Raccolta di narrazioni e lettere italiane con note latine/Narrazioni/56
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56. Parole di dolore e di conforto dette da Paolo Barbo nel Senato dopo la rotta dell'Adda.
Era tra' Procuratori[1] di San Marco M. Paolo Barbo, uomo nel vero prudente, e lungamente con molta loda di sè adoperato nella Repubblica. Questi, siccome per vecchiezza debilitato[2], da' magistrati e dalle bisogne pubbliche astenendosi, nella sua casa alquanti mesi contenuto s'era. Ora e lui mandò il Prencipe Loredano (Doge) chi della rotta dell'oste della Repubblica gli desse contezza, e dicessegli, che il Senato si riducea[3]; e se egli poteva, a venirvi il confortasse. Il che posciachè il buon vecchio udi, con gli occhi pieni di lagrime richiese la moglie, che la veste da ire nel Consiglio[4] recar gli facesse: lo andrò oggi dove son chiamato, dicendo, per domane morir volontieri; perciocchè nullo bene più m'avanza. E così nel Senato colle membra tremanti traendosi, quella diceria fece[5], che si convenia al tempo: Un di più, che bisogno non gli era, sè vivuto essere: la debolezza della vita cotanto non avere estimata giammai, o tanta paura della morte avuta, che non prima gli dovesse caro essere il lasciar la luce, che di tale sconfitta la novella udire: essere venuto nel Senato col corpo infermo e fievole, non tanto per la sua opinien dire; perciocchè chi è colui il quale[6], in tanta e così repente circonfusa caligine alla Città, possa quello che far si debba dirittamente vedere? quanto per piagnere insieme con gli altri cittadini il caso della Repubblica: il quale tanto più grave[7] gli dovea parere, quanto, rotte e debilitate le forze di lei, che sole sostenerla soleano; ora da quale strano[8] avere soccorrimento alcuno si possa, meno l'è rimaso. Perciocchè nessun Re, disse, fia nè Città nè popolo, il quale contra tanti e sì grandi nimici congiungersi con noi, affannati specialmente e già vinti, ardisca. Ma sonci[9] gl'Immortali Iddii, che essi, rottaci la lega, violati hanno. Questi nè arme temono degli uomini, nè ingannati esser possono da coloro che noi hanno, nell'amore e fede loro riposantici, e ne' nostri moltissimi e contiuati ufficii di benivolenza e nella nostra constanza rifidatici[10], frodolentemente tradito: questi ho io speranza che tante sceleratezza vendicheranno[11], e in aita della Repubblica verranno, e favorevoli se le mostreranno. Queste parole avendo il Barbo dette, a quello che a fare era[12], rivolse il suo ragionamento: il che molti magistrati parimente fecero.
Bembo.
Note
- ↑ in templii Marcii præcuratorum collegio...
- ↑ quod erat malo confectus,
- ↑ ut senatum cagi diceres, quamque adibire, si posset, hortaretur
- ↑ vetera senatoriam poposcit.
- ↑ orationem quam tempera poscebant habuit:
- ↑ quia enim, oppure quotus quisque est, qui...
- ↑ gravem essere reipublicæ casum, illius opes fractas...
- ↑ exterorum auxilia unde peti possint, non videri.
- ↑ Verum esse superes qui...
- ↑ non in necessitudine ac fide illorum requiescentes et... fretos...
- ↑ eos tanti sceleris vincides futuros,
- ↑ ad ea quæ essent procuranda atque statuenda, ortationem convertiti, quod idem...