Relazioni degli ambasciatori veneti al Senato/III. Monferrato/Relazione dell'illustrissimo signor Alvise Donato (3 febbraio 1614)

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Relazione dell'illustrissimo signor Alvise Donato (3 febbraio 1614)

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Relazione dell'illustrissimo signor Alvise Donato (3 febbraio 1614)
III. Monferrato Nota
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RELAZIONE

dell’illustrissimo signor ALVISE DONATO, ritornato di Casal di Monferrato, ove era General dell’artiglierie del signor cardinal duca di Mantoa, presentata a dí 3 febbraio 1614 nell’eccellentissimo collegio.


Serenissimo Principe, il debito naturale, ch’io devo a Vostra Serenitá ed a questa serenissima patria, accompagnato da quello che ho novamente contratto seco per gli onori e dignitá conferite nella persona mia dall’Altezza del signor duca di Mantova non per altro certamente, come si sa, anzi come pur mi pregio, che per essere io nato cittadino e servo di questa serenissima republica, m’obligano, cosí commandando anco l’Eccellenze Vostre, a dover referir quello che, mentre mi son trattenuto nel Monferrato, ho veduto ed osservato degno d’esser inteso da questo eccellentissimo senato, e necessario insieme, s’io non m’inganno, alla sua notizia per gl’interessi importantissimi che hanno l’Eccellenze Vostre in quel Stato, specialmente nell’occorrenze de’ presenti affari. Lo farò con ogni maggior e piú ristretta brevitá; e, s’il mio dire non sará vestito ed ornato di quella esquisitezza di parole e di concetti, che in cosí fatti casi s’usano da altri, versati Inngamente ne’ studi dell’eloquenza, soliti a far appresso PEccellenze Vostre simili offici, so che benignamente m’escusaranno e che, tollerando con cortese pazienza la rozza ed inculta maniera del mio parlare, si contentaranno d’aggradir in essa certa schiettezza e simplicitá militare.

E dunque il Monferrato, per prencipiar di qua, paese d’aria salubre, di grande amenitá e molto ricco, che per la copia e bontá de’frutti della terra, per l’abbondanza d’ogn’altra cosa necessaria all’uso dell’uomo, per il vago aspetto de’ siti, ondeggiando [p. 232 modifica]tutto di piacevolissime coline, tra quali stanno fraposte fecondissime pianure, per la commoditá de’ fiumi navigabili, che d’ogni parte lo scorrono e lo circondano, per la grande affluenza d’altre acque che l’irrigano, per la frequente copia degli abitanti, ch’in numero di 244.000 diligentemente lo coltivano, e insomma per tutte quelle condizioni che si ricercano a far un paese felice e beato, si può veramente egli dire felicissimo e beatissimo, concorrendovi tutte largamente in esso per renderlo tale.

La lunghezza e circonferenza di questo Stato non si può veramente dir quali elle si siano, perché le cittá, terre e castelli di esso, cosí da una parte come dall’altra del Po, non sono tutte ristrette in un sol corpo. Non sono i confini del Monferrato terminati da monti, da fiumi, da mari e da altro simil notabil segno, come d’ordinario par che siano quei dell’altre province; ma sono i luochi d’esso sparsi in gran parte qua e lá con certa indistinta confusione e mescolati insieme con quei del Stato di Milano, del signor duca di Savoia, della republica di Genova e d’alcune antiche, ma ben picciole vestigie, che pur tuttavia restano, de’ feudi della Chiesa e dell’imperio, estendendosi molto più ed allargandosi di vantaggio di quello che soleva far giá l’antico e vero paese cosí denominato, ch’è quello apunto che sta ristretto tra i fiumi Tanaro e Po. Ora si dilati da una parte, cioè di qua dal Po (parlo rispetto a noi ed alla nostra positura), col contado di Trino e col principato canavese, tra i fiumi Sessia, Dora e Malon sino alle Alpi; se dall’altra s’estendi alla sommitá dell’Appennino e s’avvicini di poche miglia al mare, e se finalmente fra terra si concentri nelle piú intime viscere del Piemonte, spingendosi, con alcuni castelli, quasi sino a vista della stessa cittá di Turino.

È il Monferrato abitato con tre cittá e con 218 tra castelli e terre. Il capo e la metropoli d’esso è al presente la cittá di Casale Sant’Evasio, fabricata non ha gran tempo in pianura, sopra la riva del Po, dai marchesi di casa Paleologa, che, abbandonata la terra d’Occimiano, quindi non molto discosta, antica residenza de’ loro precessori, trovôrno bene da ritirarsi in sito assai piú commodo, qual è apunto quello dove si sta Casale. [p. 233 modifica]L’altre due cittá sono Alba ed Acqui, quella bagnata dal Tanaro, questa dalla Bormia, appoggiata alle radici dell’Appennino, l’una e l’altra nobili per antichitá: la prima fabricata giá da’ romani, de’ quali fu colonia, detta Alba Pompeia; la seconda assai nominata per le acque minerali, che quivi scaturiscono, appropriate alla salute de’ corpi umani. Ché, quanto al resto, son elle d’assai poco rilievo, come che tali siano similmente tutti gli altri luochi del Monferrato, se si vorrá considerarli separati e disgionti da tutto il corpo. E però, come di cosa superflua, tralascio il parlarne e ritorno alla cittá di Casale, ch’è il fondamento di tutto.

Circonda questa 2460 passi viniziani, compresovi quella parte che vi fu ultimamente aggionta dal giá duca Vicenzo, nominata l’Ala, con la quale s’unisce la cittá con la cittadella. È cinta di buona muraglia, terrapienata di materia soda e atta a ricevere i colpi del cannone senza gran fatto risentirsene; ma i fianchi vi sono debolissimi, fabricati all’antica, in forma di torrioni alla francese, con qualche piataforma poco men di essi diffettosa. Gli abitanti, per l’ultima discrizione fattavi, ascendono alla summa di 10.580 d’ogni qualitá e sesso, non compresi in questi quei che stanziano nel borgo.

La cittadella, opera segnalata e, posso dir con veritá, gloriosa del giá marchese Germanico Savorgnano, vien per universal giudizio di uomini intendenti tenuta per una delle piú perfette, delle piú ben intese e forti piazze che a tempi moderni si sia fabricata. È cinta da bellissima muraglia, da fortissimo terrapieno, da spaziosa fossa, che si tien asciuta, da contrascarpa, da strada coperta e fiancheggiata da sei gran baluardi, accompagnati dai suoi cavalieri, vi sono poi Le sortite c del soccorso, e finalmente, nel recinto di 1320 passi, ha tutti quei requisiti che si ricercano nella compita construttura d’una machina tale, e ha quella perfezione d’architettura militare, alla quale par che sin a questa ora sia arrivata la forza dell’umano intendimento. Ma, perché non le muraglie, non il terreno tirati con industriosa maestria, né altra qualsisia materia, che concorri alla fabricazione d’un luoco forte, basta per diffenderlo da nemica oppugnazione, quando non vi sia numero sufficiente d’uomini, che col proprio petto vi faccino riparo, vien però [p. 234 modifica]assignato dai periti dell’arte militare per pressidio proporzionato alla custodia di questa piazza, in caso che da essercito formato e giusto fusse combattuta, il numero di 6000 fanti. La meta meno se ne prescrive alla cittá, benché maggior di circuito e di diffese piú deboli, presuponendosi dai moderni che alla custodia ed al sostentamento di essa s’abbino sempre ad esser pronti i propri abitanti e quei del contado ancora, che, con le lor sostanze, vi si saranno ricoverati per non capitar in mano dell’inimico.

Oltre alla cittadella vi è anco in Casale un castello, ch’essendo d’antica forma, fu giá molti anni aiutato per qualche miglior diffesa con quattro rivellini.

Nella cittadella vi è conveniente apparato d’artiglieria per diffenderla, e fra questa, oltre alcuni pezzi rinforzati, fatti secondo l’uso moderno, vi si veggono sei cannoni francesi da batteria, stimati di forma eccellente e disquisita tempra. La munizione e l’altre circostanze necessarie vi sono in ragionevol quantitá. Vi si conservan inoltre con buon ordine arme per 4000 uomini, cioè piche, moschetti, arcobusi, cossaletti e celate. Ultimamente s’era anco preparato luoco da riporvene per altri 2000, comprate dal signor duca a Genova con l’esborso di 6000 ducati, avuti da banchieri genovesi ad interesse, a’ quali ha l’Altezza Sua dato per ciò in pegno gioie di molto valore. Le vettovaglie, cosí nella cittadella come nella cittá, vi sono al presente e vi son sempre state in buona quantitá, essendosi prudentemente, sin da principio di questa mossa d’armi, e maggiormente nel tempo del passato raccolto, posto gran pensiero in ciò, prima per non lasciarle in preda all’inimico e per accumularle al commodo ed alla sicurezza propria, poi per necessitar i poco sinceri e molto dannosi amici col mancamento di viveri a ritirarsi sul loro ed a lasciar ormai libero quel consumato paese da insoportabil aggravio. I ministri particolarmente deputati a cotal affare ne hanno avuto gran cura, e dalla diligenza loro sono state ritirate ed ammassate ne’ luochi pressidiati, particularmente in Casale, dove si sono fatti introdur non solo i 75.000 sacelli di formento che hanno obligo quei [p. 235 modifica]cittadini di condurvi ogn’anno (e servono per un perpetuo deposito, che però si va di man in mano rinovando, cioè 50.000 per uso della cittá e 25.000 per la cittadella), ma v’hanno fatto portar tutto quel di vantaggio che hanno potuto, lasciatone in campagna simplicemente tanto che abbia supplito alla semina, che quest’anno non è stata in quelle parti di gran lunga uguale alle passate ed alle solite farsi d’ordinario, poiché, distornati i monferrini da’ presenti travagli ed afflitti da’ danni inferiti loro, non punto minori dagli amici che da’ nemici, han convenuto per impotenza lasciar molti terreni inculti. Di piú, sapendosi riuscir tarda e 1 infruttuosa la parsimonia quando manca la copia, però, benché, come ho detto, vi fussero grani in ragionevol quantitá, tuttavia, per assicurarsi che dalla cittá e da altri luochi, dove stanno riposti, non siano fraudolentemente estratti e dissipati, ma che abbino a durar longo tempo, la dispensa di essi s’è fatta e si fa per bollettini e compartendosi misuratamente con buon ordine, per potersi, oltre il resto, saper anco di continuo, da chi governa, il stato nel qual si trovano le cose dei viveri. Con questo indrizzo, d’assai regolata maniera, s’è venuto a fare che le vettovaglie per l’uso degli uomini, oltre l’aver sempre abbondato nell’ordinaria occorrenza, averebbero anco supplito, e supplirebbero senza dubbio tuttavia, in ogni occasione per molto tempo, particularmente in Casale e nella cittadella, benché estraordinariamente s’accrescesse il numero delle persone che ora entro vi dimorano. Ma, se il viver per gli uomini v’abbonda, non cosí giá è di quello per i cavalli e per gli altri animali, provandosi specialmente gran mancamento di fieni e di biada, e ciò non meno nelle terre murate ch’in campagna; da che, oltre Tessersi convenuto ben spesso nutrir i cavalli da guerra col formento, che pur è nocivo alla loro sanitá, ne è anco nato in quel sfortunato paese un altro grave disordine, che tuttavia continua, del quale proverá gran fatica e vi vorrá molto tempo per ristorarsene. E quest’è che, non avendo i contadini modo da poter sostentar gli animali, che tuttavia restano loro in ragionevol quantitá preservati dall’inimico e che, se ben non sono in quella copia ch’erano avanti la guerra, che molti e molti ne [p. 236 modifica]ha dissipati e mandati a male, supplirebbero però assai convenientemente alla cultura, proveranno essi, con l’ucciderli e con vender la carne, di trarne quel piú che possono e si ritireranno poi sul Stato di Milano o sul Piemonte; il che è anco successo di molti terrieri, i quali, trovandosi in luochi aperti, privi di diffesa e di sicurtá, stimoli potentissimi per ritener i popoli nel paese, sono stati facili a partire e a mutar stanza. Il numero degli uni e degli altri di questi, per il calculo che si fece sin quando io mi vi ritrovavo, ascendeva alla stimma di forse 6000 uomini. Viene al presente la cittadella, guardata da 650 fanti in tre compagnie e da 50 bombardieri, raccomandata alla fede del conte Rivara, che v’è governatore. Il castello è custodito da un particolar castellano con 50 fanti. La cittá è presidiata da 482 soldati a piedi e da una compagnia di 104 corazze. Si che in tutti i ricinti di Casale vi sono 1376 soldati: il resto alla summa di 3400 fanti e 700 cavalli, compresi in questi i sopradetti, ch’è la vera quantitá della soldatesca che s’attrovava nel Monferrato quand’indi io mi partii, sono divisi nel presidio di diversi luochi, niuno de’ quali è però atto a resistere alla forza di un giusto essercito. In modo che tutt’il fondamento della conservazione del Monferrato consiste in Casale e nella cittadella particularmente, dove, venendo l’occasione, s’averanno ad unire tutte le forze per la diffesa, abbandonandosi il resto, che, col mantenimento di questa piazza, si ricupererá sempre con la medema facilitá apunto con la qual si sará perduto, restando massime il paese d’ogni parte aperto ed assolutamente esposto a chi sará patrone della campagna; onde cosí l’occuparlo come il ricuperarlo riuscirá ugualmente facile, ma il ritenerlo ed il possederlo per sempre consisterá nella patronia di Casale.

L’esser il Monferrato, come giá s’è detto, paese aperto, che lo rende facilmente esposto alle invasioni, fa all’incontro che anco con la stessa facilitá possa esser soccorso. L’esser traposto a Stati di tanti altri principi, che gli apporta ben spesso causa d’inquietudine, come nella multiplicitá di confinanti avviene ad ogni Stato, suscitando d’ordinario le contese, l’odio, l’invidia, oltre tant’altri accidenti ch’ogni giorno nascono, lo rende [p. 237 modifica]dall’altro canto sicuro, perché, come si sa, i Stati deboli, nelle uguali pretensioni di quei molti che v’aspirano, vengono gelosamente guardati da tutti non men ch’i propri; poiché da ognuno si vogliono piú tosto in mano d’un principe di non molte forze, di cui non abbino a temere, che, col permetter che cadino in potere d’altro maggiore, lasciar accrescer quel medesimo formidabile a se stessi e pernicioso alla propria sicurezza. E però si può dire la vera diffesa del Monferrato per conservarlo al signor duca di Mantova esser l’interesse commune de’ suoi vicini, come l’effetto l’ha dimostrato e lo dimostra tuttavia. Inoltre la cittá di Casale, situata nel centro di quella parte d’Italia ch’è vicina all’Alpi, commoda a ricever, a nutrire ed a far spalla agli esserciti francesi e svizzeri, che venissero in questa provincia per aiuto de’ principi di essa contra potenza maggiore, deve ragionevolmente eccitar ognuno de’ medesimi a procurare di conservarla in chi apunto ella si trova.

Ma torno al Monferrato, nel quale la giustizia civile e criminale viene amministrata da uno con titolo di «capitano» apunto «di giustizia» e da sei senatori, che stanno in Casale, tutti eletti dal signor duca, parte nativi del paese e parte mantovani. Non si viene però da questo tribunale ad alcuna importante essecuzione senza la participazione e l’assenso del governatore generale, il qual d’ordinario risiede in quel Stato per l’Altezza Sua; e questo è anco capo del Conseglio di Stato e di guerra, quando non vi sia il signor duca in persona overo il signor don Vicenzo, che al presente sopraintende al tutto. Entrano nel giá detto Conseglio i generali della cavallaria e dell’artiglieria, quando vi sono, il governator della cittadella e due precedenti uomini di «robba lunga», tutti con voto non solo consultivo, ma deliberativo ancora, facendosi le risoluzioni ed essequendosi secondo il parer della maggior parte.

La gente di bassa condizione avanti questi turbini di guerra, essendo il paese stato lungamente esente da travagliosi accidenti, col godimento di una tranquilissima pace, vi si trovava e viveva con onesta commoditá. Pochi eran quei che non avessero dell’oro e dell’argento riserbato, in caso di bisogno, al proprio [p. 238 modifica]sovenimento, a quello de’ figliuoli e della famiglia. Ma ciò, che da continue fatiche e da molta industria s’era con lunghezza di tempo apparecchiato e accummulato, tutto è stato loro tolto e rapito, si puoi dir, in un sol giorno, in una sol’ora. L’impeto e la rabbia della guerra, maneggiatasi dal signor duca di Savoia con ogni rilassata e crudel feritá, ha vólto sossopra, ha dissipato e distrutto con celere e frettoloso esterminio tutto quel infelice paese. L’alloggio dell’essercito spagnolo ha spiantato e sradicato poi quel che di buono pur vi restava. Niuna parte del Monferrato se l’è passata senza dannosa provocazione, niun angulo di quella regione si è lasciato quieto, è restato intatto dall’improvise scorrerie, dalle depredazioni dell’inimico, che ha anco assorbiti ed esausti i beni di quei mal condotti popoli con le contribuzioni, con l’avervi, quanto piú lungamente ha potuto, tenuto alloggiata, come si dice, a discrezione la sua licenziosa soldatesca, dalla quale non si è lasciato adietro alcun termine di barbarie, di feritá, d’impietá, che non si sia usato; onde i paesani, anco piú abietti e piú vili, fatti arditi dalla disperazione, s’erano ultimamente dati ad andar a caccia de’ soldati savoiardi sparsi per quei villaggi, uccidendo quanti ne potevano aver nelle mani, né lo sdegno e la vendetta han fatto lasciar da banda a quelle genti alcuna sorte di crudeltá. Il danno fattovi dal nemico, calcolato dopo la restituzione seguita delle terre ch’aveva occupato, si trovò ascender alla summa di un millione ducentocinquantamille scudi. Quel poi che ha ricevuto e riceve tuttavia dall’alloggio delle genti spagnole trapassa di gran lunga, e lo va poco a poco miserabilmente corrodendo e consumando sotto finto e falso pretesto di sostentar i soldati per custodia del paese, i quali vogliono i ministri regi che sian spesati e nutriti dai poveri abitanti; si che si può con veritá dire ch’i monferrini al presente giornalmente comprino la loro servitú e che giornalmente la paschino, e vi s’aggionge che le donne, scampate dalla libidine de’ nemici, sono bruttamente, sotto nome d’amicizia e di ospizio, violate. Stato veramente di miseria e di calamitá estrema, e dal quale, sotto nome di pace, si va quel povero paese riducendo a gran passi ad una vasta solitudine, perché gli uomini, per sottrarsi da questi [p. 239 modifica]mali, lo abbandonano; e, benché le cose al presente terminassero con la quiete, si durerá gran fatica e vi vorrá lungo corso di tempo alla restaurazione.

Apporta gran splendore al Monferrato e non minor ornamento e dignitá al principe, che n’è patrone, la numerosa nobiltá dalla quale è abitato, fra essa annoverandovisi 122 famiglie di feudatari: testimonio evidente dell’illustrezza del sangue, della virtú, del valor e del merito di loro maggiori. Conservano e sostentano per il piú questi la dignitá del loro nascimento col possesso d’assai copiose facoltá, che in molti di essi ascendono dalli tre sino alli sei mille scudi di rendita. L’aver gli stessi goduta una troppo lunga e languida pace, non mai provocati o risvegliati d’alcun benché minimo disturbo (cosa veramente, a chi ben l’intende, piú gioconda che sicura), li ha resi nella felicitá d’essa negligenti; in maniera che, non avendo per ancora saputo trovar il modo d’armarsi e d’addatarsi alle fazioni militari, non ha potuto il signor duca ricever da loro quel commodo e quell’aiuto, che ragionevolmente si doveva in simil occorrenza aspettare. La gente minuta, non maliziosa né molto accorta, non feroce né vile, apprenderebbe forse facilmente il mestiero dell’armi e riuscirebbe assai bellicosa, specialmente in quella parte che oltre il Tanaro s’estende all’Apennino, quando fusse essercitata e ben disciplinata. Il che, nell’infingardagine dell’ozio passato, pare essersi assai trascurato da chi ne ha avuta cura dal principe, che n’aveva pavidamente descritti ed armati alla summa di 20.000, i quali si sono provati poco fruttuosi per mancamento d’essercizio, ch’è quello senza dubio che dá agli uomini l’arte militare, dalla qual ne provengono poi la sicurezza, il commodo e l’onore e per il principe e per i soldati. Si che, mancando a quei dell’ordinanze del Monferrato l’essercizio e per consequenza l’arte, non è meraviglia che sia riuscito al signor duca di Savoia di far quel strazio del loro paese che si sa ed il spogliarne, oltre il resto, dell’armi forse 14.000, che, asportate da lui a commodo proprio, gli han poi servito a gravissimo pregiudizio e danno del signor duca di Mantova. [p. 240 modifica]

Sono quei popoli, com’anco la nobiltá in generale, ben affetti al loro principe, come quelli che non angariati da soverchi tributi, non consumati da esorbitanti imposizioni di dazi, esenti da pesi e da contribuzioni estraordinarie, non mai provate da loro da che si trovano sotto il governo della casa Gonzaga, se non quanto comportò giá la fabrica della cittadella, vivono però assai contenti del loro stato e del piacevole e moderato governo del principe. Fra il numero della nobiltá nondimeno vi si trovano alcuni pochi, che, piú tosto per inquietudine de’ loro animi che per giusta cagione che ne abbino, preso sin da principio ardire dalla mutazione del principe e instigati da quella speranza di scelerato guadagno che suol apportar seco la guerra, si sono dechiariti inimici e ribelli al signor duca. Il principale di questi è il conte Guido San Giorgio, uomo di gran pretensione per la chiarezza del sangue, per l’ampiezza degli onori, a’ quali s’avanzarono giá i suoi antenati, per il concetto che tiene di se stesso nella perizia dell’arte militare, per le ricchezze, che possedeva di forse 6000 scudi d’entrata, con la giurisdizione feudale di sette castelli del Monferrato, per l’aderenze e parentelle che tiene in quel Stato, avendo anco incontrato nell’appoggio del signor duca di Savoia, principe assai accommodato ai suoi pensieri, che per ciò l’ha tenuto alcun tempo appresso di sé con diversi titoli e sotto vari pretesti per servirsene, come ha fatto, alle occasioni. Ha finalmente trovato modo di manifestar e publicar al mondo il veneno lungamente notrito nel suo petto e di sfogar la sua rabiosa ambizione, come ha anco vanamente procurato di sgravarsi e di liberarsi pur in qualche maniera dell’infamia, che senza dubio gli apporta un cosí gran mancamento di fellonia contra il suo proprio e natural principe. Il che ha creduto di ottenere col mezo di certa lettera publicata da lui, forse con consiglio non dissimile a quello con che s’è governato nell’altre sue azioni. Perché, dopo un lungo rivolgimento d’avvilupate, oscure ed ambigue parole, che implicano sensi riposti ed incerti, con concetti intricati in maniera che non si può ben capire ciò che si voglia significare, finalmente par che non sappia sbrigarsi né che trovi modo d’affrontarsi con [p. 241 modifica]apportar ragione pur apparente, non che giustificata e vera, delle sue presenti operazioni, delle quali doveri in fine o ad un modo o ad un altro pagar la dovuta pena; sapendosi che d’ordinario, anco a quei a chi han servito, dispiaciono i traditori, e che la volubilitá di cervello e la facilitá del signor duca di Savoia nel mutar partito ha giá tirati altri suoi simili al precipizio della fortuna, alla perdita della vita: di che si raccontano non uno, ma molti segnalati essempi.

Molti piemontesi, sudditi naturali del signor duca di Savoia, possedono beni nel Monferrato; ma pochi monferrini hanno interesse nel Piemonte. È però occorso che nel numero di ribelli del signor duca di Mantova, ch’è di 17, si siano inclusi alcuni piemontesi, specialmente quelli che, avendo feudi nel dominio di Sua Altezza, gli hanno in quest’occasione portato l’armi contra, tra i quali il figliuolo del conte di Verua, marchese di Saluzzo.

Cava ordinariamente il signor duca ogni anno di quel Stato in tempo di pace 350.000 ducati di rendita: 100.000 di questi restano impiegati nelle spese pur ordinarie di presidi, officiali, magistrati e senato, che ascendono in tutto al numero di 111 persone; il resto cápita nell’errario di Sua Altezza, eccettuatone 30.800 scudi, che annualmente si pagano di censo ad alcune case di genovesi, per debito contratto con loro in diverse occasioni dal fu giá duca Vicenzo.

E questo è quello ch’io so e che posso dir a Vostra Serenitá ed alle Eccellenze Vostre delle condizioni, stato ed esser del Monferrato. Riferirò ora tutto quello che ne’ turbini de’ presenti affari è pervenuto a mia notizia e che, con l’industria usata per servizio di Vostra Serenitá, m’è riuscito di poter penetrare. E nel rappresentargli, in negozio di tanto momento e di cosí pesanti consequenze, il stato delle cose, i consigli, i fini, i dissegni, i successi, le qualitá delle persone e i loro interessi e finalmente il bene ed il male (non giá con fine d’adulare o per gusto di detraere all’altrui fama, ma bensí a ciò quest’eccellentissimo senato sappia, com’è ragionevole e necessario, l’intiero del tutto), usarò quella schiettezza e fedeltá che stimo convenirsi all’obligo [p. 242 modifica]che ho verso la patria e che so esser propria di uomo nato in libertá, lontano certamente da quelle passioni, spogliato di quegli affetti d’odio e d’amore, che d’ordinario sogliono adulterare e scurire la veritá, che sará portata da me nella puritá della sua natura, sicuro che l’Eccellenze Vostre siano per tener rinchiuso nel fidato scrigno de’ loro petti quello che per propria e naturai prudenza stimaranno degno di doversi tacere.

Il dominio del Monferrato adunque ha dato occasione a’ motivi di guerra che si sono sentiti ed i quali si sono voluti appaliare dal signor duca di Savoia, che ne è stato il promotore, sotto il pretesto di quelle pretensioni che giá si sanno e ch’io non rammemoro, essendo col mezo delle stampe andate, giá un pezzo fa, per le mani di tutti. Che chi sia dal canto del giusto e della ragione, non occorre metterlo in dubio, essendo cosa chiarissima, conosciuta da tutt’il mondo, nel qual non ha trovato il signor duca di Savoia pur un sol principe che ammetta per buone le sue azioni e che abbia in qualsisia maniera approvato ciò che in questa occasione s’è operato da lui. E, con tutto che d’ordinario difficilmente una potenza riceva aiuto o favore dall’altra, quando non vi concorri il proprio interesse, poco tenendosi, in cotal caso, conto del giusto e del ragionevole, con tutto ciò se n’è pur questa volta veduto effetto tutto contrario, poiché la ragionevolezza e la giustizia della causa del signor duca di Mantova ha, per cosí dir, a viva forza tirato a suo favore, o con una o con un’altra dimostrazione, non solo i principi interessati in questa provincia e nella quiete d’essa, ma anco i piú lontani e piú rimoti da noi. Onde, avendo giá molto avanti il signor duca di Savoia, come si sa, in pronto l’armi ed apparecchiato l’essercito, trattenuto di continuo dopo la morte del Cristianissimo sotto quei tanti pretesti che a lui sempre abbondano, tentò prima d’ogni altra cosa s’avesse potuto in un sol giorno principiar e finir l’impresa. Ma non gli riusci, perché, avendo mandato uno de’ conti di Rivara, tirato giá nelle sue parti forse per servirsene a quest’effetto, per provocar la fede del fratello, governator della cittadella di Casale, con quegli allettamenti di gran premi, co’ quali gli è pur successo di corromper [p. 243 modifica]e di contaminar, e al presente e per il passato, tant’altri, trovò quell’onorato e degno cavalliere cosí costante e risoluto nella fede verso il suo principe, che, non che altro, ma né meno volse udir né admetter al suo cospetto il fratello, imaginandosi la cagione della sua venuta, protestando esser piú tosto pronto a morire che a commettere atto indegno: successo che in un medesimo tempo averá diversamente segnalati e resi famosi ambi questi fratelli, uno per fede, l’altro per perfidia. Ma Tessersi tentato invano il conte di Ri vara, che rivelò il pensiero del signor duca di Savoia, non per ciò ritirò lui dal proseguir nella destinata impresa: anzi che, fermo nell’ostinazione di sempre travagliar altri, solita chiamarsi da lui «grandezza d’animo», andò sempre tanto piú ansiosamente tirandosi avanti col mezo di diversi trattati, che nel medesimo tempo secretamente maneggiava in tutti gli altri luochi guardati del Monferrato; alcuni de’ quali ebbero poi anco effetto, per quello che si disse e per quello che si è potuto cavar da ragionevoli indizi e d’assai fondate congetture. Gli riusci ben certamente vana la speranza, che aveva conceputa, di sollevar e di mover a rivolta i monferrini col mezo de’ ribelli che erano appresso di lui e col mezo d’altri ancora, giá di lunga mano secretamente corrotti e contaminati, da’ quali gli era stato persuaso potersi facilmente indur quei popoli per leggerezza e per mobilitá d’animo a desiderio di novo imperio e di novo dominio. Ma ne avvenne tutto il contrario, perché il mal trattamento che s’usa apunto dal medemo signor duca di Savoia a’ suoi sudditi, Tesser il Stato suo avanti gli occhi a’ monferrini, che lo vedono, con continua vicissitudine di mali per sola colpa del principe,quando afflitto da guerre, quando oppresso d’estraordinarie gravezze e finalmente travagliato sempre da novi infortuni, li ha sopra ogni altra cosa contenuti in officio, li ha indubitamente resi piú fermi nella divozione verso il proprio e natural patrone, conosciuto da loro di natura quieto, d’animo moderato, benigno e giusto. Ma, se non ottenne il signor duca di Savoia di aver la cittadella di Casale per trattato, se non gli andò fatto di tirar i popoli a sua divozione, gli riusci però certamente, con l’uso di quei vari artifici co’ [p. 244 modifica]quali è solito d’ingannar indifferentemente tutti quei che trattano seco, d’andar trattenendo in modo con l’apparenza delle negoziazioni il signor duca di Mantova ed i suoi ministri, e d’andarli nutrendo in maniera con continua speranza di terminar le cose con reciproca sodisfazione, che, quando si tenevano piú vicini alla conclusione dell’agiustamento e dell’accordo, allora apunto ne fece apparir contrario effetto. Perché, dopo aver con finta dimora di parola dato tempo all’essecuzione de’ suoi ordini e de’ concerti fatti, la sera precedente al giorno della mossa d’arme, disse al vescovo di Diocesarea, che con nome d’ambasciatore per il signor duca cardinale si ritrovava appresso di lui in Vercelli e trattava seco, che la mattina seguente gli averebbe data senz’altro buona e totalerissoluzione del negoziato; quando, poche ore dopo, in quella stessa notte deputata ad assaltar mimicamente con l’armi il Monferrato, se n’usci in persona secretamente della cittá, accompagnato da’ figliuoli, e, col far attaccar il pettardo alle porte di Trino, coll’accamparvisi poi sotto, col combatterlo e coll’astringerlo finalmente ad arrendersegli, principiò scopertamente ad essercitar l’ostilitá.

Diede il signor duca di Savoia gran spavento come assalitore, andando all’espugnazione delle fortezze ed investendo in un medesimo tempo d’una parte, come s’è detto, la terra di Trino, ch’è la piú popolata e la piú ricca di quel ducato, e dall’altra riuscendoli la sorpresa d’Alba: la prima grossamente taleggiata, la seconda crudelmente posta a sacco e rubbata. Il che messe cosí fatto terrore negli altri luochi, che tutti a gara correvano ad arrendersegli; e di quei, che volsero far qualche resistenza col combatterli, immediate, pur alle volte non senza sangue anco de’ suoi, se ne fece patrone: si che in pochissimi giorni o con la vittoria o con la guerra s’impatroni in gran parte del Monferrato. Nella diffesa del quale pare che da principio s’osservasse qualche mancamento, specialmente non essendosi essequito un antico ordine di dar segno ai soldati d’ordinanza del paese di ridursi prontamente armati e lesti alle destinate piazze d’armi: il che si fa con alcuni tiri da farsi ne’ luochi di Gabiano, Camino e Pontestura, tutti situati sopra la riva del Po in alcune [p. 245 modifica]eminenze al confine del Piemonte. Il che, se si fosse fatto, impediva senza dubio o difficoltava almeno grandemente sul bel principio ogni progresso al signor duca di Savoia, che, molto ben informato del sudetto ordine, ritrovandosi sortito di Vercelli per tentar la sorpresa di Trino con pochissimo numero di soldati, dubioso di restar soprafatto da quantitá assai maggiore, aveva però commandato a’ suoi che, subito udito il segno dei tre tiri, dovessero ritirarsi seco insieme in sicuro.

I popoli adunque del Monferrato, abbattuti e sbigottiti da subita e non aspettata sciagura, vedendosi quasi che abbandonati di difresa, infuriando l’inimico con ogni sorte di crudeltá, non ritrovando essi altro piú sicuro scampo, si diedero alla fuga, procurando di salvarsi ne’ Stati de’ vicini principi, ove meglio potevano. S’incontravano però da per tutto miserabil schiere di vecchi, di fanciulli, di donne co’ figliuolini in collo; persone tutte deboli o di etá o di sesso, che dolenti fugivano da quegli infuriati pieni di crudeltá, violatori d’ogni umana e divina legge, i quali, duri ed inesorabili, voltavano in altre parti gli occhi e le orecchie per non vedere e per non udire il suono di quei compassionevoli lamenti, o che, guardandoli e udendoli, maggiormente inferocivano. Quei che non ebbero tempo o commoditá di fugire, sperando di trovar salvezza ne’ sacri tempii, si riducevano in essi e, abbracciando gli altari, stringevano le riverite immagini di deitá: procuravano con la religione di difender la vita e, con la vita, insieme, le donne e i giovanetti, la pudicizia ancora. Che però a nulla giovava, perché quegli uomini scelerati, per non lasciar adietro qualsisia sorte d’enormitá, persa la modestia, perso il decoro della disciplina militare, calpestato ogni rispetto umano e divino, imbrattarono anco la stessa mensa di Dio non in un solo, ma in molti luochi, del sangue de’ religiosi, anzi, nella cittá di Alba, di quello del medesimo vescovo: cosa rara anco tra i nemici della nostra fede. Insomma le cittá, le terre, i villaggi, dove son essi entrati, si vedono saccheggiati, arsi, rovinati; in molti luochi gli edifici piú conspicui e nobili disfatti e distrutti, i tempii desolati. Hanno, dovunque sono arrivati, corrotte per ogni verso le cerimonie di religione; riempiti [p. 246 modifica]i monasterii di stupri, di sforzi; le case di adultèri, di violenze, di omicidii, di trucidamenti.

Si risvegliò assai l’ardire e ripigliòrno animo i mantovani per la diffesa di Nizza della Paglia, che ha cavato dalle tenebre il nome e che ha illustrato la fama del signor Manfrin Castiglione; e che all’incontro, aggiorno al resto, ha non poco oscurato la fama dell’imprese de’ savoiardi, non essendo, dove han trovata resistenza, riuscita in effetto la loro bravura e la loro perizia militare uguale alla pretensione e al vanto: essendosi valorosamente sostentata quella terra debolissima, e si può dir spogliata di ripari, con la virtú del capitano, la qual causò intrepidezza ne’ soldati ch’entro vi si trovavano, per il piú nativi del paese; onde, ben indrizzati dalla perizia di chi li commandava, resero anco buon conto di se stessi all’inimico col far strage de’ suoi in diverse sortite, nelle quali li posero tallora in dubio l’artiglieria e sino gli stessi alloggiamenti, diffesi piú dalla riputazione che dal valore.

Ma, prima del prospero successo nella diffesa di Nizza, diede piú di qualche calore alla parte mantovana Tesser comparso il signor duca di Nivers, per la riputazione che apportava la particolar persona di quel principe, ma nientemeno per l’altre piú importanti consequenze, che, nella congiontura di quel tempo, si giudicava doversi ella tirar dietro; e però, essendosi riputata allora la sua venuta molto opportuna ed ascritta a segnalata ventura, fu accolto con grande allegrezza e con grande applauso dall’universale, come per il piú avviene nella novitá di tutte le cose, massime quando vi concorre il bisogno e la speranza di sollievo. Non varcôrno tuttavia molte ore, che s’incominciò a scoprire esser egli veduto mal volontieri da quei appresso i quali si trovava il commando, parendo ad essi che la venuta sua, e maggiormente il fermarvisi, oscurasse non solo la propria loro riputazione, ma dubitando inoltre che, quasi come poco atti a sostentar in un tanto affare la suprema carica, come che non molto in effetto, se s’ha da dir il vero, ne riuscissero sufficienti, fusse per levarla loro finalmente dalle mani; aggiongendosi a ciò il veder vòlto verso di lui il favor e l’applauso [p. 247 modifica]del vulgo militare, accompagnato da dimostrazioni amorevoli de’ popoli, che si davan ad intendere esser questo personaggio mandato dal cielo per liberarli dalla presente calamitá, dal pericolo di peggio e per vendicar ancora le loro ingiurie. S’aggionse a questo una non occulta, ma assai manifesta gelosia che subentrò immediate nell’animo de’ ministri spagnoli per quei importanti rispetti che sono molto ben noti, accrescendosi ella specialmente ogni giorno piú dal continuato concorso di buona quantitá di soldati francesi e di molti signori di quella nobiltá, ch’ognora andavano sopra arrivando, in modo che tra gli uni e gli altri in pochissimi giorni s’avanzôrno al numero di forse mille, con certezza che ne fussero per venir anco molto piú; sapendosi che quegli uomini, naturalmente inimici della quiete, desiderosi di farsi illustri e di avanzar insieme la propria fortuna nel travaglio, vanno a trovar la guerra dovunque ella si sia nelle altre nazioni, stimando, anco quei stessi che sono piú bassamente nati, da poco e vii colui che voglia acquistarsi col sudore quel che si puoi guadagnar col sangue. E, perché i! signor duca di Mantova, ordinariamente, per natural suo splendore, largo nell’ospitalitá, stimando in simil occorrenza maggiormente convenevole e necessario il continuare nel medesimo, aveva però dato ordine a’ suoi ministri che spesassero tutti quei personaggi e loro famiglie, i quali in questa occasione concorressero a Casale per assister al suo favore, ricevendoli con apparecchio di vivande ciascun conforme al suo stato, avenne che, accostandosi tutta quella moltitudine di francesi alla persona ed alla casa del signor duca di Nivers, come di sua famiglia, convenivano esser spesati con aggravio insopportabile di Sua Altezza, venendosi a consumar in ciò quel danaro che piú necessariamente era da impiegarsi in altro. Si principiava inoltre a sentir qualche molestia dall’indiscretezza e dall’arroganza di quegli uomini, che veramente provocano assai lo sdegno con l’impertinenza insopportabile de’ loro costumi. Di piú, sapendosi la poca sinceritá della loro natura e militando molti della medesima nazione appresso il signor duca di Savoia, sottilissimo, come si sa, a ritrovar l’insidie e prestissimo a mandarle ad effetto, si stava però con [p. 248 modifica]ragionevol dubio che, col mezo d’alcuno di questi, potesse machinar qualche grave pregiudizio alle cose del signor duca di Mantova. Il che fu allora, da chi governava, rappresentato a Sua Altezza e inculcatoli piú d’una volta che il trattener nel Monferrato il signor duca di Nivers, ancorché del sangue e della casa Gonzaga, odioso però ad alcuni come forestiero, ed il ricevervi tanti francesi dava non solo occasione a’ spagnoli di sospettare, ma, prendendosene essi grave disgusto, andavano raffredandosi nel porger i promessi aiuti a Sua Altezza per la diffesa e ricuperazione del suo: onde, allungandosi ormai soverchiamente la mossa dell’armi, giá preparate a quest’effetto, non per altro, come pur si lasciavano intender, che per questo particolar rispetto, davano campo e porgevano cominoditá al duca di Savoia di caminar gagliardamente avanti ne’ suoi progressi; anzi che, alienandosi anco sempre piú i spagnoli per ciò dal favore dell’Altezza Sua, si correva rischio manifesto di farli volger a quello dell’inimico, al qual si sapeva giá il governator di Milano esser piú che mezanamente inclinato e per avventura secretamente obligato, e però pronto ad abbracciar l’occasione ed a servirsene, quando, col far subito partir i francesi, non se gli levasse ogni sorte di apparente pretesto. Stimolato adunque il signor duca da queste persuasioni, rapresentategli con efficacia da chi voleva anco per interesse proprio che ne restasse in ogni modo persuaso, minacciato da spagnoli, con poca speranza di veri e bastevoli aiuti francesi, in tempo che altri non potevano facilmente diffenderlo senza romper la guerra con medesimi spagnoli, mentre vietavano essi il passar con l’armi di soccorso sul Monferrato, deliberò di mandar il conte Chieppio, suo primo consigliere, al signor duca di Nivers per farlo capace di questi importanti rispetti e per indurlo ad andarsene a lui, sotto pretesto d’aver a conferir seco l’occorrenze de’ presenti affari. Ordinò di piú che i francesi, che giá quivi si ritrovavano, fussero. volendo essi e contentandosene, ripartiti nelle compagnie di fantaria e cavallaria, conforme al gusto d’ognuno di loro. Ma, essendo occorso al Chieppio di fermarsi a Milano, trattenuto da piú importante trattazione, e avendo [p. 249 modifica]mandata la giá detta commissione ad altri da doversi essequire, fu operato tutto diversamente dall’intenzione del principe. Parlatosi al signor duca di Nivers con poco buon termine, e assolutamente fattosi sapere a’ francesi che partissero, con estremo loro disgusto e con grandissimo sdegno, come anco con altrotanta mala sodisfazione non punto dissimulata, si levò Sua Eccellenza di lá e se ne passò a Mantova, dove fúrno poi tali gli accoglimenti con quali lo ricevè Sua Altezza, cosí grandi gli onori che gli fece, cosí ingenua la confidenza con che trattò seco, ch’ebbero tutte queste cose insieme molto ben forza di scancellar dall’animo suo tutto il passato discontento, attribuitoli poco buon modo tenutosi in questo affare all’indiscretezza d’altrui, com’era in effetto. Onde parti l’Eccellenza Sua contentissima, e tanto ben disposta verso il servizio del signor duca, quanto hanno dimostrato e dimostrano ognora l’operazioni fatte da lei a suo favore, che sono molto ben note all’Eccellenze Vostre. Se ben si può anco tenere ch’egli tanto piú si riscaldi al sostentar la causa del signor duca di Mantova, quanto che la speranza sua alla successione di quei Stati, se si vogliano considerar i tanti e cosí vari accidenti della fortuna, pare che non sia tanto lontana che s’abbia da lui cosí facilmente a sprezzare, ancorché la voce divulgatasi, che il signor duca ed il fratello siano poco atti alla generazione, sia vanitá manifesta, inventata ed uscita da chi con sottile accortezza vuol indistintamente valersi d’ogni cosa die possa far danno a quella casa, sapendosi benissimo la pregiudizial mercanzia che d’ordinario si suol far degli uomini, e specialmente de’ principi, che non hanno successione.

Ho detto, e si sa esser verissimo, che quasi tutti i principi di cristianitá sono o con un o con un altro segno concorsi ad approvar, apparentemente almeno, la ragionevolezza del signor duca di Mantova nel presente affare. Ma non si può giá cosí dir che tutti siano realmente concorsi in aiutarlo ed in sostentarlo; e di que’ anco, che pur in qualche maniera si sono mossi, assai vari e fra sé diversi sono stati gli effetti, secondo che vari e diversi sono gl’interessi, l’intenzione, i fini ed i dissegni, che, se ben appaliati sotto l’apparenza di pretesti di onestá e di [p. 250 modifica]ragione, andavano però a parar senza dubio, come pur van tuttavia, in effetti tutti contrari d’aviditá e d’ambizione, come finalmente sono stati in gran parte scoperti dal tempo, che non lascia lungamente nascosta alcuna cosa.

I spagnoli, postosi in arme con apparato grande e con fama maggiore, dando ad intendere di voler astringer il signor duca di Savoia alla restituzione ed alla quiete, procurôrno che gli altri s’astenessero d’armarsi, per restar essi soli assoluti arbitri di tutte le cose, onde potessero dar a ciascuno le leggi secondo li loro interessi e conforme a’ loro fini, con avanzo, quando ciò fusse ad essi riuscito, di indubitata loro riputazione e per avventura con accrescimento di Stato, sperando di poter ottenere il loro intento; poiché giá molte volte hanno provato in questi ultimi tempi, con loro grande utile, i principi italiani non essersi punto mossi o risentiti a’ colpi de’ gravi pregiudizi fatti loro con l’occupar sotto vari pretesti or un luogo or un altro di questa provincia, considerabili assai, se non per la grandezza d’ognuno di essi in particolare, almeno per esser molti e per la positura de’ siti. Si che l’aver trovati i medesimi principi assai alieni dal pensiero di star uniti al servizio commune, ha messo quest’altri in speranza, mentre ciascuno da per sé con consigli separati vuol guardarsi, di poterli anco tutti, col tempo e con l’opportunitá delle occasioni, facilmente opprimere. Il che si sarebbe per avventura verificato al presente nel signor duca di Mantova, quando la risoluzione prudentissima di Vostra Serenitá, prima d’armarsi anco essa e poi d’aiutar Sua Altezza, non avesse rese a’ spagnoli assai minori le loro speranze e interrotti i dissegni, essendo cosa chiara e da non mettersi in dubio che, se all’aviso del primo motivo del signor duca di Savoia l’Eccellenze Vostre non abbracciavano in protezione il signor duca cardinale, si sarebbe egli senz’altro per necessitá dato assolutamente in mano a’ spagnoli. Si che si puoi dir con real veritá ch’una sola deliberazione dell’eccellentissimo senato abbia non pur conservato in possesso del dominio e della libertá il signor duca di Mantova; ma, considerate le cagioni e la necessitá che hanno indotto l’Eccellenze Vostre in [p. 251 modifica]risoluzione di sostentarlo, bisogna confessare che il giorno di quel decreto ed il decreto stesso abbino forse dato principio a rilevar in gran maniera la giá piú che mezo abbattuta libertá d’Italia. Perché i principi di essa, osservata per gran tempo una certa troppo severa ritiratezza della serenissima republica ne’ loro interessi, stimando però di non aver appoggio al qual potersi ritirare in occasione di loro bisogno, e vedendosi soprastar d’ogni intorno dalla formidabil potenza spagnola, quasi aviliti da un non irragionevol timore, avevano principiato ad assuefarsi al giogo della servitú: restò appena loro la pompa ed il nome di principi. E ora, avendo veduta e provata in effetto la generosa e risoluta prontezza di Vostra Serenitá nel sottentrar all’aiuto ed al sostentamento del signor duca di Mantova, oppresso certamente non piú dalla propria sua debolezza o dalla potenza del nemico di quello che fosse vicino ad esser assorbito dal mal fidato e poco sincero soccorso che da altri se gli voleva pur dare; averlo però liberato dal pericolo e sottratolo dalla soggezione di chi aspira ad impatronirsi del tutto e a che ogni poco di tardanza l’averebbe dato in preda, e che con l’aver pigliato partito sopra le cose di quel principe l’ha anco pigliato sopra quelle di tutti gli altri, e però fattasi conoscer loro la pronta disposizione della Serenitá Vostra, e come non si potrá mai imputarla d’averli abbandonati o d’aver vilmente fugita la occasione di diffonderli; da che tutto si può e si deve ragionevolmente credere che, rilevati perciò con l’animo, scacciata la paura ed il terrore, è cosa certa che quei stessi, che lasciano di temere, cominciando ad odiare, alienati da’ spagnoli, siano per procurar di stringersi maggiormente con essa, di piú confidare, conoscendo finalmente necessario con la concordia e con l’unione riparar al pericolo di tutti, onde n’abbia a seguire un avanzo notabile ed un accrescimento segnalato di riputazione nella medesima serenissima republica e quel che maggiormente importa, la commune sicurezza. Deve dunque la Serenitá Vostra restar grandemente consolata, devono l’Eccellenze Vostre sommamente compiacersi della deliberazione savia, prudentemente fatta e poi generosamente essequita con costante e ferma [p. 252 modifica]perseveranza, essendo grandissimo l’utile, essendo segnalatissimo l’onore ch’appo tutt’il mondo ne riportano; devesi ringraziar il signor Dio, che col mezo della medesima abbia voluto a Vostra Serenitá donar la gloria e l’onore d’aver conservato un principe italiano, d’aver repressa la violenza che se gli voleva fare, d’averlo sin qua liberato dall’insidie che se gli tendevano sotto finto pretesto di protezione e di diffesa, senza che vi sia concorsa l’opinion d’oltramontani, quantunque se ne siano fintamente offerti, e scarsamente o con niun giovamento quella di qualch’altri, come s’è veduto in effetto, poiché, doppo certa prima speziosa apparenza, si sono del tutto ritirati.

Conosce e confessa il signor duca, con animo grato, d’esser stato sostentato dai danari, aiutato dal consiglio, diffeso dalla violenza del nemico, dall’imperio de’ stranieri dalla potenza di Vostra Serenitá. Dice publicamente a tutti ch’il favore che ha ricevuto e che riceve dall’Eccellenze Vostre è grande, e tanto piú singulare quanto che con molta prontezza fatto, con gran suo commodo, in ogni cosa, con compito gusto e infine con tutta quella maggior sodisfazione ch’egli abbia saputo e sappia desiderare. Attesta liberamente ad ognuno d’aver sentito tanto ristoro nella pietosa e generosa risoluzione della serenissima republica, che, da un gran precepizio di disperazione, condotto a piú di qualche fermezza di speranza, gli giova oltr’il resto questo di certo: ch’il mondo ha anco tanto maggiormente approvata la sua causa per la protezione e per il pensiero che questo eccellentissimo senato, principe giustissimo, se n’è preso. Al qual proposito non voglio restar di rifferire che, ragionando ultimamente meco l’Altezza Sua con la solita sua benigna affabilitá, venne a dirmi che, portando il fu giá signor duca Vicenzo, suo padre, per impresa il sole, aveva egli voluto continuar nella medesima, ma con aggiungervi, di piú, il segno del leone, per dichiarir al mondo ch’il valore degli aviti e della protezione di Vostra Serenitá gli conservava il dominio e ogn’altro bene: il che come gratamente riconosceva, cosí publicamente lo palesava. Pensa che l’Eccellenze Vostre abbino avuto qualche riguardo al merito dell’operazioni, che dice essersi fatte dal padre [p. 253 modifica]nell’occasione delle passate differenze avutesi col presente pontefice, e crede che ciò non poco abbia agevolato la loro deliberazione nell’aiutarlo; ma questo non diminuisce giá punto in lui il concetto della sua obligazione, anzi che stima rendersegli da ciò piú malagevole la corrispondenza, e mostra di non esser per appoggiarsi mai di mediocritá nelle opere, per farsi conoscer fissamente intento al secondar per ciò l’obligo del proprio nascimento e del recente favore. Spera che l’Eccellenze Vostre siano per amar in lui, anco nel tempo avenire, i benefici che ora gli han fatti, e si persuade certo che la serenissima republica in ogni tempesta gli sia per esser sempre sicuro e fedel porto di refugio. È tanto grande il concetto che tiene d’essa, e però tanto in lui l’auttoritá sua, che, avendo per approvata e per sicura l’opinione di lei, ha, come si sa, non solo onorato i suoi consigli col consentimento, ma molte volte, lasciato per somma riverenza d’adoperar il proprio giudizio e quello di suoi consiglieri

e, senza cercar piú oltre, avendo per indubitato e per

certo quel tanto che si tiene dall’Eccellenze Vostre, stimate da lui d’infallibil giudizio e di incontaminata sinceritá, s’è condotto a ritrattar le deliberazioni giá fatte e a rivocar immediate gli ordini giá espediti ed ormai condotti sul ponto della stessa essecuzione. L’Eccellenze Vostre, che lo sanno benissimo, possono anco per se stesse comprender che non essagero per affetto, ma che rappresento la pura e leale veritá.

Si è di piú la Serenitá Vostra guadagnata l’inclinazione e l’amore de’ popoli del Monferrato, ch’a lei attribuiscono e da lei riconoscono la propria diffesa senz’alcun aggravio, diversamente da quello che pur con troppo asprezza provano in altri. Essaltano però le sue lodi sino al cielo, la benedicono e la predicano per principe ch’è nobilissimo tra tutti gl’italiani, voglia piú tosto con la giustizia mantener la sua grandezza, senza aviditá, senz’affetto disordinato, quieto e ritirato, che non procura le guerre, non va infestando altrui con insidie, ma diffende con le sue forze e con il suo valore il giusto ed il ragionevole, senz’offesa d’alcuno. E, non potendo per ora in altra maniera dar segno della loro divozione, par che, per cosí dire, adorino [p. 254 modifica]l’imagine di San Marco impressa nel zechino, giá poco conosciuto in quel paese, ma al presente portatovi dalla munificenza e dalla liberalitá dell’Eccellenze Vostre; pigliato da quei popoli, oltre il resto, anco per affezione, e però fra tutte l’altre monete da loro stimato e tenuto caro.

Ora, se Vostra Serenitá si è acquistata l’affezione de’ popoli del Monferrato, se si è guadagnata la volontá e l’obligo del signor duca di Mantova, s’accresciuta la sua riputazione appresso i principi italiani ed esteri, s’avanzata la sua gloria appresso tutt’il mondo, bisogn’anco dir quel ch’è vero: aversi Ella concitata contra la mala volontá del signor duca di Savoia. Danno e perdita però di non gran momento, se si ha riguardo all’acquisto ed all’utile. Io non entrarò nel laberinto delle negoziazioni passate sopra questo affare alle corti de’ principi a Milano od altrove, cosí perché, non avendo intiera notizia di tutti i particulari, non saprei compitamente sbrigarmene e facilmente potrei prendere qualche errore, com’anco perché, avendone, com’io presupongo, l’Eccellenze Vostre avuta di man in mano da’ signori suoi ambasciatori e residenti distinti e ben fondati avisi, sarebbe manifesta impertinenza la mia il voler ora con tedio replicar imperfettamente quello ch’ormai benissimo hanno inteso. Dirò questo solo: che il governator di Milano, uomo, come giá palesemente si sa, che si rallegra assai dei presenti e che senza rispetto, tenendo poco conto del dir delle genti, corre dietro al guadagno, preme efficacemente nella restituzione de’ beni de’ rebelli, perché il conte Guido San Giorgio in particolare gli ha promesso, riavendo col mezo della sua auttoritá i propri beni, con i frutti d’essi, che stanno in sequestro, di pagar a lui 40.000 ducatoni; di che ha anco avuto il governatore fideiussione nella stessa cittá di Milano. La brama di venir all’effettuazione di che, l’ha reso però talora sdegnato col signor duca di Mantova, parendo a lui ch’il non vedersi cosí facilmente ascoltato dall’Altezza Sua a questo punto, com’egli averebbe desiderato, l’offendesse grandemente; e questo stesso appassionato interesse lo fece poi anco precipitare a prometter la conclusione dell’intiero accommodamento, quando il signor duca di Mantova v’avesse [p. 255 modifica]assentito: di che, avendo Sua Altezza data parola col parer anco di Vostra Serenitá, il signor duca di Savoia non se ne contentò poi, né volse disarmare; si che la cosa resta tuttavia in sospeso con gran ramarico del governatore. Il qual fu giá creduto esser stato mandato a Milano doppo la morte successa del conte di Fuentes, perché, essendo quel terribil vecchio tenuto per nemico dal signor duca di Savoia e sempre da lui allegato per sospetto in Spagna, attribuendo alle ingiurie fattegli ed al sospetto datogli dal medesimo, che lo posero, com’egli dice, in disperazione, i concerti di mossa d’arme fatti giá dall’Altezza Sua col fu re Enrico IV, ed escusandosene con la necessitá, allora, quando il Fuentes, uscito di vita, non poteva piú risponder né parlare, si volse però da’ spagnoli aver al governo di Milano persona a lui confidente, com’è apunto il marchese dell’Hynoiosa, o per levar al signor duca con questo mezo ogni giusto pretesto di far altra pericolosa novitá, o perché, essendogli il marchese vecchio e stretto amico, fusse piú atto, venendo l’occasione, di tentar la vendetta ed ingannarlo. Le qual cose né confermo con argomenti, né ardisco di negare: ciascuno ad arbitrio suo lo creda o no, come li piace, ch’io piú tosto m’accosto all’opinione di coloro che tengano esser egli stato portato a quell’importante carica dal favore del duca di Lerma, da cui par che dipenda, che ne ebbe opportuno pretesto, per esser questo soldato vecchio, che ha molt’anni di guerra tra l’ubidire ed il commandare, e che s’era novamente acquistata riputazione e merito nell’impresa felicemente successagli dell’Arrocchia, fortezza de’ mori nelle rive d’Africa.

Questa è cosa certa ch’il governator. conosciuto uomo avidissimo d’accommodarsi però con ogni facilitá alla scambievol dissimulazione col signor duca di Savoia, ha dato molti chiari indizi di aver venduto a quel principe, se ben occultamente, la sua coscienza ed il suo favore, e che però la mossa fatta dall’Altezza Sua sia stata non senza precedente notizia del medesimo; essendosi anco osservato, doppo ch’egli in tutte le cose ha procurato d’avvantaggiarlo quanto piú ha potuto, che non ha fatto contro di lui se non quello a che la forza della necessitá [p. 256 modifica]lo ha violentato, e che sempre gli ha avuto altretanto rispetto, quanto il signor duca non ha avuto riguardo di far cosa che potesse apportar nota alla riputazione di lui e dargli discontento.

Il che ha fatto sempre in qualunque occasione ha creduto poter avvantaggiar i suoi propri interessi, anco publicamente in scrittura, come è successo apunto ultimamente in quella lettera o editto, nel qual dimanda una contribuzione a’ suoi popoli: di che appena il governatore, se ben gravemente offeso, ha dato segno di risentirsi.

Era il signor duca di Mantova assai fermo nel negar assolutamente la restituzione de’ beni a’ rebelli, ma cesse all’auttoritá dell’Eccellenze Vostre, che cosí lo consigliòrno. Gli par però cosa molto strana che abbi a restargli impedito il giusto castigo di quei che senza veruna cagione l’hanno tanto offeso; essendo pur, com’egli dice, conveniente ch’ogni principe possa a voglia sua corregger i propri sudditi, massime quando al loro fallo si sia congionto il pericolo della somma di tutte le cose, e quando manifestamente si vede piú necessario il doversi col terror di severo castigo ritirar gli uomini dal commetter quelle sceleragini, alle quali sono invitati da gran speranza di premio. Vi si aggiunge ch’essendo Sua Altezza stata in questa occasione servita da diversi, disegnava con la distribuzione de’ beni de’ rebelli sodisfar al merito di tutti e dar segno al mondo della sua gratitudine; il che, levatosegli questo mezo, potrá difficilissimamente fare per altro verso, essendo principe povero e potendo dar poco; se ben anco veramente nel ricompensar chi merita non s’astiene di dar quello che ha, e che questo tanto, da chi riceve, doverebbe esser stimato molto per l’onorevolezza e per certa ragionevol discrezione, udendo che chi dá non può d’avvantaggio: tuttavia gli uomini non restano appagati, confondendo ora bruttamente il mondo l’aviditá con l’onore. E qui non voglio restar di dire che alcuni di quei che hanno servita l’Altezza Sua in questi travagli e che stimano d’aver fatta qualche buona operazione per lei, non contenti della riputazione che la stess’opera ha loro arrecato, han preso una tal confidenza di se stessi e del proprio merito, che par ad essi di poter audacemente pretender tutto [p. 257 modifica]quello che capita nell’insaziabilitá delle loro menti, si che con l’insolenza delle pretensioni e delle dimande facilmente confonderebbero il giudizio di quel principe, quando dalla sua maturitá, destrezza e prudenza non vi fosse riparato.

Credesi che il signor duca non abborisca il matrimonio con la cognata, poiché di essa non sente parlar mal volentieri. Si sa ben certo all’incontro che quella principessa ardentemente lo desidera e che con ogni possibil mezo lo procura: non si sa ben s’inamorata del marito o pur del matrimonio. So ben io questo di certo che, per quanto dalle sue azioni si comprende, d’animo piú a lui che al padre inclinata e per avventura conforme, bramosa di provar la seconda volta nella medesima casa la speranza ed il voto di moglie, non solo ha scritto arditamente in Spagna al zio, riprovando con efficacia quello che con aperto mendacio gli era stato rappresentato dal padre de’ mali trattamenti usatisi a lei dal signor duca cardinale, doppo la morte del duca Francesco, suo marito; ma che, otto giorni avanti la mossa d’arme, averti ella con sue lettere date in Vercelli il signor Carlo Rossi ad aversi ben cura, perché suo padre s’apparecchiava e doveva senz’altro invader il Monferrato. E quest’è cosa d’indubitata veritá. Il che vogliono esser avvenuto, perché, trovandosi allora il vescovo di Diocesarea, confidentissimo suo, appresso il signor duca di Savoia e affatticandosi egli apunto per l’acconzamento di questo negozio delle nozze, ella, quanto piú vicina a poterle sperare tanto piú timorosa che da simil accidente d’ostilitá potessero esser disturbate, e insieme tanto piú pronta a favorir il desiato sposo, volse in ogni modo procurar di divertirne l’impedimento. Il che, se ben non gli è riuscito, non però punto smarritasi d’animo, attende tuttavia ad aiutarsi, tenendo in ogni luogo, dove bisogna, vive le prattiche del negozio, e avendo particolarmente a Mantova persone che di continuo si trovano all’orecchie del signor duca e che con perpetue persuasioni procurano d’indurlo a maggiormente inclinarvi e finalmente ad assentirvi ancora, per metter, com’essi dicono, fine ai travagli, rinnovando col mezo di donna di segnalata feconditá il stretto e santo vincolo del sangue. [p. 258 modifica]

Ma dall’altro canto vi son anco di quelli che non restano d’avertir l’Altezza Sua che il signor duca di Savoia è principe solito a ritener altretanto tenacemente l’affetto dei suoi ambiziosi pensieri quanto diffusamente le parentelle, poste da lui in concorso di questi, in poca o niuna considerazione, in cui però non è punto a fidarsi né creder che abbia ad aver rispetto alle leggi di Dio, del mondo o di natura: dover pertanto facilmente esser indotto senz’alcuna sorte di riguardo a commetter ogni gran male, tirandolo a ciò quel stesso desiderio che lo ha mosso a perturbar la pace d’Italia, essendo egli solito, per condursi al fine de’ suoi dissegni, quando non possa penetrarvi legitimamente, procurar di condurvisi con ogni artificio e anco non senza violenza e crudeltá, e che quando, coperto l’animo fiero con maliziosa mansuetudine e mostrato aver spento e scancellato ogni rancore, vederá il genero allettato dalla pace, invaghito dalle nozze, vòlto alla sicurezza, allora apunto egli, attento alla occasione, tentará di fargli pagar la pena del parentado. Che quel principe vive sicuro, il qual non compiace l’inimico in cosa alcuna, sia ella di che qualitá esser si voglia, purché possa venir poi il caso ch’egli abbia fuor di tempo a pentirsene. Non poter egli ragionevolmente, nel mezo di cosí sottili artifici usati da fresco contro di lui, fidarsi manco della stessa moglie, la qual, per secondar l’umori del padre e per metter a lui in dubio la fortuna del principato, col dar tempo sotto falso pretesto alle machinazioni, s’era finta pregna. Né ella, machiata internamente di coscienza per le cose passate e che vedrá esser quasi ricevuta con violenza, potrá viver intieramente sicura. E però esser pur gran cosa il dover abitar insieme dentro le stesse mura, in un medesimo letto, con continuo sospetto di vicendevoli insidie. E, perché a questo par che s’opponga l’interesse che la duchessa ha giá nella casa per la figliuolina, repplicano pur i medesimi con acuta prontezza ch’alla prudenza del signor duca si rimmette il pensar e il risolver quel che piú importi: o l’aver questa donna conceputo del fratello, o Tesser nata del signor duca di Savoia, per medicar l’animo del quale, acciò si disponga alla pace, alla quiete, al non [p. 259 modifica]insidiargli la vita ed il Stato, stimar essi non esser questa del matrimonio con la figliuola bastevol medicina, poiché anco, oltr’il resto, ad odioso suocero d’inimico genero tutte quelle cose, che tra concordi sarebbero vincolo d’amore, tra loro saran sempre irritamento di sdegno. Per le quali e per molte altre ragioni concludono: l’Altezza Sua doversi astenere, se vuol veramente star lontana da travagli e da pericoli, e se non vuole, coll’assentirvi, che quanto a suo pregiudizio fusse per seguirne si possa poi piuttosto pianger che scusare. In questa diversitá di pareri fluttuava l’animo del signor duca, quando io mi partii da lui; ma il vero esito di questo particolare doverá, per mio senso, dipendere piú dalla volontá e risoluzione d’altri che dalla sua.

L’amore e l’affetto in generale de’ sudditi è apparso es’è fatto conoscer in cotal caso molto differente verso questi due principi, come che diverse e differenti siano le nature, le maniere del trattare ed ogni altra loro qualitá.

Il signor duca di Mantova, di aspetto e d’animo nobile, capace di pensieri leali, che ha passata la prima puerizia nel seno della madre, donna di gran valore, d’ammirata prudenza; che ha consumata la gioventú sotto l’educazione d’ottimi maestri con l’acquisto di tutte le arti liberali; amico però assai d’un ozio virtuoso, lontano d’ogni brama di guerra, desideroso di quiete; si dimostra tutto vòlto ed attento a reger il suo Stato con una certa piacevolezza di governo, di compita sodisfazione a’ popoli. Antepone e riverisce i principi maggiori; ascolta volentieri tutti, specialmente quei che conosce saper piú di lui; permette ad ognuno ne’ Consigli il dir liberamente ed il difendere la sua opinione; modera gl’impeti dell’interne passioni; ha la fortuna per dubiosa, per certa la bontá ed il valore; giovine d’anni, maturo di giudizio, che ne’ suoi affari sa usar arte di vecchio, non timoroso né precipitoso, ma fermo nella speranza, costante nelle cose avverse: condizioni che han facilmente indotti i suoi sudditi a gareggiar insieme nel sostentarlo in questo suo urgente bisogno, avendo ciascun offerto quello che aveva piú pronto: armi, cavalli, munizioni, vettovaglie, danari, le proprie persone, quelle de’ figliuoli. Ma egli, lodata la [p. 260 modifica]prontezza d’ognuno, ricevuto solamente quello che piú gli faceva bisogno per la guerra, ha procurato di supplir al resto con i propri danari sino che ne ha avuti, poi con l’impegnar le gioie e tutto quel ch’aveva; anzi che, per addolcir in particolare la calamitá de’ monferrini, non li ha aggravati d’alcun benché minimo estraordinario peso. Dove gli sono mancate le forze, per render contenti gli uomini che lo servono, ha procurato con la speranza, con la gloria, con le parole amorevoli di confermarli nell’amor di se stesso, d’eccitarli all’ardor della guerra. Hanno però gran torto alcuni, che, non intieramente forse informati, con poco giusta e troppo severa censura riprendono le sue azioni e con licenziosa mordacitá l’accusano di debolezza di consiglio, d’inconstanza di mente, di poca sodezza e fermezza di giudizio, essendo veramente tutto in contrario; non solo per natural sua disposizione alla prudenza, ma per aver anco affinato giá l’animo negli affanosi pensieri e nella multiplicitá de’ presenti travagli, ne’quali s’è specialmente osservato, tutto attento con perpetua assiduitá agli negozi, non aver egli manco voluto mai allegerir la malinconia del spirito con altro che con qualche virtuoso essercizio del corpo. È molto facile il notar altrui di mancamento, ma non è cosí facile l’operar lo stesso o meglio, massime quando l’uomo è involto in difficoltá inestricabili, quando la fortuna l’ha ristretto, l’ha angustiato e d’ogn’intorno circondato da precipizi. Ma non piú che tanto basti aver detto in questo proposito e della natura e delle particolari qualitá di questo principe, com’anco dell’affetto de’ sudditi verso lui.

Il signor duca di Savoia all’incontro, a cui la natura è stata poco cortese nella forma del corpo, ma ben tanto piú liberale nella fierezza dell’animo; ardente alle imprese grandi, assai instrutto degli ordini, assai intendente dell’arte militare; che sa conoscer e far anco nascer l’occasione di travagliar e di maneggiar l’armi, che dispensa il giorno e la notte non meno in pensar, in consigliar e in trattare ch’in essequire con tanta fermezza o piú tosto precipizio di risoluzione; che, senza aver alcun riguardo o altra considerazione piú che al presente e che [p. 261 modifica]a ridurre a fine l’impresa che ha per le mani, con ugual temeritá di vincer e di perder, arrischia in un colpo il tutto (il che ha fatto non una, ma molte e molte volte, come ben si sa e come chiaramente dimostra il partito ultimamente preso in questo negozio del Monferrato; poiché, dopo aver posto in compromesso ogni cosa, finalmente quasi per ultimo tiro ha anco voluto arrischiar la libertá e la persona del proprio figliuolo, che gli ha a succeder nel dominio, col mandarlo in Spagna); il cui animo né manco nella pace si fa mansueto, ché non ha altro pensiero né altro fine se non d’invecchiar per ogni verso segnalato a vicini, a lontani, a nemici ed a suoi, e che però non acqueterá mai sino che l’estenuata vecchiezza non lo renda inabile a cosí stentato valore o, e dirò forse meglio, sino che ’l signor Dio non l’averá levato dal mondo.

Ha questo principe i suoi popoli che nell’interno gli sono tutti nemici, il cuor de’ quali, essendo pien di timore per le violenze ch’egli usa, è però vuoto affatto d’ogni benivolenza e d’ogni amore verso di lui, ma bensí pregno d’odio, colmo di disperazione. I grandi a lui soggetti non ardiscono prendersi pensiero del danno inestimabile e compasionevole insieme che di continuo riceve il paese, in particolare dalla soldatesca che perpetuamente vi trattiene senza pagarla, e, temendo, per paura di brutti scherzi che fa or ad uno or ad un altro di loro, per ogni quantunque leggiera cagione, non sanno far altro né cercano rimediarvi che con l’adulazione. Si può egli però dir e chiamar infelice, avendo, non, come ha qualche altro, tra’ suoi alcuni pochi malcontenti, ma inimica tutta la moltitudine, e vedendosi giá, per quello che si sente, condotto in necessita di principiar a tener vie estraordinarie anco con essa per assicurarsi e per tenerla ferma nella ubidienza; che se gli riusciranno, sará sua gran ventura e potrá dir d’aver anco in questo ottenuto dalla fortuna quello che ha concesso a molto pochi, essendo cosa chiara che chi ha l’universale de’ sudditi disgustati e disperati non si assicura mai, e quanto piú rigore, quanta maggior crudeltá usa, tanto diviene piú debole il suo dominio, anzi tanto piú s’accresce il suo pericolo. Ha talora il signor duca di Savoia nel presente [p. 262 modifica]disparere con finta mansuetudine dato speranza di potersi accordare, ha molte volte promessa e data la parola di dover disarmare; ma n’è anco sempre in un medesimo tempo riuscito il contrario. N’è maraviglia, perché anco in altri casi ha fatto lo stesso: che allora apunto quando ha maggiormente mostrato di volersi riddur a ragione con apparenza di belle parole, ma vane d’effetto o maliziose, allora o poco dopo, col scoprirsi qualche sua machinazione o qualche trama, ha anco dato segno che quanto piú si ricuopre con maggior sembianza di bene, tanto piú le sue operazioni sono per riuscir in qualche odioso e crudel male. Onde, vaglia dir il vero, non vi è chi possa fidarsi in lui né chi abbia a stabilir fondamento nella sua amicizia; e, se ben al presente pare che gli accidenti, che conosco, Io tengano congionto con spagnoli, tuttavia si può anco tener per fermo che non sia per continuar con essi in unione, essendo tra di loro, e per natura e per interesse, poco amici, anzi, dirò di piú, del tutto insieme incompatibili. Da che parerá forse ad alcuno che se ne possa cavare consequenza favorevole per il signor duca di Mantova a sicurezza del Monferrato. Ma non è giá cosí, poiché né in questo, come né anco nell’accordo del disarmar e della parentella che potesse seguire, averá da confidar in modo che non abbia all’avvenire a custodir con estraordinario riguardo Casale, e specialmente la cittadella, cosí rispetto agli uni come rispetto all’altro. Poiché del signor duca di Savoia si sa certo che, quando gli potesse riuscir d’impatronirsene, niuna cosa, niun rispetto lo ritirerá punto dal farlo; e di quegli altri poi, per quell’infalibil massima di buon governo, che vuole tra i deboli ed i potenti non vi poter esser mai vera sicurezza.

L’essercito del signor duca di Savoia è stato di 7 in 8000 fanti al piú, e di 1000 cavalli la cavalleria, parte de’ suoi feudatari, ma il piú assoldata e trattenuta giá molto tempo, assai ben montata e di buona gente. Nella fanteria vi erano 2000 svizzeri, soldati vecchi, il fior d’essa; 2000 dell’ordinanze del paese, non in tutto mal essercitati; il resto gente colleticia, per il piú straniera, fuorusciti, vagabondi e ladroni in gran parte, [p. 263 modifica]uomini che non han notizia del bene né tengon conto del male, e però di vantaggio si son fatti conoscer preda dell’avarizia, ministri d’ogni sceleratezza, disprezzatori di Dio e degli uomini.

I capitani piú nominati sono stati il signor duca di Savoia medesimo, il duca di Nemurs, suo cugino, il conte Guido San Giorgio, il conte di Verua, l’uno e l’altro di questi fieri stimulatori delle presenti novitá.

Le genti del re, il nerbo delle quali è la fanteria, sono al presente 10.400 fanti e 600 cavalli, cioè 5000 italiani in due «terzi», e altretanti o poco piú spagnoli divisi in tre «terzi.» Gl’italiani sono d’assai buona gente, perché in questa occasione li hanno pagati ragionevolmente bene, e la licenza dell’alloggiare senza discrezione li ha invitati alla milizia e li tien grassi e contenti. I spagnoli sono per il piú soldati vecchi, ben essercitati e di esperienza. Fra loro molti si ritrovano che contano vinti, trenta e piú anni di soldo, servono volentieri e continuano costantemente, per esser sicuri di dover veder il fine della loro lunga milizia, ciascuno con onorato riposo, fuori di povertá.

I capitani privati, i colonelli e maestri di campo e infine tutti gli officiali dell’essercito regio sono per il piú eletti non tanto dalla nobiltá quanto dal valore: tutti uomini provetti nel mestiero dell’armi, ed anco altretanto ben contenti per le larghe mercedi che ricevono, e d’utile e d’onore, in ricompensa della loro servitú.

II generale è il principe d’Ascoli, napolitano, ma però di casa Di Leiva, spagnola, creduto e tenuto giá per figliuolo naturale del re Filippo II e cavalliere di lunga esperienza e di molto credito nella milizia, che procede con maniera assai nobile e che si mostra sincero nel trattare: forse solo de’ ministri spagnoli ch’in questa occasione non si sia lasciato contaminar dal signor duca di Savoia, e però poco suo amico. A questo s’è sempre per certo termine d’onore mandato da Casale giornalmente il vitto per la persona sua e per la famiglia ancora, non giá di cibi sontuosi e delicati, ma bensí sodi ed alla domestica: tuttavia costan al signor duca.

Porta nome e riputazione di buon soldato, oltre gli altri, il signor Francesco Morosini, gentiluomo milanese, luocotenente [p. 264 modifica]generale dell’essercito, vecchio di 84 anni, ma gagliardo e robusto. Si dice aver questo appresi i primi ammaestramenti della guerra insieme col fu giá signor Giorgio Basti, uno de’ piú famosi capitani dell’etá nostra, del cui lungo contubernio egli tuttavia si gloria.

Commissario generale è il signor Bernabò Barbo, pure milanese, consumato anco egli nelle guerre di Fiandra e segnalatosi in molte onorate fazioni. Tralascio di far menzione degli altri, per non allungarmi di soverchio. I nomi, i carichi loro, come anco di tutti quei che hanno servito e servono il signor duca di Mantova, saranno scritti in fondo a questa relazione con diversi particulari delle loro condizioni, e vi sará anco fatta nota distinta del numero, qualitá e stipendio delle genti di guerra, per quei dell’Eccellenze Vostre ch’avessero gusto di vederli e d’intenderli.

Furono chiamati e vi si trattennero alcuni mesi 3000 svizzeri, licenziati poi dal governator di Milano contra sua voglia per quei rispetti che sono molto ben noti all’Eccellenze Vostre: gente veramente brava e da tenerne gran conto. Fra questi Principal istigamento al valore è il non formar lo squadrone a caso o per sorte, ma tutto della medesima nazione; anzi le squadre particulari sono di quei d’una stessa terra: si ch’avendo ciascuno in occasion di combattere appresso di sé il parente, l’amico, le cose piú care, e avendo anco di piú la salute e l’onore per tutto uno, n’avviene però che rieschin nelle battaglie formidabili a’nemici e di quasi certa vittoria agli amici: onde non è maraviglia s’ogni principe perfonde anco i tesori per averli all’occorrenze appresso e per poter godere il valore delle loro armi. Si fecero anco da principio cavalcar a’ confini undeci compagnie d’uomini d’arme del Stato di Milano, ma, conosciute poi d’inutil aggravio, di certo impedimento e da non potersene servire, fûrno anco immediate rimandate alle case loro, con ferma risoluzione de’ ministri regi, per quanto essi dicono, d’aver, quanto prima per l’ozio e per la quiete si possa, a liberar il re dalla spesa grandissima che fa nel mantener questa infruttuosa milizia, per impiegar il medemo danaro in altra piú atta [p. 265 modifica]al servizio militare. Le compagnie di cavalleria di Sua Maestá sono di 100 uomini per ognuna, e si compartono in 50 armati di corrazza, 25 con lancia, ma assai leggiera, vestiti di petto, schiena, cossali e celiata: gli altri 25 portano l’arcobugio lungo alla bandoliera; nome e modo novo, ritrovato ultimamente in Fiandra.

La soldatesca del signor duca di Mantova è, per dir il vero, specialmente la fanteria, tale quale per l’ordinario suol al presente esser la gente italiana di pressidio, cioè colleticia, con poco stimolo d’onore, non molto ubidiente a’ capitani, pronta a fugir dopo aversi buscata la paga, di niuna esperienza nell’arte militare, paurosa nell’avversitá, insolente nelle prosperitá, e però da non farne gran fondamento, massime se s’avesse a valersene in campagna. La cavalleria è assai migliore, regolata apunto nell’armare e in altra cosa conforme a quella del re. A’ soldati che sono trattenuti dal signor duca le vivande servono per stipendio, dandosi a ciascuno di loro ogni giorno trent’once di pane e due misure di vino, computato loro a prezio ragionevole; nell’ultimo poi del mese, fattisi i conti, si esborsa ad ogni soldato in contanti quello ch’avanza. Agli ufficiali si dá tutto il pagamento in danari.

Nelle genti pagate da Vostra Serenitá v’è stato qualche disordine, in che non so se si continui ancora: prima perché, tardandosi a mandar il danaro da Mantova per volersi dal signor suo residente veder anticipatamente i rolli, sono i soldati talora stati due e tre mesi senza aver le loro paghe, con sommo patimento e con poca riputazione; poi, avend’io rassignate le compagnie con qualche diligenza e con l’aver tenuta nota particolare del numero d’ognuna di esse, cosí di cavalleria come di fanteria, arrivato nel mio ritorno a Mantova ed incontrata questa con i rolli, ho ritrovato esservi non poca differenza: il che nasce senza dubio dalle fraude de’ ministri; e però ogni regola, che si metterá a questo affare, sará di gran servizio a Vostra Serenitá e di non minore al signor duca. Il qual dissimula molte cose, convenendogli cosí fare per termine di prudenza, ritrovandosi nel stato ch’egli è e temendo ragionevolmente ch’il disgusto [p. 266 modifica]d’ognuno, ancorché preso in riparar cosa di qualche momento, e però contra ragione, possa apportargli pregiudizio in altra maggiore. Oltre di ciò, perché i capitani di cavalleria ed altri officiali ancora, pagati da Vostra Serenitá, hanno molto maggior stipendio di quello ch’abbino i pagati dal signor duca, voleva saviamente il signor don Vicenzo che si diminuisse loro e che si paregiassero come questi altri, impiegandosi il soprapiú nell’assoldar maggior numero di gente. Fu scritto di ciò a Mantova, e parve che fusse risposto l’Eccellenze Vostre non assentirvi, ma voler che si continuasse il fattosi giá; e pur, dopo il mio ritorno, intendo ad esse non esser mai stato di ciò fatto motto alcuno. Non volsi giá io assentire ad un’altra proposta fatta da’ ministri di Sua Altezza, che volevano ridurre tutte le compagnie pagate dalla serenissima republica al compito numero di 2.200 fanti, col rimetter in queste i soldati che erano in quelle del signor duca: il che non accresceva ponto il numero della soldatesca, ma diminuiva solo la spesa all’Altezza Sua e l’accresceva a Vostra Serenitá. Mi vi opposi con destra maniera, e la cosa restò allora impedita: non so mò quello si sará fatto dopo. So ben questo di certo: ch’il far soldati in quelle parti riesce difficilissimo al signor duca, in particulare perché gli uomini vanno piú volontieri a rimettersi ne’ «terzi» del re e forse anco del signor duca di Savoia, cosí per esser per il piú liberi da quelle fazioni che si convengono far da questri altri, tenuti continuamente ne’ pressidi delle piazze, come anco perché, avendosi questi a sostentar con la semplice paga, quelli all’incontro si fanno spesare, e anco lautamente, dai poveri paesani nelle case de’ quali stanno alloggiati, oltre molti altri avvantaggi e commodi che ne riportano; si che, essendo tanto dissimile la condizione degli uni da quella degli altri, non è maraviglia se questa milizia venga aborrita e quell’altra piú facilmente abbracciata.

Regeva, dal principio di questa mossa d’armi, la somma delle cose nel Monferrato il signor Carlo Rossi con titolo di governator generale, al qual non essendo cosí ben incontrati gli affari come se averebbe desiderato, caduto però in odio di molti, [p. 267 modifica]imputato di diversi gravi mancamenti appresso il principe, intrepido nondimeno per la coscienza della sua buona fede, procurò di poter andar a lui per giustificarsi, e l’ottenne: si deve creder anco che l’abbia fatto, essendosi poi Sua Altezza servita della persona sua in altro grave ministerio. Tuttavia alcuni vogliono che ritenga piú tosto l’apparenza che la forza della bona volontá e della grazia del principe.

Fu dato successore a questo il marchese Vicenzo Guerriero, cavallier d’animo vigoroso, nato a negozi grandi, giá caro al fu duca Vicenzo, adoperato da lui in cose importanti, fattosi buon soldato nelle guerre di Fiandra. Questo, diligente nelle cose pertinenti alla guerra, attento al governo civile, riusciva di sodisfazione a’ popoli, di contentezza alle milizie, di buon servizio al principe, quando, per disgusto nato col signor don Vicenzo, convenne il signor duca richiamarlo. Il signor Alfonso suo fratello, essercitato pur nel mistiero dell’armi nella gran scola di Fiandra, ha sostentato il carico di generale della cavalleria con maravigliosa attitudine e con lodato valore.

Il signor don Vicenzo, fratello di Sua Altezza, in etá di 19 anni, d’animo vigoroso e risentito, di spirito ardente, farebbe senza dubio gran riuscita nell’arte militare, quando, chiamato, come par, dalla fortuna, non avesse ben tosto a mutar abito e professione: non prendendo egli, com’accostumano altri principi giovani, la milizia per ricreazione, né si serve licenziosamente del titolo del suo nascimento, non passa neghitosamente il tempo ne’ piaceri e ne’ lussi; ma attende solamente a’ negozi, procura di farsi conoscere a’ soldati, vuol informarsi e imparar da periti, studia d’imitar i migliori, non ambisce cosa vanamente per iattanza, né s’è veduto che n’abbia ricusata mai alcuna per timore. Questo, benché abbia provato e provi i mali trattamenti de’ spagnoli, par però che sia assai vólto con l’affetto a riverir quel re; anzi che, per istabilir la sua fortuna seco, ha ordinato al signor don Guglielmo Gonzaga, mandato ultimamente dal signor duca ambasciator in Spagna, che faccia con la Maestá Sua alcuni offici drizzati a ciò. Il che si può credere ch’avvenga non tanto per inclinazione ch’abbia a quella parte, [p. 268 modifica]quanto per quel ragionevol discontento che ha sentito e sente di non aver ritrovato ne’ presenti bisogni della sua casa la regina di Francia, sua zia, cosí amorevole, ardente e risoluta come pareva a lui che per ogni rispetto dovesse essere; e, quando talora la licenza del tempo e del luoco ha portato ch’egli abbia potuto essalar meco e sfogar i secreti del suo cuore, si è assai doluto di lei, specialmente che col star sospesa, col lasciarsi agitar da finte promesse d’altri, col dar luoco a contaminati consigli di poco sinceri ministri, abbia grandemente disavvantaggiate le cose del fratello e sue, abbia nutrita la lunghezza de’ presenti travagli con grave loro incommodo e con pericolo maggiore, quand’a tutto averebbe potuto facilmente rimediare col dar segno di generoso risentimento e di vera risoluzione e col solo mostrare le sue armi all’Italia. Fu dal signor duca dato a lui ultimamente per coaiutore nel governo del Monferrato, con facultá però piú tosto di persuadere che con potestá di commandare, il signor Ferrante Rossi, cavallier di scoperta e nuda mente, di sviscerato affetto verso Vostra Serenitá, che non sa o non può dissimulare quello che stima contrario a’ suoi interessi.

Quei, con quali d’ordinario conferisce e consiglia il signor duca le cose sue, sono i vescovi di Mantova e di Diocesarea, il marchese Fedrico Gonzaga, generale dell’armi nel Mantovano, il conte Annibal Chieppio, che ha titolo di primo consigliere, il conte Annibal Imberti, due presidenti: l’uno del senato e l’altro del magistrato. Riferirò le particolari condizioni d’alcuni di questi conosciuti da me, e degli altri me la passerò con silenzio, per non averne intiera notizia.

Il vescovo di Mantova, di casa Gonzaga, cognato al signor Ferrante Rossi, prelato di molta etá, di mediocre ingegno, ch’ebbe giá un fratello cardinale, uomo di maggior spirito e assai piú intelligente di lui, inclina grandemente con l’affetto alla parte spagnola, per essere stato sin da’ tempi della sua prima gioventú educato nella corte del fu re Filippo II, al qual servi lungamente di paggio e da lui tirato poi al generalato della religione franciscana de’ zoccolanti, nella qual, giá pervenuto ad etá [p. 269 modifica]matura, era entrato per voto, finalmente portato dal proprio nascimento al vescovato di Mantova.

Il vescovo di Diocesarea, di nazione calavrese, di professione frate di San Francesco di Paola (l’una e l’altra non intieramente buone condizioni), fa gran professione di politico piú di quello forse che si convenga ad uomo religioso: le sue massime però sono, da chi drittamente intende le cose, stimate piú tosto scandalose che buone. È tenuto uomo di legerezza, di vanitá e, quel ch’è peggio, di poco buona fede. Il signor duca lo conosce, ma lo va saviamente tolerando per men male sino che trovi opportunitá di liberarsene.

Il Chieppio, d’antico credito presso la casa Gonzaga, tirato non meno dall’amor de’ patroni che dalla sua fedeltá e dal suo valore da basso ad assai eminente stato, vien tenuto ed è in effetto il migliore ed il piú sicuro ministro ch’abbia Sua Altezza, e però anco il piú adoperato, ed è insieme la prima persona a chi si confidino dall’Altezza Sua i secreti del governo.

Ho detto degli altri. Dirò ora di me stesso, e pregarò che mi sia concesso il poter brevemente raccoglier la memoria e il testimonio della mia servitú. E prima narrerò la causa che mi mosse a lasciar la quiete e la commoditá della mia casa, la moglie ed il figliuolo per qualche tempo, e quel poi che me ne sia successo. Mi fu senza dubio d’incitamento e di stimolo a cotale deliberazione il desiderio ardente che vive in me di far qualche acquisto d’esperienza nell’arte militare, alla qual sento chiamarmi da certo instinto di natura, onde potessi valermene a qualche tempo in servizio di Vostra Serenitá, di questa amata patria, a cui, benché col corpo fussi nel Monferrato, restò però sempre mai vòlto l’animo a lei votato e la mente obligata.

Andai adunque, con buona grazia e con permissione dell’Eccellenze Vostre, con pensiero di starmene privato, né mi capitò mai nell’imaginazione il dover pretender o il dover aver alcuna carica. Piacque al signor duca di voler dar segno al mondo della sua obligata divozione verso la serenissima republica, e trovò bene il farlo, per allora specialmente, con l’onorar un cittadino di essa di grado, di eminenza e di onorevolezza nella sua milizia, [p. 270 modifica]qual è apunto quello del generale dell’artiglieria: il che, cosí come fu allora e sará sempre all’animo mio grazia d’inestimabil contentezza, cosí m’eccitò a procurare d’avanzarmi tanto con opera di prontissimo e fedelissimo servizio, che, se non avessi potuto mostrarmi degna fattura del suo perfetto giudizio, mi mostrassi almeno non indegna creatura della sua singoiar affezione, conoscendomi non solo obligato all’Altezza Sua per l’onor stesso conferitomi, ch’avanza ogni merito della mia particolar persona, ma per esser stata con generosa benignitá prevenuta ogni mia espettazione.

Entrai adunque ad essercitar il ministerio impostomi con tutta l’applicazione del mio spirito, e, dove conoscevo mancarmi l’esperienza per riuscir se non perfetto e sufficiente, almeno non del tutto inutile in quel maneggio, procurai di supplir coll’aver presso di me persone d’approvata intelligenza nell’arte, col consiglio e coll’indrizzo delle quali mi è riuscito se non altro questo di certo: che non ho fatto errore nel parlare né tampoco nell’operare, quando è venuta l’occasione. Nel Consiglio secreto e di guerra e di Stato ho proceduto sempre in modo, discorrendo, consigliando e dando il mio voto, che il signor don Vicenzo, ch’era presente, restandone contento, procurò di darmi la carica suprema in luoco del signor marchese Guerriero, che, disgustatosi seco, l’aveva rifiutata; ma, conoscendo con la mia mente non esser capace di tanta mole, e sapendo quanto sia arduo e sottoposto alla sorte il peso di regger il tutto, ricusai costantemente d’accettarla. Non mi fu però lecito di cosí fare la seconda volta, che, chiamato dal signor duca ad essa con efficace e risoluto commandamento, convenni sottomettermi alla sua volontá, con pretesto però che il tempo avesse ad esser breve; ond’io, libero da cosí grand’impaccio, avessi a sottrarmi alla malignitá non meno degli uomini che della fortuna, vedendomi esposto per mille rispetti e per altretanti disordini, a’ quali non potevo bastevolmente rimediare, ad un’infinitá di pericoli, che manifestamente mi portavano in un medesimo tempo alla perdita della riputazione e della vita: questa nulla stimata da me in cosí fatti casi, ma quella sopr’ogn’altra cosa tenuta cara. M’industriai però [p. 271 modifica]di sostentare fuori d’invidia e d’arroganza la grandezza d’un tanto maneggio e la gravitá di cosí pesante carico, m’ingegnai di consolar quei popoli maltrattati e di far che nelle poche settimane del mio governo assagiassero qual sia la dolcezza e la soavitá del regimento viniziano. Che se ciò averò almeno in qualche parte ottenuto, pretenderò d’aver insieme riportato il pregio della mia nascita, fattomi degno della patria e de’ maggiori; e, quando non abbia potuto arrivar al desiato segno, doverá esser scusata la mia debolezza e non sprezzato l’ardor della volontá. Ho travagliato con l’animo, ho affaticato col corpo, ho speso largamente la facultá: non giá per mercanzia o per trarne mercede, ma bensí per restar, come resto, contento, in premio di quel servizio che credo di aver umilmente prestato non meno a Vostra Serenitá che al signor duca di Mantova, del solo beneficio ed acquisto di poter sperare di aver meritato appresso la mia patria la grazia di lei ed appresso il mondo il nome e concetto d’uomo d’onore; ch’è appunto quel vero guiderdone che sogliono cercar gli uomini nati e vissuti in libertá.

Ho detto sinceramente tutto quel ch’io so, piú con vero affetto di cuore che con pompa di concetti, che con ornamento di parole. Supplico in questo ultimo fine Vostra Serenitá, l’Eccellenze Vostre che, se averan osservata la presente mia relazione non cosí pienamente perfezionata come esse per avventura averebbero desiderato, ma in molte parti manchevole e scarsa di diversi piú curiosi particulari, si contentino benignamente d’escusarmene, poiché, non avendo potuto, o per le continue occupazioni dei carichi essercitati o per trovarmi lontano dal principe o anco per mia natural incapacitá, portarmi piú avanti nella notizia delle cose di quello che hanno giá inteso, succede a me in questo caso ciò che giá ne’ secoli passati avveniva a quei che volevano rappresentar agli occhi altrui in tavola o in carta il sito del mondo, che, per non aver ancora notizia di quelle parti di esso alle quali ne’ tempi piú vicini è penetrata la curiosa e ardita industria degli uomini, convenivano però, delineate e figurate quelle delle quali avevano cognizione, ricoprir l’altre col titolo di «terra» o di «mar incognito». Cosi ancor io, avendo riferto [p. 272 modifica]fedelmente quello che so, convengo lasciar il resto, a che non ho potuto arrivare, sotto il titolo d’«incognito», per ora; che doverá poi esser scoperto e rapportato da chi averá avuta maggior commoditá e piú agio di farlo, e che anco per continuo essercizio e per natural attitudine a tali affari potrá d’avvantaggio supplire a quello in che convengo io per debolezza e per inesperienza

in questo caso mancare. Grazie. [p. 273 modifica]

NOTTA

di tutta la soldatesca che si ritrova nel Stato di Monferrato pagata dalla serenissima republica e da Sua Altezza di Mantova, cosí cavalleria come fanteria.

In Casale.

Una compagnia di corrazze commandata dal marchese Malaspina di Madrignano, capitano della guardia di Sua Altezza, qual non è statto alla guerra, con gli officiali sono n. 104
Nell’Ala una compagnia di fantaria commandata dal signor Agostino Maria di Casale, qual non è stato alla guerra, e pagata dalla Serenitá Vostra, sono n. 155
Nella dett’Ala una altra di fantaria commandata dal capitano Prospero di Gioanni, veronese, qual è statto alla guerra, e pagata dalla Serenitá Vostra n. 95
Nella detta un’altra di fantaria commandata dal capitano Girolamo Macetti di Casale, qual non è statto alla guerra, e pagata da Sua Altezza, sono n. 129
Alla porta della ròcca che va verso Milano una compagnia di fantaria commandata dal capitano Alessandri di Casale, qual non è statto alla guerra, e pagata da Sua Altezza n. 50
Alla porta del castello che va verso Torino un’altra di fantaria commandata dal capitano Giovanni Battista Rodolfi veronese, qual non è statto alla guerra, e pagata da Sua Altezza n. 50
Nel castello di Casale un’altra di fantaria commandata dal signor Antonio Cavalcabove di Guastalla, castellano, qual è statto alla guerra, e pagata da Sua Altezza n. 50
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Nella cittadella sotto il commando del signor conte di Rivara, governatore di quella piazza, vi sono tre compagnie di fantaria sotto tre capitani e 50 bombardieri, pagati da Sua Altezza, sono in tutto n. 650

In Trino.

Una compagnia di corrazze commandata dal capitano Alessandro Monte, veronese, qual non è statto alla guerra, e pagata dalla Serenitá Vostra, sono n. 48
Un’altra compagnia di arcobugieri a cavallo commandata dal capitano Lelio Salamoni, qual è statto alla guerra, e pagata da Sua Altezza, sono n. 54
Una compagnia di fantaria, detta «la Collonella», del signor cavalliere Rivara, mastro di campo d’un «terzo» di fantaria e governatore di quella piazza, qual è statto alla guerra, ed è pagata da Sua Altezza, sono n. 235
Un’altra compagnia di fantaria commandata dal capitano Mercurino Gambera, qual non è statto alla guerra, e pagata da Sua Altezza, sono n. 177
Un’altra compagnia di fantaria commandata dal conte Battista D’Arco, mantovano, qual non è statto alla guerra, e pagata dalla Serenitá Vostra, sono n. 216
Un’altra compagnia di fantaria commandata dal capitano Andrea Gatto, bressano, qual non è statto alla guerra, e pagata dalla Serenitá Vostra n. 165
Un’altra di fantaria commandata dal capitano Gioan Battista Gamondo, mantovano, qual non è statto alla guerra, e pagata dalla Serenitá Vostra n. 156
Un’altra di fantaria commandata dal capitano Gian Antonio Bordone, bolognese, qual è statto alla guerra, e pagata dalla Serenitá Vostra n. 150
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In Moncalvo.

Governatore il capitano Giorgio Tenaglia, manto vano. Una compagnia d’arcobugieri a cavallo commandata dal capitano Vicenzo Guazzo di Casale, qual non è statto alla guerra, e pagata da Sua Altezza n. 73
Una compagnia di fantaria commandata dal capitano Nestore Soardi, mantovano, qual non è statto alla guerra, e pagata dalla Serenitá Vostra n. 207
Un’altra compagnia di fantaria commandata dal capitano Luchello Fugazza di Fubine, qual non è statto alla guerra, e pagata dalla Serenitá Vostra n. 203
Un’altra di fantaria commandata dal cavalliere Preda, pavese, qual non è statto alla guerra, e pagata dalla Serenitá Vostra n. 133

In Gabiano.

Una compagnia di fantaria commandata dal conte Abramo di San Giorgio, governatore di quel luogo, qual è statto alla guerra, e pagata dalla Serenitá Vostra n. 132

In Alba.

Governatore il signor cavalliere Grisella. Una compagnia d’arcobugieri a cavallo commandata dal capitano Benedetto Fera e pagata da Sua Altezza, qual non è statto alla guerra n. 42
Una compagnia di fantaria commandata dal cavalliere Scozia di Casale, qual è statto alla guerra, pagata da Sua Altezza n. 200

In San Damiano.

Governatore il capitano Andrea Prandi di San Steffano. Una compagnia di fantaria sotto il sodetto, qual è statto alla guerra, e pagata da Sua Altezza n. 50
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