Renovatione della Chiesa/Renovatione della Chiesa

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Renovatione della Chiesa

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Lettere dettate in estasi - I

20 luglio – ottobre 1586

YHS M.a1

Al’ Nome di Jesu Ch[ris]to crocifisso, e di Maria Dolciss[im]a

In questo libro si contiene una intelligentia che comunicò il Signore alla nostra diletta sorella Suor Maria Maddalena de’ Pazzi, monaca nel nostro monasterio di Santa Maria delli Angeli in Borgo San Fr[id]iano sopra l’opera della renovatione della Chiesa, mostrandogli come haveva eletto lei a manifestare e ad aiutar tal opera; onde scrisse alcune lettere in astratione di mente al Sommo Pontefice e altri Prelati e Servi di Dio per conto di tal renovatione come si vedrà.

Stette in ratto sopra tale intelligentia 4 giorni e 4 notte continue, cominciando il dì 11 d’agosto 1586 e durando sino alli 15 detto; nel qual tempo non stette fuor di ratto se non tanto quando diceva l’Uffitio, mangiava un poco di pane, e beeva un po d’acqua, e dormiva un hora fra giorno e notte. In detto ratto parlò al solito di molti altri (se bene stava molte hore anco senza parlare); ma n’haviamo scritto solo un poco di sustantia, sì per la veementia del dire che talvolta non potevamo pigliare le proprie parole; sì ancora perché diceva molte cose che non s’intendevano, onde, per non dire una cosa per un’ altra, l’havian più presto lasciate.

Non fu questo ratto a lei di gusto e contento, anzi d’afflitione, perché non vorrebbe il Signore la manifestassi alle creature, ma desidera starsene ascosa e ritirata. Et se bene ha un ardentissimo desiderio della salute dell’anime, nondimeno aspira d’aiutarle ascosamente e non in questi modi apparenti; e più volentieri mille volte il giorno darebbe la vita, se fussi possibile (come spesso diceva in detto ratto), in aiuto loro che havere queste intelligentie e fare una minima cosa apparente alle creature.

Il dì 11 sopradetto, in giorno di domenica, fu dunque rapita in spirito e, doppo che fu stata alcune hore senza parlare, disse le sequente parole dolendosi col Signore:

Dhe amoroso Verbo, dhe dimmi, che m’hai conferite tante cose fra te e me, e hora perché vuoi al contrario?

Si condoleva col Signore che la facessi parlare in ratto, e gli domandava la causa; onde intendendola diceva:

Ha, che lo fai perché ben vedi quanto mal agevolmente mi condurrei a manifestare tal cose, e perché conosci il mio debol figmento. Ancora, perché più facilmente credono a te quando parli in me. Ancora, per manifestargli il ben loro. Lo potresti fare per altra via, ma ti compiaci per questa. O Dio, tanto grande che non puoi essere inteso, e ti fai suggetto a una minima creatura, Dio mio! Quem quaeritis (cf. Jo. 18,4.7) filii hominum? O quante varie, Iddio mio, sono le persone che cercon te, quanto varie potrebbono esser le risposte che saranno fatte a te. Chi cercate? Vorrei poter risponder per tutti: la verità; ha non posso dir di me di cercar la verità, che altre sarebbon l’opere mia. O di quanti si potrebbe mutare il nome e non dire verità’ ma vanità! O sì, sì. O verità infallibile, non puoi mancate a te stesso; e si come non puoi mancare a te stesso, non puoi mancare anco a quell’anima che aspira verità.

Quemadmodum desiderat cervus ad fontes aquarum (Sl. 41,2). Tu, humanato Verbo, sei come cervo assetato; e tale è la creatura tua che intende il voler tuo. O Dio, chi non lo prova, non lo può intendere; ma chi si trova assetata ritorna sempre al fonte; ma si meraviglia chi non ha sete che si torni sempre qui, perché no. Ma come si può fermar l’anima di cercare altre anime, le quale, per modo di dire, ama più che se stessa? Ma chi penetrassi di quanta importantia è un’anima, non si maraviglierebbe che sempre tornassi a intendere il volere e opera tua. Tale ansiosa sete hebbe l’humanato Verbo in cercare la creatura sua, rimirando sempre in quel che lo mosse a venire a ricercare essa creatura, che non fu altro che amore, e non passò mai un minimo spatio di tempo mentre che visse con noi in terra che notte e giorno non si affaticassi per ricondurre la creatura a sé e finire l’operation sua.

Aspice, guarda in te stesso, e Respice in faciem Christi tui (Sl. 83,10). Hai ha risguardare ne tua ministri, che sono la faccia del tuo Cristo. Hai a risguardare e non guardare, perché altra cosa è risguardare e altra guardare. Molte cose si guardono, e poche si risguardono. Quando si risguarda una cosa, è segno che s’ama o, se non s’ama, si vuol fare giuditio di essa.

Questo tuo risguardo fa a guisa del sole che riscalda e fa fruttificare. Così l’anima che risguardi, fai fruttificare nel cuor suo il tuo volere; e non è cuore tanto addiacciato che essendo risguardato da te, non sia riscaldato dal’ intima charità tua.- Grata e grande, grande e grata è l’opera tua.- Grande e innumerabile son l’opere che si contengon nell’opera tua, Iddio mio. Giovino le parole e penetri il Sangue tuo, Jesu mio!

Dio di bontà sommo, di potentia incredibile, di sapientia ineffabile; Dio eterno, scrutator de cuor nostri, sustantia del tuo essere, tranquilla unità e unita tranquillità, dhe dimmi quanto hai amato la creatura tua, tratta di te, quanto l’ami e quanto l’amerai.- Tanto l’hai amata che gli hai dato l’essere, creata e ricreata.

Non conosce essere amato da Dio quello che ama se stesso; non si rende atto a esser amato quello che non va con ogni sincerità, senza simulatione alcuna con Dio e con le creature. Non si rende atto a esser riamato e glorificato da Dio quello che non si quieta in tutte le cose; non dico solo in quelle fatte da Dio, ma ancora in quelle fatte dalle creature. Etiam se havessi la confusione che è nell’inferno, però bisogna quietarsi in tutte le cose, e così si rende atto a esser amato e glorificato da Dio.


O bone Jesu, son ciechi gli occhi nostri, e offuscati, e non vegghiam lume. E chi potrà scampar tanti lacci? Bisognerà bene haver l’occhio puro a non esser preso, e esser forte a non esser superato; però dà lume, Iddio mio. La nostra cecità nasce da un humore che cade in su la pupilla dell’occhio nostro, però bisogna havere una continua lima d’un lume e gratia particulare. La quale superfluità d’humore nasce da un intimo amore delle cose terrene; ma non lo vò chiamare amore, anzi odio, perche ci priva del vero amore; e tal superfluità è o dalla natura, o dalla gratia, o dalla sapientia e scientia acquistata. La superfluità della natura non è altro che un appetito e desiderio del proprio comodo. La superfluità della gratia è un ammantellamento che si fa del desiderio dell’unione e gusti delle cose divine, e chi ha tal desiderio non è perfetto perché si ferma ne doni e non nel donatore. La superfluità della sapientia e scientia e altri doni acquistati, è la maladetta vanagloria; e tutti a tre questi humori sono a guisa d’un panno grosso che si pone sopra la pupilla dell’occhio del nostro intelletto, il qual fa che non conosciamo Dio,- a tale che se per virtù di quello ardente fuoco ch’ arde nel petto divino non fa distillare quel Sangue per mezzo dell’humanità, non si leverà mai tal cecità da nostri cuori, che pur ce n’è in tutte le creature. E a questo non ci è rimedio se non la tua charità, Dio mio, e il tuo Sangue. Grande è l’opera tua.

Nella sequente intelligentia gli è mostro come la sposa Chiesa rinnovata farà spiritualmente, per similitudine, l’operatione che fece il Verbo humanato da che s’incarnò sino a che ascese al cielo glorioso.

In tal renovatione ci ha concorrere tutte quelle persone che concorsono all’incarnatione del Verbo. E nove chori delli Angeli ha passare questo Verbo che ha fare tal renovatione.- L’auttorità che tiene il Vicario di Christo è il Verbo, perché esso à far tal renovatione sì in quanto a virtù, ma non in quanto a presentia. E l’istesso Vicario è Maria, che ha dare il consenso, perché se non acconsente Maria non si può fare la redentione, e per consequente la renovatione. Ma ben bisogna lo faccia noto la fortezza di Dio, sì.

Cinque parole hanno a dare e attrarre quello ch’ha fare tal renovatione, e se non ci sono, non ci potrà essere né potere, né sapere, né volere. Cinque voce hanno a sclamare nella santa Chiesa, qual saranno 5 gradi di persone che sono in essa. Il primo à essere il Vicario di Christo. Il 2º, tutti gli altri religiosi. Il 3º, le religiose. Il 4º, e secolari, quelli però che hanno lume. Il 5º, lo stato de coniugati e continenti.

La prima voce ha sclamare povertà; la 2ª: charità; la 3ª: purità; la 4ª: patientia; la 5ª: perseverantia. Con queste 5 virtù s’ha renovare tutta la santa Chiesa.

O Spirito di bontà,- è più degno l’imbasciadore della renovatione che della redentione, perché lo Spirito Santo è quel che lo fa noto alle sua creaturé, e è differente quanto il servo dal Signore. Il Sangue dello svenato Agnello è quello che ha obbumbrare, quello che ha concepire il Verbo e farlo fare tutte l’opere di esso.

E nove chori delli Angeli sono nove gradi, o nove privilegii che deve lasciare e come Vicario di Christo tenere, perché bisogna farsi infermo con gli infermi (cf. 1 Cor. 9,22).- Il primo, l’honore delle creature. Il 2º, il rigor della giustitia. 3º, parte delle sua ricchezze. 4º, non aver compassione de sua propinqui, che come Pontefice gli sarebbe posto mente, sì, sì. 5º, il suo proprio consiglio, perché con San Girolamo bisogna che sia preparato alla reprensione di un fanciullino di un anno, però che chi è quello che da se stesso possa esser suffitiente alla sua propria salute? 6º, il rispetto della sua propria religione. 7º, non come sommo Pontefice, esser humile con tutti, e procedere e risponder con benignità. 8º, escludere ogni proprio interesse. 9º, pronto a por la vita. Le quali cose, per esser sommo Pontefice, non parrebbe se gli convenissino; ma se vuole conseguire tal renovatione, bisogna che tutti i rispetti, o gradi che ce li voglian chiamare, sopradetti, gli lasci.

O Jesu mio, dhe fa sì che sia concorrente a quel che veggo essere il tuo volere! Jesu mio, purché sia fatta la tua volontà. Omnia possum in eo qui me confortat (Fil. 4,13).- Providentia dell’eterno Verbo. Tutte le cose fai con infinita sapientia; e quanto più alli occhi nostri paion difficile, tanto più fai che condescendino al tuo volere.- Iddio mio, se havessi acconsentito al primo tuo moto, sarebbe stato conosciuta tanto l’opera tua? Certo no. Et questo prolungare del ministro tuo c’è sotto tanta tua providentia che creatura nessuna mai se lo potrebbe inmaginare. Omnia in sapientia tu fecisti (Sl. 103,24).

Voleva dire dell’ill.mo e r.mo Cardinale e Arcivescovo nostro di Firenze che haveva a venire qui al nostro monasterio, al quale lei intendeva havere a far noto tale operatione, come poi fece quando ci venne, che fu a 29 di settembre prossimo.-

Ne vien poi questa Sposa tutta baldanzosa e addorna dinanzi a te, attraendone un fonte di latte per poter purgar le macchie che poi si faranno, però che sempre ci sarà che più purificare; e per dare ancora nutrimento a piccoli parvolini, che sempre ne surge su di nuovo, e non hanno denti da masticare il pane.-

Essa si andrà ingrillandando de già calpesti fiori e smarrite fronde.- Ma è ben necessario accender la lucerna per ritrovar questa dragma e invitare e vicini e convicini (cf. Lc. 15,8ss) e quelli che già m’hai mostro, e si verrà ritrovando il già smarrito anello. Ma sì come nell’accender la lucerna si dura fatica, così a ritrovar l’anime smarrite bisognerà durar fatica.

A ricercar della dragma s’affatica tutto il corpo e si abbassa; così i veri servi di Dio per riunire quelli già consecrati a te, Iddio mio, si hanno abbassare, hanno affaticar l’occhio dell’intelletto con cercar d’intender qual sia il voler tuo e quel che è necessario all’operation tua, hanno adattar le mane in continue e sante operatione, hanno a muovere e piedi con infocati affetti. Et ci sara necessario che ci sia le nutrice di tal forza che possin prendere i deboli e infermi sopra le proprie spalle. Ma, Iddio mio, se il principio doppo la fatica viene, non dubito del perfetto e desiderato fine-

In luogo dove cantorno Gloria in excelsis. canteranno gli angeli terrestri, ma non per la natività del Verbo, ma sì bene per haver ricuperato la bellezza e decoro la sposa di esso Verbo.- I pastori adororno il Verbo humanato. I pastori si inclineranno al Vicario di esso Verbo; e sì come a essi fu annuntiato la natività del Verbo dall’Angelo, sarà annuntiato di città in città, di luogo in luogo, da sacerdoti a tutti gli altri la rinnovatione di essa sposa Chiesa.-

Fu adorato poi da Magi; e essa nuova Sposa, non nuova ma ricuperata la sua bellezza, sarà adorata e reverita da tre re, perché tutti i prelati che hanno dignità ecclesiastica saranno sforzati, intesa che l’haranno, a inclinarsi ancor loro al Vicario di Christo in terra e offeriranno tre doni: l’oro delle ricchezze, se non tutte in parte; l’incenso dell’oratione, e la mirra del vivere continente e castamente.-

Offerisce Maria il piccolo e grande Verbo incarnato, la cui grandezza riempie la terra, e il cielo non è capace. Offerirà la santa madre Chiesa il piccolo, grande e meraviglioso frutto; di chi? Di tanti christi già persi e hora ritrovati con le colombe e tortore delle verginelle a Dio consecrate.

Maria perde il suo amabil figliuolino e lo ritrova fra dottori; la Chiesa, poi che sarà rinnovata, perderà il suo figliuolino, che, è quel puro e semplice vivere che sarà in alcuni nel principio di essa rinnovatione, ma lo ritroverrà fra dottori nella sapientia e scientia acquistata pure in Christo crocifisso-

È battezzato poi il nostro Christo; e in che modo sarà battezzata la sposa Chiesa, se non che quell’ anime che una volta sono state lavate nell’acqua e nel Sangue mediante il santo battesimo, si rilaveranno di nuovo nel Sangue per ricuperare la già perduta veste dell’innocentia?

Andossene nel deserto lo amoroso e humanato Verbo. Andrassene l’amorosa e rinnovata Chiesa, cioè gli habitatore di essa andrannosene nel deserto dell’amoroso costato, da tanti pochi habitato, et parte nel deserto della celeste patria; dove quelli che saranno nel costato patiranno e sentiranno la medesima tentatione del Verbo, ché verrà lor fame dell’union con Dio e bisognerà che rispondino quel che rispose il Verbo; che non solo con l’union sua s’honora, ma con la conformità della volontà, come di non solo pane vive l’huomo (cf. Lc. 4,4).-

Il nostro Christo fece molti e varii miracoli, sanando infermi, resuscitando morti, illuminando ciechi. Così la virtù del Sangue dello Sposo di essa Chiesa farà molti miracoli, sanando dalle infirmità de peccati, resuscitando dalla eterna perditione, illuminando con dare il lume acciò che possino vedere e godere la vision di Dio. Predicherà con l’esempio e ancora col Verbo, perché non mancherà fra gli habitatori di essa Chiesa chi harà sapientia e scientia.

Lascia lo sviscerato Verbo se stesso per l’amore che tiene incluso in sé; così l’amorosa Chiesa lascerà se stessa per l’amore che terrà in sé, perché gli habitatori di essa mediante la charità saranno ansiosi di dar la vita per Christo.

Andò il nostro Christo alla passione, dove tanto patì in modo che fu affisso in croce. Andrà alla passione la sposa Chiesa quando verrà antichristo, che sarà battuta da falsi profeti, sarà coronata di spine dalli amatori dell’iniquità, sarà ancor lei confitta in croce da quelli che non vorranno credere nell’amoroso Crocifisso. Sarà sepolta quando tanti sua figli si partiranno da lei lasciando la fede, e andranno a antichristo. Resusciterà gloriosa quando Dio con la sua potentia ucciderà esso antichristo.

O buono Iddio grande è l’opera tua! O amoroso Verbo, gran virtù si converrebbe havere a chi ha trattare l’opera tua!- O bontà dolce e infinita, bisogna che concorra tu, anzi che tu stesso sia l’operatore nelle creature tua. Et se non seguirà l’opera tua, non sarà già perché non sia il voler tuo, ma per mancamento di dispositione nelle creature tua.-

Grande è lo Dio nostro e investigabile le vie sua, ma amorose l’opere sua, e anche ascose. Opera Dei abissus multa.-

Et così fornirno li ratti de sopradetti quattro giorni sopra l’intelligentia dell’opera della renovatione della Chiesa.

Et temendo questa benedetta Anima che tale intelligentia non fussi inganno, per non vedere principio alcuno di adempirla (ancor che havessi inteso che se ciò non seguiva di presente sarebbe stato per mancamento di dispositione nelle creature), la conferì al nostro r.do Padre governatore e confessore, Messer Francesco Benvenuti, canonico e penitentiere del duomo, e al r.do Padre frate Angelo [Pientini: cf. infra pp. 55-61] del’ ordine de Predicatori, insieme col r.do Padre Niccolò Fabbrini, fiorentino, rettore del collegio di San Giovanni evangelista della Compagnia di Jesu di Firenze [dopo il 27 febbraio 1594: cf. VI 223ss]. Et da tutti gli fu risposto unitamente che non temessi d’inganno perché ciò era voler di Dio, sendo che nell’libro dell’Apocalissi di San Giovanni evangelista dice: Tempus enim prope est (Apoc. 1,3), e que oportet fieri cito (Apoc. 1,1) di alcune cose che hanno ancora a essere e non si veggono adempite. E ancora gli dissono che pure a questi tempi si veggono alcuni principii della renovatione della Chiesa.

Del tutto sia gloria allo Sposo di essa, qui est per omnia benedictus.

Seguono hora le lettere che lei scrisse in astratione di mente al sommo Pontefice e altri prelati e servi di Dio per conto di tal renovatione.

LETTERE DETTATE IN ESTASI

25 luglio – 4 settembre 1586


Note

  1. Sopra il mandato di scrivere queste lettere, v. Opere V 35s: essendo il’ dì di Santa Margherita, addì 20 di luglio 1586, in choro con l’altre suore a dire il’ divino Offitio, di mentre che salmeggiava, fu in un subito rapita in spirito con nostra gran maraviglia, sendo che era stata più d’un anno senza havere di queste estasi e union con Dio, havendola il’ Signore lassata senza il’ sentimento e gusto della suo gratia per questi cinque anni della probatione. Ma come ci conferì poi lei, questo non fu ratto di consolatione e gusto, ma sì bene d’afflitione e dolore, però che in esso intese come il’ Signore voleva, per insino a ottobre prossimo avenire, allentare un poco la sua probatione, cioè le tentatione e continue battaglie che haveva col’ Demonio, e dargli di queste unione con lui per fargli intendere in esse quello che già gli haveva cominciato a mostrare avanti che entrassi in essa probatione, cioè l’opera della renovatione della Chiesa e particularmente de’ religiosi, che esso gli mostra voler fare, mostrandogli ancora come ha eletto lei in aiuto a tal opera. Onde in questo tempo sopradetto spesso era rapita in spirito sopra tale intendimento, e per la medesima causa stette quattro dì e quattro notte del’ continuo, eccetto il’ tempo che diceva l’Uffitio divino e mangiava un po’ di pane e beeva un po’ di accqua al’ suo ordinario, che era per breve spatio. Scrisse ancora in astratione alcune lettere sopra tal materia (a similitudine di Santa Catherina da Siena) al’ Sommo Pontefice, alla congregatione de’ Cardinali, al’ nostro R.mo e Ill.mo Cardinale e Arcivescovo di Firenze, al’ collegio de’ R.di Padri della Compagnia di Jesu, a quelli di San Francesco di Paula e a quelli di San Domenico, e ad altri pochi servi di Dio e religiosi privati. Ma questi ratti non gli erono di gusto e contento (come disopra è detto), anzi d’aflitione, perché non vorrebbe il’ Signore la manifestassi alle creature, ma desidera starsene ascosa e ritirata. Et se bene ha un ardentissimo continuo desiderio della salute dell’anime, non dimeno aspira di aiutarle ascosamente e non in questi modi apparenti, quando il’ Signore se ne compiacessi. E più volentieri mille volte il’ giorno darebbe la vita (se fussi possibile), come spesso diceva, in aiuto loro, che havere queste intelligentie e fare una minima cosa apparente alle creature.