Poesie varie (Marino)/IV/VII

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VII. Atteone e Diana

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VII


ATTEONE E DIANA

(Dall’Atteone).


     Tra le verdi, frondose, antiche piante
d’un, non so se dir deggia
boschetto o paradiso,
mi scòrse empia ventura.
Paradiso, s’io miro
al ben che vi trovai;
inferno, s’io mi giro
al mal che ne portai.
Sai che l’anno è sul mezzo
de la stagion piú calda. Era nel centro
de la sua rota il giorno,
e le colline e i campi,
rapido in ciel poggiando,
fendea, fería con tanta forza il Sole,
che, novello Fetonte,
rotar quasi parea
molto vicino a terra il carro d’oro.
Sotto il celeste cane
languíano erbette e fiori;
ne le piú cupe tane
ricovravan le belve;
le piú riposte selve
cercavano gli armenti;
e ’ncontro ai raggi ardenti
facean schermo ai pastori
onde fresche, ombre fosche, antri ed orrori:
quando la casta e cacciatrice dea,
in compagnia de le piú care sue
faretrate donzelle,

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Stanca di seguir l’orme
de le fère fugaci, alfin fermossi.
     Ne la valle Gargasia, a le radici
d’un solitario monte,
spaziosa spelonca apre le fauci.
Appio fiorito e verdeggiante musco
con vari altri arboscelli
sovra, dentro e dintorno
fan de la bocca sua negra l’entrata.
È dubbio se la rupe,
dal continuo picchiar de l’onda viva,
che vi sorge e zampilla,
tormentata e percossa,
l’aperse, o, rósa e rotta
dal dente voracissimo del tempo,
l’incavò per se stessa.
Ben par ch’ivi natura,
de’ cittadini intagli
imitando i lavori, abbia voluto
discepola de l’arte altrui mostrarsi;
però che ’n que’ salvatici ornamenti
sembra artificio il caso,
e par l’architettura inculta e rozza
ingegnoso modello
di maestro scarpello.
Di pomice scabrosa un arco opaco
e di ruvido tofo a la caverna
fa testugine e vòlta,
che di spugne e di nicchi
e di rustiche chiocciole e cocchiglie,
quasi natie grottesche,
tutta è fregiata. E quindi i verdi crini
de la madre d’Amor recisi e sparsi
pendere a ciocca a ciocca, e quinci vedi
grondare in varie forme,
parte liquide e parte

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gelate e parte intere e parte tronche,
di rappreso cristallo
gocciole rugiadose,
e di filato argento
lagrimette stillanti.
Quasi concava conca
il vaso de la fonte
egualmente si spande. Intorno e sotto
ha di molle smeraldo umidi i seggi,
di lubrico corallo algente il fondo;
e dal ciel de la grotta in sen riceve
pioggia di vive perle,
ond’egli cresce, e, ’n bel ruscello accolte
l’accumulate stille,
forma di sé con labirinti ondosi
mille vaghi meandri, e, mormorando,
tra’ bei margini suoi, di pietra in pietra
si torce e rompe e fuor de l’antro scorre.
     Quivi la dea, lentando
l’arco d’argento e disarmando il fianco
de l’aurata faretra,
ad un’elce l’appese;
indi il volto di foco e ’l crin fumante
tre volte e tre ne le fredd’acque immerse.
Slacciar si fe’ da le fidate ancelle
l’un e l’altro coturno, e, scinta e sciolta
la leggiadretta vesta,
i bei membri spoglionne, e, de le spoglie
sovra un letto di fior deposto il fascio,
ne’ cristallini umori
tuffossi e vòlse che ’l medesmo essempio
ciascuna parimente
de le compagne vergini seguisse.
     Or lá dove la bella
sagittaria celeste
con le vaghe compagne era a lavarsi,

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per gran sorte giuns’io, che, poco dianzi,
da le reti partito e da le lasse,
lasciati avea nel bosco
i cani a riposar. Riposo, ahi troppo
per me duro e crudele,
perché potesser poi con maggior lena
seguitarmi e sbranarmi!
     Era tra’ verdi rami,
in guisa pur di padiglione o tenda,
spiegata intorno e tesa
di sciamito vermiglio ampia cortina,
tal ch’a spiar per entro
a pena aver potea passaggio l’aura.
Avean le ninfe sovra l’orlo erboso
del chiaro fonte acconcia
di rose e d’altri fior purpurea cuccia,
e ’n disparte apprestati,
per rasciugarsi poi,
di zendado e di bisso
sottilissimi veli.
     Mentre in loco sí chiuso e sí remoto
le belle natatrici
senza sospetto alcun stanno a diletto,
misero quanto incauto,
quivi a caso m’abbatto e quivi arresto
le faticose piante;
né piú curai di seguitar la caccia,
perché non mi parea con l’arco in mano
poter mai far di quella,
che con gli occhi facea, preda piú bella.
Anzi, per pascer meglio,
vagheggiatore ingordo,
de l’occhio insaziabile la fame,
infra le fronde e ’l drappo
fattomi piú da presso,
innebriato e tratto

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dal piacer giovanile e da la vista
de l’offerte bellezze, oltre mi misi,
e de la pura immacolata dea
il sacro corpo tutto
di parte in parte a misurar mi diedi.
Adombrava il bel loco
fra l’altre arbori eccelse annoso olivo,
tra’ cui sacrati rami,
baldanzoso ed audace,
furtivamente a contemplarla ascesi;
lá dove, tutto intento
a l’oggetto amoroso, non sapea
da sí dolce spettacolo levarmi.
Cosí con doppio fallo il fallo accrebbi,
però che, per veder ciò che non lice
d’una vergine dea,
d’altra vergine dea gravai la pianta.
Ma giuro, e giuro il vero
(sasselo, madre, il cielo!)
ch’io non pensai né volli
a l’altrui castitate
far con lo sguardo ingiurioso offesa:
a l’alte meraviglie
de la nova beltate
vaghezza simplicissima mi trasse.
Se colpa è risguardar le cose belle,
colpevole mi chiamo!
     Eran da la chiarezza
de l’onde trasparenti
innargentate l’ombre, e da la luce
de le candide membra
imbiancati gli orrori; onde parea
spuntar ne l’antro oscuro
a mezza notte l’alba: e, lampeggiando
con sferze oblique e tremuli reflessi
per lungo tratto il vago lume intorno,

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qual suol quando la luna
lo suo splendor sereno
vibra nel mar tranquillo,
o quando il Sol saetta
con lucido baleno
specchio di bel diamante,
portava agli occhi miei raggi di neve,
ch’abbarbagliando di lontan la vista,
mi ferivano il core.
Né con tanto piacer né cosí belle
nel tribunal selvaggio
colá del fòro d’Ida il pastor frigio
mirò del ciel le litiganti ignude,
come attonito e lieto
del boschereccio nume
l’immacolate parti
a specolar svelatamente er’io.
I tronchi istessi, i tronchi,
rapiti a vagheggiarla, ebber, cred’io,
senso di meraviglia e di diletto;
che, s’orecchie ebber giá platani e faggi
per ascoltar d’Orfeo la dolce voce,
chi potrá dir che non avesser occhi
per mirar di Diana i membri ignudi?
Questi del bosco innamorati figli,
fatti gelosi a prova,
con le braccia frondose,
escludendo da l’antro il chiaro lume
de la lampa diurna,
la vista a me concessa
proibivano al Sol, che pur volea
con curioso raggio
di cotanta bellezza
spiar furtivo gli ultimi recessi.
Tacea la selva, intenta
al celeste miracolo amoroso;

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su l’ali assisi, i venti
tenean sospeso il respirar del fiato.
L’aurette vaneggianti,
stupide spettatrici, aveano imposto
alto silenzio a le sonore fronde.
L’acque mute, non altro,
in suo rauco idioma,
con lingua di cristallo
mormoravano, solo
che la dea piú pudica,
confessando a la selva i suoi secreti,
di se stessa facea mostra lasciva.
     Girò l’occhio fatale e ’l guardo obliquo
una naiade, in questo, a l’arrogante,
troppo cupido amante, e sí s’accòrse
de l’insidia e del tratto; onde, gridando,
a la casta reina
accusò con la voce,
additò con la mano
del forsennato errante
l’immodestia e l’insania. Ed ecco, tutto
di man battute e di percossi petti
fan le ninfe sonar l’ombroso speco.
Qual, per celar se stessa e di natura
i secreti tesori,
dentro il fonte s’immerge e fa de l’acque,
poco fide custodi,
un traslucido velo al seno ignudo;
qual de la dea pudica
corre a la guardia, indi le tesse intorno
con le braccia intrecciate alcun riparo.
     Ella, come s’inostra
adusto nuvoletto a sole estivo,
o qual a noi si mostra
in oriente la vermiglia aurora,
o come si colora

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lassú, nel primo ciel, di foco o sangue
de la diva medesma il freddo argento
a le magiche note
di Tessaglia o di Ponto;
cosí tinge il bel volto
di porpora rosata, e tale accende
di rubiconda fiamma
la guancia semplicetta.
Frettolosa e confusa,
allor, come può meglio,
il cinto verginal s’annoda al seno;
e parte ricoverta
dal biondo crin disciolto, e parte chiusa
nel bianco lin raccolto,
le vergognose mamme si nasconde.
In me, mal saggio e stolto,
umidi poi di sdegno i rai contorce;
e di non seco aver l’arco e gli strali,
per vendicar l’oltraggio,
par che forte le ’ncresca.
Ma non mancâro al suo divino ingegno
armi vendicatrici. Il fonte istesso
ne fu ministro, e fûro
arco eburneo la mano, e l’onda tersa
argentata saetta, ed ella arciera,
ch’al mio viso aventolla,
dicendo: — Io vo’ che sia
egual la pena agli ardimenti tuoi.
Or va’: dillo, se puoi! —
     Ahi! chi credea che ’n animo celeste
albergasse tant’ira? Ecco in un punto
sorgere in aria e circondarmi un turbo;
ond’io (come, non so) ratto trabocco
dal tronco in giú precipitoso al piano,
e quivi alfin m’aveggio
de la trasfigurata mia persona.

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Sventurato! ch’a pena
di quel fatal umor spruzzato e molle,
tosto m’abbandonò l’umana forma.
Stendasi il collo e de le guance il tratto
in mascelle s’allunga; il naso e ’l mento
si nasconde e si spiana,
e la bocca viril s’aguzza in muso.
De le gambe robuste
s’assottiglian le polpe; i duo sostegni
del corpo si fan quattro,
ed ha ciascun di lor l’unghia divisa.
Cresce su per le membra,
giá candide, or di nero
pomellate e di punti
variate e distinte, irsuto pelo.
Veggiomi pullulando
spuntar su la cervice
i germogli de l’ossa; indi repente,
arboreggiando al ciel, selva di corna
farmi con cento rami ombra a la fronte.
Insolita paura
entrar mi sento ad abitar nel petto.
Giá, sgridato e cacciato
da le sdegnose ninfe,
timido fuggo, e ’n ciascun passo adombro:
e, pur fuggendo, meco
di me mi meraviglio
e di mia leggerezza; e tanto solo
di me stesso mi resta,
che, col primiero aspetto,
non ho punto perduto
de l’antico intelletto.



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