Poesie varie (Marino)/V/XIVa

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XIV. Maddalena

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XIV


MADDALENA

di Tiziano.


     Questa, che ’n atto supplice e pentita
se stessa affligge in solitaria cella,
e de la prima etá fresca e fiorita
piagne le colpe, in un dolente e bella,
imago è di colei, che giá gradita
fu del Signor seguace e cara ancella;
e quanto pria del folle mondo errante,
tanto poscia di Cristo amata amante.

     Ecco come con lui si lagna e come
del volto irriga il pallidetto aprile,
e, deposte del cor l’antiche some,
geme in sembiante languido ed umíle;
e fanno inculte le cadenti chiome
agl’ignudi alabastri aureo monile:
le chiome, ond’altrui giá, se stessa or lega,
giá col mondo, or col cielo; e piagne e prega.
 
     Felice donna e fortunata a pieno,
cui, di falso piacer giá sazia e schiva,
di lá, ’ve altrui lusinga amor terreno
e piú l’anime alletta ésca lasciva,
qual tradito augelletto al ciel sereno,
o qual cerva trafitta a l’onda viva,
umilemente al Redentore a lato
cosí per tempo ricovrar fu dato.

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     Tu, del senso sprezzando ingordo e vano
i fugaci diletti e i lunghi affanni,
campar del mondo, adulatore, insano,
dall’insidie sapesti e dagl’inganni;
e ’n questo della vita ampio oceáno,
in sul fior giovenil de’ piú verd’anni,
trovasti al fragil legno, e quasi absorto
da l’umane tempeste, il polo e ’l porto.
 
     Cangiasti (oh pensier saggio, oh santa voglia!),
con vil antro selvaggio il ricco tetto,
con grossa, rozza e lacerata spoglia
il bisso prezioso e l’ostro eletto.
T’è bevanda il ruscel, cibo la foglia,
son sassi e spine il tuo prezioso letto,
che fan del corpo tuo battuto e stanco
e guanciali al bel volto e piume al fianco.

     Oh come bella alla solinga grotta,
pastorella romita, entro ti stai!
e come chiara, ove piú quivi annotta,
l’ombra rallumi co’ celesti rai!
Oh come dolce in flebil voce e rotta
a ragionar col sommo Amor ti stai!
Sí vivi espressi son gli atti e i lamenti,
ch’io vi scorgo i pensier, n’odo gli accenti.

     Occhi, per cui d’amor tant’alme e tante
pianser sovente, e mille cori e mille,
voi, voi, piangendo, appo le sacre piante
dolci versaste e dolorose stille;
voi, che giá fuste a lunga schiera amante
ministri sol di fiamme e di faville,
voi, voi, disciolto in tepid’onda il gelo,
bagnaste in terra (oh meraviglia!) il cielo.

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     Beato pianto, aventurose e belle
lagrime, a lei cagion d’eterno riso,
non cosí ’l mar di perle, il ciel di stelle,
s’orna come di voi s’orna il bel viso.
Perdon l’acque de l’Ermo e perdon quelle,
appo voi, c’hanno il fonte in paradiso;
ché, tra ’l bel volto sparse e ’l crin celeste,
rive di fiori e letto d’oro aveste.
 
     Fûr vivi specchi, in cui l’alma si scerse
i vostri puri e flebili cristalli,
e vide, allor che ’n voi se stessa asperse,
de’ suoi sí lunghi error gli obliqui calli;
lá dove quasi in pelago sommerse
i gravi troppo e vergognosi falli,
quando a lavar que’ santi piè vi sciolse,
e fûr le chiome il velo onde gli avolse.

     Chiome, che, sciolte in preziosa pioggia,
su le rose ondeggiate e su le brine,
beate o voi, che, ’n disusata foggia
incomposte e neglette e sparse e chine,
quell’altezza appressaste, ove non poggia
di Berenice il favoloso crine!
Ceda a voi l’ombra e l’òr, poscia che sole
quel piè toccaste a cui soggiace il Sole.
 
     Bocca, ove il cielo il nettar suo ripose
tra vive perle e bei rubini ardenti,
e tra vermiglie ed odorate rose,
per ferir l’alme altrui spine pungenti,
felice o te, che alte dolcezze ascose
traesti da que’ piè, puri, innocenti,
che tra’ nodi d’amor saldi e tenaci
avezzâr le tue labra ai casti baci!

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     Candida man, che giá maestra impura
fosti d’immondi studi e d’artifici,
per accrescer le pompe e di natura
le mal nate bellezze allettatrici,
ahi! con che dolce affettuosa cura
larga ministra di pietosi uffici,
come dianzi de’ vaghi affanno e pena,
fosti de l’uman Dio laccio e catena.

     Terso alabastro, che talor solevi
sparger di molli e peregrini odori
di quelle membra l’animate nevi
ésca aggiungendo a scelerati ardori,
se giá lor tanto di candor cedevi
dando a la bella mano i primi onori,
ceder devi anco al santo odor natio,
ond’ella innamorò gli angeli e Dio.
 
     Ma ceda la natura e ceda il vero
a quel che dotto artefice ne finse,
ché, qual l’avea ne l’alma e nel pensiero,
tal bella e viva ancor qui la dipinse.
Oh celeste sembianza, oh magistero,
ove ne l’opra sua se stesso ei vinse;
pregio eterno de’ lini e de le carte,
maraviglia del mondo, onor dell’arte!