Poesie varie (Marino)/IX/X

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X. La confessione del Marino (sonetto del Murtola)

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X. La confessione del Marino (sonetto del Murtola)
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X


LA CONFESSIONE DEL MARINO

Sonetto di Gaspare Murtola.


     Quell’io Marin, quell’io, che sí nomato
per tutta Italia fui, matto e buffone,
eccomi qui, legato ad un troncone
da la giustizia, ad essere abbruggiato.
     Oh trista sorte mia, perfido fato,
come condanni alfine le persone!
E chi di me non ha compassione,
mentre confesso e piango il mio peccato?
     Fratelli e amici, che me qui mirate,
attentamente li miei falli udite,
e a Dio l’anima mia raccomandate.
     Di patria fui napolitan, di padre
povero e vile ed avezzo a carpire,
sfacciato e pronto e di maniere ladre.
                              Una donna mia madre
fu cosí fatta, e a lei conforme io crebbi,
e, capretto, di vacca il latte bebbi.
                              Dipoi, subito ch’ebbi
ott’ o dieci anni, incominciai a ’mparare
la Santa croce ed a la scola andare;
                              e sotto il mastro stare,
che mi scorreva il testo e la rubrica
e dietro ’l tergo mi trovò la fica.
                              Indi, vita impudica,
piú che lettere, seppi, e, a stupri inteso,
la carne mia vendetti a tanto il peso.
                              Ma, poi che ciò conteso
mi fu da la statera irruginita,
mi bisognò trovar un’altra vita;
                              e, con la man spedita,
a scritti ricopiar l’animo fissi,
e molto tempo poi cosí ne vissi.

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                              I sonetti rescrissi
del giá signor Ascanio Pignatello;
per servitor di poi stetti con quello:
                              ed applicai il cervello
a poetar anch’io per certa vena,
che fanciul mi fu posta entro la schiena;
                              e con robusta lena
a frasacce imparar m’affaticai,
e molti versi intanto a lui robbai,
                              e sonettacci assai,
che poscia, rivestiti e rappezzati,
sono stati da me tutti stampati.
                              Nel resto, fûr cambiati
indi molti patron, quai tutti via
mi cacciâr, perch’un tristo ero e una spia,
                              ed a la sodomia
dato; ond’alfin di Napoli scappare
mi bisognò con furia, e a Roma andare;
                              e quivi poi nettare
con li miei versi il cul di molti e molti,
e mille facce aver e mille volti;
                              e con sfacciati e stolti
modi bricconeggiar fra li buffoni,
e scroccar per le tavole i bocconi
                              con frottole e canzoni.
Ma questo è niente a quel c’ho di piú fatto,
ruffian di fanciulli, uomo giá fatto;
                              lettere ho contrafatto,
detto male degli angeli e di Dio,
poco religioso e poco pio.
                              E, se dir il ver io
debbo, non v’ho creduto, e men nei santi,
che in questa tavoletta ora ho davanti.
                              E, con sospiri e pianti,
ante illos, o fratelli, et ante Deum
commendo, hei mihi, heu vos, spiritum meum!