Raccolta di narrazioni e lettere italiane con note latine/Narrazioni/30
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30. Della Citta d'Urbino e de' suoi duchi Federico e Guid'Ubaldo di Montefeltro.
Alle pendici dell'Appennino, quasi al mezzo[1] della Italia verso il mare Adriatico, e posta, come ognun sa, la piccola città d'Urbino; la quale, benchè tra monti sia, e non così ameni come forse alcun'altri che veggiamo in molti lochi, pur di tanto avuto ha il cielo favorevole, che intorno il paese è fertilissimo e pien di frutti; di modo che, oltre alla salubrità dell'aere, si trova abbodantissima[2] d'ogni cosa che da mestieri per lo vivere umano. Ma tra le maggior felicità che se le possono attribuire, questa credo sia la principale, che da gran tempo in qua[3] sempre è stata dominata da ottimi signori; avvenga che, nelle calamità universali delle guerre d'Italia, essa ancor per un tempo ne sia restata priva. Ma non ricercando più lontano[4], possiamo di questo far buon testimonio con la glriosa memoria del duca Federico, il quale a' di suoi fu lume dell'Italia; nè mancano veri ed amplissimi testimonii, che ancor vivono, della sua prudenza, dell'umanità, della giustizia, della liberalità, dell'animo invitto e della disciplina militare: della quale precipuamente fanno fede[5] le sue tante vittorie, le espugnazioni de' lochi inespugnabili, la subita prestezza nelle espedizioni, l'aver molte volte con pochissime genti fugato numerosi e validissimi eserciti, nè mai essere stato perditore in battaglia alcuna[6]; di modo che possiamo non senza ragione a molti famosi antichi agguagliarlo. Questo, tra l'altre cose sue lodevoli, nell'aspero sito d'Urbino edificò un palazzo, secondo l'opinione di molti il più bello che in tutta Italia si ritrovi; e di ogni opportuna cosa sì ben lo fornì, che non un palazzo, ma una città in forma di palazzo esser[7] pareva; e non solamente di quello che ordinariamente si usa, come vasi d'argento, apparamenti di camere[8] di ricchissimi drappi d'oro, di seta e d'altre cose simili, ma per ornamento v'aggiunse una infinità di statue antiche di marmo e di bronzo, pitture singolarissime, instrumenti musici d’ogni sorta; nè quivi cosa alcuna volse[9] se non rarissima ed eccellente. Appresso, con grandissima spesa adunò un gran numero di eccellentissimi e rarissimi libri greci, latini ed ebraici, quali tutti ornò d’oro e d'argento, estimando che questa fosse la suprema eccellenza del suo magno palazzo.
Costui adunque, seguendo il corso della natura[10], già di sessantacinque anni, come era visso, così gloriosamente morì; ed un figliuolo di dieci anni, che solo maschio aveva, e senza madre[11], lasciò signore dopo sè; il qual fu Guid'Ubaldo. Questo, come dello Stato, così parve che di tutte le virtù paterne fosse erede, e subito con maravigliosa indole cominciò a promettere tanto di sè[12], quanto non parea che fosse licito sperare da uno uom mortale; di modo che estimavano gli uomini, delli egregii fatti del duca Federico niuno esser maggiore, che l'aver generato un tal figliolo. Ma la fortuna, invidiosa di tanta virtù, con ogni sua forza s’oppose a così glorioso principio; talmente che, non essendo ancor il duca Guido giunto alli venti anni, s'infermò di podagre, le quali con atrocissimi dolori procedendo, in poco spazio di tempo talmente tutti i membri gl'impedirono, che nè stare in piedi nè mover si potea; e così restò un dei più belli e disposti corpi del mondo deformato e guasto nella sua verde età[13]. E non contante ancor di questo la fortuna, in ogni suo disegno tanto gli fu contraria, ch'egli rare volte trasse ad effetto cosa che desiderasse; e benchè in esso fosse il consiglio sapientissimo e l'animo invittissimo, parea che ciò che incominciava, e nelle arme e in ogni altra cose, o picciola o grande, sempre male[14] gli succedesse: e di ciò fanno testimonio molte e diverse sue calamità, le quali esso con tanto vigor d'animo sempre tollerò, che mai la virtù della fortuna non fu superata; anzi, sprezzando con animo valoroso le procelle di quella, e nella infermità come sano, e nelle avversità come fortunatissimo, vivea con somma dignità ed estimazione appresso ognuno; di modo che, avvenga che così fosse del corpo infermo, militò con onovervolissime condizioni[15] a servizio dei serenissimi re di Napoli, Alfonso e Ferrando minore.
Cast.
Note
- ↑ media in Italia haus procul ab Adriatico mari oppure ad mare...
- ↑ ut... omnibus affluat quæ ad bonorum vitam sostentandam sunt necessarit.
- ↑ quod iamdudum opimus principes baluit;
- ↑ Sed ne remotiora repetamus id aliunde testamar...
- ↑ cuius in primi fidem faciunt...
- ↑ et perpetuae eius victoriae;
- ↑ ut... urbis speciem referre videretur,
- ↑ conclavium apparatibus ex pannis
- ↑ nec ibi quidquam esse voluit nisi rarum atque excellens,
- ↑ Hic igitur naturae concedens,
- ↑ decennem... neque matrimum reliquit nomine... qui ut imperii...
- ↑ ea de se promittere cœpit quae homini nequidquam speranda esse videbantur
- ↑ validissimum corpus primo ætatis flore deformatum ex male affectum est.
- ↑ quidquid in armis aut in ceteris aggrederetur, male semper ei cedere videbatur
- ↑ honestissima stipendia fecerit...