Raccolta di narrazioni e lettere italiane con note latine/Narrazioni/43
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43. Ludovico il Moro fugge da Milano (1499).
Le quali cose intese il signor Ludovico, temente della plebe concitata le voglie[1], e insieme di tutti parimente gli uomini la nimistà e l'odio; i figliuoli suoi, e la moglie ed il signor Ascanio Cardinale suo fratello, e il signor Federico da San Severino, Cardinale anche lui, fratello del signor Galeazzo, tratti dalla città, mandò a Como. I Milanesi come videro il signor Ludovico delle cose e delle forze sue diffidarsi[2]; fatto della loro cittadinanza[3] consiglio, quattro dei primieri elessero, i quali soprastar dovessero in tutte le bisogne loro. Costoro al signor Ludovico andati, gli dissero, che al re (Luigi XII) dar volevano la città; e di ciò esso essere cagione, che i figliuoli e la famiglia fuori di lei mandato aveva. Il quale intesa la diliberazione della Città, dato danari[4] a cavalleggieri cinquecento, con poco più di ducento di loro (perciocchè gli altri, ricevuto il soldo, partiti da lui e dileguati e s'erano[5]) e col signor Galeazzo, suo genero, il seguente giorno si dipartì, e il castello, di grande artificio, e di mura grossissime, e di tutte le cose da sostenere assedio, e di fanti duemila maravigliosamente guernito[6], a Bernardino da Conte, uno de' suoi più cari, nel quale egli sopra gli altri si fidava, e cui da fanciullo allevato[7] e cresciuto s'avea, raccomandò e lasciò. Quattro giorni dopo il Triulzi fu dai Milanesi nella città con grande allegrezza e festa[8] ricevuto; e le altre terre, che restavano a darsi, senza dimora tutte gli si renderono.
Bembo.