Raimondo Montecuccoli, la sua famiglia e i suoi tempi/note

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Lo zelo infaticabile del Gregori nel tener nota di ciò che pertiene alla storia dei Montecuccoli, sembra trasfuso nel suo conterraneo, il signor Carlo Fabriani. A lui vado debitore di molte notizie risguardanti quella famiglia e le montagne ov’ebbero lor feudi.

2 Appendice n. 1

3 Ebbero essi dodici figli, ond’è che nel 1553 ottenevano speciali esenzioni da imposte; ma alquanti premorirono al padre, sei soltanto di essi essendo notati nell’iscrizione che fecero porre sulla tomba di lui nella chiesa di santa Margherita in Modena nel 1575.

4 Un secolo dopo la morte del generale Raimondo Montecuccoli, il comune di Montecuccolo numerava 316 abitanti (Ricci, Corografia).

5 Di Massimiliano, come di più altri Montecuccoli de’ quali è parola in questa storia, sarà detto più estesamente nell’opera più sopra citata.

6 Giuseppe Campori, Memorie storiche di Marco Pio di Savoia. Modena, Vincenzi, 1871 - Dall’autore di quest’operetta più notizie mi furono somministrate risguardanti i Montecuccoli. E qui aggiungerò che Alfonso II duca di Ferrara trattò a lungo per mezzo di Marcantonio Ricci, ministro suo alla corte imperiale, per avere il comando delle truppe in Ungheria. Ma per una parte s’incontravano difficoltà, e per l’altra temeva il duca, come si ha dal carteggio del Gilioli che per lui risiedeva in Roma, che allontanandosi egli dall’Italia “il papa gli facesse un mal gioco su Ferrara”. Cercò ancora, per maggior sicurezza sua, di esser posto a capo delle truppe pontificie che andarono a quella guerra contro il turco, ma gli fu preferito Gianfrancesco Aldobrandini perché della famiglia del papa, ignaro esso del rimanente delle cose di guerra. Il duca incaricò allora l’abate Pietro Campori, che era addetto al nunzio pontificio in Vienna, di dargli conto di ciò che fosse per fare l’Aldobrandini in Ungheria, come si ha dal carteggio diplomatico del Ricci. Il duca Alfonso morì poi nel 1597.

7 Mailàth, Geschichte des Ostreichischen Kaiserstaates. - Canissa non ritornò poi all’imperatore se non per gli accordi intervenuti nel 1615.

8 Semese, ove Enea eresse e dotò nel 1598 un oratorio dedicato a san Giacinto, fu poi da Francesco figlio di lui permutato col feudo di Guiglia.

9 E’ nell’archivio di stato una lettera del conte Galeotto che annunzia al consigliere Attilio Ruggeri la nascita di questo secondo Fabrizio che morì di peste nel 1630, siccome avremo a congetturare.

10 Nel necrologio modenese si legge: “1619 29 maggio. C. e Galeotto Montecuccoli huomo d’anni 49 in circa sepolto in San Pietro”.

11 Nel carteggio diplomatico di Fabio Carandini si trova notato, si proponesse Massimiliano di acquistare i disegni che erano fra gli oggetti d’arte dell’eredità del cardinale.

12 Scriveva il Carandini che il papa per le mancie del Natale alle persone della sua corte valevasi dei denari della dateria.

13 Raimondo, militando allora al servigio imperiale, secondo diremo, non è agevole il comprendere come esser potesse ancora paggio ducale. Potrebbe supporsi che tale officio egli sostenesse quando le trattative s’iniziarono in favor suo a Roma; e non si mutasse in seguito il titolo, temendosi non sembrasse al papa meno opportuno pel godimento di un beneficio ecclesiastico l’abito militare. E’ poi di tutta probabilità che, morto il cardinale, fosse mantenuto Raimondo dal duca Cesare alla sua corte nell’officio che presso di esso esercitava.

14 Ecco la lettera del duca Cesare, scritta da Modena il 10 luglio 1624: “Ha qualche anno che la contessa Anna Montecuccoli rimase vedova, ricca altrettanto di figli quanto scarsa di facoltà; desidera però e fa ogni sforzo per incamminarli alla virtù e agli esercizi degni della famiglia loro: e veggendo che il co: Raimondo è particolarmente inclinato alle lettere, e che vi à molta abilità mi à pregato d’intercedergli da V. S. Ill. ma un luogo nel Collegio di Montalto di Bologna ec.”.

15 Le carestie, i contagi, le frequenti emigrazioni facevano sì che di rado il numero normale degli 80 uomini di quella compagnia si potesse raggiungere.

16 Orazio Manzieri era a quel tempo, e lo fu di nuovo nel 1646, commissario di Montecuccolo. Di lui diversi rogiti rimangono nell’archivio Montecuccoli, con uno de’ quali veniva dal conte Galeotto per 25 lire acquistato un mulino nel Frignano. Oriundi i Manzieri da Carpi, erano da più tempo domiciliati nel Frignano, e a Montecuccolo da questo Orazio nacque Ercole che in gravi affari diplomatici venne dal duca Francesco I adoperato, e nelle trattative ancora del matrimonio del figlio di lui Alfonso con Laura Martinozzi nipote del cardinal Mazzarino; il quale all’abile negoziatore donò la ricca abazia di Aurillac in Alvernia, nella qual provincia venne egli a morte nel 1679 (Veggasi Tiraboschi, Bibl. moden.).

17 Il cronista Spaccini fa ricordo di quest’orto in Terranova, e lo dice venduto nel 1611 ad un Maffioli che voleva farvi uno spedale. Era stato quell’orto da Massimiliano Montecuccoli ceduto in affitto al duca Cesare allorché nel 1599 pose stanza in Modena, “per farvi un orto dei semplici” com’è detto nel rogito.

18 Nella biografia di Ernesto da me pubblicata nel 1872 fu erroneamente indicato Montese come feudo di Alfonso.

19 Alle nozze di Alfonso si fece il duca Cesare d’Este rappresentare in Praga da Sigismondo Montecuccoli fratello di lui, che ebbe perciò il posto d’onore al convito nuziale, dopo quello di Furio Molza pur modenese che vi rappresentava l’arciduca Carlo.254 20 Per l’imperator Rodolfo veggasi la Relazione di Germania di Roderigo Alidosi ambasciatore di Toscana edita in Modena da Cesare e Giuseppe Campori nel 1872. E qui siami concesso, poiché ai casi mi venne accennato dell’imperatore Rodolfo, il ricordare che molto in grazia gli fu Pietro Campori più addietro nominato, divenuto poscia cardinale, e addetto allora al nunzio pontificio alla corte imperiale, monsignor Speciano. Singolari onorificenze e titoli di nobiltà gli concesse Rodolfo, che grato gli si diceva pe’ consigli ricevuti in affari di stato, e circa la guerra contro i turchi. Sei anni rimase il Campori in Vienna, come da una sua lettera si ritrae.

21 Tra le lettere di Gio. Peranda edite in Vicenza nel 1615 alquante ve n’hanno dirette a questo generale: in una di esse si accenna alla donazione del castello e della contea di Hust ch’egli ebbe dall’imperatore. Era la famiglia Basta oriunda albanese, ma il compianto professor Carlo Promis ebbe ad indicarmi un passo della Storia di Transilvania di Ciro Spontone (Venezia 1638, pag. 18), che lo dice nato in un casale del Monferrato, forse con ciò indicandosi la città di Casale: ma gli scrittori napoletani lo dicono invece nativo della Rocca presso Taranto, il che non par probabile al Promis, perché Demetrio padre di lui militava allora contro la Spagna, alla quale le provincie napoletane appartenevano. Checché ne sia, rimane accertato che questo generale era nato in Italia.

22 Questa guerra che suscitò le leghe de’ cattolici e de’ protestanti, che a lungo lacerarono la Germania, fu cagione della morte di Enrico IV di Francia, assassinato nel 1610 da Ravaillac, perché dichiaratosi favorevole alla lega protestante (Voltaire, Annales de l’Empire ed altri).

23 Da alcuni documenti sembrerebbe apparire che solo d’una porzione di questo feudo fosse stato signore Desiderio.

24 Il principio di questa guerra lo assegnano alcuni storici al 23 marzo, quando vennero due ministri precipitati da un balcone del palazzo Imperiale di Praga.

25 Archiv für Kund östreichische Geschichte-Quellen, tom. 12.

26 E’ nel giornale di Vienna citato nella precedente Nota.

27 Questo valente capitano intervenuto a molte guerre, morì, come narra il cronista Spaccini, per le fatiche durate in quest’ultima alla quale prese parte in Germania.

28 Di questo giovane, che fu tra’ suoi famigliari accolto da Ernesto il quale aveva probabilmente avuto relazioni col padre di lui nel Frignano, è detto in una lettera del duca Cesare che “s’erano intese burrasche ed accidenti fastidiosi” e che “andò a male”.

29 Rotteck fa ammontare al valore di 54 milioni le confische ordinate in Boemia. Quello storico intitola il capitolo nel quale narra questi fatti di repressione violenta: “Ferdinando non seppe usare la vittoria” (Allgemeine Geschichte).

30 Non va taciuto a questo luogo che se Gustavo Adolfo non voleva cattolici in Isvezia, non avversò per altro quelli di Germania, ai quali libero lasciò l’esercizio della religion loro, in riguardo ancora della Francia sua alleata.

31 Di queste terre confiscate ai protestanti, dice nella Storia dell’Impero austriaco il Mailàth; che non solo furon vendute a vil prezzo, ma ancora libere dai debiti che le gravavano, ond’è che lo stato dovendo pagarli, vi rimetteva sovente quanto ricevuto aveva in pagamento, e ancora non scarse somme del proprio. E avvenne si dessero dai compratori invece di denaro gioie, panni, mercanzie, che conveniva rivendere con gran perdita (Tom. IV, pag. 392-93). A queste colossali confische pare s’attagli il proverbio italiano: “la farina del diavolo va tutta in crusca”.

32 Nelle Famiglie celebri italiane del Litta quella Rangoni che nomavasi Margherita è detta moglie non di Marco ma di Vinciguerra Collalto. Di Giulio sono ivi le sole guerre accennate alle quali prese parte in Italia.

33 Ecco la lettera di Raimondo. “Ser. o Principe mio S.re e Pron. Col.mo .Hoggi ho avuto qui in Roma la lettera di V. A . Ser.ma la quale mi commanda che subito io m’incammini a cotesta volta. Io che non ho maggior desiderio che d’ubbidirle ho molto care le occasioni che mi si porgono di mostrar la prontezza di questa mia volontà, però mi pongo all’esecutione de’ suoi commandamenti, dall’honor de’ quali mi reputerò sempre favoritissimo. Et a V. A. riverente m’inchino, augurandole da Dio Signore ogni prosperità. Di Roma, li 22 aprile 1628. Humiliss.mo e devotiss.mo ser.e Raimondo Montecuccoli” (MSS. **32 della Biblioteca Estense).

34 Sono nell’archivio del march. Capponi in Firenze tra più carte del Bolognesi alcune lettere a lui dirette da Gian Tommaso Pasero (che fu tre anni prigioniero di stato, come dalle medesime si ritrae), il quale nel 1634 era segretario del cardinal Maurizio di Savoia; e in esse a lui dava ragguaglio delle cose del Piemonte.

35 Sembra che in codesto negozio ingerir si volesse il padre del duca Francesco (che sceso dal trono s’era fatto cappuccino), senza saputa del figlio; perché il disfavore in che cadde il favorito Cesare Molza viene dallo Spaccini attribuito all’aver esso, per incarico avutone dal cappuccino d’Este, fatto proposte a Vienna circa questo matrimonio.

36 Bois-le-duc fu detta un tempo la vergine del Brabante, perché stimata imprendibile, nessuno avendola ancora espugnata.

37 Lettera del Bolognesi.

38 Di questo soccorso dall’imperatore mandato alla Spagna tace, né so perché, il Mailàth nella sua Storia dell’impero d’Austria.

39 Il Priorato nell’opera sua: Il guerriero prudente (Venezia 1640) così si esprime circa le cagioni dalle quali venne agevolata l’impresa di Gustavo Adolfo. “I disordini commessi dagli Imperiali in Germania spopolarono le Terre e resero inculti i Contadi, e chiamarono dai più rimoti angoli del settentrione gli Svezzesi, che trattando placidamente hebbero più da questo modo che dalle loro armi aperte le porte alle imprese et agli guadagni” (pag. 71). E altrove nell’opera stessa dice che “la violazione dei privilegi e della libertà di coscienza, che sono i più insopportabili pesi che diansi ai sudditi, rese così grata la venuta del Re di Svezia” (pag. 90).255 40 Estorse Wallenstein, al dire di Schiller, venti milioni dal Brandeburg, dieci dalla Pomerania, sette dall’Assia, e così via. Viveva da re in Praga, servito da baroni e da sessanta paggi, con guardie al suo soldo, e un buon seguito di clienti militari e borghesi. Quant’è per altro alle estorsioni, certamente enormi, di Wallenstein, notò già Federico II di Prussia nelle sue Memorie del Brandeburg, essere state esagerate dagli scrittori contemporanei che s’attenevano alle voci che correvano senza vagliarle. I venti milioni di fiorini che si dissero estorti al Brandeburg, conviene, ad esempio, ridurli a meno della metà.

41 Questo confessore di Ferdinando appellavasi da sé fiscale di Dio e faceva sottoscrivere a Ferdinando le sentenze più severe contro i protestanti “le quali, mentr’egli orava e giuocava in Vienna, venivano poi fatte eseguire” (Menzel, Stor. dei tedeschi).

42 Append. n. 2.

43 Lettere del Bolognesi del 1° marzo e del 5 agosto 1637.

44 Lettere del Bolognesi del gennaio 1632.

45 Leggesi in una lettera del Bolognesi che entrando Gustavo Adolfo in Pomerania fece distribuire medaglie colla sua effigie, nelle quali s’intitolava generale di Francia, Inghilterra e Olanda.

46 Aveva il Conti nel 1626 comandato le truppe pontificie che andarono in Valtellina.

47 Mille disse nella sua opera già citata lo Spanheim, e che 60 di loro andasser salvi rimanendo prigionieri col valoroso lor comandante Kniphausen. Gli altri storici però fanno di due mila uomini numerosa quella guarnigione, e dicono che tutta venne passata per le armi.

48 Lo storico Mailàth molto favorevole a Tilly vorrebbe far credere essersi lasciati gli svedesi massacrare anziché arrendersi, ma ciò non concorda colla narrazione degli altri storici. Furono invece i 150 svedesi che difendevano la piccola piazza di Feldberg che quell’eroica morte preferirono alla resa del forte che avevano in guardia.

49 Di questo diario furono pubblicati alcuni brani in due giornali letterari tedeschi, e nel 1874 in un lavoro storico di Honno Klopp.

50 Racconta il cronista ora citato che diseredato Baldassarre da sua madre, non sappiamo per qual cagione, non volle Giulio accettare la parte di lui e ad esso la lasciò.

51 Notiamo per incidenza a questo luogo, che la ricognizione feudale dovuta dai Montecuccoli, che da prima non era eguale per tutti, venne nel 1633 stabilita in due paia di speroni annualmente: il doppio se non venisse data all’epoca prefissa.

52 Una lettera da Bologna che è tra i documenti raccolti dal Gregori annunziava giunta nuova colà per mezzo di un corriere di Tilly del fatto di che tenevamo parola, e diceva caduti que’ corazzieri in un’imboscata tesa loro da settemila svedesi, e 200 essere i caduti, la maggior parte del reggimento di Ernesto. A questo fatto alluderà probabilmente nella sua Storia della Baviera il Blanc ove dice distrutti nel 1631 tre reggimenti imperiali, e tra questi quello del Montecuccoli. Negli Aforismi tiene parimente parola Raimondo di tre reggimenti imperiali in quell’anno sconfitti a Tengermond, ma li dice assaliti da Gustavo a capo di tutta la sua cavalleria.

53 Da lettere del Bolognesi. In una cronica mantovana del Mambrino edita dal conte Carlo d’Arco si legge, fra i colonnelli imperiali che il 4 settembre di quell’anno partirono da Mantova, il nome di un Montecuccoli, che non potendo essere né Ernesto, né il giovinetto Raimondo che entrambi erano in Germania, ignoro chi fosse.

54 Intorno alla battaglia di Lipsia ricorderò da ultimo che il reggimento Rangoni che era nell’ala destra fu tra quelli che con più pertinacia combatterono, moltissimi de’ suoi lasciando sul campo, della qual cosa fanno testimonianza col Priorato il Brusoni e il Bisaccioni.

55 Corrispondeva quel grado a quello degli attuali maggiori di reggimento, venendo dopo quelli di colonnello e di tenente colonnello.

56 Vuol forse dire il Tiphenbach, che comandava, come notò lo Schiller, dopo la battaglia di Lipsia quegli imperiali ch’erano in Sassonia. Altri con parola più altisonante nomò questo generale Teuffelsbach (ruscello del diavolo).

57 Il Cantù nella Storia Universale (Tom. V, pag. 36), reca una lettera, ch’ei dice una tempesta di metafore, in tal circostanza da Fulvio Testi indirizzata al Wallenstein che gli era amico; e propose anche al duca di Modena, come si ha da una lettera del conte Girolamo Montecuccoli, che lo lasciasse per due anni a Vienna al servigio imperiale, la qual cosa non volle il duca concedere. Anche un sonetto in onore di Wallenstein scrisse allora il Testi.

58 Furono nella circostanza medesima allo stesso grado innalzati da Wallenstein Galasso, Aldringer, e Mannsfeld, come scrisse Priorato, E qui prende errore l’Antelmi dicendo offesosi Piccolomini perché in quel grado gli venissero anteposti il Montecuccoli e Hazfeld sui quali vantava anzianità di servizio e di cariche: basterà notare che Piccolomini andò al campo imperiale come capitano nell’anno medesimo (1620) in cui Ernesto, dopo essere passato per tutti i gradi della milizia, fu fatto generale.

59 Gustav Gejier, Geschichte Swedens, übersetzt von Swen Q. Leffler, Hamburg, 1836.

60 Francesco Del Carretto marchese di Grana, italiano, che morì poi maresciallo, consigliere di guerra e cavaliere del toson d’oro: fu anche ministro imperiale a Madrid.

61 Lo stesso Antelmi dice poi, in un successivo dispaccio, fatto il Piccolomini generale di cavalleria.

62 Ignorava ancora Wallenstein la morte di Pappenheim.

63 Vedi Append. n. 3.256 64 Il medesimo disse il Priorato nella sua Storia di Ferdinando II, errando però nel nome del secondo di questi principi, da lui detto Rinaldo.

65 Tra gli ufficiali allora giustiziati nomina il nunzio veneto Antelmi un tenente colonnello conte Broglia (piemontese forse) parente del mastro di campo generale Holch (Holk?), che ne fu indignatissimo. Grandi odii, dice l’Antelmi, partorirono contro Wallenstein quelle esecuzioni.

66 “Er sagte das wolle er zuletzt sparen: nun wird es am meisten mangeln, dass keiner ist der ihm glaube”.

67 Non fu bene informato l’Antelmi allorché scrisse avere Trautmansdorf trovato alieno Wallenstein dalla pace, se a lui quei compensi non si davano ai quali pretendeva aver diritto.

68 Fulvio Testi che dicemmo aver già avuto in altissimo concetto il Wallenstein, scriveva da Roma al Bolognesi poco innanzi alla catastrofe di lui, cominciare a pentirsi del tanto bene che di esso aveva detto, e alcuni giorni appresso in altra lettera in acerbe parole usciva sul conto di quel generale. Non è pertanto verosimile che a lui appartenga una poesia nel 1858 pubblicata a Monaco, ed estratta dai codici della collezione Vettori che è in quella regia biblioteca, nella quale altri manoscritti italiani vi sono che trattano della morte di Wallenstein, come ne ragguaglia il dotto Reumont nell’Archivio Storico italiano (Tom. XIV, 1861). Anche lo stile di quella poesia la mostra di altro autore.

69 Da questo passo del Bisaccioni apparisce erroneo quanto da altri fu scritto, che sortisse cioè Ernesto da Breisach con soli cinquanta uomini. Il Bisaccioni dice ancora rimasto ferito e prigioniero insieme ad Ernesto un barone Soyé che gli era presso.

70 Lo stesso dice lo storico Ricci già citato, il quale di Ernesto così favella: “Fortissimus sane eques, supra fidem cupidus gloriæ, dux magnæ famæ futurus si paululum cunctans prudentia mentis ardorem efficaciamque pectoris temperasset”.

71 Diremo tra breve come venisse a morte combattendo questo colonnello.

72 Un documento tra quelli raccolti dal Gregori e intitolato: Nota dei soccorsi dati dall’Imperatore al re di Spagna ci conservò il nome de’ reggimenti imperiali mandati nel 1633 in Fiandra: uno tra questi nomavasi Modena, e sarà stato probabilmente quello del principe Borso.

73 In altro tempo dice l’Antelmi essere stato disposto Piccolomini a militare pe’ veneti.

74 L’imperatore che ai piaceri della caccia dicemmo avere più volte sacrificato i doveri del sovrano, poiché di questa tregua gli fu parlato montò in furore, e pronunziò, se il vero riferì il Bolognesi, queste parole: “Perché non posso sfogarmi con questa bestia che vuol rovinarmi, andrò alla caccia a sfogarmi colle altre bestie”. Una medaglia d’oro fu a quel tempo ritrovata, dice il diplomatico medesimo, nel palazzo imperiale, che Ferdinando presso di sé ritenne, sulla quale la seguente iscrizione in lingua tedesca era scolpita: L’imperatore attende alla caccia, il re d’Ungheria alla culla, Friedland dorme, Weimar guerreggia (cioè il duca Bernardo di Weimar).

75 Alberti Friedlandi perduellionis chaos ec. Questo processo (o meglio giustificazione dell’imperatore) è vivamente combattuto dal Förster, che fondato lo dice sopra rapporti di un falsario boemo Sesyna. Ma è noto che fu tessuto invece su quelli del general Slick spedito per questo in Boemia, del Piccolomini, di Galasso, del Ghebard e di altri. Varie scritture pro o contro Wallenstein venner poi in diversi luoghi pubblicate.

76 Il feudo di Friedland, dato allora a Galasso appartiene tuttavia ai discendenti di lui, che l’avito e glorioso cognome mutarono in quello di Clam-Gallas. Giskin soggiorno favorito di Wallenstein, che più fabbriche vi fece alzare da architetti italiani, fu dato al ministro Trautmansdorf.

77 Appendice n. 4.

78 Ecco i versi dello Schiller: ...Da man einmal / Beisammen sei, meint Montecuculi, / So müsse man in seinmem eignen Wien / Dem Kaiser die Bedingung machen.

79 Questo rinomato generale è detto sovente dagli storici Banner, o anche Banier. Io mi sono attenuto all’ortografia dello storico svedese Gejier.

80 Nelle fazioni intorno Ratisbona perdé un occhio quel marchese Mattei, colonnello allora sotto il Fernemond, che vedremo più tardi a fronte di Raimondo in Italia. Ivi ancora morì di peste il principe Francesco de’ Medici.

81 Il Mailàth dice morti otto mila svedesi e 1220 imperiali.

82 Raimondo fa più volte menzione della battaglia di Nordlingen ne’ suoi Aforismi, traendone anche argomento a consigliare una disposizione delle truppe in battaglia diversa da quella seguita allora dagli svedesi.

83 Sarà a reputarsi dietro questa testimonianza di Raimondo stesso che errassero il Priorato e dopo lui gli altri biografi, scrivendo essere stata Kaiserlautern in Alsazia la fortezza nella quale Raimondo come tenente colonnello entrò per la breccia.

84 Il duca Savelli per noi nominato tentò di far accedere anche Bernardo di Weimar alla pace di Praga; e altresì di questo a lui fa rimprovero il Menzel, come se un immenso vantaggio non si sarebbe da quel fatto ricavato, che poteva condurre alla pace.

85 Nel Palatinato tante furono le stragi fattevi dai soldati bavari, che avvelenavano persino le fonti, da non essere al furor loro scampati, se non esagera il Menzel, più che 200 contadini.

86 Un documento dell’archivio estense ci ha conservato i nomi dei paggi nel 1632, che in parte almeno, saranno stati compagni a Galeotto in quell’istituto nel quale i nobili venivano in età giovanile nelle lettere ammaestrati e nelle arti cavalleresche. Erano il conte Sigismondo Montecuccoli, un marchese Sessi, un conte di Montalto, un Molza, due257 Cassoli ed altri sino al numero di 21. Galeotto è parimente nominato in altro documento di quell’anno medesimo, ove è detto facesse egli il servigio spettante ad un Coccapani e ad un Cesi fra i quali eran surti dissidii.

87 Fu il Bolognesi che s’adoperò a procacciare a Borso quel reggimento e il grado, che ignoro se allora o poscia da lui conseguito, di sergente generale di battaglia che ebbe negli eserciti imperiali.

88 Il passaggio del Reno a Spira di fronte a Bernardo di Weimar è ricordato nel lib. I cap. VI degli Aforismi.

89 Io stimo che allo storico Menzel non calesse guari di esser creduto allorché narrando queste gloriose imprese di Galasso concludeva il racconto dicendo, che già era Galasso un distruttore di eserciti, cioè di quelli dell’imperatore. Altri ciò disse, e a suo luogo ci verrà narrato, ma almeno in momento più opportuno, quando cioè ebb’egli ad incontrare disastri. Avrebbe il Menzel se non altro dovuto attendere a lanciare i suoi strali allorché aveva a dire dei quartieri ch’ei prese, dopo i fatti ora narrati, nell’Alsazia, con che avrebbe potuto, in mancanza d’altro, accagionarlo della peste e della carestia che gli decimarono i soldati.

90 A Vienna sarà corsa voce che non Galeotto ma Raimondo fosse rimasto ferito in una gamba, perché così scrisse il Bolognesi al suo principe, dicendo anche essere stato Ratenau il luogo ove questo accadde: soggiungendo che non intervenne per tal cagione Raimondo alla battaglia di Wittstock, il che era falso.

91 Gualdo Priorato, Vita e azioni di personaggi politici e militari.

92 Federico II di Prussia nelle Memorie di Brandeburg lo dice fiero oppressore della Germania, e il Menzel lo asseriva uomo senza pietà.

93 Di questo conte Kurz, o Curz, scriveva in una sua Relazione di Germania il nunzio veneto Nani all’epoca dell’incoronazione del successore di Ferdinando III, che era la miglior testa del consiglio imperiale, se non che essendo allora quasi di continuo infermo, poco operar poteva in pro dello stato: aggiungeva dell’autorità che i suoi talenti gli avevano acquistata essere gelosissimo il conte Auersperg (del quale diremo a suo luogo la mala fine) che era riescito ad ottenere che fosse meno ascoltato.

94 Fu il conte Girolamo che nel 1634 introdusse presso l’imperatore il conte Cornelio Malvasia colà mandato dal duca di Modena, come da documento dell’archivio estense.

95 Il marchese Francesco giunse a Vienna il 3 ottobre, e di là il 23 novembre andò in Baviera con altri incarichi del duca. Nell’archivio estense è ricordo di 1600 lire pagate per veluto cremisino e trina d’oro sottile e seta per servigio del conte Francesco nella sua andata in Allemagna, e forse quegli oggetti servir dovevano per regali.

96 La morte di sua madre fu a Raimondo annunziata in una lettera del marchese Francesco fattagli pervenire per mezzo del Bolognesi.

97 Corrispondenza diplomatica del conte Tiburzio Masdoni nell’archivio estense in Modena.

98 Fu Bernardo uno de’ migliori generali e de’ più fortunati del tempo suo, ma non certo così gran patriota come altri lo reputò. Alleato sempre cogli stranieri e per essi combattendo, a lui più che ad altri dovette la Germania se l’Alsazia divenne provincia francese. Non dubitò per questo il Mailàth di dirlo antitedesco (undeutsch) ed egoista. Dubitò egli che gli fosse stato propinato il veleno, ma un moderno scrittore ciò crede infondato (Alexi, Der Tod des Herzogs Bernhard von Weimar, Colmar, 1873).

99 “Vorrei sentire, scriveva il conte Francesco Montecuccoli al Bolognesi, migliori avvisi di costà, e che si pensasse più a diffendersi, e a scacciare il nemico che a ritirarsi” (lettera del 22 luglio 1639, nell’archivio Capponi a Firenze). Fu il duca di Modena in que’ frangenti richiesto di un sussidio di soldati, ma rispondeva che di due mila uomini che aveva arrolati, 1500 erano poi disertati! Mandava egli a quel tempo al conte Girolamo 25 mila fiorini per far leva di gente da comporne un reggimento pel colonnello Bernardi, ma in servigio del suo stato, com’è probabile.

100 Non bene si espresse il Menzel scrivendo essere stati allora comandati gl’imperiali da Hazfeld e da Montecuccoli, il qual ultimo non vi comandava altro che il proprio reggimento.

101 Sembra che l’ortografia di questo cognome non sia ben sicura neppure in Isvezia, giacché lo storico Gejier lo scrive come da noi fu riportato, e il Carlson suo continuatore dice invece Torstenson, come gli storici delle altre nazioni; sarà pertanto lecito l’usare e l’uno e l’altro modo.

102 Probabilmente Hans, ossia Giovanni.

103 E’ singolare che nell’anno medesimo, e pochi mesi dopo la morte di Galeotto, ad un altro Montecuccoli a Venezia incogliesse sorte pressoché uguale. E fu il conte Guido, che avendo avuto alcun contrasto con un conte Sacrati, mentre andava ad un luogo designato per un abboccamento con lui, fu da esso e da due compagni suoi ucciso a tradimento con tre archibugiate, secondo al Bolognesi scriveva il conte Alfonso fratello di esso Guido. Uomo facinoroso era quest’ultimo, sul quale per un omicidio e per altri delitti era stata dal duca posta la taglia di 1000 scudi, con facoltà di liberare un bandito, da conseguirsi da chi entro o fuori dello stato estense lo uccidesse: il che può indur sospetto che volesse il Sacrati lucrar quella taglia. I feudi di Riva, Montespecchio, Ranocchio e Salto che aveva in comune col fratello Alfonso erano già stati dal duca conferiti a quest’ultimo. Sarà senza dubbio diverso codesto Guido da un altro il quale sappiamo che da più tempo militava in Germania.

104 Da questo passo ci apparisce non essere stato del tutto recente l’ingresso di Massimiliano tra i gesuiti; ma che questi ebber modo di fare che tardi ne pervenisse la notizia a Raimondo.

105 Il cardinal Barberini disse al marchese Francesco Montecuccoli che il papa (suo zio) “s’era voluto prender questo gusto di scomunicare il duca di Parma; altrimenti l’animo della Santità Sua senza questa soddisfazione sarebbe vivuto sempre mai inquieto”. Parole queste dal marchese Francesco riferite a Vittorio Siri, che le riportò nel suo Mercurio.258 106 Una satira che circolò a quel tempo per Vienna, riferita dal Bolognesi, la quale alludeva a quelle pratiche, diceva: “Cesare è a Vienna, e l’Imperatore a Monaco”.

107 “L’accidente della mia prigionia svedese, benché non succeduta nel quartiere dormendo scioperato, ma in campo combattendo alla testa delle truppe, nondimeno arrestò colla persona il corso della fortuna; et uscito tardi in libertà trovai che chi era stato dopo di me m’haveva già trapassato nella carriera, e di tutto ebbi pazienza” (lettera edita dal Foscolo).

108 Fu per l’oggetto medesimo spedito allora un Alberto Bocci aiutante di camera del duca a Gorizia.

109 Raimondo nel suo Memoriale dice esser partito da Vienna “non solo colla licenza ma col comando dell’Imperatore” il che per altro, ponendo mente agl’indugi interposti al dargli il chiesto congedo, va inteso in senso molto largo.

110 Appendice, n. 5.

111 Anche il Priorato, futuro biografo di Raimondo, venne allora con altri italiani a militare in Italia pe’ veneti.

112 Vennero i sudditi estensi per quella guerra a straordinarie imposizioni sottoposti. Al Frignano, ad esempio, nel settembre del 1643 un contributo fu indetto di 417 ducatoni d’argento per mese, concorrendo allo sborso di quella moneta i Montecuccoli cogli altri feudatarii, e gli ecclesiastici; e poi fieni e viveri quanti dare ne potesse quella montuosa provincia, e uomini in copia per le truppe e pei lavori di fortificazioni, e cavalli e carreggi per soprammercato.

113 In una precedente lettera erasi offerto Raimondo a quel principe di mandargli le notizie di Modena “o siano allegrezze di Carnevale, o imprese di Marte”.

114 Appendice n. 6.

115 In una lettera di Raimondo è parola di un colonnello che, dopo ricevuto il denaro per far leve pel duca, fuggì al papa. Rimasto poi esso prigioniero di guerra dei toscani, al granduca lo richiese Raimondo offerendo pel duca di pagarne il riscatto.

116 Questa lega della Spagna, dell’imperatore e dell’arciduchessa del Tirolo che fu conclusa nel 1639 aveva per iscopo la ricuperazione dell’Alsazia. Somministrar doveva per sua parte il Tirolo quattro mila uomini. Erano forse altri patti segreti di questa lega che la facevano avversare dal conte Girolamo.

117 Appendice n. 7.

118 Il Priorato nella Historia delle guerre di Ferdinando II e III, già citata, ci dà conto di coloro che, oltre Raimondo Montecuccoli, seguitarono in quella circostanza il duca Francesco; ed erano i principi Borso e Foresto d’Este, il marchese Francesco Montecuccoli maggiordomo, Fulvio Rangoni cavallerizzo maggiore, Fulvio Testi segretario di stato, Nicolò Molza provveditore de’ viveri, Carlo Sittoni commissario generale, Formica sergente di battaglia, Niccolò ed Ippolito Malaspina, Lelio Ottonelli, G. B. Montecuccoli colonnello di milizie, e i colonnelli di truppe di linea: Guido Rangoni, G. B. Colombo, commendator Pancetti, Battaglia, Vandiepolens e Spagnoletto. V’erano inoltre altri ufficiali e cavalieri, e il residente di Toscana Grifoni.

119 Nella Storia di Savignano dell’avvocato Crespellani è indicato come comandante di quella rocca il capitano Giacomo de’ Giacomi, e vi si accenna al comandante de’ pontificii colà ucciso con un colpo di spingarda.

120 Ferrante figlio di Massimiliano vendé poi quella rocca al duca Rinaldo d’Este.

121 Afferma il Vedriani che in questo fatto d’arme si distinse quel Francesco Falloppio già per noi nominato, discendente dal celebre anatomico, uomo che passato aveva la vita sempre fra l’armi. Non so poi donde traesse il Frizzi che della disfatta del Lavalette a Crevalcore fossero in colpa i mancati soccorsi per parte del duca di Modena. Noi riportiamo in appendice il sunto di una relazione di questi fatti di Crevalcore che è nell’archivio di stato, la quale non dubitiamo asserire che debba averla dettata il Montecuccoli, e che sparge molta luce su questo argomento. – Appendice n. 8.

122 Di questi prigionieri fa menzione il Montecuccoli in una lettera sua al cardinal d’Este.

123 Di questo colonnello, che nomavasi Gian Lodovico, trovo ricordato che fosse nel 1633 alle guerre di Germania.

124 Ci rimane una grida del conte Giulio Montecuccoli feudatario di Polinago, colla quale la multa di uno scudo per ogni giorno di ritardo è minacciata a quelli de’ suoi sudditi che, chiamati alla guardia di Modena o di altri luoghi, non si trovassero entro due giorni ai posti ad essi assegnati: la metà delle multe spetterebbe alla sua camera marchionale, all’esattore l’altra metà.

125 La relazione citata con queste parole conferma quanto circa il grado che aveva Raimondo, ci venne detto a confutazione di un passo del Muratori.

126 Riportiamo a titolo di singolarità la lettera colla quale il Panzetti, che non si piccava di scriver bene, ma solo di menar le mani a dovere, dava conto al Torricelli del fatto ora narrato. “V. S. deve sapere che 3 compagnie di cavali e circa 200 fanti si sono venuti a faciare il ponte, si è tirato 200 moschettate. Voleva sguazare e li havemo col sortire mesi in fuga, si sono ritirati a Gaza (Gaggio) alli confini vicino il Pilastro (quello forse che segnava il confine) et ivi fano alto: e li baso le mani” (Arch. estense). Questa lettera corregge la relazione citata di sopra in questo che tre erano le compagnie di cavalli e una di fanti.

127 Quarantaquattro palle di cannone, dice una relazione contemporanea, colpirono Nonantola atterrando la torre de’ monaci, e guastando nella parte superiore quella sovrastante alla porta della terra. Più chiese e 70 case all’intorno furono arse dai pontificii. Per uccisione di nemici andarono lodati, dice la relazione istessa, tra gli uomini di Nonantola il cuoco de’ monaci benedettini, e Giovanni Saltini che ci verrà in breve nominato.259 128 Scrisse il Torricelli essere andato il cardinale alla Madonna di San Luca a celebrarvi la messa in ringraziamento alla Vergine, dalla quale reputava essere stato scampato dal grave pericolo in che allora incorse.

129 Scelte di azioni egregie di generali e soldati italiani, pag. 69.

130 Il titolo di questa stampa, secondo il documento archiviale, è il seguente: “Soccorso portato dal Ser. di Modena a Nonantola, e la rotta data alle due Armate de’ Barberini sotto il comando, una di Monsù di Valencé Francese, l’altra del M.se Mattei Romano, con la morte di D. Francesco Gonzaga, e d’altri morti e prigioni, seguita ai 20 Luglio 1643”.

131 “Poiché io non posso come Chiares Lidio erger colossi al sole, farò come Anassimene Milesio che con un semplice gnomone gli misurò i passi. Il picciol ferro del mio bolino, nell’accennare in questo foglio la grandezza d’un moto solo verso Nonantola farà forse più conoscer fra quest’ombre li raggi del suo valore che il vasto bronzo de’ Rodiani l’essenza di un Appollo che mai si mosse. Chi vedrà come qui V. A. venne, vide e vinse con pochi uno stuolo immenso, si ricorderà che i Cesari son proprii della sua casa e i fulmini della sua aquila. Dio protegga la felicità di quella, e di questa il volo. Dal Campo 26 Luglio 1643. Mario Federici Cimador da Carpi”.

132 Questa lettera fu edita nell’Archivio Storico Italiano (Appendice al tomo V) dal Polidori nel 1847. E va in essa notato non aver voluto il marchese tener conto di que’ veneti che facevan parte della guarnigione di Nonantola, forse perché non preser parte in campo aperto a que’ fatti d’arme.

133 Potrebbe questo ingegner militare essere Bernardino figlio del celebre cav. Francesco Tensini da Crema, che ci venne nominato, e morì nel 1630.

134 Ai bolognesi così rispose il papa, secondo scrive Torricelli: “Il signor Duca giuoca un poco più gagliardo degli altri, ma rimanderemo la palla. Stiano come noi allegramente e non dubitino”.

135 Abbiamo in proposito una lettera del marchese Francesco Montecuccoli, nella quale raccomandava al colonnello Colombi che risparmiasse i suoi feudi già rovinati dal nemico: i soldati di esso Colombi, diceva egli, essendo pagati dal duca, non debbon viver alle spalle degli altri. Eguali lamenti mandava da Montese il feudatario Massimiliano Montecuccoli.

136 Montecuccoli scrisse destituito il Pesaro.

137 Così scrisse Raimondo; altri dissero 1800 fanti e 200 cavalli agli ordini del colonnello Colombi.

138 Errò il Brusoni asserendo il sussidio dato dai veneti essere stato di 3000 cavalli.

139 Quel reggimento di garfagnini, che in effetto avrebbe dovuto avere 902 uomini, non ne numerava che 502 (da documento archiviale).

140 Ecco la lettera colla quale annunziava il Colombi la momentanea occupazione di Rocca Corneta: “Questa mattina sono partito da Montese colla gente per andare a Sillano Mattò, ma per istrada vedendo Rocca Corneda, bon villaggio guernito di qualche numero di soldati paesani, quali, se ben pochi, facevano gran strepito, per non lasciarla alle spalle mi sono risoluto di occuparla come ho fatto, potendo anche di qui servire ai signori Fiorentini”. Disse poscia che pel timore tardassero ad avanzarsi i toscani per unirsi a lui, aveva abbandonato quel castello (non senza prima saccheggiarlo, come da altri riscontri s’impara). E a questo lo aveva indotto ancora la fuga di molti de’ suoi uomini delle milizie di campagna, che si sarebber tratti dietro gli altri se più a lungo colà si fosse indugiato.

141 In altra sua lettera diceva aver avuto seco 450 fanti con cavalleria “e due truppe di carabini”.

142 Lodò Montecuccoli il valore in quel fatto dimostrato più specialmente dai dragoni, soldati addestrati a combattere a piedi e a cavallo.

143 Nel giornale modenese Memorie di religione, morale e letteratura fu pubblicata la lettera, colla quale ordinava Raimondo al Barozzi, governatore di Monteveglio, di abbandonar quella terra.

144 Montecuccoli scrisse che a difesa di Crevalcuore erano quattrocento fanti, quattro insegne, e che vi si trovarono molte spingarde, viveri e munizioni; e soggiungeva: “Un poco maggiore numero di gente che avessimo, faressimo ogni cosa: non si perderanno però le buone congiunture”.

145 Scriveva da Nonantola il Torricelli, venirgli narrato mandasse il cardinal Barberini mille scudi d’oro ai soldati che avevano ripreso Crevalcore.

146 Ricorderò a questo luogo anche una lettera del Testi, colla quale il duca raccomandava al Piccolomini un Mercure, capitano imperiale che lo aveva in quella guerra servito come tenente colonnello del reggimento di D. Giuliano Muzzaniga Losada, e tornava allora in Germania; ed altra del duca al governatore di Milano acciò venisse a Raimondo risarcito non so qual danno arrecatogli da un capitano Montano, che forse aveva militato sotto di lui nella passata guerra.

147 Il duca venne richiamato a Modena mentre era in viaggio, perché vi si aspettava il duca di Parma, col quale alquante ore s’intrattenne. Continuavano intanto le persone del suo seguito il viaggio per Venezia.

148 In una lettera al Trautmannsdorf dice il Montecuccoli aver fatto quel viaggio per la posta, senza cavalli, senza servitori e senza bagaglio. E ciò per la fretta, e perché contava ritornare in breve a Modena; e ch’esser dovesse brevissima la sua assenza, lo annunziava anche al principe Mattia.

149 Ciò confermano ancora le lettere del Bolognesi del 16 e del 30 di gennaio.

150 Il duca di Modena diede per ostaggio dei patti convenuti nella pace quel colonnello Gianlodovico Colombi da noi più volte nominato, al quale fu allora conferito il grado di sergente generale di battaglia.260 151 Castro fu poi fatto spianare al suolo nel 1649 dal papa Innocenzo X, che non volle risparmiati nemmanco chiese e conventi.

152 Siami concesso di aggiungere a questo luogo che nel conclave dal quale nel 1623 uscì egli pontefice, voleva il cardinal Borghese proporre pel pontificato il cardinal Pietro Campori, che già nel conclave del 1621 per poco non era stato acclamato papa. Se non che nello svolgersi delle trattative erasi dichiarato (nel 1623) contro di lui il cardinale Ludovisi, nipote del defunto Gregorio XV, potentissimo per avere insino allora governato a sua posta la chiesa e lo stato “lasciando, per dirlo col Muratori (Annali d’Italia, a. 1623), che il Papa si divertisse in ascoltar le accademie istituite nel suo palazzo... alle quali interveniva con piacere siccome persona dottissima ec.”. L’opposizione del Ludovisi, il quale di molti voti disponeva, e derivava forse dal ricordo che l’elezion dello zio fosse stata per cagione del partito che sosteneva il Campori, posta in pericolo, quella fu che, rendendo impossibile l’elezione di quest’ultimo, indusse i cardinali Borghese, d’Este, Farnese e di Savoia, capi dei cardinali che lui favorivano, a cessare le pratiche, e a votare pel Barberini. Questi particolari di un fatto in diverso modo da altri narrato, mi furono somministrati dal carteggio diplomatico di Francesco Mantovani che aveva a quell’epoca in cura gli affari del duca Cesare d’Este in Roma in dipendenza dall’inviato estense colà che era Fabio Carandini. Da una lettera di Fulvio Testi del luglio 1637 la singolar notizia ci vien poi data, che lui accusassero due cardinali di essere andato a Roma non per promuovere il conferimento del cardinalato al principe Obizzo d’Este (com’era il vero), ma per dar opera a far succedere il cardinal Campori, che contava allora 79 anni di età, a papa Urbano, il quale non pareva s’affrettasse a lasciar vacante la sede pontificia, che occupò più anni ancora dopo la morte del presunto suo competitore.

153 Questo Memoriale, importantissimo per la biografia del Montecuccoli, è da leggersi per intero nella Biblioteca modenese del Tiraboschi (tomo III, pag. 291) o nel tomo II dell’edizione delle Opere di Raimondo fatta dal Foscolo, ove è senza dubbio erronea la data appostavi del 14 dicembre 1644, laddove si sa che la risposta dell’imperatore fu scritta il 4 febbraio di quell’anno. In una lettera del 30 gennaio annunziava infatti il Bolognesi decretato allora dal consiglio imperiale il donativo del quale diremo. Chiaro è pertanto aversi a leggere, non il 1644, ma l’anno precedente.

154 Da una lettera scritta il 16 di gennaio 1644 dal Bolognesi, impariamo dovesse impetrare Raimondo il passo alle leve fatte da un colonello Mitri pel duca Francesco; ma dicemmo già non volere l’imperatore, ciò concedendo, prendersi brighe col papa.

155 Delle angustie in cui ebbe più volte a ritrovarsi per difetto di denari il Bolognesi, è parola anche in una lettera che il marchese Francesco Montecuccoli scriveva al duca di Modena il 24 di gennaio del 1642, dicendogli che, se non si mandassero al Bolognesi almeno mille talleri, non avrebbe saputo come liberarsi dai debiti nei quali trovavasi ingolfato. Era quel diplomatico stato ad Hohenegg al tempo ancora del conte Girolamo, facendo in una sua lettera del 1639 alcun cenno della bellezza di quel castello.

156 La sampogna del Pastor Elpireo con la Fionda e l’Iride poetica, in Lucca, per Giacinto Paci, 1649.

157 Tra questi era l’Hoffkirch, che essendo tenente colonnello, passò a servire i nemici dell’impero, e dopo alcuni anni rientrò al servigio imperiale con grado di tenente maresciallo.

158 Della morte del Richelieu scriveva Bolognesi che “molto ha rallegrata la corte di Vienna”.

159 Prese errore il Bolognesi allorché scrisse al duca di Modena, essere stato allora mandato Raimondo in Baviera: egli stesso peraltro annunziò successivamente spedito di nuovo il Montecuccoli a Dresda.

160 Il Menzel, poco riguardoso ne’ suoi giudizi, dice di Koenigsmark che “era uno de’ più sfacciati ladri di quella guerra”: ma lasciando anche la verità a suo luogo, rubava a quel tempo chi poteva, e circa questo più cose dicemmo, e saremo per dire, dei generali imperiali. Ma un’eccezione va fatta se non altro per Ernesto Montecuccoli, largo donatore del proprio, che morì indebitato, e per Raimondo che grandi dispendii in pro de’ suoi soldati sostenne: intorno a che sono a vedere il suo Memoriale all’imperatore, e quella giustificazione che più tardi ci verrà citata.

161 Dei discorsi fatti da Slick venne Raimondo informato dal Bolognesi che li attribuiva all’avversione pe’ forestieri. Circa l’Hazfeld scriveva Francesco Del Carretto, genovese marchese di Grana, che era ministro dell’imperatore a Madrid: “Non dubito della ripugnanza che ha il signor conte Hazfeld di unirsi ed accordarsi con qualsivoglia persona, perché è già nota la sua antipatia a tutto il genere umano e specialmente agl’italiani” (fra i documenti raccolti dal Gregori). Bolognesi, a sua volta, di lui diceva ch’era lento, ostinato, mal atto a comandare, e che alle trincere era continuamente ubbriaco (lettere del 5 di agosto e del 10 di settembre 1641).

162 Gli rappresentava il Bolognesi non essere di suo decoro il servire “di stanga di mezzo nell’esercito imperiale”. Il duca Francesco I, d’altra parte, sospese allora la trattazione di una causa che Raimondo, in uno colla famiglia Campori, aveva contro i Baranzoni, dicendo sperare potrebbe esso tra breve accudire in Modena a quella causa, come si ha dalla corrispondenza diplomatica di Ercole Baranzoni.

163 Forse con questo nome indicava Raimondo la terra or nominata di Jütterbock.

164 Opere di Raimondo Montecuccoli, edizione del Grassi, Tomo I, pag. 253.

165 Lettere del Bolognesi del 17 e del 24 di dicembre.

166 Non è questa la sola prova dell’avere lo Schiller nella Storia della guerra dei trent’anni mancato talora di quella imparzialità che è dote precipua di uno storico. Fra i molti avvenimenti di quella lunga guerra da lui passati sotto silenzio, non pochi ve n’hanno, ne’ quali acquistarono gloria generali italiani. A me basterà il ripetere a questo luogo ciò che nella mia Prefazione avvertii, non trovarsi cioè in quella storia nominati né Ernesto, né Raimondo Montecuccoli.261 167 Il Gejier nota nella sua Storia morti tre o quattro mila imperiali, tra i quali il giovane Piccolomini, uno dei nipoti del generale di tal nome.

168 In una lettera del cardinal d’Este al Bolognesi si legge: “Mi scrive ultroneamente il conte Raimondo da Praga pur in data del 25 aprile ch’egli partiva dalla Corte verso Silesia incaricato del commando di quelle armi: mi son rallegrato quanto doveva dell’impiego, e dell’opportunità ch’egli avrà di far spiccare il suo gran merito, e veramente spero di dover intender onoratissime nuove delle sue operazioni”.

169 Gebhardt, Geschichte des Reichs Ungarn. Pesth, 1802.

170 Il luogo ove questa battaglia accadde, è variamente indicato dagli scrittori; Heberstein lo dice il Priorato nella sua Historia delle guerre più volte citata; Mergentheim il Menzel e il Gejier, ai quali sarà bene attenersi.

171 A questa battaglia allude Raimondo due volte ne’ suoi Aforismi, dicendo: averla data gli svedesi in luogo diverso da quello al quale avevano accennato, e che mal consigliati furono gl’imperiali (ossia mal diretti) dal Mercy e dagli altri generali. La colpa principale della perdita di questa battaglia ricade su Jean de Werth che abbandonò il campo per inseguire un corpo di francesi, mentre gli altri l’esercito imperiale così indebolito disfacevano.

172 Al Menzel, al quale non sfugge alcun insulto, o atto d’ingratitudine fatto già a qualcuno de’ più illustri italiani, racconta a questo luogo, che in occasione del congedo ottenuto da Galasso, fuvvi (tra’ suoi nemici) chi fece battere una medaglia, con questa iscrizione: “Ciò che operò Galasso si vedrà a tergo”; e a tergo non era nulla. Se il fatto è vero, converrà pensare che gli anonimi autori di quell’insulto di cattivo genere siano stati essi gl’insecutori di Bernardo di Weimar e di Turenna, o quelli che vinsero a Nordlingen e in tanti altri luoghi ove Galasso acquistò allori, de’ quali non andò probabilmente ornata la fronte de’ suoi detrattori.

173 Il dottor Pietro Ricci, agente di Raimondo in Montecuccolo, compilò un albero della famiglia Montecuccoli, che ancora ci rimane.

174 Dell’ardore onde allora il Testi, che pur era cavaliere di San Jago, aveva accolto la politica anti-spagnola, fa fede un sonetto di lui che inedito (secondo stimo) è inserito in un manoscritto di poesie di lui, posseduto già in Modena da Giulio Besini, e del quale è copia anche nell’archivio di stato in Modena e presso di me.

175 Molti anni dopo la morte del Testi lui rammentava il Montecuccoli, alcuni versi suoi riportando in una nota al primo capitolo del libro II degli Aforismi.

176 G. B. Montecuccoli fu poi nominato capitano della guardia ducale delle corazze nel 1647, come trovai notato in una lettera di Mario Carandini, a quel tempo inviato estense in Roma.

177 Corrispondenza diplomatica di Fr. Mantovani, nell’Archivio estense, e Siri, Mercurio Veridico.

178 Quattro mila uomini, dice in una sua lettera Montecuccoli.

179 Io credo che i soccorsi che l’imperatore prometteva e non dava al Montecuccoli, al quale sottraeva invece una porzione de’ suoi soldati, fornissero argomento di risa nel campo nemico, giacché in una sua lettera al Wrangel si trova dicesse il general Wittemberg, sperare che i rinforzi dell’imperiale armata poco fastidio gli avrebber dato.

180 Così si trova notato nelle storie, ma noi vedremo essere rimasto qualche tempo ancora l’arciduca in Germania, e a capo, come sembra, delle truppe in campagna, forse perché non si era rimesso in salute il suo successore.

181 Una lettera del conte Alfonso al duca annunziavagli, il 26 di aprile del 1647, la morte di quell’insigne italiano. Lasciò esso due figli maschi, il primogenito de’ quali ebbe titolo di conte di Lucera nel napoletano, e due figlie maritate in Boemia, ove, come dicemmo, la famiglia di lui sussiste ancora.

182 A Vienna fu al conte Alfonso svaligiato il quartiere ove abitava; e mancatogli perciò il denaro, non restandogli se non cambiali a scadenza lontana, fu astretto a contrarre un debito.

183 L’imperatore punì allora il valoroso difensore di Egra, non Slick e Milander che non l’avevano soccorso. Montecuccoli, riferendo la resa di Egra al principe di Toscana, diceva dover affermare che quel colonnello, da lui chiamato Paradeis, mentre Paradisi lo dicono gli storici italiani, avea fatto tutto il possibile nella difesa, e che sotto Egra aveva il nemico perduto 600 uomini. Di quel comandante non fan parola gli storici tedeschi nelle opere loro da me consultate.

184 Turenna, nelle sue Memorie, afferma aver egli consigliato a quell’epoca che si proseguisse la guerra contro l’impero che n’andrebbe disfatto, e Francia e Svezia se ne dividerebbero le spoglie; ma prevalse il partito che voleva salvar l’impero a difesa del cattolicismo in Germania.

185 Lo storico Vedriani accenna al dubbio che potesse il conte Alfonso essere stato ferito, e vorrà intendere per errore, dai propri soldati. Sono nell’archivio estense alquante lettere nelle quali dà egli conto di quella guerra.

186 Le prediche manoscritte del padre Antonio sono ora da me possedute.

187 Dal campo sotto Cassel scriveva Montecuccoli il 26 di novembre, che “si cercava di astringer la Landgravia all’accordo di qualche contribuzione”.

188 Non crediamo che la Germania consentirà col Menzel, allorché in un luogo della sua storia di cotesto generale asseriva avesse vero cuore tedesco.

189 Di sei mila cavalli scrisse Montecuccoli.

190 Trovasi ricordo in altra lettera, che quel Martellini rimanesse allora ferito. Intervenne pure a quella battaglia un antenato del conte Passerini, attuale prefetto della biblioteca nazionale di Firenze, che esercitava l’ufficio di mastro di campo del Montecuccoli.262 191 Desta meraviglia il veder passata sotto silenzio questa bella impresa, così dallo Schiller, come da Mailàth e da Menzel.

192 Narra il Gazzotti che l’elettor di Baviera fece imprigionare Gronsfeld per non avere impedito al nemico d’entrare in Baviera.

193 Annales de l’Empire, année 1648.

194 Tra i caduti in quella giornata funesta agli imperiali, fu il conte Paolo Coccapani modenese, che andato alle guerre di Germania nel 1645 e, secondo che in una sua patente affermò il conte G. B. Colloredo nel reggimento del quale serviva, distintosi in più fatti d’armi e in assedii di piazze, era passato l’anno 1647 nel reggimento dell’illustre suo concittadino del quale tessiamo la storia. Furono da G. Campori poste in luce le lettere allora corse tra il Montecuccoli e monsignor Paolo Coccapani vescovo di Reggio, che quella annunziante la morte del giovane volle si tenesse per quale giorno segreta “insino a quando si possa concludere quello che s’avrà a fare”: come leggesi in un carteggio di Francesco Carletti agente suo in Reggio. Nel carteggio medesimo si nota poi che l’ultima lettera del conte Paolo alla famiglia aveva la data dell’undici di febbraio di quell’anno.

195 Il 30 di luglio scriveva Montecuccoli al principe toscano, esser giunto il dì precedente al campo l’infelice avviso dell’entrata di Königsmark nella città piccola di Praga; “accidente che ci ha molto sconcertato le nostre cose”, come dice in altra sua del 10 di agosto.

196 Nota il Menzel che l’elettore, troppo umiliato dalle sventure, dovette tollerar di vedere nel suo stato a capo di un corpo di cavalleria imperiale Jean de Werth, che dicemmo aver disertato dalle sue bandiere.

197 Trautmansdorf è detto da Mailàth, grande, brutto, con gran naso e gran parrucca: ma aveva maniere concilianti, e l’arte di persuadere.

198 Questa lettera è nella raccolta di autografi di Giuseppe Campori.

199 Veyhe-Eimke, Octavio Piccolomini, Quellen-Studie ec., Pilsen, 1871. In una lettera che Montecuccoli scriveva il 10 di dicembre 1653, è ricordata una gara di precedenza tra il Piccolomini e il Lobkowitz sul posto loro riserbato nel banco del toson d’oro, che venne risolta in favore del primo.

200 La lettera di Raimondo al principe Mattia è datata da Swecht presso Ebersdorf.

201 Aveva precedentemente scritto Raimondo al principe Mattia, aver divisato di venire per l’anno santo in Italia. Gli annunziò poscia che avrebbe approfittato delle dieci settimane di congedo concessegli, per visitare la Fiandra e l’Olanda.

202 Si estinsero poi nel presente secolo anche i Caprara-Montecuccoli.

203 Giulio Montecuccoli fu educato nel collegio del cardinal Federico Borromeo a Milano.

204 I primi ad essere licenziati furono i soldati che in guerra avevano perduto i loro cavalli, ed erano in numero di ottomila. A ciascuno di loro si dettero diciotto fiorini e mezzo per un mese di paga. Ed era questa la gente più agguerrita e veterana che avesse mai avuto la casa d’Austria, per dirlo colle parole del Montecuccoli, che queste notizie, in due sue lettere al principe Mattia, ci somministra.

205 Nell’archivio estense è una scrittura del Testi, nella quale, a nome del duca, rispondeva alle ragioni addotte in iscritto da Borso per giustificare quel matrimonio suo.

206 Da una memoria nella collezione di documenti modenesi, già proprietà dei Pagliaroli, ed ora presso il generale conte Luigi Forni, che dà conto di quelle feste incominciando dal giorno 5 di aprile, quando andò il duca con 48 carrozze a sei cavalli ad incontrare gli arciduchi al confine dello stato, insino al giorno 15, in che partirono que’ principi per Bologna, ci vien veduto essersi fatti corsi mascherati con 250 carrozze, esercizi equestri, rappresentazioni ne’ teatri, feste di ballo, una delle quali in casa Campori, gran caccia nel bosco di Nonantola ec.: alle quali feste, o alla maggior parte di esse, sarà intervenuto il Montecuccoli.

207 In un elenco dell’archivio Montecuccoli è indicata la scrittura del matrimonio di Camillo Molza e di Anna Montecuccoli, avvenuto nel 1611. Non so poi donde traesse l’Huissen, che fosse Giovanni Molza “uomo di gran grido per la sua bravura e destrezza”. Sarà egli per avventura quello del quale dicevamo, sotto l’anno 1644, che andando a militare per Francia, fu fatto prigioniero con altri in mare da’ corsari, che alcun tempo lo tennero tra loro in schiavitù.

208 Visitava forse in cotal circostanza Raimondo il principe Mattia in Toscana, come vedemmo che si era proposto di fare.

209 Ci rimane la lettera colla quale il 2 di novembre di quell’anno 1652 lo accompagnò Raimondo al suo partire per Firenze, e quella con cui rispose alla partecipazione del suo arrivo colà.

210 Amarante era il nome del personaggio da Cristina rappresentato in un festino nel quale tutti gl’invitati assumevano il nome e le vesti di una divinità pagana. La decorazione era in diamanti col motto in italiano: “Dolce nella memoria”. Chi fra i decorati avesse moglie (o marito), giurava, se rimanesse vedovo, di non passare a seconde nozze, e i nubili di non ammogliarsi; condizioni che si sarà presa in senso di uno scherzo, com’era press’a poco l’ordine stesso. Si componeva questo di 15 cavalieri e di altrettante dame con a capo la regina. Fra gl’italiani successivamente ascritti a quell’ordine, troviamo il Caprara, un Morosini, uno Strozzi. Privilegio dei decorati era di poter intervenire il sabato al pranzo della regina in una sua villa ne’ sobborghi di Stokolm.

211 E’ copia, nell’archivio estense, della relazione sulla conversione di Cristina al cattolicismo, dal gesuita Donelli mandata al suo confratello Casati che con un compagno era andato per commission del papa ad istruirla nelle cose di religione, come precedentemente aveva fatto il portoghese Macedo, gesuita pur esso. E concorda questa scrittura colla263 narrazione che di quel clamoroso fatto ci lasciò l’Arckenholtz. In Modena fu stampata nel 1844 un’operetta intitolata: Conversione alla fede cattolica di Cristina regina di Svezia... cavata da documenti autentici ed originali dal P. G. Boero. Della conversione della regina a lungo è discorso nella vita del papa Alessandro VII del cardinale Sforza Pallavicini, del quale fu ancora stampato un opuscolo in Roma nel 1858, che descrive il primo viaggio di lei a Roma.

212 E’ questa la lettera che, comunicata allora da Cristina a Raimondo, fu poi pubblicata da Voltaire nella vita di Luigi XIV.

213 La cita quello storico ove dice della rendita di 80.000 risdalleri postasi insieme dal La Gardie in gran parte con donativi di Cristina, che gli avea dato in moglie la sorella del palatino Carlo Gustavo, poi re di Svezia.

214 Narra il cardinal Pallavicino, che insino dai primi suoi colloqui col padre Macedo avendo essa inteso da lui non avrebbe potuto esercitare celatamente gli atti della religione cattolica facendo mostra nelle pratiche esterne di essere tuttavia luterana, gli rispose che in tal caso avrebbe abdicato.

215 “J’ai chargé le comte Montecuculi d’une commission par laquelle il informera V. M. du changement que j’ai médité depuis long temps”.

216 E’ nell’archivio estense in Modena una rimostranza fatta al duca dagli uomini di Montecuccolo, sudditi di Raimondo, risguardante gli armamenti che allora si stavano facendo, e pe’ quali si voleva loro imporre di mandare ogni 15 giorni gente loro alla guardia di Reggio, mentre trovavansi ridotte le milizie loro a soli 48 uomini, 20 de’ quali assenti dallo stato per guadagnarsi il vitto.

217 Breve e sincerissima informazione di quanto è successo negli emergenti ultimamente accorsi per l’invasione seguita delle armi spagnole negli stati del duca di Modena ec. Modena, per Andrea Capponi, 1655.

218 Francesco Pirovano, professore di letteratura nell’università di Pavia, celebrò in un volume di 305 pagine, intitolato Le glorie di Pavia, le geste ispano-pavesi al tempo di quell’assedio, durato 52 giorni.

219 Tale non era Raimondo.

220 Priorato, Vita di Cristina di Svezia.

221 Nell’archivio estense è la minuta di una lettera del 19 di novembre, con la quale il duca di Modena accompagnava la persona da lui incaricata di riverirla a suo nome, che dovrebbe essere Francesco d’Este, nominato tra quelli che con lei trovaronsi nel territorio veneto, e ancora allorquando fece ella il solenne suo ingresso in Roma. Reca il Mutinelli nella sua Storia arcana, la relazione dei due cavalieri del senato veneto delegati a provveder d’ogni cosa la regina ne’ dominii della repubblica, e nota che fra i commestibili che le furono presentati mentre era a cena, volle le si servissero immantinente le ostriche, cento delle quali vennero consumate innanzi il termine della cena. Erano suoi commensali il Pimentell, don Antonio de la Cueva colla moglie, e Raimondo Montecuccoli. La repubblica per altro, dice il Pallavicini, o per rispetti politici o per differenza di cerimonie, l’accolse solo come privata.

222 Appendice n. 9.

223 Dalla relazione del cardinale Pallavicini impariamo che Raimondo in quell’ufficio scambiò don Antonio de la Cueva, maggiordomo di lei, che per infermità sopravvenutagli non poté eseguirlo. Reca lo scrittore medesimo la lettera di Cristina al papa, della quale fu apportatore il Montecuccoli. E’ in data del 5 di novembre 1655 da Innsbruck.

224 Il Montecuccoli, in una lettera per noi citata, scriveva che lo colmò di favori con atti di somma gentilezza.

225 Quest’ultimo è forse quel Pietro Tagliavini che nel 1659 fu fatto bibliotecario ed archivista del duca di Modena Alfonso IV, e del quale tre opuscoli si hanno alle stampe (veggasi Tiraboschi, Biblioteca modenese).

226 Scriveva da Roma il Pieroni da noi già nominato, che servivasi Raimondo colà di carrozza a sei cavalli, non specificando poi se soltanto in circostanze solenni, ovvero ogni giorno.

227 Casimiro era stato gesuita e cardinale.

228 Anche Montecuccoli scrisse richiesto d’aiuto il re d’Ungheria e di Boemia (L’Ungheria nel 1673).

229 Historia delle guerre d’Europa arrivate dall’anno 1643 sino al 1680, descritta da D. Pietro Gazzotti e consecrata all’Altezza Serenissima del signor duca Francesco II di Modena. Venezia, 1681, appresso Nicolò Pezzana, con licenza ec.

230 Di Leopoldo, poiché fu assunto al trono imperiale, scriveva tra l’altre cose il Nani: che destinato al clero, e allievo di letterati amanti della pace, gli mancava l’ardire bellicoso, né mai (come infatti accadde) sarebbe andato alla guerra, avendo poi anche debole una gamba. Al pari degli altri principi austriaci amava la musica e la caccia. Severamente fu questo imperatore giudicato da Rotteck e da altri: ma le lodi non gli mancarono di più storici: e notava ancora Mailàth, avere alla inettitudine sua alla milizia supplito quattro grandi generali che successivamente guidarono le sue truppe, Montecuccoli, il duca di Lorena, quello di Baden e il principe Eugenio di Savoia “che non possono essere ricordati in Austria senza sentimento di gratitudine”. Più fortunato questo imperatore non marziale nella scelta de’ generali che in quella de’ ministri.

231 Appendice n. 10.

232 Il Magalotti, del quale più oltre avremo a dire, scrisse intralasciato da lui in Vienna lo studio della lingua tedesca, non usata se non dagli staffieri, tutti colà parlando italiano.

233 Quella raccolta è intitolata: Diporti dell’accademico Crescente, divisi in rime morali, devote, heroiche, amorose. In Brussella appresso Gio. Nommartio MDCLVI, come mi avvisa il distinto diplomatico svedese che a mia istanza si tolse la briga di ricercare quell’opera in Brusselles.

234 Appendice n. 11.264 235 Della venuta di Cristina a Modena è discorso in una lettera del marchese Massimiliano Montecuccoli all’ab. Onofrio Campori, scritta il 18 di luglio 1657; e di questa, e delle relazioni di Cristina coi principi estensi, darò conto, se così piaccia a Dio, in altra scrittura.

236 Il Monaldeschi, di antica e nobile famiglia d’Orvieto, prima di andare al servigio di Cristina s’era proposto di chiedere non so quale officio nella corte del duca di Modena Francesco I, che di lui si era valso per fare arrolamenti, come si ritrae dal carteggio diplomatico di monsignor Muzzarelli: e buon per lui se la richiesta sua fosse stata accettata!

237 Carlson, nella recente sua storia di Svezia, dice Montecuccoli a capo di 6000 uomini, e differisce ancora dagli altri storici che consultammo, quando scrive che più non erano soldati di Racokzy in Cracovia allorché l’assalì Montecuccoli.

238 Appendice n. 12.

239 Federico II nelle sue Memorie di Brandeburg tace de’ 6000 uomini allora promessi, che sono ricordati da altri storici, e non accenna che ad un soccorso reciproco di 2000 uomini.

240 Bastò al re Federico II di Prussia questo titolo dato al grande elettore per attribuire ad esso, nell’opera poco fa citata, anche le imprese esclusivamente proprie degli imperiali guidati dal Montecuccoli, il quale con evidente ingiustizia neppure fu da lui nominato.

241 Si ha una lettera di Raimondo del 27 di settembre 1658 dal campo imperiale nel Meklemburg.

242 La moglie del re di Svezia apparteneva alla famiglia di Holstein-Gottorp.

243 Aforismi, lib. I, cap. VI.

244 Lettera di Montecuccoli del 26 di decembre 1658 al principe Mattia.

245 Sono nell’archivio di stato in Modena alcuni fogli di un giornale senza titolo che si stampava dal Cassiani in Modena stessa, nel quale, oltre le notizie di varii paesi, ve n’hanno alquante sui movimenti delle truppe comandate dal duca Francesco in quella guerra.

246 Il generale conte Luigi Forni pubblicò nella Strenna modenese dell’anno 1846 un sunto della relazione di questa ambasceria, scritta da Guglielmo Codebò, uno degl’inviati, che erano in tutti ben 35 persone, fra le quali trovavansi dottori, cappellani e musici. Da Venezia ad Hall viaggiarono a cavallo, da Hall a Vienna per acqua su l’Inn. e poi sul Danubio. I cavalli destinati all’imperatore chiamavansi il Riccio e il Pomposo. Assistettero i componenti l’ambasceria ad una caccia di cervi nell’acqua, uccisi dall’imperatore e dall’arciduca Leopoldo che spararono di continuo.

247 Questo Francesco di Giulio Montecuccoli quello sarà che, dopo stato in offici aulici presso gli estensi, si fece cappuccino.

248 Questi avvenimenti sono dal Montecuccoli medesimo descritti nel cap. VIII degli Aforismi.

249 Di questi polacchi scriveva G. B. Montecuccoli da Vienna il 9 di agosto, che ammutinatisi per mancanza delle paghe, ricusavano opporsi a duemila svedesi che scorrevano il paese. Così dicevasi in Vienna, e sarà stata cosa di breve durata.

250 Cinquemila uomini dice il Carlson, e lieve è la differenza.

251 Alvise Molin, residente veneto a Vienna, riferendo al senato delle cose di Germania, diceva dell’immensa confusione che era nei ministeri di quella città: ed allegava ad esempio che il Montecuccoli, non ricevendo risposta ad un suo dispaccio da Stettino, ventisei volte lo replicò, senza che nessuno di essi giungesse sino al ministro. Credeva il Molin avesse annunziato Raimondo la resa di quella città, ma d’altro avrà voluto dar conto allora quel generale.

252 Ebbero gli alleati, come scrive il Carlson, in poter loro nella Pomerania anche Collin, Greiffenhagen e Cammin.

253 Un giudicio molto favorevole sulle imprese e sulle qualità militari di Carlo Gustavo reca il Carlson nella sua Continuazione della Storia di Svezia del defunto Gejier (tomo IV, cap. 5). Un gran principe lo diceva il veneto Nani, di belle qualità ed eccellente soldato, aggiungendo che l’imperatore aveva sperato che la complession sua debole e la sua corpulenza enorme lo avrebber levato presto dai campi di guerra.

254 Lettera al principe Mattia de’ Medici. E’ nell’archivio estense una lettera d’ignoto, che sarà, come credo, il Priorato, il quale accompagnò la regina in quel viaggio; in essa, continuandosi i precedenti ragguagli circa le onoranze che alla regina si rendevano nei luoghi pe’ quali passava, narra quelle che a lei furono fatte in Stokolm. Da quella lettera s’impara ancora, che Cristina aveva in Roma i ritratti de’ principali senatori di Svezia. Da quella città era essa partita dopo riconciliatasi col papa, che l’aveva fatta ammonire circa “i suoi costumi ridicoli e leggieri”, per usar le parole del cardinal Pallavicini, “de’ quali non s’era veduta mai l’emendazione”. Le regalò il papa diecimila scudi pel viaggio, e la fece accompagnare a Marsiglia da quattro sue galere, in una delle quali erano marinai malati di peste che la comunicarono a Genova, ove alcuni di loro sbarcarono (Pallavicini, opera citata).

255 Racconta Raimondo negli Aforismi, avergli quell’elettore dato a leggere un manoscritto nel quale narravansi le imprese del principe d’Orange. Da Berlino scriveva al principe Mattia di aver fatto avere al capitano Passerini, che nominammo nella Prefazione, una compagnia nel reggimento del colonnello Sulz, allora nell’Holstein (lettera del 25 di febbraio 1660): fu poi esso riformato al termine di quella guerra.

256 Giavarino, ceduta per denaro ai turchi nel 1594 dal suo comandante, un conte Hardegg, che venne perciò decapitato in Vienna, fu nel 1598 ricuperata da uno Schwarzenberg (Bizozero, Notizie sull’Ungheria ec., Bologna, 1686).

257 Narra nelle sue Historie il Brusoni che, giunta all’imperator Leopoldo la notizia della perdita di quella piazza mentre s’apprestava ad andare a caccia, vi andò egualmente, dicendo che “per consimili frasche non doveva Cesare pregiudicarsi ne’ suoi passatempi” (Lib. XXIX, pag. 720).265 258 “...einen musterhaften Feldherrn, den Montecuccoli” (Menzel, Geschichte der Deutschen, tomo III, pag. 12).

259 Negli Aforismi lasciò notato il Montecuccoli che furono le sue ragioni rappresentate all’imperatore, ma non dice da chi.

260 70.000 disse Priorato, ma è da tenersi al Montecuccoli, senza dubbio, meglio informato.

261 De’ transilvani, diceva Bizozero nelle sue Notizie sull’Ungheria, che stavano pel turco, “che lascia che credano come vogliono”.

262 Un resto delle simpatie turco-ungheresi si mostrò nella recente sollevazione dell’Ungheria, i profughi della quale trovarono benevolo asilo ed uffici in Turchia.

263 Le piazze che il Montecuccoli, oltre Clausemburg, occupò in Transilvania dal prete Bizozero, che quelle contrade descrisse, sono indicate coi nomi di Samosvisnar, Betten, Kovas e Zechelheyd.

264 “I più intimi de’ miei familiari, paggi, camerieri, mastro di stalla, cuochi, cappellano, segretario e simili nella medesima ora trapassarono” (Aforismi riflessi alle pratiche delle ultime guerre d’Ungheria, edizione del Grassi, in nota a pag. 27, vol. II).

265 Negli Aforismi è detto non sapersi come morisse Kemeni: “i più lo tengono caduto da cavallo, e da’ suoi medesimi a caso o a studio, calpestato” (lib. II, cap. 2) e il Bizozeri scrisse: “o per caduta da cavallo, o per tradigione de’ suoi”. Mailàth asserì gli passasse sul corpo la sua cavalleria.

266 Notizie particolari... de’ regni d’Ungheria, Croazia e Principato di Transilvania, opera di D. Sempliciano Bizozeri, Bologna 1686.

267 Mi sia lecito ricordare a questo luogo, come col reggimento Carafa partisse allora il conte Cesare Campori, che vi militava con grado di cornetta (sottotenente) ed era stato in quell’anno medesimo dal cardinal d’Este raccomandato al Montecuccoli. In Ispagna militò come capitano di cavalleria sotto Alessandro Farnese, pel quale avevagli dato lettere commendatizie il duca di Modena.

268 Aforismi riflessi alle pratiche delle ultime guerre nell’Ungheria, lib. II, cap. 3, pag. 41, 42.

269 Così il Montecuccoli: il Priorato disse invece il vescovo di Vesprim, ma sarà da credere al primo.

270 Abbiamo dal Montecuccoli stesso descritti i gravi imbarazzi ne’ quali a quel tempo si ritrovò, i pericoli da lui incorsi, e la necessità in che fu posto di assottigliare ancora le sue schiere per ben presidiare l’isola di Schutt indispensabile a conservarsi, e dove entrò poi egli stesso, nonché altri luoghi che si trovavano abbandonati dagli abitanti.

271 Nella sua narrazione di cotesti fatti non parla il Montecuccoli della sedizione di que’ soldati, come non disse di quella di Clausemburg, alieno com’era dallo svelare, ove tacer li potesse, fatti disonorevoli alle milizie.

272 Salaberry, Storia dell’Impero Ottomano.

273 “Il conte Holabò (sic) chiamato dagli italiani Holach”, così il Federici. Ercole Scala nella sua Ungheria compendiata, stampata in Modena nel 1686, dette a questo generale il vero suo nome di Hohenlohe.

274 De’ viaggi del Montecuccoli in quell’anno è ricordo ne’ dispacci del Federici: il 20 di marzo annunziava il passaggio di lui per Linz, reduce da Vienna, ove avea dato già ordini per la partenza di truppe destinate a raggiungere il Souches. Il 15 di aprile scriveva: “è ripassato il Montecuccoli per le poste a Vienna per disporre la ventura campagna”.

275 Dice il Bizozero che Kanissa fu venduta nel 1600 da un Paradisi (Paradeis come altri scrivono) ai turchi.

276 Un consimile parallelo per l’anno precedente fu dal Montecuccoli inserito negli Aforismi riflessi alle pratiche delle ultime guerre d’Ungheria, a pag. 41, edizione del Grassi.

277 Fra coloro che in Italia sparlavano del Montecuccoli, era il general Mattei per noi già nominato, come alla sua corte scriveva il marchese Rangoni, ministro estense a Roma, che aggiungeva tenergli bordone il cardinal Pio.

278 Mal si oppose il Freschot notando nella sua storia, avere l’imperatore ordinato si lasciasse conquistare Zrinivar, con che sperava che i turchi più facilmente inclinerebbero alla pace; né meglio colse nel segno lo storico Gebhardi, scrivendo che non volle Montecuccoli impedire l’acquisto di quel forte, ch’egli invece difese ad oltranza.

279 Era ben lungi il Montecuccoli dall’avere esercito così numeroso.

280 Parrebbe volesse dire il Federici che non stanno saldi.

281 Scrisse lo Stom, essere andati Montecuccoli e il marchese di Baden con 20.000 cavalli al soccorso di quella piazza. La qual cosa non parmi verosimile: né vi erano i ventimila cavalli de’ quali tenea parola quel diplomatico, che riferiva una voce corsa allora per Vienna: né forse era giunto ancora al campo il marchese di Baden.

282 Nota il Mailàth che dal villaggio di Moggendorf, che fu il centro del terreno ove si combatté, avrebbe dovuto chiamarsi la battaglia che si disse di San Gottardo.

283 Di questo capitano Gallo, scriveva il Federici al senato veneto, che reputandosi troppo scarsamente ricompensato a Vienna pel servizio reso agli imperiali, chiedevagli una lettera commendatizia pel doge, sotto del quale diceva aver già servito come colonnello veneto: ma egli, il Federici, conoscendolo cattivo turco e poco buon cristiano, si ristrinse a dargli solamente un passaporto.

284 Erano in Ungheria allora 130.000 turchi, o 150.000 come disse Salaberry, ma non si trovarono tutti a San Gottardo; una parte di essi raggiunse solo dopo la battaglia quelli che avevano combattuto.

285 Il Paradisi, nella 25ª nota al suo elogio del Montecuccoli, assegnò per errore all’anno 1670 questa battaglia.

286 Di questo duca di Lorena, narra il Coxe, che essendosi presentato al campo imperiale un turco riccamente vestito per sfidare, all’uso de’ paladini antichi, a singolar certame il più bravo tra i cristiani, fu esso che accettò la sfida, e al baldanzoso ottomano dié morte; buon presagio di vittoria per l’esercito.266 287 Narrasi d’una strana preghiera da questo generale prima di precipitarsi sul nemico rivolta a Dio, chiedendo che, se aiutar non voleva i cristiani, non aiutasse almeno i turchi, e n’avrebbe un bel spasso. Fu lo Spork un buon condottiere di cavalli, e come tale valorosissimo: ma come accadde ad altri capitani di quella speciale milizia, non sarebbe stato in grado di ben condurre un esercito. Dicemmo già che lo Spork aveva con Jean de Werth disertato dall’armata bavarese.

288 Il Montecuccoli negli Aforismi lodando, come più volte gli accadde di fare, il valore dei turchi, lasciò scritto: “Io gli ho veduti gettarsi colla sciabla in bocca due volte entro la Mura e una volta entro il Raab per tentare in faccia nostra di passare a nuoto”. Attribuiva egli in quel luogo in gran parte il valore di que’ soldati ai premi smisurati che loro si davano, e alle pene atrocissime ond’erano minacciati, dicendo poi che “i supplizi e le ricompense sono le redini dello Stato”.

289 Temesdorf lo disse il Federici. “Le ossa dei cristiani morti in quella battaglia furono non è molt’anni dissotterate, e poste in un monumento eretto sul luogo con iscrizioni in latino, in ungherese, in tedesco e in francese” (Mailàth).

290 Il Federici in una lettera del 24 di agosto 1664 annunziava giunti a Vienna sette cannoni di quelli presi ai turchi sul fiume Raab. Il Priorato fa ascendere a 126 le bandiere e gli stendardi allora conquistati.

291 Una lettera che il 25 di gennaio del successivo anno indirizzava Raimondo al patriarca di Aquileia, ci fa conoscere che avevagli quel prelato dedicata un’ode da lui composta sulla battaglia di San Gottardo.

292 Appendice n. 13.

293 In una lettera del conte Antonio Montecuccoli, scritta il 24 di marzo del 1788 al Gregori, trovo indicato un documento che diceva esistere nel suo archivio, una lettera cioè (senza dubbio in copia) scritta in quest’anno medesimo dall’imperatore al papa in favore di Raimondo e della sua famiglia, forse per la causa che ebbe essa nella rota romana coi Cellesi, o per consimili affari; se pur non diceva dei meriti acquistati verso la religione dal Montecuccoli con quella vittoria.

294 L’editore pose a quella orazione il prolisso titolo che segue: Orazione da farsi a Dio da un capitano nel procinto di dar battaglia, o di commettersi a qualche militare impresa, del conte Raimondo Montecuccoli generale degli eserciti di Cesare, in cui risplende col valore la pietà di Gedeone, e in virtù della quale ottenne alle sponde del Raab quella grande e memorabile vittoria che assicurò la Christianità dalle barbare stragi del ferro ottomano.

295 La relazione dello Zane è tra quelle che tradotte dall’italiano furono stampate in francese a Colonia nel 1681. Del Porcia scriveva nel 1659 da Vienna il marchese Giovan Battista Montecuccoli, avere egli medesimo confessato superiore alle sue forze l’officio che copriva; il che era vero, e più lo divenne col crescergli degli anni.

296 Storia arcana ed aneddotica d’Italia raccontata dai veneti ambasciatori, Venezia, 1858, tomo IV.

297 Ristretto dell’Historia d’Ungheria... Bologna, 1686.

298 L’opera del dottor Grossmann così è intitolata: Der kaiserliche Gesandte Franz von Lisola in Haag, 1672-73, etc. e fu stampata in Vienna dal Gerold nel 1873.

299 Pascoli, Vite di pittori, scultori e architetti; Giuseppe Campori, Gli artisti italiani e stranieri negli stati estensi.

300 Si ha per le stampe la: Perfetta e veridica relazione delli processi criminali, ed essecutori delli medesimi fattasi contro li tre conti Fr. Nadasdi, Pietro di Zrin e Fr. Cristoforo Frangepani, Vienna, Cosmerovio, anno 1671, con rami.

301 Nota Voltaire che in quell’esercito militavano soldati di nazioni diverse, 10.000 svizzeri di nuova leva, oltre i reggimenti che già erano al soldo di Francia, 3000 inglesi, 3000 catalani, 1200 allemanni, e tra gl’italiani 3000 genovesi e 6000 piemontesi (Vita di Luigi XIV).

302 Di questo essendo stato Raimondo ringraziato dal cardinal Rinaldo d’Este, ci rimane la lettera responsiva di lui, ov’è detto che avrebbe procurato a quel giovane il modo di procacciarsi onore.

303 Appendice n. 14.

304 A questo conte Carlo sembra alluda una lettera del 6 di agosto 1674 scritta dal padre Carlantonio, ove dice di due cavalieri tedeschi e del Montecuccoli che, uscendo di notte da una bettola ove si erano ubriacati, insolentirono a spada sguainata contro un alfiere della città (forse Vienna), e due volte assaltarono il corpo di guardia, ferendo anche un soldato in bocca: assaliti poi essi alla lor volta, fuggirono. Questo conte Carlo, che credo sia il fratello di Giuseppe or nominato, doveva avere almeno 48 anni, trovandosi che entrambi erano nel collegio di Modena nel 1635, insieme coi conti Alfonso e Guido Montecuccoli. Il padre Carlantonio vi era nel 1638. Carlo aveva militato nell’esercito imperiale, e dicemmo già che di Germania venne a prender parte alla guerra nel modenese l’anno 1643.

305 Del Doneval fa questo strano ritratto il conte Magalotti, i giudizii del quale non si possono però accettare ad chius’occhi: “Uomo intrepido: amico di gloria: ma pieno di vanità e di presunzione, superiore assai alla sua intelligenza.

Intelligente però assai; ma a maneggiarsi difficilissimo. Amante d’ogni sorta di rapina” (lettere edite dal Guasti).

306 Ci piace riferire qui in nota le rimbombanti parole colle quali l’Arese in una sua lettera lodava il Montecuccoli che “ha saputo imbrigliare quella orgogliosa baldanza che giganteggiava con temerarie e quasi non più udite massime sino alle stelle”.

307 Egli vi commise d’indignités affreuses, come si legge nella biografia di Turenna del Cavaignac.

308 Fu quel matrimonio celebrato per procura in Modena il 30 di settembre di quell’anno 1673.

309 Articolo tradotto dal marchese Matteo Ricci pel giornale La Rivista Europea di Firenze, fasc. del 1° giugno 1875.

310 Ben più aspre proposte faceva nel 1686 il prete Bizozeri nell’opera sua che altrove citammo, volendo che col ferro e col fuoco si distruggesse il protestantismo in Ungheria, e lo spirito di ribellione ivi dominante; e con uno di que’ giuoch1267 di parole, che piacevano al tempo suo, diceva, che a sanar l’Ungheria converrebbe cacciarne fuori l’Ungheria; e vorrà dire deportarne gli abitanti 311 Per quel principe adoperavasi in Roma, appena morto il re Michele, monsignor Uguccione Rangoni agente suo colà, e trattava a tal uopo con un principe Lubomirski (Corrispondenza diplomatica, nell’archivio estense in Modena).

312 Così il Mailàth.

313 Racconta Mailàth che si appropriavano i domestici dell’imperatore le bottiglie e i vasi vinarii, allorché rimanevano vuoti, e li rivendevano all’amministrazione della casa imperiale.

314 Una lettera del Dragoni parrebbe indicare che fosse stato destinato da prima il Montecuccoli a combattere contro gli svedesi nel Brandeburg; ma di ciò non trovo indizio altrove, né la cosa mi sembra verosimile.

315 Al tempo medesimo partiva alla volta dell’esercito imperiale il conte Carlo Montecuccoli da noi già nominato.

316 Ignoro se Borgognone sia cognome dell’autore della Relazione, ovvero, come non è improbabile, che fosse egli nativo della Borgogna. Di una famiglia Borgognone è qualche ricordo in Italia.

317 Un vivente scrittore militare concede al Montecuccoli il vanto di aver preceduto molti nel proporre il combattimento in campo aperto anziché dalle fortezze (Gandolfi, Bologna e l’Appennino).

318 Mémoires de M. le Marquis de Feuquières L.-Général, Londres, 1740.

319 Tra le poesie inedite del celebre medico Bernardino Ramazzini una ve n’ha sulla espettazione in che si era di una battaglia fra que’ due famosi capitani, e in essa si augurava che quelle grand’anime si congiungessero in pace.

320 “Wer die Mittels der Sieges weise bereitet, der erlangt Sieg” (Allgemeine Geschichte).

321 L’art de la guerre, Chant II.

322 Nell’opera delle Azioni di generali e soldati italiani è detto essersi venuto tra que’ due ad un accordo, secondo il quale avrebbero essi a vicenda comandate le truppe.

323 Montecuccoli non aveva 67, ma 66 anni.

324 Dicemmo già che il forte a difesa del ponte di Strasburg l’avevano in guardia milizie strasburghesi; ora, cessato il pericolo di rappresaglie francesi, il ponte veniva consegnato ai soldati dell’imperatore.

325 Sulla vittoria di Altenheim fu fatto in Modena un sonetto del quale basterà riportare gli ultimi versi che dicono: “Né sia che alcuno i regni augusti invada, / Mentre ad un Fabio e ad un Marcello uguale / Dell’impero roman sei scudo e spada”.

326 Mémoires de M. L. C. D. R. contenant ce qui s’est passé sous le ministère du cardinal Richelieu.

327 Una lettera del re d’Ungheria al marchese Giambattista facevagli la medesima promessa pel figlio di lui (Archivio Montecuccoli in Modena).

328 Altre truppe mandavansi allora nel milanese agli spagnoli.

329 S’era Montecuccoli trovato altra volta, durante la guerra dei trent’anni, ad un assedio di Hagenau, come a suo luogo narrammo.

330 Campagne del Montecuccoli: 1626-27 in Slesia? 1629 nei Paesi Bassi, 1630 in Slesia, 1631 a Magdeburg, 1631 in Sassonia, 1632 in Alsazia, 1632 a Lützen, 1633 in Alsazia? 1634 a Ratisbona (Regensburg), 1634 a Nordlingen, 1635 al Reno, 1635 in Baviera e in Sassonia, 1635 a Magdeburg, 1636 in Germania (battaglia di Wittstock), 1637 in Germania, 1638 idem, 1639 idem, 1642 in Boemia, 1643 a Modena, 1644 in Franconia, 1644 nel Jutland, 1645 in Slesia, 1645 in Ungheria, 1645 in Germania, 1646 in Slesia, 1647 in Slesia, 1647 in Boemia e a Cassel, 1648 in Boemia e in Baviera, 1657 in Polonia, 1658 in Polonia, 1658 nel Meklemburg, nell’Holstein e nel Jutland, 1659 nel Jutland e in Pomerania, 1660 nel Meklemburg, 1661 in Ungheria, 1662 idem, 1663 idem, 1664 idem, 1672 al Reno contro i francesi, 1673 idem, 1675 idem.

331 Il Gianforte venne alloggiato nel palazzo imperiale, e trattato, come dice il Bianchi, con gran distinzione.

332 Erano genitori di questa imperatrice Ferdinando arciduca del Tirolo e Anna di Cosimo II de’ Medici, figlio il primo di quella Claudia de’ Medici, della quale più addietro toccammo parlando del conte Girolamo Montecuccoli.

333 Viveva allora in età di 70 anni tra i gesuiti un padre Giambattista Manni modenese, parente forse di questo Lodovico.

Il Tiraboschi ci lasciò il titolo di diciotto tra opere ed opuscoli di Giambattista.

334 Ignorava per avventura Magalotti che nel giorno precedente a quello in cui scriveva, era tornato Montecuccoli a Vienna: ma la elezione del maggiordomo avrà forse preceduto ad ogni modo l’arrivo di lui.

335 Non avendo poi potuto Montecuccoli tornare al campo, veniva meno la cagione di quell’offerta, ed egli perciò non ebbe quel principato.

336 Nell’appendice n. 15 riporteremo un sonetto inedito, allusivo a quelle nozze, del celebre medico modenese Bernardino Ramazzini.

337 L’originale del Montecuccoli, essendo stato dall’arciduca Massimiliano d’Este portato a Modena, venne confrontato con quello della famiglia Montecuccoli, e i risultati di quel confronto furono consegnati in una scrittura di monsignor Baraldi, che è nell’archivio estense.

338 Sembra avvalorato questo dubbio dal trovarsi segnata esternamente la copia del manoscritto di Kanon con questo erroneo titolo: Breve compendio della gloriosa vita del general Montecuccoli.

339 Appendice n. 16.

340 Questo dotto tedesco fu uno dei corrispondenti del celebre Magliabechi.268 341 Mailàth dice che il registro dei morti di Vienna reca il numero dei decessi a 122.849, e che una patente imperiale del 20 di febbraio 1680 li faceva ascendere ad oltre 100.000. La peste cessò pei freddi invernali, ma solo in Vienna, continuando nelle provincie.

342 Nelle relazioni di Ascanio Giustiniani, ambasciatore di Venezia a Vienna, si legge: “Un gran potere con arti cappuccinesche aveva ottenuto in corte il padre Emerico”.

343 Appendice n. 17.

344 Questo cognome prende diverse forme negli scrittori che ad esso accennarono. Priorato lo scrisse Werlki, altri Berquin, o Werchy, e l’Huissen diceva Luigia maritata al conte Francesco Antonio Wercka: in una lettera del figlio di Raimondo esso è detto Becka.

345 Così sarà da leggere, secondo stimo, e non maresciallo Giuseppe, come si trova scritto nella copia che è nell’archivio estense: e s’intenderà il fratello di tal nome di Francesco.

346 L’Huissen ci lasciò ricordo dei feudi e dei titoli di questi generi di Raimondo; il Berkin (o Werkin) e il Kisl erano camerlenghi (ciambellani?) e consiglieri imperiali, il Kevenüller fu inoltre cavallerizzo maggiore in Carinzia, e capocaccia in Austria. Ernestina fu madre di quella contessa Trautson che di sua mano copiò alcune scritture di Raimondo.

347 Fu da prima amministratore dei feudi di Leopoldo nelle montagne modenesi il conte Giambattista Montecuccoli, morto nel 1681, poscia il podestà Ricci. Aspirò Leopoldo, insieme coi cugini, a succedere ne’ feudi della linea di Polinago, ma ebbe contraria la sentenza: entrò invece in possesso di Montecenere.

348 Allude ai molti Montecuccoli che militarono in diverse contrade d’Europa.

349 In questo, come in altri documenti, si riproduce esattamente il testo, ancorché il senso non sembri correr sempre esatto.

350 Cioè, sale di marmo pario.

351 Tomo, dallo spagnuolo, per caduta.

352 Questo Qui, che si trova sottolineato e guasta il verso, andrà omesso.

353 Sarà da leggersi prischi, e così nel verso seguente.

354 Forse, che mai fu vinto in guerra: ovvero, che non fu, o non fia vinto.

355 Dovrà leggersi, I trionfi.

356 L’autore si rivolge a Fulvio Testi, ministro del duca di Modena Francesco I, poeta rinomato al suo tempo, amico di Raimondo, la quale dedicò un’ode.

357 L’autore mostra di aver in mira specialmente la difesa del passo de’ fiumi, e della capitale, donde partirebbero i soccorsi ai luoghi minacciati. Non s’intenderebbe come potesse un piccolo esercito attendere a tante fortificazioni senza troppo indebolirsi, se non si sapesse dalla Memoria seguente che in ciò dovevano impiegarsi le milizie foresi (o quella porzione di esse non atta a combattere) e gli abitanti di quelle terre. Vi era ancora milizia forese a cavallo.

358 Non può che destar meraviglia quest’invito ai turchi contro l’imperatore, dal servigio del quale non erasi ancor sciolto il Montecuccoli. Voleva forse Raimondo evitare alla lega italiana che l’imperatore ne intralciasse i progressi.

359 Questa cifra è errata, e dovrebbe scriversi 237, a meno che l’errore non sia in qualche cifra parziale.

  • 360 Allude specialmente a quelle della casa d’Este sopra Ferrara e Comacchio.
  • 361 Notabili parole queste in riguardo ai tempi, alla persona che le scriveva, e a quelle cui erano indirizzate.


  • 362 In Vienna, et in Modana, per Bartolomeo Soliani, 1657. Con licenza de’ superiori. Del B