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Raccolta di narrazioni e lettere italiane con note latine/Lettere/135

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135. T. Tasso a Vittoria Colonna. A Napoli.

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135. T. Tasso a Vittoria Colonna[1]. A Napoli.


Il soccorer[2] un povero gentiluomo caduto in miseria e calamità senza colpa sua e per conservazione de l'onore, è officio d'animo nobile e magnanimo come è il suo: e se Vostra Eccellenza col suo favore non rimedia a questo inconveniente, il poverino di mio padre si morrà di disperazione; ed essa perderà un affezionato e devotissimo servidore. Oppongasi la virtù di Vostra Eccellenza a la malignità de la fortuna [p. 150 modifica]sua, e non sopporti che la rapacità e impietà de gli uomini il facciano morir disperato. Come ella intenderà dal procuratore mio, Scipione De' Rossi mio zio cerca[3] di maritar mia sorella con qualche povero gentiluomo, col quale forse abbia da stentar tutto il tempo de la sua vita, con isperanza di godersi il resto de la eredità di mia madre.

Il dolor, signora illustrissima, de la perdita de la roba è grande, ma del sangue è grandissimo. Questo povero vecchio non ha altro che noi doi (due); e poichè la fortuna l'ha privato de la roba e de la moglie che amava quanto l'anima, non consente[4] che la rapacità di costiui lo privi de l'amata figliuola, nel seno della quale sperava di finir quietamente questi ultimi anni de la vecchiezza sua. Noi non avemo (abbiamo) in Napoli amici; chè per lo caso di mio padre ognuno teme: i parenti ne sono nemici. Vostra Eccellenza sola può con la sua autorità sollevarlo di tanta miseria; e faccialo arditamente, poichè considerata l'onestà[5] de la causa sura, in suo favore hanno scritto gl'illustrissimi cardinali, di Trento, Santafiore, Medici e Morone. La figliuola sta in casa di Giovan Giacopo Coscia parente di mio zio, dove non può persona nè parlarle nè darle lettere. Gli è tanto il dolore ch'io sento, signora mia eccellentissima, che siccome ho confuso l'animo[6], così queste lettere saranno confuse dal mio non saper dire il bisogno mio. Vostra Eccellenza conoscerà la grandezza de l'affanno. E pregando Dio per la sua felicità, farò fine. Di Roma (1556).

Note

  1. Arg. La prega di opporti al matrimonio di sua sorella.
  2. Tuam est, qua es magnanimitate, subvenire...
  3. Scipio Derossius avenculus totus in eo est ut sororem meam uxorem tradat... quicum laborandum...
  4. Dim tantum sani patri supersumus, qui rebus uxoreque iustissima orbatus haud patitur istius rapacitate se filia privari, cuius in sinu...
  5. eius enim causæ iustitia cognita, litteras pro ea dederunt Cardd...
  6. ...qua animus, eadem litteræ hæ afficiantur perturbatione, propterea quod...