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Brume d'autunno romano

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Brume d'autunno romano
II IV


Dopo il primo temporale d’autunno il cronista agricolo può fare ritorno agli uffici da cui si governa la patria agricoltura: i dirigenti sono tornati da Pantelleria e Courmayeur, gli impiegati da Fregene e Ladispoli, si può chiedere e ottenere risposte. Ma il tenore di ogni incontro conferma la desolazione del quadro. Dopo anni di attesa la Spagna è parte della Cee, ed è entrata con lo stile della Francia, che a Bruxelles ha sempre preteso direzioni generali, non con quello dell’Italia, i cui rappresentanti hanno imposto l’assunzione di stuoli di autisti e telefoniste del proprio collegio elettorale. Così, in un sodalizio in cui i rapporti saranno sempre più crudi, i dossier spagnoli conosceranno attenzioni impossibili a quelli italiani. Né gli agricoltori del Bel Paese possono sperare un’attenzione maggiore dai responsabili politici nazionali: il loro peso elettorale non è più quello del 1948, ai leader nazionali campagne prive di peso elettorale non interessano più. Si depreca da anni l’emarginazione dell’agricoltura: non era che l’inizio di quanto dovremo conoscere.


Il primo temporale d'autunno imperversa, ogni anno, impietoso, su Roma ancora assopita nel torpore estivo, gli statali impegnati nello sgattaiolante orario metà Ministero-metà Ostia, dovunque gli sciami della generazione del sacco-pelo, nei ristoranti di lusso solo figli del Sole Levante. Per due ore le strade diventano fiumare, si fermano i tram, la corrente saltella, poi, mentre il Tevere recapita in mare l'acqua che ha inondato vicoli e parchi, imperlato da contenitori di plastica, siringhe e sacchetti che i netturbini di Signorello non hanno né il tempo né la voglia di raccattare, la città inizia una vita nuova, i negozianti sciorinano nelle vetrine le collezioni della nuova stagione, politici e burocrati sanno che ha avuto inizio la stagione autunnale.

Con la quale anche l'agricoltura riprende il proprio posto tra le ragioni di interesse, o di disinteresse, della capitale. A chi, tuttavia, varcando i cumuli di foglie e fango che ostruiscono i selciati, vada cercando tra i palazzi in cui si decidono le sorti delle campagne italiche, qualche indizio sulle loro fortune prossime venture, ben poco é dato di reperire da cui ricavare auspici comprensibili.

Tra campi e stalle, le sorti dell'annata sono già state segnate. Secondo le regole della statistica irrise da Trilussa potrebbe definirsi una buona annata, ma siccome il poeta romanesco ha insegnato che due polli a me e nessuno a te non fanno un pollo a testa, gli splendidi guadagni dei produttori di pesche e di pere, quelli degli allevatori di suini che hanno evitato spiacevoli incontri con virus molesti, o le produzioni da primato di tanti cerealicoltori non compensano le perdite degli allevatori le cui stalle siano state colpite dall'afta, quelle dei produttori di latte che si siano visti negare il compenso per il prodotto perché sospetto di ospitare isotopi indesiderati, né quelle dei viticoltori cui il terrore del barbera portatore di morte ha impedito di vuotare la cantina in attesa della vendemmia.

Sono divaricazioni tali da di lacerare l'ordito di qualsiasi sistema agricolo, che un'accorta politica agraria dovrebbe saper attenuare, prevenendo la caduta di settori essenziali, evitando che i settori fortunati saccendano attese destinate a tradursi, esse stesse, in ragione di tracolli. Divaricazioni che dimostrano la necessità di una politica agricola capace di prevedere e preordinare , anticipare.

Le sciagure recenti hanno confermato che di fronte all'emergenza ministri e parlamentari riescono sempre, nel Bel Paese, ad assumere la misura adeguata: nei palazzi romani aleggia un compiacimento palese sulla prontezza con cui si é reagito alle prove, tali da inceppare macchine statali più solide di quella tricolore. Conclusa, salvo l'afta, l'emergenza, sulle soglie della nuova stagione politica la necessità di ordinaria, e ordinata, amministrazione appare, però, incombenza peggiore della calamità. Alle necessità dell'ordinaria amministrazione non si può rispondere con l'improvvisazione: se l'emergenza ci consente, infatti, ad esprimere le migliori doti nazionali, gli imperativi dell'amministrazione quotidiana rivelano la nostra ripulsa per gli impegni che vadano oltre al dopodomani.

Se la pioggia di catastrofi ha dimostrato le nostre capacità di reazione, ha provato anche quali smagliature sussistano nel nostro apparato amministrativo: le migliaia di tonnellate di terra e fogliame consegnate all'Aima, grazie alla nube di nanocurie sovietici, nell'indifferenza degli organi amministrativi e giudiziari, e la comprovata inefficienza della macchina sanitaria locale di fronte al dilagare dell'afta, dovrebbero richiamarci all'urgenza di ristrutturare gli strumenti di intervento pubblico in agricoltura, costringerci a tralasciare cento faccende pure impellenti per le poche scelte essenziali per instradare la nostra agricoltura verso il suo futuro: la riforma del Ministero, la ridefinizione dei rapporti tra Stato e Regioni, i termini della nostra presenza a Bruxelles.

Quanto, tuttavia, un coro possente chiede a Pandolfi di risarcire i danni del metanolo, del cesio o dell'afta, è solo qualche solista estemporaneo a domandargli dove abbia dimenticato quel progetto di riforma del Maf che sciorinò, tra tanti squilli di tromba, oltre un anno fa. Né é difficile prevedere che affrontare in Parlamento il tema dei rapporti tra Stato e Regioni provocherebbe gazzarre maggiori di quelle che produrrà la discussione delle mozioni sulla retrocessione in serie C del Palermo. Il problema é tra quelli che condensano miscele di velleità, ideologie autentiche e posticce, interessi di partito tali da rendere la deflagrazione inevitabile. Meglio conservarli più lontano possibile dall'emiciclo. E in tema di Cee é doveroso ci rendiamo conto che a un anno dall'ingresso della Spagna siamo già il secondo paese mediterraneo della Comunità: nelle sedi burocratiche del sodalizio europeo abbiamo sempre preferito mandare stuoli di telefoniste e di uscieri piuttosto che un direttore generale o un capodivisione I nostri partner sono sempre stati ben lieti appagare le nostre preferenze.

La Cee é stata, per le regioni del Centro convenientemente rappresentate, una grande occasione occupazionale. Gli spagnoli sono entrati ragionando in termini più vicini a quelli di Parigi che a quelli di Roma: é impressione diffusa che il livello medio degli uomini che hanno inviato a Bruxelles in un anno sia incomparabilmente superiore a quello di quanti a Bruxelles ha spedito, in trent'anni, l'Italia. E siccome i testi dei regolamenti che i ministri sono chiamati ad approvare in sedute turbinose, vengono misurati, tagliati e confezionati da gruppi di funzionari tra i quali prevale, per un’antica legge darwiniana, il più preparato ed il più capace, gli interessi spagnoli sono destinati ad arrivare sul tavolo del Consiglio meglio tutelati dei nostri. Arrivati sul tavolo del Consiglio, il ministro più prestigioso, e Pandolfi gode, tra i colleghi, di eccellente reputazione, può pretendere di cambiare due-tre-quattro dei regolamenti proposti all'approvazione, non dieci-venti, dei quaranta-cinquanta coinvolti in un pacchetto prezzi.

In un quadro in cui l'agricoltura é sempre più incapace di pretendere la considerazione dei propri interessi da un mondo politico che ne misura il peso, ogni giorno più impietosamente, secondo il numero degli addetti e il contributo al prodotto lordo nazionale, rivela sempre più drammaticamente, il peso di ceppo di piombo la divisione del mondo agricolo in tre organizzazioni separate, oltre alle formazioni minori. Le grandi contese ideologiche, si sottolinea presso le tre sedi, sono finite da tempo: i presidenti partecipano insieme a decine di tavole rotonde scambiandosi affettuose espressioni di stima, si consultano in tutte le occasioni essenziali. Cosa pretendete di più? Che due su tre rinuncino all’auto, all’autista, all’appannaggio e al decoro del titolo?

Sono tre leader, e i leader possono scambiare cordialità, alle tavole rotonde, ma perché sono leader sono costretti, da una logica che non possono mutare, a mantenere, ciascuno, l'implicita, seppure cortesemente sottaciuta, pretesa di un primato. Se tra i tre uno avesse meno tempra degli altri, una subordinazione implicita renderebbe più facili, paradossalmente, accordi sostanziali. Che la statura delle personalità impedisce, lasciando aperta una strada sola: quella che imporrà. alla fine, la prevalenza dell'organizzazione, tra le tre, che comprenderà meglio il vento dei tempi. Una prevalenza che i meccanismi della storia imporranno, inevitabilmente, insensibili a tutte le rimostranze Alla cui scadenza l'agricoltura italiana avrà pagato, per le proprie divisioni, il prezzo che le circostanze storiche impongono a chiunque ne irrida le regole.