Raccolta di narrazioni e lettere italiane con note latine/Lettere/142
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142. Torquato Tasso ad Antonio Costantini[1].
Che dirà il mio signor Antonio quando udirà[2] la morte del suo Tasso? e, per mio avviso, non tarderà molto la novella: perchè io mi sento al fine della mia vita: non essendosi potuto trovar mai rimedio a questa mia fastidiosa indisposizione, sopravvenuta alle molte altre mie solite[3], quasi rapido torrente; dal quale, senza potere avere alcun ritegno, vedo chiaramente esser rapito. Non è più tempo[4] che io parli della mia ostinata fortuna, per non dire dell'ingratitudine del mondo: la quale ha pur voluto aver la vittoria di condurmi alla sepoltura mendico; quando io pensava che quella gloria che, mal grado di chi non vuole[5], avrà questo secolo da' miei scritti, non fosse per lasciarmi in alcun modo senza guiderdone. Mi sono fatto condurre in questo monastero di Sant'Onofrio, non solo perchè l'aria è lodata dai medici[6] più che d'alcun'altra parte di Roma, ma quasi per cominciare da questo luogo eminente, e colla conversazione di questi divoti padri, la mia conversazione in cielo. Pregate Iddio per me: e siate sicuro che, siccome vi ho amato ed onorato sempre nella presente vita, così farò per voi nell'altra più vera, ciò che alla non finta, ma verace carità s'appartiene[7]. Ed alla divina grazia raccomand voi e me stesso. Di Roma, in Sant'Onofrio (aprile 1595).
Note
- ↑ Arg. Presentimento della vicina morte.
- ↑ ...Torquui sui mortem accipiet, cuius nuncius, mea quidem sentendis, mos ad te veniet.
- ↑ quæ tot altis quibus habero accessit, voluti armis quæ me abripi video, nullo salutis spe.
- ↑ iam tempus non est id...
- ↑ soprabilus valentibus antecoheris...
- ↑ non recta quod aer a meliora commendans pro contavis...
- ↑ neque dubites quid... tibi sunt propositatio quam recto mea caritatis.