Puerili (Leopardi)/Dialogo filosofico sopra un moderno libro intitolato «Analisi delle idee ad uso della gioventù»

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Dialogo filosofico sopra un moderno libro intitolato «Analisi delle idee ad uso della gioventù» (1812)

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Dialogo filosofico sopra un moderno libro intitolato «Analisi delle idee ad uso della gioventù» (1812)
Scherzi epigrammatici Crocifissione e morte di Cristo
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VII

DIALOGO FILOSOFICO

sopra un moderno libro intitolato

«Analisi delle idee ad uso della gioventù»

(1812)


     Dominus Deas meus... docet
manas meas ad proelium et di-
gitos tneos ad bellum.


PREFAZIONE


Il celebre Algarotti compose dialoghi ad imitazione di Fontenelle; uno ne scrissi io ad imitazione di Roberti. Questi fe' il Dialogo sopra il lusso per difendere un suo libro; io composi questo per confutare un libro altrui. L'errore, il quale va tacitamente insinuandosi per ogni dove, di non pochi le menti ha guaste ed i cuori; ma ferma però rimane tuttora e rimarrà sempre la religione. Gli empi seduttori non giungeranno giammai a distruggerla, né la sparsa zizzania potrà mai fare inaridire la piantagione di Cristo. Uomini perduti assalgono invano la inespugnabile ròcca di Sion, ché salda sempre resisterà questa agli urti ed agli sforzi degli empi. Ma non invano però cercan questi di corrompere lo spirito di uomini creduli alle favole ed alle menzogne; ahi, non invano! ché, bevendo non pochi a fonti avvelenate, si lascian miseramente sedurre e cadono ne' lacci tesi loro dall'empietà. Ad impedire codesta si fatale seduzione sforzaronsi uomini illuminati [p. 120 modifica]di svelare le trame degli empi, di manifestare gli errori degl'increduli e di porre in chiaro la verità della cristiana religione. Né, ciò facendo, essi mostrarono di temer per la fede, la quale immobile ed inconcussa vedrà in breve perir dispregiati ed i sofismi ed i sali e le satire e le bestemmie de' libertini; ma solo temer mostrarono per i fedeli, i quali, nell'animo già disposti dalle passioni alla incredulità, non possono gran fatto per se medesimi resistere alle incantatrici lusinghe del libertinaggio. Destossi però lo zelo de' veri cattolici e de' filosofi immacolati, i quali, con ogni industria investigati i fonti dell'empietà ed esaminate le obiezioni degl'increduli, quelli additarono e queste disciolsero, rendendo a tutti palesi le arti e la follia de' libertini. Si mostrino — gridava un vigilante pastore — si mostrino al popolo fedele le volpi che devastano la vigna eletta del Signore; si scoprano le insidie tese da' lupi rapaci al gregge santo di Dio, onde non sia questo oppresso dalla nequizia, vinto dalla malignità, adescato dalla frode.

Ad onta però degli sforzi de’ veri sapienti, non cessano gli empi libertini di spargere il veleno ne’loro scritti e di far guerra alla religione. La verità non può non dispiacere a questi, i quali odiano le austerità dei precetti e la severità delle massime e bramano di viver sempre a seconda della propria volontà. La natura dell'uomo, proclive al vizio ed alle voluttà, non ama la legge, e desidera però il libertino di persuadersi della falsità della religione. Schiavo sempre delle passioni, egli non può riconoscersi immortale, senza vedersi obbligato a tener queste in freno; egli non può riconoscersi libero, senza vedersi costretto ad obbedire alle leggi; cerca però di mostrare la mortalità della sua anima e la forza di una tiranna necessità. Si deride perciò la fede dei semplici, si condanna la pretesa superstizione de' fedeli, e si lancian dardi infetti di veleno a cori retti e immacolati. Qual verità vi è così santa e si divina che impugnata non abbiano empiamente gl'increduli spiriti irreligiosi? Con alta cervice corsero quasi folli giganti ad abbattere il trono di Dio, e, la di lui provvidenza negando in prima, ardiron poi negarne perfin l'esistenza. L'anima umana, ad immagine creata del supremo Creatore e poco agli angeli inferiore nella sublimità dell'essenza, finsero materiale e mortale, né vollero nell'uomo riconoscere quella incorruttibile sostanza per la quale sappiamo, operiamo e vogliamo, lasciando cosi libero il campo alle loro passioni. [p. 121 modifica]

Ma gridino pur questi ed esclamino contro la verità degli ecclesiastici dogmi; faccian pompa di vani argomenti ed ingannevoli sofismi: immota resterà sempre ed inconcussa la cattolica religione, la quale vedrassi ognor trionfare di tutte le obiezioni de' falsi sapienti e degl'increduli sfrontati.

Nel numero dei primi si è l'autore di un moderno libro intitolato Analisi delle idee ad uso della gioventù. Pone egli in campo la questione se l'anima dell'uomo sia o no dotata di libertà e, fondato sopra inconcludenti ragioni e fallaci argomenti, a sostener prende la negativa. Sebbene io non credessi che un tale libercolo fosse per arrecare gran danno agli animi, neppure degl'inesperti, non volli nondimeno lasciar senza risposta le obiezioni che in esso vengono esposte. Né già questa mia tenue produzione consecrar volli tutta alla confutazione del nominato opuscolo; ma in essa riprodussi in scena gran parte degli argomenti opposti da' libertini alla umana libertà, a' quali risposi attenendomi sempre al parere de' più savi filosofi. Vedransi pertanto in codesto dialogo confutati [[Autore: Thomas Hobbes|Hobbes]], Spinosa, Collins, Bayle, Elvezio e, con questi, altri fatalisti. In ultimo tentai di mostrare l'assurdità di quella proposizione dell'autore dell'Analisi delle idee che trovasi nel capo terzo della decima sezione, cioè che i bruti son ragionevoli.

Fra tutti i componimenti di diverso genere scelsi il dialogo, come quello che sembrommi assai acconcio ad ammollir la materia, per se stessa aspra e scabrosa, e render le ragioni e gli argomenti più intelligibili e chiari.

Gravissimi scrittori han fatto uso del dialogo. Fra gli antichi Platone, Plutarco, Marco Tullio Cicerone, Fabio Quintiliano, Luciano Samosatense, san Giustino filosofo e martire, san Gregorio magno papa, e tra i moderni Addison, Regnault, Fontenelle, Courcillon di Dangeau, Fénelon, Pluche, Algarotti, Roberti, Muzzarelli ed altri molti scrisser dialoghi. Mosso dall'autorità di tutti codesti luminari delle scienze, preferii il dialogo ad ogni componimento di diverso genere.

Benedica il cielo questa tenue mia produzione; e serva essa a mostrare che «Via impiorum tenebrosa: nesciunt ubi corruant». [p. 122 modifica]

In una ricca e florida città della Italia, non priva di fecondi ingegni felici ed adorna di quanto può render la umana società più gioconda e fiorente, trovavasi un letterato si per l'aspetto che per l'età grave e per i non mai intralasciati studi sapiente, il quale, solitario per costume, ma non perciò meno abile ad intrattenersi con garbo e con brio in qualunque socievol giro, i lunghi giorni passava in seno alle lettere e tra le filosofiche meditazioni, quali compiaceasi troncar di tratto in tratto, sollevando l'animo affaticato o col far parte ad altrui di sua dottrina o col trattenersi, come solea, in un crocchio erudito di dotte persone a lui per amicizia congiunte. Or questi dunque entrò un di ad una pubblica bottega di libri, ove, richiesto il libraio se alcuna nuova produzione possedesse per avventura, mostrògli esso un opuscolo testé venuto in luce, al quale leggeasi in fronte il titolo: Analisi delle idee.

— Ah! — esclamò qui con qualche disdegno il nostro letterato, cui non era ignoto né lo spirito dell'operetta, né quel dell'autore — si è questo il misero parto di un ingegno felice per se medesimo, ma occupato da falsi principi e da pregiudicievoli opinioni. Stava appunto in un angolo della bottega, leggendo le ricerche del Collins sulla libertà, un giovane di nobile condizione, dotato di spirito, ma guasto nel cuore, il quale, scevro essendo di cure e di affari e lasciato in balia del proprio giovanile talento, dato erasi alla lettura di quei libri che più frequentemente udia nominarsi dalle bocche de' libertini, onde poi nei caffè e ne' pubblici ridotti facea pompa di superficiale erudizione e di principi apparati alla scuola dell'ignoranza e dell'errore. Era egli pienamente istrutto delle massime del Dizionario filosofico e dell'Emilio, e in parte ancora di quelle dell'antica Enciclopedia. Le lettere poi turche, cinesi, persiane, peruviane, giudee, il Dizionario di Bayle, il Sistema della natura ed il Contratto sociale erano per esso lui libri di semplice passatempo, coi quali intertenendosi e come conversando, veniva sempre maggiormente ad imbeversi delle massime del libertinaggio. Non eragli per niun conto ignoto il libretto di cui trattavasi, il quale anzi, vedendolo in gran parte consentaneo alle [p. 123 modifica]massime dei suoi più favoriti scrittori, avea nel suo cuore approvato e lodato ancora più volte pubblicamente.

Stimossi egli dunque tenuto a prevenire l'impressione che far poteano per avventura le parole del nostro filosofo nell'animo degli astanti, e sorgendo però dalla sua scranna, postosi in una non disconvenevole attitudine di rincontro al letterato: — Io reputo — disse — a voi sconosciuto cotesto libretto, il quale non è al certo per mio avviso, qual voi lo chiamate, opera di corrotto spirito e di mente sedotta ed illusa. — Maravigliò il letterato in udir le parole del giovane gentiluomo, ed a lui rivolto: — A non picciol pregio — rispose — ascriver debbesi di quest'opuscolo l'aver tratto al partito del suo scrittore un uomo qual voi siete, di tanta penetrazione dotato e di ogni cognizione adorno. Tuttavia — soggiunse — pregovi ad escusarmi se non dubito di asserire esser voi nell'inganno. Date un'occhiata all'articolo secondo del capitolo quinto dell’ottava lezione, e resterete, come io spero, pienamente convinto della verità di quanto affermai.

— Ben io mi attendea di esser qua ridotto — rispose il giovane; — né però trovo ragione di riprovare un tale articolo. Afferma quivi il nostro scrittore che è un inganno il credere l'uomo dotato di libertà, né è questo per mio avviso un errore, per lo meno evidentemente manifesto, il quale esser possa valevole a farci credere pernicioso l'intero opuscolo. —

Ben si avvide il nostro letterato che la differenza tutto l'aspetto prendea di scolastica disputa metafisica, né perciò volle ritrarsene, ma, conosciuto il carattere del giovane gentiluomo, né disperando di ridurlo in breve ora alla cognizione del vero, — Non vorrei — ripigliò — sembrarvi un indiscreto se reco innanzi un argomento da scuola. Intendiamo in prima per libertà non altro che una facoltà di eleggere. Ciò posto, e non esperimentate voi nelle vostre volizioni e nolizioni cotesta facoltà elettiva? E non vi sentite voi, prima di operare, in egual potere di appigliarvi a questo o a quel partito? E non conoscete voi, allorché operate, che è in vostra balia il continuar l'azione o il sospenderla? Più volte vi sarà accaduto di udire un [p. 124 modifica]fanciullino ripreso per qualsivoglia mancamento addur mille ragioni in sua difesa, non mai però vi sarà avvenuto di udirne alcuno allegar per sua scusa una forza interna che ad operar lo costrinse; eppur vi è noto che il linguaggio di un bambino si è quello appunto che dalla natura medesima viengli insegnato. Voi non potrete negarmi di aver ben spesso nel vostro cuore sentito un tal quale sdegno contro voi stesso, qualora non bene riuscirono le vostre intraprese; il quale sdegno non da altro poté essere originato che dalla viva cognizione che avevate voi della vostra libertà, in virtù della quale era in vostra balia l'operar diversamente. Che se un interno sentimento reso vi avesse persuaso della necessità in cui eravate di operare in quella guisa appunto nella quale realmente operaste, stato sarebbe affatto irragionevole quel senso di sdegno che contro voi medesimo sperimentaste più volte. Questo interno sentimento diffatto, si cospicuamente manifesto, fu sufficiente a render persuaso della propria libertà uno dei più empi filosofi del passato secolo, il celebre Gian Giacomo Rousseau, il quale, ad onta del suo spirito sempre nimico della verità, non poté non conoscere la nobiltà della sostanza che lo animava, e, confessandola libera, confessolla eziandio spirituale. «Anima abbietta — esclama egli — tu vuoi invano avvilirti; il tuo genio contraddice a' tuoi principi, il tuo cuore smentisce la tua dottrina, e l'abuso medesimo delle tue facoltà prova a tuo dispetto la loro eccellenza». Ecco il bel trionfo della verità. Colui che chiama i dogmi del Vangelo ripugnanti alla ragione dell'uomo, colui che tante dottrine sparge alla società perniciose e al buon costume, non può non sottomettersi alla forza della verità, e si confessa libero.

Pregovi ad escusarmi — soggiunse qui il letterato — se troppo volli far pompa di parole. Incolpatene l'ampiezza dell'argomento, e cotesto vostro spirito forte, che assai debole mostrossi, indiscretamente ricusando di abbracciare la favorita opinione de' più celebri fautori del libertinaggio. Che se altri argomenti bramaste ancora a persuadervi della vostra libertà, osservate, vi prego, il potere che noi abbiamo di ritenere il fiato, e di interrompere l'azione del respirare. Qual cosa più [p. 125 modifica]meccanica di questa naturai funzione? e qual cosa perciò più atta a dimostrarci la nostra libertà, quanto il potere che abbiam noi di sospenderla? — Si trasse, si dicendo, di tasca il letterato una elegante scatola piena di morbida polvere fragrante, quale offerta in giro agli astanti. — Io — prosegui — son libero al presente di appressar questa polve alle narici o di rifiutarla, e voi pur lo siete, o signore, ed un interno sentimento vel dimostra per modo che, senza, direi, quasi lottar con voi stesso, egli vi è impossibile il negarlo. Qual proposizione adunque più manifestamente falsa di quella che va a ridursi ad un pirronismo universale, negando ciò di cui l'intima cognizione e la cotidiana esperienza tuttodì ci fa certi?

— Ma questa esperienza appunto favorevole alla libertà dell'uomo — interruppe il giovane — si è quella che non vuoisi ammettere per niun conto da alcun sensato filosofo. Se diffatto un interno sentimento ci mostrasse ad evidenza la nostra libertà, come potrebbero aver luogo cotante dispute e dissensioni per ispiegar la natura del libero arbitrio e per assegnarne la teoria? Qual difficoltà potrebbe esservi mai a comprendere ciò che una cotidiana esperienza ci facesse tutto giorno manifesto? Io non potrei non farmi beffe di tutti i filosofi, che tanti dubbi muovono sopra una cosa chiara per se medesima e palese qual voi la dite.

— Pregovi — rispose il filosofo — ad escusarmi, se non temo di affermare esser la vostra obiezione affatto insufficiente. Voi ponete per fondamento del vostro raziocinio questo principio, cioè che intorno ad un fatto chiaro ed evidente non può esservi division di pareri e contrarietà di partiti. Osservate però le assurde conseguenze che da tal principio derivano. Voi non conoscete l'intima natura del pensiero; dovrete dunque, secondo la vostra massima, riputare un inganno il credere che facciam noi di pensare. Voi ignorate la certa causa della inerzia dei corpi; dovrete dunque negarla o dubitarne. Voi vi ritrovate nello istesso imbarazzo in riguardo alla universale attrazione; dovete dunque crederla una chimera, giacché se dell'esistenza di questa forza, e di quella della inerzia, e del pensiero ci facesse [p. 126 modifica]persuasi la cotidiana nostra esperienza, tutto ciò che ad essa appartiene esser ci dovrebbe, secondo il vostro principio, manifestamente palese. Non credo al certo che a fronte di tante assurdità vogliate ancora stimare la vostra obiezione valevole ad abbattere il nostro argomento, della cui forza furono e son tuttora si persuase le genti tutte, che alcuna nazione non fuvvi giammai, la quale ponesse in dubbio la umana libertà. Vi è ben noto infatti qual cura abbian mai sempre avuta i popoli ancor più barbari di esser regolati da savie leggi e convenevoli, persuasi del potere che avean essi di osservarle e del volontario delitto che commettevano coloro che trasgredivanle; dalla quale persuasione derivavan poi e i premi stabiliti per i fedeli osservatori delle prescritte leggi, e le pene decretate per i trasgressori delle medesime. Sin dagli antichi tempi Licurgo a Sparta, Dracone e Solone ad Atene, Zaleuco a' locresi, Caronda ai turi dettaron leggi, e sembrò quasi che le città della Grecia contrastassero fra loro pel vanto di esser meglio governate, come già fra loro contrastarono per l'onore di aver dato alla luce il principe degli epici greci, l'insigne poeta Omero. I romani non trovarono tra loro uomo alcuno atto a prescrivergli delle savie e giuste leggi, e loro convenne però mandare a raccòrre nella Grecia quelle che migliori erano riputate; e queste, diligentemente compilate da' decemviri ed esposte in dodici tavole, furono solennemente da' romani accettate per regola della propria libertà. Né vo' qui far menzione della cura ch'ebbero gli antichi egiziani e babilonesi e persiani ed ebrei precipuamente di essere con prudenti leggi regolati, giacché reputovi bastantemente persuaso di questa verità, cioè che nazione alcuna non dubitò giammai della libertà dell'uomo. Or dunque, se egli è vero, come afferma Marco Tullio e come asseriscono con essolui i più sensati filosofi, che il consenso di tutte le genti dee considerarsi maisempre come una legge di natura, voi ben vedete che il dubitare dell'umana libertà è affatto irragionevole.

— Ma è egli forse impossibile che le genti tutte abbiano prestato il loro consentimento a un errore? — rispose il giovane gentiluomo. — Questo è ciò che i fautori dell'umana libertà non [p. 127 modifica]dimostrano; e questo è ciò che lor converrebbe dimostrare. Coloro che credono impossibile che tutti gli uomini s'ingannino non avverton che la verità del loro assioma non è bastantemente manifesta, che può esser negata o combattuta, che ha insomma bisogno di dimostrazione: finalmente il vostro argomento, tratto dal consenso di tutte le nazioni, potrà esser sufficiente ad appagare chi è già intimamente persuaso della verità del libero arbitrio, non già degli spiriti forti, pe' quali delle prove di tal fatta non hanno tutta la necessaria virtù.

— Ma l'autorità di questi spiriti forti — rispose il letterato — è forse tale da poter contrabbilanciare quella di ogni nazione? Tutti i più sapienti filosofi de' passati secoli hanno riconosciuta la libertà dell'uomo, ed un pugno di esseri insensati si avanza a contraddir loro, e pretende co' suoi miserabili argomenti convincer di errore il mondo tutto? Qual cosa più atta a dimostrare l'accecamento de libertini, di questa folle presunzione? E dovrà dunque appellarsi «secolo illuminato» quello che sprezza l'autorità di tutti i secoli anteriori? —

A queste parole un tal quale sdegno letterario videsi apparir sulla fronte, e negli occhi del giovane gentiluomo: il quale, — Ecco — disse — le conseguenze del vostro principio. L'immortale astronomo, il celebre Giovanni Keplero scopre due leggi astronomiche dimostrate con tutta la fisica evidenza, le quali lo fanno riguardare come il padre dell’astronomia: ma possibile che l'autorità di un sol uomo sia tale da bilanciare quella di tutti gli antichi filosofi, i quali o non conobbero o non ammisero coteste leggi? L'immortale Niccola Copernico, dopo mille osservazioni e ricerche, dà finalmente alla luce un sistema astronomico, il quale può dirsi l'unico che atto sia a spiegare adeguatamente i fenomeni celesti; ma possibile che l'autorità di un solo possa venir contrapposta a quella di tutti quasi gli antichi filosofi, i quali ammisero bene spesso dei sistemi affatto opposti a quello di questo astronomo? Il grande Isacco Newton, dopo assidui studi e reiterate esperienze, pubblica un Sistema di fisica, ignoto in gran parte ai secoli anteriori; sistema che solo è capace di render pago un saggio indagatore delle leggi naturali; [p. 128 modifica]ma possibile che l'autorità di un uomo solo valga a superare quella di quasi tutti gli antichi sapienti, i quali nelle loro ipotesi altro d’ordinario non fecero che opporsi all'opinione di questo fisico? Ecco dunque dal vostro principio distrutti e il sistema di Copernico e quello di Newton, e le leggi di Keplero, e con esse tutte le ipotesi di recente invenzione, che approvate non furono dagli antichi sapienti.

— Gran differenza — rispose il letterato — passa tra le fisiche verità e le metafisiche, giacché noi d'ordinario dobbiamo la scoperta di quelle alle osservazioni ed agli sperimenti, e non siam debitori della conoscenza di queste che alla nostra ragione. D'altronde poi — soggiunse — non potrà già mai per mio avviso ritrovarsi, a favore di una ipotesi di fisica, quell'unanime con¬ sentimento di opinioni che ritrovasi a favore dell'umana libertà, giacché, se questa dote si tolga al nostro spirito conviene accusare d'ingiustizia i piti sapienti legislatori, i più savi principi, e tutti insomma coloro i quali punirono i malfattori e premiarono i virtuosi; sebbene però dir potrebbesi, a loro escusazione, che essendo eglino agenti necessari, non poterono non punire il delitto e non premiare la virtù, cosa che verrebbe a gettarci in un mare di dubbiezze ed in un oscurissimo caos di confusione, dalla quale sarebbe impossibile il disbrigarsi, perché appunto è impossibile sostituire il falso alla verità. —

Si scosse a queste parole il giovane, e: — Togliendo ancora — disse — il libero arbitrio all’uomo, può e deve egli dirsi colpevole, qualora le leggi trasgredisca. Nella ipotesi, di fatto, che l'uomo sia libero, egli pecca disubbidendo alle leggi, perché volontariamente determinasi a trasgredirle; e nella ipotesi che l'uomo sia privo di libertà, pecca egli altresi, perché per non escusabile mancanza di esame e riflessione ha stimato bene ciò che era male in realtà. Per questa ragione appunto l'autore dell'Analisi delle idee, togliendo all'uomo la libertà, non tolse ad esso la facoltà di meritare e demeritare.

— Ma come può mai l'uomo — interruppe il letterato — trattenersi a suo agio nell'esame di diversi partiti che al suo intelletto si presentano, se egli è in tutto dipendente dalla [p. 129 modifica]necessità, tiranna inesorabile e funesta regolatrice delle umane operazioni? Poniamo che, presentandosi all'intelletto dell'uomo alcuna cosa sotto l'aspetto di bene, egli, come buona riguardandola, sebbene tale realmente non sia, riguardi come bene altresì il passare, senza premetter altro esame, all'operazione; in tal caso egli dovrà necessariamente, secondo il principio dell'autore dell'Analisi delle idee, ammettere quella si decantata matura riflessione e considerazione; ed ecco giustificato ogni reo, e convinto d'ingiustizia ogni punitor del delitto, se già non voleste, come lo Spinosa, permettere ai principi ed ai giudici di punire e togliere dal mondo gli scellerati, non come colpevoli per se medesimi, ma come putridi membri e dannosi alla società. Noi dunque, tolta all'uomo la libertà, non possiamo non ammettere in tutta la sua estensione il dogma orribile del fatalismo, chiamato dall'Elvezio principio distruttivo di ogni religione, e dal medesimo poi con ogni impegno sostenuto e difeso. Voi ben vedete che, tolta all'uomo la facoltà di meritare e demeritare, la quale non può appartenere per niun modo ad un agente necessario, viene gittata a terra la morale filosofia, la quale precipuamente è fondata troppo sul dogma certissimo del libero arbitrio; e distrutti i principi di questa necessarissima scienza, che altro possiam noi aspettarci, se non di precipitare nel baratro di una totale indipendenza e di un funesto abbandono nelle braccia della tiranna necessità? Meritamente cantò un antico poeta che il dono più grande che abbia Iddio fatto all'uomo nel trarlo dal nulla, fu la libertà; ed invero non può certamente ammettersi la divina infinita provvidenza, qualora non si ammetta il libero arbitrio, non potendo questa accordarsi per niun modo con quella fatale necessità distruggitrice di ogni legge e perturbatrice di ogni ordine, che ammettono stoltamente i libertini.

— Questa provvidenza appunto — disse il giovane gentiluomo — distrugge la umana libertà anziché comprovarla. E diffatto non può non accadere quello che Iddio preordinò; e, ciò ammesso, voi ben vedete che non può l'uomo a sua posta appigliarsi a questo e a quel partito, dovendo necessariamente [p. 130 modifica]operar mai sempre a seconda dei divini immutabili decreti. Per questa ragione appunto, un antico filosofo saggiamente affermò che se vuole ammettersi la divina provvidenza, l'uomo non può chiamarsi libero. Lo stesso può dirsi della divina prescienza, la quale fa si che l’uomo agir non possa se non in quel modo in cui l'Ente supremo sin dal principio de' secoli previde dover egli agire. Egli è impossibile diffatto che l'uomo agisca in un modo diverso da quello in cui sa Dio dover egli agire; giacché, altramente, errato avrebbe l'Essere supremo, e non sarebbe però infinitamente perfetto. L'umana libertà non può dunque per niun modo accordarsi coi divini decreti e colla divina infallibile prescienza.

— Il vostro argomento — rispose il letterato — è quello appunto sul quale sogliono fondarsi precipuamente gl'impugnatori dell'umana libertà. Per poco però che voi riflettiate su di esso, non potrete non conoscere l’errore in cui questi ritrovansi. Né certo voglio io negare il di già stabilito ordine di cause; affermo bensi che da questo non vien tolta, anzi neppure offesa in modo alcuno la umana libertà. E diffatto non è egli evidente che le volizioni dell’uomo e le di lui nolizioni sono appunto comprese in cotesta predeterminata serie di cause? Non è egli evidente che Dio ebbe sempre presenti all'intelletto le volontà dell'uomo, ed a seconda di queste regolò e preordinò le cose tutte? Non è egli evidente, in conseguenza, che i divini inalterabili decreti non sono per conto alcuno contrari alla umana libertà? E per ciò che riguarda la divina prescienza voi non sarete, io spero, restio ad accordarmi che le umane determinazioni non han luogo perché Dio le ha prevedute, e che l'Ente supremo, conoscendo l'uso ch'è per far l'uomo della propria libertà, non fa a questa violenza, mentre l'uomo liberamente si determina mosso da quelle cause appunto che Dio previde dover cagionare la sua libera determinazione. Cosi santa è l'evidenza di questa verità, cioè che la divina prescienza non influisce in conto alcuno sulle umane operazioni, che lo stesso autore Analisi delle idee non potè non conoscerla e non confessarla. [p. 131 modifica]

— Comunque ciò sia — ripigliò il giovane gentiluomo, — egli è certo che, se la volontà vuol determinatamente una cosa, ella è mossa da qualche cagione a volerla. Or, posta la causa sufficiente, è necessario che segua l'effetto, giacché, se ciò non fosse, altra causa ricercherebbesi a produrlo, ed in conseguenza non saria stata la prima cagione sufficiente. Dunque la volontà dell'uomo non può non voler ciò che vuole.

— Questo istesso argomento — rispose il letterato — conobbe già e dissipò un antico cristiano filosofo, persecutore valorosissimo della incredulità e del libertinaggio. Or dunque, secondo egli afferma, e con essolui tutti i sensati autori, non ogni cagion sufficiente produce necessariamente l'effetto, potendo essa talvolta venire impedita; e ciò scorgiamo talora nelle cause naturali, le quali, sebben producano d’ordinario il loro effetto, possono nondimeno venir talvolta impedite. Cosi quella cagione, la quale serve a determinare la umana volontà a volere alcuna cosa, soffre bene spesso impedimento per parte della volontà medesima; la quale può o rimuovere l'intelletto dalla considerazione che la induce a volere, o applicarlo a considerare, sotto certi riguardi, come cattiva quella cosa che buona apparisce al primo aspetto. Voi ben vedete, adunque, che il proposto argomento non è per niun modo valevole a distruggere la umana libertà, non potendo affermarsi che ogni sufficiente cagione il suo effetto necessariamente produca, e che per conseguenza quella cognizione, che ha ciascuno della propria libertà, non è altrimenti erronea e fallace, come pretendono i libertini.

— L'uomo — disse il giovane — si reputa libero, perché delle sue volizioni e nolizioni è consapevole, né pensa mai alla cagion vera dalla quale è indotto a volere o non volere, ad appetire o a rifiutare. Figuriamoci noi una pietra che cada precipitevole dall'alto, ed immaginiamoci ancora che cotesta pietra pensi e conosca di sforzarsi per perseverare nel suo moto. Essa si stimerà senza dubbio affatto libera; e perché la sua volontà non disapprova il di lei moto, crederà che questo non abbia luogo, se non perché ella lo vuole. In cotesto sasso appunto noi dobbiam ravvisare l'immagine di un uomo che si reputa [p. 132 modifica]libero, giacché l'umana libertà non consiste in altro che nella ignoranza in cui sono gli uomini circa la vera causa che li spinge ad operare.

— Sebbene — rispose il letterato — io non ardisca vantarmi di conoscere i pensieri de' sassi, oso dir nondimeno che cotesta pietra, se unitamente alla facoltà di pensare avesse quella eziandio di ragionare, non istenterebbe a conoscersi affatto dipendente, ed in conseguenza non libera. Ed infatti il vivo sentimento, che abbiam noi della nostra libertà, non deriva che dalla persuasione in cui siamo di potere operare in quella guisa che più ci piace, e di non agire che in virtù di una affatto libera determinazione. Noi conosciamo, per cagion di esempio, nell'eleggere di camminare, che era in nostro potere l'eleggere di riposare, e che possiamo ancor, se vogliamo, rimanere in riposo; ma ciò non conoscerebbe il sasso, né in sé ritroverebbe il potere di eleggere, e però non potrebbe non avvedersi della sua totale dipendenza. Non può dunque la vostra obiezione distruggere, anzi neppure indebolire il fortissimo argomento tratto dalla cotidiana luminosa esperienza, che tutto giorno ci mostra la nostra libertà.

— Ma cotesta esperienza — disse il giovane gentiluomo — è ella poi, qual voi dite, valevole a dimostrarci la nostra libertà? Sommi uomini ne dubitarono, ed io non posso non dubitarne con essi. Sembrami anzi che, lungi dal comprovare il libero arbitrio, essa non faccia che cancellarne l'idea nel nostro intelletto. Diamo un'occhiata ai giudizi dell’anima umana, e non potremo non avvederci della necessità in cui ella è di giudicar vera una proposizione, qualora conosca la unione del predicato con il soggetto. Osserviamo le nostre idee, e vedremo che queste vengono in noi prodotte dall'impressione che fanno gli esterni oggetti negli organi sensòri, della quale impressione ci è impossibile impedirne l'effetto. Eccovi dunque affatto privi di libertà, e per ciò che riguarda le nostre idee, e per ciò che appartiene a nostri giudizi. La verità di quanto affermai vien comprovata dalla cotidiana esperienza, la quale evidentemente di mostra che noi, allorquando conosciamo la congiunzione del [p. 133 modifica]predicato con il soggetto, non possiamo giudicar falsa una proposizione, e non possiamo giudicarne vera alcuna, allorché vediamo disconvenire il predicato al soggetto. La stessa esperienza ci mostra che non è in nostra balia il far si che le impressioni fatte dagli oggetti esterni ne' sensi non producano in noi delle idee, e che noi non siamo almen per questa parte signori dei nostri pensieri. Come può dunque affermarsi che la nostra cotidiana esperienza ci rende certi della umana libertà, se in cambio di ciò, essa non fa che persuaderci della nostra totale dipendenza nell'operare?

— Ma — rispose il letterato — io sostengo l'uomo libero, non in quanto può conoscere, ma in quanto può volere o non volere. Che se pur bramate di ritrovar nell'uomo la libertà ancora per ciò che riguarda le idee ed i giudizi della sua mente, ravvisatela nel potere che ha egli di applicare o distogliere l'intelletto dalla considerazione delle proposizioni, e nella facoltà, che ha esso altresì, d'impedire l'azione degli esterni oggetti sopra i suoi organi sensòri, o col distrarre il senso dall'oggetto, o col servirsi di qualsivoglia altro mezzo conveniente. Certo non vi verrà fatto giammai di valervi, a difendere la vostra proposizione, dell'arme de' vostri istessi avversari, cioè dell'argomento invincibile tratto dalia universale esperienza, la quale da tutti i sapienti fu mai sempre stimata favorevole alla umana libertà.

— Ma per libertà — disse il giovane gentiluomo — certo non può intendersi che un'assoluta indifferenza di equilibrio, la quale faccia si che Tesser libero non abbia alcuna ragione di determinarsi, anteriore alla determinazione. Or, ciò posto, come può mai ammettersi nell'uomo il libero arbitrio, se ciascun vede manifestamente che cotesta indifferenza manca assolutamente ad esso, mentre, il desiderio della felicità essendo l'unico scopo di tutti i suoi pensieri e di tutte le sue azioni, egli non può non tender mai sempre al conseguimento della medesima? Voi ben vedete che, non potendo l'uomo scegliere il male come male, né rifiutare il bene come bene, egli non può dirsi assolutamente indifferente, e però non può chiamarsi [p. 134 modifica]libero, seguendo la premessa definizione della libertà. Gli uomini hanno un bel gridare di esser liberi; essi non possono non avvedersi della necessità in cui sono di sceglier sempre il meglio e di rifiutare il peggio. Taluno, per dimostrare talvolta la propria libertà, avrà forse scelto ciò che se gli presentava sotto l'aspetto di male; ma in tal caso egli cessò di riguardar la cosa come cattiva, e non la elesse che in vista della soddisfazione che provava, credendo di poter mostrare la propria libertà. Crederà l'uomo bene spesso di aver abbracciato il male come male, ed egli non avrà fatto che lasciare un bene per seguirne uno maggiore. E diffatto, come potrebbe egli mai, veduto il bene e conosciuto il male, appigliarsi a questo piuttosto che a quello e seguire a considerarlo come male, se tutte le sue azioni non possono non tendere mai sempre all'acquisto della felicità, della quale il male è il distruttore? Or dunque, se l'uomo non è determinato che da una causa, la quale necessariamente lo determina e non può non cagionare tutte le sue risoluzioni, convien confessare che la idea ch'egli si forma della propria libertà è affatto chimerica, e non è che un sogno. Ecco l'argomento invincibile de' fatalisti, il qual è da se solo bastevole a dissipare tutte le obiezioni degli avversari; e, su questo appunto fondato l'autore dell'Analisi delle idee, ragionevolmente asserì che è un inganno il creder l’uomo dotato di libertà.

— Essendo questo argomento, come voi dite — rispose il letterato, — l'Achille dei fautori della necessità, mi permetterete di cominciar da lungi a combatterlo, e di condannare in prima la idea del libero arbitrio, che si formano i libertini. Il celebre Leibnizio rigetta giustamente la nozione della libertà che vien proposta dall'autore dell'Origine del male, la quale appunto è quella che sogliono d'ordinario ammettere i fatalisti. Il libero arbitrio adunque, secondo i più sapienti filosofi, non è che una facoltà di eleggere. Or questa facoltà ha per fondamento l'amor necessario del bene, ossia di quella felicità, al desiderio della quale siamo spinti dalla natura medesima, per modo che ci si rende impossibile il bramare il male ed il fuggire il bene. Ed ecco, voi mi dite, l'uomo non libero, giacché egli non può [p. 135 modifica]determinarsi ad abbracciare il male come male e ad odiare il bene come bene. Ma, io rispondo, il libero arbitrio non consiste nel potere fuggire il bene, il quale è sempre il necessario motivo che determina l’anima umana a volere, né nel potere amare il male; ma consiste nell'esercizio della ragione e nell'uso del raziocinio; e però la radice dell'umana libertà dicesi essere nell'intelletto. Ed ecco il metodo col quale gli uomini procedono nelle loro operazioni. L'anima, dal necessario amore della felicità determinata ad uno, come dicesi nelle scuole, cioè risoluta di seguir sempre il bene e schifare il male, è indifferente e indeterminata per riguardo agli oggetti particolari. Considera dunque l'intelletto i diversi partiti che se gli propongono, esamina, confronta, ragiona con totale indifferenza, e a seconda de' suoi lumi giudica finalmente uno de' disaminati partiti degno di essere abbracciato. Quindi con una specie d'impero, il quale non è un atto di ragione, proponelo alla volontà, che, mossa dall'amor del bene, tostamente lo elegge. Ed ecco dalla ragionevolezza dell'uomo dimostrata la di lui libertà e dissipato e disciolto ogni sofisma de' fatalisti, ed ecco altresi spiegata la vera origine del merito e demerito. Né vale il dire che, facendo l'uomo libero, egli non potrebbe né meritare né demeritare, perché, operando egli sempre mosso dal desiderio della felicità, nel trasgredir le leggi, non farebbe che seguire il naturale istinto che lo spinge ad amare il bene, benché apparente; mentre rispondo che l'uomo, essendo ragionevole, non può non distinguere il bene apparente dal bene reale, e però colpevole dee dirsi se il male reale abbraccia sotto ragione di bene apparente. Ma bene mi avveggo di essere un indiscreto nell'intrattenervi con si lunghe seccaggini e sottigliezze. Voi però non potete non istimarmi degno di ogni escusazione, giacché un agente necessario, quale io sono, secondo il vostro principio, non può non obbedire ai comandi dell'immutabil destino, arbitro dispotico delle umane operazioni. —

Fecero plauso gli astanti a queste parole del letterato, ed il giovane: — Io voglio — disse — accordarvi ancora che l'uomo sia libero e che l'autore dell'Analisi delle idee abbia errato [p. 136 modifica]nell'asserire che è un inganno il crederlo dotato di libertà: sarà questo finalmente un errore il quale esser non può da se solo capace di rendere disprezzabile l'opera intera?

— Io non vo' — disse il letterato — far qui una minuta analisi di cotesto libercolo; osserverò solamente che nel capitolo secondo della decima sezione l'autore dell'Analisi delle idee prende a sostenere una proposizione affatto assurda, cioè che i bruti son ragionevoli.

— Nulla di più probabile — rispose il giovane. — Noi vediamo diffatto che hanno le bestie molte e belle cognizioni, le quali sempre si accrescerebbono, se fossero i bruti più strettamente uniti insieme in società e se avessero alcuna passion dominante, la quale eccitasse il genio e producesse l'egoismo. Noi scorgiamo nei bruti de' grandi indizi di ragionevolezza, la quale ci sarebbe vieppiù manifesta, se i bruti avessero linguaggio o, per meglio dire, se non lo avessero troppo limitato. L'essere eglino privi di ozio è ancora una cagione del poco o niuno accrescimento delle loro cognizioni. A tutto ciò si aggiunge la mancanza della stampa, senza la quale è ad essi impossibile perfezionare le proprie idee e moltiplicare i propri lumi.

— Noi però — disse il letterato — non dobbiamo certamente dolerci di cotesta mancanza, mentre veggiamo non di rado uscire alla pubblica luce de' libri che degni sarebbero delle tipografie e delle biblioteche de bruti. Nel numero di questi può, per la stravaganza delle opinioni che contiene, porsi l'opuscolo dell'Analisi delle idee. E dove ci troveremmo noi mai, se le bestie fossero dotate di ragione? La terra tutta diverrebbe un teatro di devastazione e di orrore. Non pochi sono i bruti per natura feroci e di sangue avidi e di stragi. Ora qual danno potrebbero essi apportare all'uman genere, se dotati fossero di ragione! Inoltre le bestie procederon sempre, e procedon tuttora, col metodo stesso nelle loro operazioni ; ed il ragno non ha mai cangiato nulla nel lavoro della sua tela, e la rondine costruisce ora il suo nido come lo costruì al principio del mondo, ed il castoro fabbrica ora la sua abitazione come fabbricavaia sessanta secoli fa. Ma possibile che degli esseri ragionevoli non abbiano [p. 137 modifica]mai cangiato nulla nel loro metodo di operare? Certo la opinione dell'autor dell'Analisi delle idee porta seco mille assurdità e mille stravaganti conseguenze. Né voglio io ora combattere il mostruoso sistema esposto da messer Elvezio nel suo libro Dello spirito, nel quale afferma che le bestie hanno meno industria e men sapere che l'uomo, solo perché son privi degli organi necessari a maneggiare gli stromenti, a far delle scoperte ed a perfezionare in tal modo le loro idee. Egli in due solenni pubbliche ritrattazioni condannò gli errori de' quali abbonda il libro Dello spirito. Volesse il cielo che un tale esempio seguisse l’autore dell 'Analisi delle idee, se pur tanto è necessario al disinganno del pubblico.

— Ma ciò che egli forse non è per fare, io faccio al presente — rispose il giovane gentiluomo. — Ben conosco di aver presa a sostenere una causa debolissima a fronte di un fortissimo avversario. Andrò però consolandomi della mia sconfitta in quel modo in cui sarassi consolato Annibale, col pensiero cioè di non aver ceduto che ad uno Scipione. —

Sorrise a queste parole il letterato, il quale, avvedendosi che il sole avea già di non poco oltrepassato il meriggio, lietamente accomiatossi dal giovane gentiluomo, inviandosi poi frettoloso a desinare al domestico albergo.