi,
aure amiche e cortesi,
a la mia cara antica
genitrice portate
queste lacere chiome
e questi ultimi miei
angosciosi sospiri.
Poi con roco sussurro
ditele mormorando:
— La tua diletta Europa
in balía d’un rapace
tauro crudele, e suo
forse futuro sposo,
lunge dal patrio porto
vassene tragittata
in peregrina arena. —
E tu, Borea gentile,
se ’n te viva si serba
de l’amata e rapita
attica ninfa bella
la memoria soave,
levami su le penne,
e rendi il caro pegno
a la patria, ai parenti.

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Ah taci, stolta, ah taci!
sostien’ la voce incauta!
Ah! vuoi tu forse ancora
dopo ’l tauro feroce
provar d’amor acceso
l’infuriato vento?
Ma tu, Giove, che miri
dal sommo de le stelle
il miserabil caso,
ché non porgi soccorso
al mio grave periglio? —
     Questi ed altri lamenti
gittava invan l’addolorata; ed era
presente al tutto Amor, che i dolci pianti
sorridendo asciugava. Allor, baciando,
lusingando e leccando
con la lingua il bel piè candido e scalzo,
con umane parole
le rispose il suo vago: — Indarno temi,
verginella mal saggia,
per mia cagione o precipizio o danno.
Frena, frena i singulti,
pon’ giú lo sdegno e ’l duolo,
tranquilla il core e rasserena il ciglio,
impara a sostener tanta fortuna!
Quel che premi è il gran Giove, e tu nol pensi:
quel Giove, che dal cielo
chiami in aita, è teco.
Sotto questa mentita e falsa imago
Giove son io, che posso
apparir ciò che voglio.
La bellissima Creta,
mia famosa nutrice,
di ben cento cittá ricca e possente,
pronuba degna a sí bramate nozze
vo’ che ’n braccio t’accolga: ivi sarai

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di celeste marito
fortunata consorte, e del tuo seme
serie verrá di generosi figli,
che di tutta la terra avran l’impero. —
     Cosí dicendo, a Creta alfin pervenne;
dove, deposto il desiato incarco,
prese altra forma, e del bel fianco intatto
la zona virginal disciolse e scinse.
L’Ore il letto apprestâro, e quivi il frutto
colse d’amor. Poi, per memoria eterna,
Europa dal suo nome appellar vòlse
la piú bella del mondo e nobil parte.
Il tauro allor, che fu ministro e mezzo
de’ divini diletti, in ciel translato,
quivi da indi in poi cinto di stelle
verso Orione il destro piè distende;
con l’altro, curvo, il novo maggio attende.