Poesie varie (Marino)/IX/XI

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XI. Il ritratto del Marino (dello stesso)

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XI. Il ritratto del Marino (dello stesso)
IX - X Nota
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XI


IL RITRATTO DEL MARINO

Altro sonetto del Murtola.


     Marino, questa tua fisonomia,
a dirti il ver, non mi piace niente,
perché dimostra a tutti apertamente
che sei ritratto d’ogni furberia.
     La faccia è aguzza, e par che di can sia,
ché perciò latri e sei un maldicente;
e con la lingua pessima e mordente
assali ognun, che va per la sua via.
     E calvo il capo, lá dove il cervello
«calvino» sta per fama, onde in lussuria
potresti insino ai pettini attaccarti.
     Mobile ancora, or pieghi or giri quello,
perché instabile sei, né puoi fermarti
in guisa d’una gracchia e d’una furia.
                              Molle il capel lussuria
giú per le tempie e per il collo, come
di donna infame le lascive chiome;
                              e forse perciò il nome
di femina aver puoi, d’ermafrodito,
che in buon volgar vuol dir moglie e marito.
                              Alta è la fronte; ardito
cosí sfacciato e temerario fátti,
come la fronte suol di tutti i matti.
                              Paion occhi di gatti
gli occhi piccioli tuoi, gli occhi tuoi cupi,
anzi di volpe e di rabbiosi lupi;
                              che perciò tu ti occúpi
a far trappole altrui, tesser ordegni,
invidie concepir e nutrir sdegni

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                              vilissimi ed indegni.
Ma quel guardar in terra a tutte l’ore
sí foscamente, è poi da traditore;
                              e mostra altrui di fuore
un par di forche e un carro di fascine,
funi, capestri, rote assai vicine,
                              e vigliacche berline.
Il naso, alquanto piano, ha del lascivo,
e un pecorone ti discopre al vivo.
                              Il color poi cattivo,
in tintura di piombo, oh quale, oh quanto
d’ogni maligno ancor ti porge il vanto!
                              Apponto di tal manto
son l’impiccati, allor che tu li vedi
far corvette e mutanze in su due piedi.
                              Onde, se te ne avvedi,
altro a la fin non sei, tristo sciaurato,
che fra li vivi un morto e un impiccato!