Poesie varie (Marino)/VI/I

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I. In morte di sua madre

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VI


VERSI DI OCCASIONE


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I


IN MORTE DI SUA MADRE


     Torno piangendo a riverir quel sasso,
ove chi nove lune in sen mi chiuse,
chiuse lasciò le ’ncenerite spoglie.
Pace a te prego, a te dolente e lasso
m’inchino, o madre, e con l’afflitte muse
l’essequie tue rinovo e le mie doglie.
Benedette le lagrime, che scioglie
a voi devute il cor, ceneri amate,
venerande reliquie, ossa onorate,
di quella ond’io son parto e parte sono
queste misere carni. Oh, se m’intendi,
madre cortese, prendi
pianto per latte, e sia l’ultimo dono!
Ma chi mi vieta, oimè! ch’a te m’appressi?
Dura pietra e crudel, ma non men dura
l’iniqua dea, l’insidiosa arciera,
la cieca sorda inessorabil fèra,
che t’ha serrata in gelid’urna oscura;
e vòlse pur ch’io di mia man chiudessi
la bocca, onde sí dolci, onde sí spessi
per mia salute ebb’io parole e baci:
or da silenzio eterno oppressa giaci.
     Madre, tu giaci? è dunque ver che, tinto
d’atro pallor, de le tue luci il lume
eternamente agli occhi miei s’ammorza?
Piansi, non è gran tempo, il padre estinto;
or, perché doppio strazio il cor consume,

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a par col genitor, lacera scorza,
pianger la genitrice il Ciel mi sforza;
né ben saldata ancor la prima piaga,
di novo colpo un novo stral m’impiaga.
Madre, tu giaci? Ahi troppo ricca spoglia,
troppo pregiata preda, empia, mi tolse
quella che te disciolse
di vita e me colmò d’eterna doglia.
Chi piú fia ch’a virtú m’alletti e mova?
chi, sí a me grave e sí da te lontano,
fra cordogli cotanti e fra perigli,
fia piú che mi consoli o mi consigli.
Toltomi quel tesor ch’io piango invano,
nulla cur’io, nulla mi piace o giova,
né, se non morte sola, atta si trova
a stemprar lo mio fèl dolcezza alcuna,
quanto quaggiú rimira occhio di luna.
     So ben che, quando il tuo caduco impaccio,
madre, lasciasti, e da le chiome tue
invida mano il crin vital divelse,
al gran Fattor de’ cinque mondi in braccio
lieta n’andasti, il qual fra mille sue
alme piú care allor per sé ti scelse.
So che, felice, oltra le spire eccelse
ti spazi, e de le stelle, onde riluce
l’empireo, accresci il numero e la luce.
Ma qual contro sí súbita percossa
trovar, miser, poss’io difesa o schermo?
Come può petto infermo
rimaner saldo a sí possente scossa?
Ha ben il Cielo onde s’allegri ed orni,
ma ben ha il mondo cieco onde s’attristi,
ed io, che l’ombre sue teco non lascio.
Tu posto hai giú d’ogni fatica il fascio,
tu nel regno degli angeli salisti;
io, grave di dolor, trappasso i giorni;

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io caddi, e giaccio insin che a te non torni,
ed odio il sol, che, senza i raggi tuoi,
che poss’io piú veder, che non m’annoi?
     Misero e folle è ben chi la sua speme
ferma in te, mondo instabile e fallace,
ch’a le gioie l’angosce hai sí vicine.
Ahi, con che lieve piè van l’ore estreme
dietro a le prime, e rapida e fugace
scende la vita al suo prescritto fine!
Ché, se pur vien che ’l cielo a noi destine
ombra di ben, vien tardi e tosto fugge,
e, quasi nebbia al sol, ratto si strugge.
I’ sperava, i’ credea passar contento
teco questa, per te giá lieta, or mesta
vita, se vita è questa
ov’han morte i mortali ogni momento,
ov’ognor l’alma immortalmente mòre:
quand’ecco ogni mio ben di man m’è tolto,
ed ogni mio diletto estinto è teco;
né so di tanti danni altro che meco
lagnarmi sempre, e, ’nver’ le stelle il volto
fiso, sfogando l’angoscioso core,
chiamar con alte strida a tutte l’ore
quanto benigno il ciel, cruda la sorte,
quanto larga natura, avara morte.
     Ben mi sovien, quando spedite e lievi
spiegò primier da queste valli oscure
al ciel lo spirto tuo l’ale volanti;
ch’al dolce letto intorno, ove giacevi,
con sei consorti miei, con sei fatture
de le viscere tue, pegni tremanti,
turba inferma, mendíca e nata ai pianti,
i’ t’era a piè. Tu, con pietoso affetto,
me fra le braccia ti stringevi al petto:
fra quelle braccia ed a quel petto in cui
sí spesso in fasce riposando io giacqui,

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a quel petto ond’io nacqui,
fra quelle braccia ov’allevato io fui,
mi stringei sí che con le labra mie
ben da le tue, mentre n’uscia veloce,
l’estrema aura vital coglier potea.
La famigliuola tua mesta piangea,
e piangev’io con dolorosa voce;
tu non piangevi, e, de le luci pie
serenando le tenebre natie,
con volto, piú che torbido, giocondo,
tutto nel cor premevi il duol profondo.
     E come (oh lasso me!), come poss’io
membrar senza sospir l’ultime note,
ch’altamente scolpite al cor mi stanno?
— A Dio, figlio, rimanti, io parto, a Dio;
prega tu quel Signor, che tutto pote,
ch’a sé m’accolga. Io del mortal affanno
sento, in veggendo te, men grave il danno,
poich’a l’estremo mio passo infelice
benedirti e baciarti almen mi lice.
— Ove, madre, ne vai? deh, ferma il piede!
— i’ volea dir, ma nol sostenne il duolo; —
ove mi lasci, solo
di pianti e di sospir misero erede? —
Quegli occhi, intanto, oimè! quegli occhi amati,
che mi fûr guida ad onorate imprese,
che mirar mi solean sí dolcemente,
che d’ogni affanno mio pianser sovente,
quando Morte il suo gelo in te distese
vidi d’atra caligine velati,
vidi de’ membri languidi e gelati
la soma indi cader, grave a se stessa,
d’eterna notte e duro sonno oppressa.
     Vidilo, ahi! perché ’l vidi, e questi miei
non chiusi anch’io di pianto usci dolenti,
che vider chiusi i tuoi girne sotterra?

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Deh, come volentier commune avrei
fatta teco a’ miei passi infermi e lenti
la mèta, ove ’l mortal corso si serra!
Dunque (e com’esser può?) giá secca a terra
cade la pianta e riman verde il frutto?
dunque, lá dove vedovo ed asciutto
giá d’onor, giá d’umor vedesi il fonte,
ancor sonante, ancor lucente e vivo,
abonda d’acqua il rivo?
dunque, fia ch’a l’occaso il sol tramonte
e ch’un de’ raggi suoi splenda senz’esso?
Fèro tenor di stella, ingiusta legge
di quella rea, che legge unqua non serba!
Ben potea, ben devea Morte superba
sottrarmi al duol, che ’n vita ancor mi regge;
e ben devea poterlo il duolo stesso,
ond’io fui tanto allor vinto ed oppresso:
ma non vòlse la rigida orgogliosa
esser in un sol giorno a duo pietosa.
     Altro da indi in poi cibo e sostegno,
che pianto e doglia e cura acerba e grave,
la mia misera mai vita non ebbe;
né meraviglia è giá, se ’l triste ingegno
pace non trova e ’l cor posa non have,
da che sí forte il mio tormento crebbe.
Meraviglia piú tosto esser devrebbe
com’io non squarci il mio terrestre velo,
e sia sí pigro a seguitarti in cielo.
Che tardi, o degli afflitti empio conforto?
Deh torna, o Morte, o Morte ingorda e ria!
Ma, se egli è ver che sia
d’ogni umana fatica ultimo porto,
perché Morte chiam’io, folle, in aita,
ch’accorci o tronchi i miei noiosi stami?
perché, lasso! ai martír termine cheggio?
Morte, dunque, al mio mal bramar non deggio:

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il meglio, o madre, è ch’io mi viva, e brami,
per far la pena eterna ed infinita,
d’eternar con gli affanni anco la vita;
onde, finch’io da te lunge rimanga,
quanto viva t’amai, morta ti pianga.
     Ma tu, ch’or vivi e godi, anima cara,
sovra l’immobil cerchio in Cielo assisa,
sciolta del grave tuo limo terreno,
ove schiera d’Amori ardente e chiara
nel vivo Sol degli angeli s’affisa,
ch’eterno opra lassú giorno sereno;
mentre contempli ognor beata a pieno
la gran Mente del mondo, e i miei martíri
ne lo specchio infallibile rimiri,
deh! se la pace tua celeste e santa
non turba e ’l tuo gioir cura mortale,
pon’ mente ove ’l tuo frale
avara tomba, avara terra ammanta;
come tre volte e quattro, il marmo intorno
e lustrando e baciando, i’ chiamo a nome
la nobil ombra de l’amato spirto;
come di calta e casia e lauro e mirto,
come di rose e di viole, e come
funestamente, di mia man l’adorno.
Gradisci dal felice alto soggiorno
l’opra pietosa e ’l folto nembo e largo,
ove, assai piú che fior, pianto ti spargo.
     Taci, taci, canzon: cedan gl’inchiostri
freddi a le calde lagrime, che fòra
versa l’acuto duol che ’l cor mi punge;
e, poich’al gran dolor lo stil non giunge,
il suo morir del tuo silenzio onora.
Ma con vena maggior dagli occhi nostri,
perché pari a l’amor doglia si mostri,
ciò che esprimer non può la mano in carte,
sia con lingua di pianto espresso in parte.