Raccolta di narrazioni e lettere italiane con note latine/Narrazioni/91
| Questo testo è completo, ma ancora da rileggere. |
| ◄ | Narrazioni - 90 | Narrazioni - 92 | ► |
91. Assassinio di Enrico III (1589).
Era in Parigi Fra Jacopo Clemente dell'ordine di San Domenico[1], che Giacobini li chiamano volgarmente, nato di basso lignaggio nel villaggio di Sorbona nel territorio della città di Sans, giovane di ventidue anni, e giudicato sempre dai suoi frati e da molti che lo conoscevano, per iscemo di cervallo[2], e più tosto per soggetto da prendersi gioco, che da temere, o sperare dall'ingegno suo cosa seria e di qualche momento. Questi la mattina del primo giorno d'agosto 1589, avuta dal Conte di Brienna una lettera pel Re, portossi al campo reale presso Parigi. Introdotto all'udienza, porse la lettera, la quale letta, avendogli detto il Re che seguitasse a spiegargli il suo negozio, egli finse di metter mano ad un'altra carta per presentarla[3], e mentre il Re intentamente l'aspetta, ei cavatosi il solito coltello dalla manica, lo ferì a canto all'umbilico dalla parte sinistra, e lasciò tutto il ferro confitto nella ferita. Il Re sentendosi percosso tirò fuori il coltello, e nel tirarlo dilatò la ferita, ed ii medesimo fisse sino al manico nella fronte del Frate, il quale nell'istesso tempo dal signore della Guella passato con la spada dell'un fianco sino fuori dell'altro[4], cadde subito morto; nè fu così presto caduto[5], che da Mompesat, da Legnac e dal Marchese di Mirepois camerieri del Re ch'erano presenti al fatto, fu gettato dalle finestre, e dal volgo de' soldati lacerato ed abbrucciato, e le sue ceneri sparse nella riviera.
Il Re ferito fu portato nel letto, e la ferita non fu da' medici giudicata mortale; perlaqualcosa chiamati i segretarj, fece dar conto dell'accidente per tutte le parti del regno[6], esortando i governatori a non sì sbigottire, perchè sperava fra pochi giorni di poter risanato cavalcare: il medesimo ufficio passò[7] con i capitani e con i principali dell'esercito, e fatto subito venire il Re di Navarra (Enrico IV), commise a lui la cura del campo e la continuazione sollecita dell'impresa. Ma la sera sentì gravemente dolersi la ferita, e gli sopraggiunse la febbre[8]; perlaqualcosa chiamati i medici e fatta la solita esperienza, trovarono essere perforati gl'intestini, e giudicarono concordemente che la vita sua potesse estendersi a poche ore, come in fatti avvenne...
Finì nella sua morte la stirpe de' Re della casa di Vaois, e la discendenza di Filippo III cognominato l'Ardito, edi in virtù della legge salica[9] si devolvè la corona alla famiglia di Borbone più prossima del sangue, e discesa da Roberto Conte di Chiaramonte, secondogenito figliuolo di S. Luigi.
Davila.'
Note
- ↑ sodalis Dominicianus,
- ↑ vecora, et ridendus magis quam tamendus humio vel a quo...
- ↑ alterum velati educturas modidium, regeat...
- ↑ transfossus concidit;
- ↑ quam stati a fenestra deiectum inilites lantardui atque in ignavi...
- ↑ rem iussit nuntiari per omnium regni partes,
- ↑ idem præstitit cum ducibus et exercitus promoribus,
- ↑ ...gravius vulnus... febri correptus; quare acciti...
- ↑ ex salica lege regnum obvenit Borbones atpote sanguine propinquioriubus atque.