Poesie varie (Marino)/VII/I

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I. Venere pronuba

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VII


GLI EPITALAMI E I PANEGIRICI


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I


VENERE PRONUBA

Per le nozze di Giovan Carlo Doria e di Veronica Spinola.


     Tra i ligustici poggi,
nel grembo erboso e molle
d’una spelonca opaca,
tapezzata e contesta
d’edre e corimbi e di viticci ed uve,
su l’estivo meriggio,
dal rezzo lusinghiero
allettata, dormia Venere bella.
Tra cumuli di fiori avea sul prato
stesi i membri celesti.
Presso lo speco ombroso
mormorator ruscello
le lambiva il bel piede, e l’aura fresca
sotto i pampini verdi i biondi raspi
le ventilava intorno.
Al volto stanco, a la sprezzata guancia
crescean molto di grazia il sonno e l’ombra.
Spoglia bianca e succinta al divin corpo
era velo sottile,
sottile e lieve in guisa
che, quasi lenta e delicata aragna,
le bellezze piú chiuse e piú secrete
copria, ma non celava:
pur, quantunque leggiera,

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era alle belle membra
noioso troppo ed importuno impaccio.
Le chiome d’oro, allora
sprigionate dal nastro,
che ’n carcere pur d’oro le stringea,
con aureo piè correnti,
godean la liberta senz’alcun freno
sovra il candido seno:
candido sí, ma ’l bianco avorio ignudo,
che di vivi cristalli
imperlava il sudor, di bei smeraldi
ingemmavan le fronde.
Posavano non lunge
l’idalie serve e, ’n triplicato nodo,
tutte insieme ristrette,
sotto quercia frondosa eransi assise.
Chi qua, chi lá dispersi,
ovunque era ciascun da l’ombra folta
invitato, giacean vaghi e lascivi
i pennuti fanciulli:
pendeano intanto da’ vicini tronchi,
breve riposo ai tormentati cori,
pacifiche e dimesse
le faretre omicide; e quinci e quindi,
agitati dal vento,
ondeggiavano gli archi,
archeggiavano i rami.
Parte di lor vagando
vigilante scherzava, ed o tra’ mirti
spiava occultamente
de’ semplici augelletti i chiusi nidi,
o pur, seguendo e ricercando a prova
de’ pampinosi tralci i verdi germi,
cogliean grappoli e pomi, e lievemente
su le cime degli olmi
si posavan su l’ali. Altri si stava

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a difesa del bosco,
e le driadi impudiche,
vaghe d’esser vedute,
e i rozzi dèi silvestri iva cacciando;
parte i satiri osceni e i fauni audaci,
che stavano da lunge
a risguardar ne l’antro,
era per gioco a saettare intento:
quando repente udissi
da la cittá vicina
di liete voci e di festivi plausi
e di musiche lire
e di balli concordi alto concento,
lo qual d’epitalamica allegria
empiea la valle e ’l monte, ed ingombrava
la terra e ’l ciel. Ferí l’orecchie allora
de la dea sonnacchiosa
la gioconda armonia;
onde desta s’assise e da’ begli occhi
col bianco dito e tenero si terse
le reliquie del sonno,
del sonno, che, scacciato
da sí felici e sí lucenti alberghi,
vie piú si dolse assai
che quando, dal gran Giove
precipitato, abbandonò le stelle.
Ella dal letto morbido e fiorito
levossi, e sí com’era,
scompigliata le trecce e ’l crin confusa,
de l’alata famiglia
chiamò le sparse schiere, e d’Imeneo
richiese a mille ninfe, a mille Amori.
Costui, figlio di Bacco,
generato di musa,
la bella Citerea sceltosi e fatto
duca e signor de’ maritaggi avea.

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De l’anello e del letto
l’inventor primo, il primo autor fu questi;
senza costui giá mai
o di talamo unire o d’arder teda
lecito altrui non era. Eccolo alfine,
ch’a l’ombra d’un gran platano, conteste
di lenta e molle cera
sette avene forate, in su que’ fori
alternava le dita,
e con labra fugaci a gonfie gote
ne le canne ineguali,
in lieto mormorio
variando il sottil vento canoro,
articolava il fiato.
Ma, come vide l’amorosa dea,
ristette, e da la man stupida e lenta
la fistula sonora
ammutolita a piè lasciò cadersi.
Oh qual nel giovinetto
di modesta beltá luce risplende!
Di dolce foco un tremolante lampo
raggia negli occhi, ove gentil sorriso
temprato d’onestá sempre scintilla.
La chioma aurata e folta,
sparsa in crespi anelletti,
per lo collo e per gli omeri gli piove.
Par la guancia vermiglia
pomo da suo rampollo ancor non còlto;
ed or ch’estiva arsura
e pudica vergogna il coce e tinge,
di rossor doppio e doppia fiamma abonda.
De la lanugin prima
l’ombra dubbiosa e rara
sotto la bionda zazzera s’asconde.
Di verde persa e di vermiglia rosa
tenera treccia il crin leggiadro implíca,

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e del candido piè la viva neve
dorato foco ammanta. Allor ridente
la bella dea con questo dir l’assale:
     — Fanciullo, e ’nfino a quando
con la sampogna a risvegliar le selve?
Pur sempre, sempre, ai dolci studi inteso,
non sará mai che lassi
gli amati versi? e de’ materni doni
non ti vedrò per tempo unqua satollo?
O troppo troppo de le muse amico,
e troppo pronto ad emular le cure
de la musica madre,
che vai teco, soletto,
sul mezzodí canzoneggiando a l’ombra?
Vienne, e palesa a noi di tanta gioia
l’alta cagione omai. Qual nova pompa
di nozze oggi s’appresta?
qual vergine si dota? E non tacerne
la sua patria e ’l legnaggio. A te non deve
di ciò nulla celarsi,
se sol col tuo favor liban gli sposi
nel letto marital le prime notti.
     — Certo — risponde, — o dea, di tua dimora
io stupiva pur dianzi, e come fossi
di tal congiungimento
sí tardi consapevole e compagna.
Non di vil sangue oscuro
è la stirpe ch’io canto: illustri e chiare
e per fasce e per opre
due gran famiglie un santo nodo accoppia.
E qual sí strania ed erma
a procelle spumanti
latra nel mar vermiglio isola o scoglio,
qual de l’arsa Etiopia aspro deserto,
qual de l’algente Scizia alpestre monte,
qual regione estrema ed a la Fama

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cotanto inaccessibile e lontana
chiude la terra, dove
passato di Veronica non sia
e di Giancarlo il glorioso nome?
L’uno splendor de’ cavalieri, e l’altra
onor de le fanciulle,
ei di Liguria, ella d’Iberia allievi;
ed ambo parimente
stupore a Giano e meraviglia al Tago:
Giancarlo il generoso,
oggetto degl’ingegni,
suggetto degl’inchiostri,
immortale ornamento
de la pace e de l’armi,
glorioso alimento
de le prose e de’ carmi,
lampo d’alta virtute
lampa di gloria eterna,
anima de l’onore,
simulacro del senno e del valore;
Veronica la bella,
miracolo degli occhi,
oracolo de l’alme,
sole chiaro ed ardente
di divina beltade,
specchio puro e lucente
d’incorrotta onestade,
fenice del suo sesso,
occhio del secol cieco,
tempio del vero Amore,
idol d’ogni pensiero e d’ogni core.
Or da sí fatte feste
cessar, biasmo non fôra?
Su, su, dunque: t’affretta,
lascia gli antri e le selve, e teco adduci
e de le Grazie e degli Amori il coro.

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Squassar bramo ghirlande e vibrar faci,
e la notte passar tutta in trastulli;
né questa mia siringa
fia poco atto stromento
da far dolce risposta a l’altrui canto. —
     Imeneo cosí disse, e tacque a pena,
ch’ella in gelido fonte e cristallino
tutta ignuda tuffossi. A l’aurea chioma
rende l’usata legge, a la bellezza
l’ornamento e ’l decoro: indi s’ammanta
d’un bel serico drappo,
che di lampi eritrei tutto sfavilla.
Presti sono ai servigi
i volanti valletti;
giá s’appresta e guernisce
tutto di fiori edificato il carro;
olezzano di fiori il giogo e l’asse,
di fior le rote e i raggi,
e son fioriti i freni,
dal cui tenero morso avinte e strette,
due colombe gemelle
fanno a l’aureo timon purpurea biga.
Concorron d’ogn’intorno
augei canori e bianchi.
Quei che l’Atesi ameno
addolciscon col canto,
quei che del Mincio altèro
inteneriscon l’aure,
quanti il Lario superbo
n’ascolta in riva a l’onde,
quanti il Meandro obliquo
ne pasce in su le sponde,
de la rauca Padusa,
del patrio Po l’arene,
e del natio Benaco
abbandonâro, impoverîro i cigni.

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Ne fan festa gli Amori:
con rosate catene
frenano loro i rostri,
s’attengon con le mani
a le musiche gole,
premon le molli terga
come si suol destriero,
e, portati dal vento,
fanno a la madre dea
di se medesmi ambiziosa mostra.
Con allegro tumulto
per le lubriche vie
precipitosamente
scorron le nubi a volo,
batton le penne insieme,
lasciano in giú cadersi,
poi risorgon caduti,
e, cantando e scherzando,
giungon colá dov’Imeneo gli scorge.
Giunti al felice albergo,
votâro in su le porte,
mille cesti vermigli
carchi di primavera,
e giú per le faretre
diluvi di viole
e grandini di rose
nevigâro dal ciel con larga mano.
Rose e viole còlte
lá ne’ prati di Cipro,
ne’ giardin di Ciprigna
cui Sirio, Sirio stesso
perdona e nutre con benigno raggio.
Poi da gemmati vasi
sparser per tutto il tetto
balsami peregrini,
licor che ’n vive stille

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lagrimâro e sudâro
da le feconde piaghe
le cortecce d’Egitto.
Divelse intanto dal materno seno
Amor la verginella, a cui di pianto
turgidi e rugiadosi
d’un purpurino giro
rosseggiavano i lumi, e Citerea
prese il garzone ardito,
il cui virile aspetto
facea feroce e franco
del gran valor de’ suoi fede assai chiara
Con tenace legame indi de’ duo
congiunte ambe le destre,
pronuba e sposatrice,
gl’imenei celebrò con questi accenti:
     — Vivete omai concordi,
e le nostre dolcezze
imparate a godere.
Suonino mille baci
di nettare umidetti;
leghin le bocche i cori
palpitanti e tremanti;
sien le braccia da’ nodi
illividite e tinte;
rendansi con bel cambio
le reciproche lingue
mormorio piú soave,
che non formano i rostri
de’ miei queruli augelli;
compongansi le labra
congiunture de l’alme,
sí che ’l sonno de l’uno
gli aneliti de l’altro
lievemente rapisca.
Tanti sieno i legami

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de le membra leggiadre
con quanti al caro tronco
l’edera si congiunge,
con quanti al palo amato
la vite s’incatena.
Né tu fidar cotanto,
giovane generoso,
nel paterno ardimento.
Non domar con terrore,
né vincer con minacce;
ma placar con lusinghe,
umiliar con preghi
la nemica convienti.
Se ’l pregar poi non basta,
ardisci, affronta, assali.
No, no, non ti spaventi
flebil voce, atto schivo:
cresce il piacer sudato
nel difficile acquisto;
la gioia fuggitiva
piú con la fuga alletta;
son vie piú dolci i baci
tra le lagrime còlti.
Felicissimo sposo,
deh, raffrena i sospiri,
deh, ritieni i lamenti!
Ecco il tempo s’accosta
de’ notturni trastulli.
Giá per lo gorgo ibero
scorrendo, il Sol dá loco
a la bianca sorella.
Giá de l’aurea caterva
Espero condottiera,
qual piú benigna luce,
spiega le bionde chiome,
per l’orizzonte accampa.

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Giá, giá vola Imeneo
con le penne di rosa
dai gioghi d’Elicona.
Nel talamo secreto
alquanto timidetta
entrerá la donzella.
Tu prendi cura intanto
ch’inviolata e senza
gustare il nostro frutto,
qual v’entrerá, non n’esca.
Ella, appoggiata il capo
sovra molli guanciali,
t’attenderá tremante;
di lagrime dolenti
spargerá forse stille,
di sospiretti ardenti
essalerá faville.
Ma te nulla ritardi
lagrimetta o sospiro;
anzi con le tue labra
quelle e queste in un punto
dagli occhi e da la bocca
canaletti amorosi
asciugherai bevendo,
ammorzerai suggendo;
e, qual nocchiero accorto
de le sirene al canto,
serra l’orecchie al pianto,
che dal corso felice
il tuo legno desvia.
Tosto che ’l bianco letto
fia che i bei membri accoglia,
de le morbide piume
ancor tu baldanzoso
vanne a premer le sponde.
Quivi, fervido e caldo

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di dolce foco il seno,
tacito t’apparecchia
a la pugna beata.
Ma, per non spaventarla
con segni di disfida
troppo aperta e mortale,
quinci e quindi l’accenna
con cauti stratagemi,
di non sanguigna guerra
non minacciosi colpi.
Molti a la bella gola,
molti baci a’ begli occhi,
molti n’affiggi e stampa
a le guance, a le mamme.
Ripugnerá rubella
a le tue giuste voglie;
t’appellerá protervo,
immodesto, impudico;
con tremolante voce
dirá: — Non piú! Deh, basti!
ritorcerá ritrosa
da le tue labra il labro;
respignerá crucciosa
con la mano la mano.
Contenda pur, contrasti:
di contrasti sí fatti
si nutriscon gli amori.
Or, fra queste contese
raddoppiato il desio,
sentirai ch’agli spirti
raddoppierá le forze.
Allor dunque si vuole
pertinace, importuno
piú rincalzar l’assalto;
ne l’amorose imprese,
sappi, il piú de le volte

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giovano l’insolenze.
Sovra il candido collo,
sotto il tenero seno,
per l’anche dilicate,
e ’ntorno a l’altre parti
piú basse e piú riposte
con salto repentino
stendi la man lasciva;
la qual, serpendo poi
qual curiosa spia,
cupida esploratrice
del fonte d’Onestade,
cerchi il piú chiuso varco
del bastion d’Onore,
e ’l piú commodo sito
lá dove piantar possa
ne la ròcca guardata
l’amoroso vessillo.
Qui tanti e tanti aggiungi
a le baciate rose
accumulati baci,
quanti il notturno cielo
spiega lucidi fuochi,
quanti fiori e quant’api
nutrisce Imetto ed Ibla.
Non ti manchino ancora
le malizie fra l’armi:
accenti lusinghieri,
parolette dimesse,
anguidezze profonde,
tenerezze soavi,
tremiti sospirosi,
gemiti affettuosi,
quai gli compone e forma
Zefiro tra le fronde,
colomba innamorata

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o cigno moribondo,
ragion, scongiuri e preci,
e tutto quel che giova
a ben accorto amante,
con tutto quel che l’arte
del ben amare insegna.
Tanto ch’alfin cedendo
a le fiamme, agli strali
del mio figliuol possente,
vedrai ch’a poco a poco
men torva e men severa
deporrá su le coltre
il timore e ’l rigore
e la vergogna e l’ira.
Quindi, pian pian porgendo
a le tue braccia il collo,
verrá pian pian stringendo
con le braccia il tuo collo.
Allora allor côrrai
i baci saporiti,
i baci non rapiti,
che con lunga dimora
e con respiri e pause
ti lasceranno in pace
riposar sovra il bacio.
Allora, allor la bella,
a cui saran piaciute
le delizie e gli scherzi,
tutta al tuo arbitrio esposta,
ti renderá cortese
diletto per diletto,
e, la bocca dischiusa
commettendo a la tua
e con fiati iterati
spirando avidamente
aura libidinosa,

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de l’anima bollente
vorrá bear la brama.
Indi, piú piana e molle,
irritandoti al gioco
con volontari vezzi,
ti porrá in qualche parte,
tentando osceni amori,
licenziose dita.
Allora, io t’ammonisco,
è ben da côrre il tempo;
allor t’invita e chiama
al trionfo, a la palma
meco il mio dolce figlio.
Allor, senz’alcun freno
violento, bisogna
dar tra le furie estreme
con impeto indiscreto
ne le piaghe e nel sangue;
e, qua e lá vibrando
l’asta dura e pungente,
senza dar posa o lena
al faticoso fianco,
urtare, irrigidire,
incontrare e ferire.
Se s’asconde col velo,
sará fragil lo schermo;
se rifugge in disparte,
sará breve la fuga;
se, su le piume prona,
in guardia di se stessa
di se stessa si copre,
superabili e dolci
al tuo valor saranno
le difese e i ripari;
se, volgendosi altrove,
di ubbidirti pur nega,

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perché sul destro lato
dal sinistro s’adagi,
vágliati con l’estremo
de l’indice mordace,
stimulator gentile,
sollecitarle il fianco;
però che ’n quella parte
sogliono le fanciulle
spiritose e brillanti
aver piú vivo il senso,
e d’esser stuzzicate
quasi destrier da sprone,
son guardinghe e gelose.
Combatti, abbatti, opprimi,
impugna, espugna, atterra,
finché, mancando il moto
a le languide membra,
rilassandosi i nodi
de le molli catene,
con flebili sussurri
la voce infievolisca,
travolti e vacillanti
si socchiudano i lumi,
stupefatte ed immote
agghiaccino le lingue,
e ’n tepide rugiade,
sudando a stilla a stilla,
l’anima si distempri.
Io spero che non deggía
ne l’alta scaramuzza
la lena abbandonarti,
però che sei sul verde
de l’etá tua fiorita.
Pur non ti verran meno
di mediche misture
conforti orientali.

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Cerere, ti ricordo,
per te sia lieve e parca:
suol dar la lauta mensa
piú peso che sostanza.
Bacco, nostro ministro,
vigor dará a le vene;
noi con la nostra face
calore a le midolle;
se ben nulla fia d’uopo
di stimulo incitante
dov’è tanta bellezza.
Sudate, omai sudate,
in sí caro duello;
traete pur, traete
in tal battaglia l’ore.
Quel, che giá riceveste
dai genitor fecondi,
or voi con larga usura
ai posteri rendete.
Date, datene in breve
lunga serie conforme
di figli e di nipoti,
che poi, pargoleggiando,
turba minuta e lieta,
degli anni ultimi vostri
la stanca etá sollevi.
Deh! perché vi struggete,
anime aventurose,
se ’l bel desir v’accorda?
L’un brama e non rapisce,
l’altr’arde e non invita.
Non aver, prego, a sdegno,
fastosetta guerriera,
ch’io vada il tuo nemico
ammaestrando all’armi.
Perché taci? tu ridi?

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Lieto presagio è il riso
di prospero successo.
Ridi: alcun sará forse
questa notte, che pianga.
Vienne pur oltre audace,
fortunato consorte.
E tu concedi, o bella,
al bel degno marito
ciò che negar non lice.
Non voler degli sciti
essercitar qui l’ire,
lacerando con l’unghie
la tua guancia innocente.
Fuggite dal bel volto,
semplicetti rossori,
timidetti pallori!
Deh! che temi? o che piagni?
Sostien’ pur d’esser vinta,
vergine, ed a me credi:
costui, se tu noi sai,
ch’or paventi, amerai. —
Cosí diss’ella, e de la plebe arciera
a sé chiamò duo pargoletti alati,
d’etá gemelli e di sembianti eguali;
l’uno Incendio s’appella e l’altro Ardore,
ambo d’arco e di man spediti e pronti,
ambo pregiati e sparsi
di porpora le piume.
Poscia ch’ebber costoro
le dorate quadrella
di purissimo mèl bagnate e tinte,
questi il garzone e quei la giovinetta
fece de’ colpi suoi bersaglio e segno.
Degli archi flessuosi
si curvâro le corna,
si votâro le cocche,

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risonâro le corde,
sibilâro le frecce.
Passò di fibra in fibra
ne le midolle interne
dolcissimo veleno;
gîr serpendo per l’ossa
favillette soavi;
s’appigliâro nell’alme
di scambievole affetto
sviscerati desiri;
e, trasformando l’un ne l’altro core,
ne fêro innesto e v’allignâro Amore.