Produrre sapere in rete in modo cooperativo - il caso Wikipedia/Parte I/La struttura “a bazar” dell’open-source

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Parte Prima - Il processo di cooperazione in rete

La struttura “a bazar” dell’open-source

../Rilettura dell’apparato ideologico all’interno della pratica “open-source” ../Auto-organizzazione nelle reti: il fenomeno dei “sistemi emergenti” IncludiIntestazione 25 settembre 2010 50% Tesi universitarie

Parte I - Rilettura dell’apparato ideologico all’interno della pratica “open-source” Parte I - Auto-organizzazione nelle reti: il fenomeno dei “sistemi emergenti”

Nel 1651, Thomas Hobbes sosteneva che si può cooperare solo se c’è un concorrente più forte in grado di imporre a tutti una tregua. Hobbes teorizzava così la presenza di una figura potente, forte e coercitiva, il Leviatano1. Rousseau, all’interno del suo testo più noto2, sostiene che gli uomini possono esser governati nel momento in cui, in nome del contratto sociale, sacrificano la volontà individuale in favore di quella collettiva.

Nel corso dei secoli, si è sempre creduta indispensabile una forma di potere, un’autorità centrale, che esercitasse una forza coercitiva sugli altri. Questa visione ha condotto a trascurare un aspetto particolare della vita sociale umana: la cooperazione. O meglio, si è sempre pensato che per cooperare fosse necessaria un’intelligenza sovraordinata che regolasse l’interazione.

Tuttavia, laddove non c’è più un controllo centrale a sancire il dovere di ognuno nei confronti della comunità, si ha quell’elemento già considerato, la reputazione. È un aspetto fondamentale, che si è riscontrato ampiamente nella comunità hacker, e che indica il punto di passaggio tra interesse privato (quello di essere ben considerato) e il bene pubblico (il collaborare con altri in vista di un obiettivo).

A proposito di questo discorso, è d’obbligo soffermarsi sul testo già citato di Raymond, La cattedrale e il bazar, in quanto propone un’analisi accurata nei dettagli sulle diverse strutture e sui pregi e i difetti di ognuna.

Lo stile di sviluppo che Raymond indica con la definizione “a cattedrale” riprende il modello più diffuso nel mondo commerciale. Ci si trova davanti a un’impostazione verticale, con un’autorità superiore e centrale alla quale è destinato il controllo. L’obiettivo, solitamente uno soltanto, è sempre definito chiaramente e ricordato ogni volta in modo che non venga perso di vista.

Al contrario, il modello “a bazar” è quello che Raymond associa allo sviluppo hacker. In una situazione di parità basata su una modalità comunicativa orizzontale, il progetto centrale è composto da più sottoprogetti, che ognuno assume come scopo. È più efficace perché solitamente le varie competenze vengono indirizzate laddove risultano più utili ed efficienti.

Lo stesso Raymond però ammette: «[…] Ma ero anche convinto che esistesse un punto critico di complessità al di sopra del quale si rendesse necessario un approccio centralizzato e a priori. […] Credevo che il software più importante andasse realizzato come le cattedrali, attentamente lavorato a mano da singoli geni o piccole bande di maghi che lavoravano in splendido isolamento, senza che alcuna versione beta vedesse la luce prima del momento giusto3». Ma lo sviluppo formidabile e la crescita rapidissima di Linux condotta dal suo ideatore, Linus Torvalds, fecero ricredere Raymond.

Imbattendosi poi in un lavoro su un client di posta elettronica, che sviluppò secondo il modello open-source, Raymond trasse alcune importanti “lezioni”, come le definisce lui stesso, su come funziona la dinamica open-source.

Notò anzitutto che l’hacker deve avere interesse in ciò che sta facendo, per questo forse i migliori lavori sui software nascono proprio da dei problemi degli sviluppatori intenzionati a risolverli. Inoltre trovare dei colleghi è il modo migliore per risolvere velocemente i bug e per utilizzare al meglio le potenzialità del codice.

A questo proposito, è possibile riprendere la Legge di Reed, un concetto trattato da Rheingold nel suo ultimo lavoro, Smart mobs. Howard Rheingold si concentra sulla dinamica di scambio delle conoscenze: accade che, fornendo suggerimenti di alto livello, sia possibile guadagnarsi la reputazione e accrescere il proprio status sociale. In tal modo il “costo” dello scambio diminuirebbe, bilanciandosi con un effettivo guadagno. Da questo può sorgere una situazione di gratificazione dell’ego, detta “ego boost”4. La legge di Reed in sostanza disegna una rete che forma un gruppo che si auto-organizza intorno a interessi condivisi.

Il mutuo controllo disponibile nella situazione di cooperazione in rete e la possibilità di avere comunicazioni veloci permette allo stesso tempo di far procedere il progetto molto rapidamente.

Il processo di collaborazione di tipo open-source, come indica Raymond, si autoalimenta: più si lavora, più si è osannati dagli altri e stimolati dalla soddisfazione di se stessi per i risultati raggiunti. In sostanza, ciò che differenzia il modello a cattedrale e quello a bazar è l’ottimizzazione dei tempi. Anche qui però è opportuno specificare cosa si intenda per ottimizzazione: mentre nel primo per scoprire un problema occorrono mesi e mesi, con dubbi, opinioni divergenti e quant’altro che comportano release5 lente e un’eccessiva patemizzazione del momento di scoperta del bug, che risulta essere un’operazione lenta e difficoltosa, nel secondo invece si va incontro al fenomeno dell’errore come a qualcosa di marginale, che può essere risolto rapidamente e senza troppi problemi. Da questo deriva la diffusione veloce di release aggiornate6.

Come fa notare Raymond, la struttura a bazar non si applica solitamente a un codice che parta da zero: è più semplice e stimolante per l’hacker partire da qualcosa, “giocare” su un programma anche di basso livello. Non è importante la materia prima, ma il sentimento di collaborazione e di divertimento che sorge tra i co-sviluppatori.

È chiaro dunque, e così conclude il suo lavoro Raymond, che l’open-source non ha la meglio sul modello “closed-source” per un fattore intrinseco, ma perché, grazie alla sua struttura e alle sue dinamiche di funzionamento, è più adatto al processo di innovazione tecnologica e di creazione: «[…] Il modello “closed-source” non è in grado di vincere la corsa agli armamenti dell’evoluzione contro quelle comunità open-source capaci di affrontare un problema con tempi e capacità superiori di diversi ordini di grandezza7».

Il superamento della cultura del dono ne Il Calderone Magico

Un contributo importante di Eric S. Raymond è stato quello di rielaborare, nell’ultimo dei suoi tre lavori sull’etica hacker8, il discorso circa l’economia del dono, al quale si fa spesso direttamente riferimento, come si è visto, nel trattare l’hacking. Raymond si propone invece nel tentativo di conciliare la dimensione dell’hacker e quella economica e commerciale. Si possono così osservare riflessioni utili per affrontare l’analisi del processo di produzione in Rete, soprattutto nel caso specifico della ricerca empirica svolta all’interno dell’enciclopedia libera online quale emblema della pratica open-source.

Anzitutto Raymond confuta la visione, assunta in Colonizzare la noosfera, per cui la cultura del dono possa sussistere solo in un’economia dell’abbondanza, dove non vi siano problemi per la sussistenza.

Lo sviluppo open-source, nota Raymond, non è presente però solo nell’economia dell’abbondanza, anzi, spesso i più fervidi creatori di software libero provengono da contesti e situazioni disagiate9.

L’errore più frequente, a detta di Raymond, è quello di associare la produzione di software al modello a fabbrica. Purtroppo però, il software, pur presentando un valore d’uso, ovvero un valore di bene intermedio, e un valore di vendita, cioè un valore di bene finito, come i prodotti che vengono distribuiti solitamente nel mercato economico tradizionale, non segue il meccanismo manifatturiero per cui il valore di vendita è normalmente maggiore rispetto al valore d’uso. Nel campo del software, ciò che è pensato per la vendita è la minima parte. La gran parte del lavoro dei programmatori è quello di manutenzione. L’industria del software è associabile per lo più a un’industria dei servizi, piuttosto che alla fabbrica. Il costo al consumatore del software è dato, come continua Raymond, dalla previsione sul valore futuro dei servizi del produttore, da intendersi come l’insieme di manutenzione, aggiornamenti, ecc. Dunque, più che un commercio sul valore di vendita, quello del software libero è da intendersi come uno scambio di pagamenti sui servizi.

Ma allora come fa il modello open-source, non solo a sopravvivere, ma anche a diventare sempre più forte e capace di diffondersi e potenziarsi? Raymond giustifica il fenomeno con il numero di persone che lavorano seguendo tale pratica. L’enorme quantità di programmatori open-source permette di rendere il sistema molto efficace e, inoltre, di tenere a bada i “free riders”, coloro che tendono a sfruttare il software libero senza apportare alcun contributo.

Ma come si giustifica la problematicità dell’applicazione del valore di vendita al mercato del software? Raymond risponde concentrando l’attenzione sul contratto sociale alla base dell’open-source. Anzitutto, mentre gli sviluppatori open-source non si oppongono al fatto che altri traggano profitto dai loro prodotti, la maggior parte degli hacker non vogliono che ci sia qualcuno in grado fare profitto, o meglio in posizione avvantaggiata per farlo. Ecco uno dei problemi fondamentali nell’applicazione del valore di vendita al software.

Una questione ancor più spinosa è data però dalla proprietà intellettuale: è un impegno assai gravoso renderla compatibile alle dinamiche di un’epoca dove lo scambio maggiore avviene proprio sulle conoscenze.

Come si legge nel testo di Berra e Meo10, la proprietà intellettuale oggi presuppone una forte monopolizzazione e sostanzialmente un blocco inadatto nella libera circolazione di idee. La diffusione del pensiero e la cooperazione della creatività conduce a diversi aspetti positivi, che la proprietà intellettuale minaccia di distruggere. Anzitutto annienta le possibilità fornite a zone del mondo con minori risorse di mettersi in contatto e di poter proporre le proprie innovazioni a coloro che siano in grado, in termini più che altro economici, di realizzarle. Gli autori evidenziano come, fermando il flusso di informazioni, si blocchi fondamentalmente la possibilità di innovazione e di crescita di quella che Karl Polanyi definisce la “Repubblica della Scienza” e alla quale appartengono anche i Paesi con minori risorse, che vedono in essa una possibilità unica di sviluppo ed emancipazione.

In conclusione sembra che la Rete sia ritornata a caricarsi di quelle valenze utopiche di cui si è parlato all’inizio: oltre all’opportunità di comunicare a livelli mai visti, si intravede la possibilità di uno sviluppo più eguale e infine di un’opera di “democratizzazione” che ponga sullo stesso piano gli sviluppatori di software usciti dai più famosi laboratori europei e quelli di cui così poco si sente parlare, che risiedono nelle sconfinate pianure del Sudamerica.

La produzione auto-organizzata

Si è parlato di un nuovo modello di produzione, del sistema economico, del movimento hacker. L’osservazione principale è stata fornita dal cambiamento di prospettiva che ha reso tutto questo “innovativo”: si è introdotto il protocollo comunicativo orizzontale, ci si è imbattuti in una misteriosa “spinta dal basso” e non raramente si è usato il termine “auto-organizzazione”.

Raymond11 afferma: «Gli hacker hanno sviluppato siffatte consuetudini senz’alcuna analisi cosciente e ugualmente senz’alcuna analisi cosciente le hanno seguite».

C’è da chiedersi dunque: ma tutto questo come è possibile? Come si può spiegare la nascita di un macro-ordine da un apparente moltitudine caotica?

Si tenterà di dare una panoramica, per quanto superficiale, del processo che porta alla creazione dei cosiddetti sistemi emergenti.


Note

  1. Cfr. Hobbes 2001
  2. Cfr. Rousseau 1996
  3. Cfr. Raymond, ibidem
  4. Cfr. Rheingold, ibidem
  5. Si tratta di una versione aggiornata del software.
  6. Cfr. Raymond, ibidem
  7. Cfr. ibidem
  8. Ci si riferisce a Colonizzare la noosfera, La Cattedrale e il Bazar e Il calderone Magico, disponibili all’indirizzo web http://www.apogeonline.com/openpress
  9. I riferimenti sono, in questo paragrafo, direttamente ripresi da Il calderone magico di E. S. Raymond, 1999.
  10. Cfr. Berra-Meo, ibidem
  11. Cfr. Raymond 1998, Colonizzare la noosfera, paragrafo conclusivo.