Ricerche e studi sul "Regio Spedale di Carità" nel XIX secolo/Il nuovo Stabilimento - Progetto e attuazione
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IL NUOVO STABILIMENTO
PROGETTO ED ATTUAZIONE
L’edificio sito in via Po si trovava originariamente in aperta campagna e poteva ospitare circa mille ricoverati. Fin dal 1802 però i problemi di sovraffollamento erano diventati tali da esigere un richiamo alla severità delle norme per l’ammissione. Con l’Editto del 30 Giugno 1802[1] s’imponeva a tutti i mendicanti, non nati in Torino o nel suo territorio, ne ivi abitanti da almeno dieci anni, di abbandonare l’Ospizio entro dieci giorni.
Con l’andare degli anni il numero dei ricoverati crebbe in proporzione all’aumento della popolazione cittadina. Ormai attorniato da altre case, l’edificio non poteva più espandersi orizzontalmente, fu quindi rialzato sino al terzo piano; poi si utilizzarono come dormitori alcune soffitte, dove vecchie ottuagenarie erano costrette a vivere in ambienti angusti, soffocanti d’estate e gelidi d’inverno; i refettori furono ricavati negli umidi sotterranei, mentre i medici lavoravano in locali strettissimi ed inadatti.
La prima proposta concreta per la costruzione di un nuovo stabilimento risale al 2 Dicembre 1879[2], allorchè i signori Conte Corsi di Bosnasco, Cav. Martini, Cav. Avv. Cibrario e il Cav. Ferrero, con una lettera proposero di dedicare una seduta della Direzione al solo scopo di discutere la questione relativa al trasloco della sede dell’Ospizio in altra località. Nella riunione tenuta il 28 Aprile 1880[3], il Conte Corsi ebbe l’opportunità di esporre ai suoi colleghi i motivi che avevano spinto lui e altri membri della Congregazione ad insistere sulla proposta di un nuovo stabilimento. Un primo argomento a favore, come già detto, nasceva da un’analisi dell’edificio di via Po, ormai troppo angusto per gli scopi che doveva assolvere; altro motivo per cambiar sede era la posizione centralissima, fatto che contrastava con le norme d’igene esistenti a quell’epoca, come si è rilevato nel capitolo riguardante le situazioni medico-sanitarie.
Per tutte queste argomentazioni, il Conte Corsi propose la costituzione di una "Commissione per pre-studiare i mezzi" affinchè il trasloco avvenisse nel più breve tempo possibile. Pur condividendo le ragioni del Conte Corsi, il Conte San Martino Valperga, il Cav. Dionisio, il Cav. Zanotti e il Cav. Molines fecero notare che la costruzione di un nuovo stabilimento avrebbe comportato una notevole spesa, solo in parte coperta dalla vendita dei locali in via Po; per il rimanente si sarebbe dovuto procedere a vendite di beni e, non essendo ancora conclusa la causa con il Municipio di Torino per gli assegnamenti, la vendita di proprietà che fornivano rendite avrebbe potuto compromettere la funzionalità dell’Istituto. L’avvocato Daneo ribatté che non credeva nella diminuzione delle rendite, anzi, fiducioso nella carità del popolo torinese e portando ad esempio altri istituti cittadini, prevedeva un notevole incremento nelle entrate sotto forma di beneficenza, lasciti, legati ecc... Messa ai voti la proposta del Conte Corsi e dell’avvocato Daneo fu approvata a grande maggioranza e furono immediatamente indicati i nomi dei membri che avrebbero fatto parte della Commissione: il Cav. Bertini, in qualità di presidente, il Cav. Balbo, il Barone Teseo, il Conte Mocchia di Caggiola.
Questa commissione riferì i primi risultati nella seduta del 19 Luglio 1880[4]: la Direzione presa conoscenza della relazione su proposta dell’avvocato Daneo, approvò un ordine del giorno nel quale si chiedeva al Presidente di far eseguire dall’ufficio d’arte le perizie e gli studi opportuni per la preparazione di un regolare progetto di vendita delle case Bogetto, Consual, Piossasco.
Il Conte San Martino Valperga propose alla Commissione di designare al più presto un terreno adatto allo scopo, sottoscrivendo eventualmente il compromesso di acquisto a nome dell’Ospizio; si poteva così bandire un programma di concorso per un disegno di fabbricazione.
La proposta fu accettata e si pose anche un limite, il successivo mese di ottobre, entro il quale eseguire detta incombenza.
La decisione di costruire un nuovo stabilimento era ormai largamente accettata dall’amministrazione, che al termine della seduta votò, all’unanimità la riconferma della Commissione, con l’inserimento del Cav. Molines, ringraziando i membri per il lavoro fin li svolto.
La scelta del terreno non era ovviamente un problema da poco, e la Commissione non riuscì a disinpegnarsi nel tempo prestabilito; quindi l’Amministrazione rinnovò il mandato e il 10 Gennaio 1881[5] il Cav. Balbo riferì delle trattative per l’acquisto del terreno sul quale la Commissione avrebbe proposto la costruzione del nuovo edificio. Il Cav. Balbo mostrò un disegno in cui erano rappresentati tre appezzamenti distinti; due avevano una superfice di 28 giornate, di proprietà del sign. De Benedetti; il terzo di 4,22 giornate del sign. Bunis.
Il terreno era situato lungo la stradale per Rivoli, pochi metri oltre la cinta del dazio e quindi in posizione comoda e favorevole sia per l’accesso, sia per la salubrità dell’aria. Il prezzo richiesto dal sign. De Benedetti era di L. 1,20 al metro quadrata, per una cifra globale di L. 129.000 mentre il sign. Bunis chiedeva L. 42.500 per l’intero suo lotto.
Il terreno corrispondeva alle esigenze dell’Istituto secondo il giudizio della Commissione; ma non sapendo ancora nulla sul tipo di progretto, sulla grandezza del nuovo stabile, ecc.., non si poteva decidere se tale terreno era sufficente; inoltre il sign. De Benedetti voleva una risposta entro il 15 di Gennaio. Il Direttore Zanotti fece subito mettere a verbale il suo dissenso dall’acquisto che secondo lui avrebbe pregiudicato la stabilità economica dell’Ospizio stesso. Anche gli altri membri avevano dubbi sull’operazione; tra di essi il Conte Mocchia, cercando una soluzione interlocutoria propose di votare prima il programma di concorso e solo in un secondo momento l’acquisto del terreno. Non trovando altre vie si decise di chiedere al sign. De Benedetti di rinviare il termine dato. La Direzione ai riunì nuovamente nella stessa settimana, alla ricerca di un accordo soddisfacente, che non solo non si trovò, ma ai precedenti problemi se ne aggiunsero altri: infatti, il Conte San Martino chiese ai suoi colleghi di verificare l’esistenza di mezzi finanziari sufficenti per la nuova opera e sostenne che il prezzo proposto dal De Benedetti, secondo le sue informazioni era troppo elevato. Il Conte San Martino era preoccupato particolarmente del fatto che non era ancora conclusa la lite con il Municipio e quindi non si poteva far affidamento sull’assegnamento e sulla sua consistenza; considerando che la risposta della Magistratura si sarebbe conosciuta di lì ad un mese, il Conte San Martino proponeva una sospensione della discussione, da riprendersi dopo la sentenza; messa ai voti, questa proposta fu bocciata e il Conte San Martino dichiarò che non avrebbe più partecipato alle successive dichiarazioni di voto.
Le prime indicazioni specifiche sulla costruzione futura riguardavano gli uffici della direzione, che dovevano essere separati dallo stabile; i bagni che dovevano rispondere ai più moderni criteri di igiene; venne proposta anche la costruzione di una piscina; la camera mortuaria che avrebbe dovuto contenere almeno quattro morti, e così via. Su alcuni punti iniziarono le prime controversie, per esempio sul numero di ricoverati che il nuovo stabile avrebbe potuto ospitare: certi dicevano mille posti letto, altri millecinquecento, altri addirittura duemila; sul tipo di pavimentazione, se in asfalto, in larice, in cotto o in pietra. Queste discussioni nell’ambito della Direzione servirono a individuare le caratteristiche del nuovo stabile, come si vede nella formulazione del programma di concorso[6].
Nel frattempo il 27 Gennaio 1881, la Congregazione Generale approvò il compromesso con il sign. De Benedetti, che si impegnava a tener gratuitamente a disposizione dell’Ospizio il terreno scelto dalla Commissione sino al 1 di Aprile; la disponibilità sarebbe rimasta anche in seguito dietro pagamento del 5% di interesse sul capitale d’acquisto; se l’affare non fosse andato a buon fine, la penale per la disdetta veniva fissata in L.1000: nella congregazione successiva si precisava che il sign. De Benedetti avrebbe rinunciato all’indennizzo in cambio di qualche "compenso morale".
Un primo programma di concorso che riuniva le varie proposte discusse ed approvate dall’Amministrazione, fu presentato il 21 Gennaio 1881; il nuovo Ospizio di Carità che si sarebbe costruito fuori porta Susa, verso Rivoli, doveva ospitare millecinquecento indigenti di età avanzata; lo stabilimento doveva essere composto di una casa per gli uffici; una cappella per gli esercizi del culto; dormitori; refettori e sale di lavoro adeguatamente al numero dei ricoverati; un’infermeria per le malattie acute capace di cento letti, divisi in camere di non più di dieci letti ciascuna; un locale per i bagni utilizzabile, in ore diverse, da uomini e donne; una stanza mortuaria e necroscopica in comunicazione con l’esterno mediante una porta nel muro di cinta; una lavanderia, un locale cucina e panificio; un locale per il servizio farmaceutico interno in comunicazione con l’esterno, anche qui mediante una porta nel muro di cinta; una ghiacciaia e una scuderia per due cavalli; nel sottosuolo dovevano essere predisposti vasti magazzini per il vestiario, la biancheria e i combustibili. L’ingegnere, autore del progetto, poteva liberamente decidere sulla distribuzione dei vari locali, salvi restando, naturalmente, i principi di igiene, di semplicità e di economicità della costruzione. Il tempo utile per la presentazione era di sei mesi dalla data di pubblicazione del programma di concorso ed erano richiesti[7]:1) La pianta generale in scala 1:500
2) Piani, sezioni e facciate di ogni singola parte in scala 1:100, muniti di appositi casellari particolareggiati.
3) Dettaglio e particolari a scala 1:10
4) Calcolo della spesa ad opera finita tenendo conto di alcune condizioni poste dall’Amministrazione: un rivestimento in pietra come zoccolo esterno lungo tutto l’edificio; la calce adoperata nella costruzione fosse tutta di Casale; inserimento delle condutture per il gas, l’acqua potabile e i campanelli elettrici; per le finestre si doveva calcolare la spesa sia in legno, sia in ferro fuso.
Si costituì una Commissione composta da due medici igienisti e da tre tecnici, i quali dovevano controllare i vari progetti, e darne poi un giudizio alla Direzione, che era l’organo chiamato alla decisione.
I progetti sarebbero stati classificati in ordine di merito: al primo era attribuito un premio di quindicimilalire, al secondo seimilalire e al terzo duemilalire; i primi due diventavano proprietà del Regio Spedale, che si impegnava inoltre a porre una lapide sul frontone principale del nuovo edificio riportando il nome dell’ingegnere autore del progetto prescelto.
Il 17 Marzo, si concluse la lite con il Municipio con l’assicurazione definitiva di un’annualità di L.100.000; quindi l’Amministrazione incaricò i Direttori Mosca e Antonelli di continuare le trattative per definire l’acquisto del terreno. Costoro, recatisi sul luogo per un’accurata verifica, si accorsero che per aver un’area sufficiente occorreva acquistare anche un appezzamento di proprietà del sign. Olivieri, oltre a un cascinale del sign. De Benedetti che, trovandosi al centro dei suoi terreni, avrebbe comportato la costituzione di servitù di passaggio: per l’acquisto di tali parti occorreva un ulteriore sborso di circa duecentomilalire.
L’amministrazione, esaminata la situazione giunse alla conclusione di cercare altri terreni, senza servitù e a prezzi più modici; al tal proposito il Direttore Ing. Costanzo Antonelli riferì sulla cascina "Medico" che l’ospizio possedeva poco oltre la barriera di Stupinigi sulla stradale omonima. Fu nominata una nuova Commissione, composta dai Direttori Antonelli e Mosca, con l’incarico sia di continuare le trattative con il sign. De Benedetti, sia di verificare la proposta relativa alla cascina Medico.
Le conclusioni favorirono la scelta della cascina, anche se si presentavano dei problemi relativi ai confini; infatti vi erano alcuni piccoli appezzamenti, in particolare verso la strada di Stupinigi che si sarebbero dovuti acquistare per poter insediare il nuovo stabilimento. Le prime trattative concluse riguardarono il terreno dell’avv. Luigi Discalzo che accettò la permuta con un prato. Con i fratelli Mussino, proprietari di un piccolo appezzamento si proddette ad un acquisto al prezzo di tremiladuecentolire; gli acquisti furono approvati dall’Amministrazione, con riserva di ricorrere alla Deputazione Provinciale per l’omologazione.
Un’altra Commissione, composta dai Direttori Parazzardi e Antonelli, fu istituita per redigere un programma di concorso per la costruzione dell’Ospedale.
Fin dalle prime riunioni risultò chiaramente che si doveva costruire un edificio capace di contenere almeno duemila persone: pur non volendo fare del lusso ed evitando ogni forma di spreco, il costo sarebbe stato intorno ai due o tre milioni di lire: l’Ospizio intendeva farvi fronte senza smobilizzare troppo il suo patrimonio, realizzando la somma nel seguente modo:
- alienazione dell’intero isolato sito in via Po, cioé in una posizione centralissima, con un ricavo senza dubbio notevole
- Un prestito presso un istituto di credito (Credito Fondiario presso le Opere Pie di San Paolo o la Cassa di Risparmio) per far fronte alla spesa che non si fosse riusciti a coprire altrimenti.
- Le annualità arretrate che il Municipio doveva pagare.
- Eventuali vendite di altre proprietà.
Il 28 Giugno 1881 la Direzione approvava il programma di concorso proposto dalla Commissione; i requisiti del nuovo stabilimento, da erigersi in "Barriera Stupinigi", erano così fissati: la capacità di ospitare duemila persone in due sezioni uguali; l’accesso, verso la stradale di Stupinigi, attraverso viali alberati; una zona per i viali di passeggio, come avevano più volte chiesto i medici.
Tutte le costruzioni dovevano avere i sotterranei da utilizzare come cucine, panifici, caloriferi, ed ogni sorta di magazzini per combustibili, alimentari etc....
L’edificio andava suddiviso su tre piani; al piano terreno dovevano esservi i refettori, i laboratori e gli altri ambienti per il trattenimento dei ricoverati inabili al lavoro; ai piani superiori andavano messi i dormitori di capienza non superiore ai ventiquattro letti, oltre alle camere per gli inservienti destinati alla sorveglianza nei piani stessi. Le scale non dovevano avere gradini con alzata maggiore di cm.13.
I sottotetti doveva essere utilizzabili per abitazione del personale di servizio; nella costruzione di essi e ovunque fosse possibile, si dovevano utilizzare materiali non combustibili.
L’edificio destinato alla Direzione, collocato tra le due sezioni, doveva avere le stesse caratteristiche generali (sotterraneo e tre piani); vi dovevano trovare posto gli uffici del Presidente, dei Direttori, dell’Economo, ecc.; gli alloggi per l’Ispettore, l’Economo, due magazzinieri, il Cappellano e tre Assistenti medici, nonchè gli archivi ed una stanza per le adunanze della Direzione.
Per l’esercizio del culto religioso si doveva predisporre un oratorio interno, con tribune apribili in corrispondenza di ogni piano dell’edificio.
Le infermerie dovevano avere posti in proporzione di uno a quattro rispetto ai ricoverati e formare un corpo a sé allacciato però alle due sezioni mediante porticati e gallerie per il passaggio dei convalescenti. Ogni infermeria doveva avere sei camere con uno o due letti ciascuna per i casi di malattie speciali ed alcuni locali predisposti per la farmacia, l’armamentario medico-chirurgico, nonché due camerette per il soggiorno e lo studio del personale sanitario.
L’Ospizio doveva inoltre essere fornito di due locali per i bagni dei ricoverati; d’un locale per macello interno; di una stalla per due o tre cavalli, di una lavanderia con essicatoio, di una camera mortuaria e di un locale per le autopsie.
Nel programma di concorso non fu stabilita la somma disponibile per la costruzione, ma si raccomandò un sistema di impianti che, soddisfacendo alle migliori prescrizioni dell’igiene e del servizio interno, fosse al tempo stesso il più economico. Gli elementi decorativi dei prospetti dovevano avere la massima semplicità; gli atrii di ingresso, i porticati e le gallerie di comunicazione si dovevano decorare con le statue, i busti e i medaglioni dei numerosi benefattori, già esistenti in via Po.
I concorrenti dovevano presentare una serie di disegni: un piano generale (scala 1:300), con la divisione delle aree libere per il passeggio; le piante dei rispettivi piani (sottosuolo compreso) (scala 1:100); pianta con la segnalazione delle reti dei canali di sfogo delle acque pluviali e delle acque nere. Il progetto doveva essere corredato da un casellario particolareggiato dell’escavazione del terreno fino al piano del pavimento del sotterraneo, delle diverse categorie di muratura, del ferro, delle pietre, del tetto, dei pavimenti ecc.. . Infine, a questi disegni, si doveva unire una relazione esplicativa del progetto, con tutte le notizie riguardanti i materiali con cui si proponeva di costruire l’edificio nei vari suoi elementi; in essa doveva risultare anche come s’intendeva provvedere al ricambio dell’aria nei dormitori e nelle infermerie.
I progetti andavano consegnati "non più tardi delle ore quattro pomeridiane dell’ultimo giorno di gennaio 1882" [8] presso la segreteria dell’Ospizio.
Di nuovo fu formata una Commissione, composta dal Presidente, due Direttori, due Medici e sei tra Ingegneri o Architetti per analizzare ed esprimere dei giudizi sulle varie proposte: al progetto prescelto veniva assegnato un premio di lire diecimila, mentre al secondo e al terzo toccava un "accessit" di lire duemila; tutti e tre i progetti sarebbero rimasti di proprietà dell’Ospizio.
I disegni furono esposti al pubblico nei locali delle scuole comunali di borgo Po, in via Santorre di Santarosa.
La Commissione non ritenne nessun disegno soddisfacente alle esigenze e propose di distribuire i premi stanziati a favore dei cinque concorrenti, a rimborso delle spese da loro sostenute. Sull’opportunità di questa distribuzione si discusse molto; il Direttore Daneo, sostenne che se nessun disegno era stato accettato non bisognava distribuire nessun premio; prevalse però la tesi secondo la quale, non essendo stato stabilito l’ammontare della spesa, i vari progettisti si erano mossi senza criteri ben precisi e quindi l’Amministrazione il 1 Luglio 1882[9] approvò la divisione dei premi tra i cinque concorrenti. L’avvocato Daneo non si rassegnò e diede le dimissioni invitando però la Direzione a sottoporre alla Deputazione provinciale le delibere prese il 1 Luglio. Per uscire da questa situazione gli ing. Antonelli e Panizzardi furono incaricati di rivedere i programmi di concorso, proporre le dovute variazioni e procedere all’acquisto di altre piccole porzioni di terreno adiacenti alla cascina Medico o, dove questo non fosse stato possibile, iniziare le pratiche per l’esproprio.
L’ingegnere Caselli, già partecipante al concorso, modificò il suo progetto, in base alle nuove richieste e gli ing. Antonelli e Panizzardi lo giudicarono adatto, presentandolo all’Amministrazione il 28 Dicembre 1882 per la definitiva approvazione, che avvenne regolarmente con la sola astensione del Direttore Boetti, secondo il quale era necessario aggiungere immediatamente al progetto, una costruzione separata per i casi di malattie infettive%;B altri membri della Direzione giudicarono la proposta interessante ma non le riconobbero carattere d’urgenza, ritenendo che detta costruzione si sarebbe potuta inserire anche in un secondo tempo.
Contemporaneamente ai progetti, procedevano le trattative del Direttore Mosca per i finanziamenti: l’offerta più vantaggiosa fu avanzata dalla Cassa di Risparmio di Milano, la quale poteva concedere un prestito per la cifra di un milione di lire al tasso del 4,5%; a questa percentuale bisognava aggiungere una tassa governativa di una lira e venti centesimi ogni mille lire; poiché tale tassa era applicata su tutto l’ammontare del prestito indipendentemente dal grado di sfruttamento, fu necessario calcolare il costo reale dell’operazione; se, come propose lo stesso sign.
Mosca, inizialmente il prestito fosse sfruttato solo al cinquanta per cento, i costi sarebbero stati:
| interessi al 4,5% per un anno | L. | 22.500 |
| tassa governativa | L. | 2.400 |
| altre spese | L. | 100 |
| Totale | L. | 25.000 |
che porterebbero l’interesse al 5%; prendendo invece a prestito l’intero ammontare:
| interessi al 4,5% per un anno | L. | 45.000 |
| tassa governativa | L. | 2.400 |
| altre spese | L. | 100 |
| Totale | L. | 47.500 |
L’Amministrazione, considerando anche la possibilità di vendere alcuni immobili e l’apertura di un conto corrente con le Opere Pie di San Paolo, decise di utilizzare solo al 50% il prestito, lasciandolo in deposito presso la stessa Cassa di Risparmio di Milano.
Prima di appaltare i lavori, si acquistarono ancora due appezzamenti di terreno dai signori Michelangelo Porporati e Luigi Rossano, e fu così completata l’area sua cui doveva sorgere lo stabilimento.
Le condizioni per l’appalto dell’impresa costruttrice furono fissate con un capitolato, precisando che se fossero rimasti dei dubbi ci si sarebbe rifatti al Capitolato generale per gli appalti della città di Torino del 31 Marzo 1862[10]. Gli aspiranti dovevano presentare alla segreteria dell’Ospizio, contemporaneamente all’offerta una regolare ricevuta del Tesoriere delle Opere Pie di San Paolo, accertante un deposito cauzionale di lire cinquantamila unitamente ad attestati di persone dell’Arte the constatassero la loro idoneità. Per l’aggiudicazione, i concorrenti dovevano presentare offerte in busta chiusa e sigillata alla segreteria dell’Ospizio, su carta bollata da lire 1,2 in cui si precisava la percentuale di diminuzione che si intendeva fare ai singoli titoli di spesa, il cui ammontare era precisato nello stesso capitolato nella cifra di lire un milione e seicento mila.
Alla gara d’appalto del 27 Febbraio parteciparono quattro imprese con le seguenti offerte[11]:
Abate Luigi propose una riduzione del 8,30%
| Bellia Cav. Giuseppe | propose | una | riduzione | del | 6% |
| Frapolli Carlo | " | " | " | " | 3,46% |
| Boasso Luigi | " | " | " | " | 2% |
L’opera fu quindi definitivamente assegnata al sign. Abate, quale migliore offerente, quindici giorni dopo l’apertura delle buste; periodo nel quale era possibile per le altre imprese concedere ulteriori ribassi; il deposito cauzionale veniva intanto restituito a quelli che non erano risultati vincitori.
In data 28 Febbraio si saldò la parcella dell’ing. Caselli per i lavori fin lì svolti ammontanti a lire undicimilaottocentoquattordici, cifra che, come sottolineò lo stesso ingegnere, era più bassa delle tariffe degli onorari applicati in simili lavori; la riduzione del 30% circa, era fatta per il particolare scopo benefico del Pio Istituto dal quale l’ingegnere non voleva ottenere un guadagno ma solo un rinborso spese. A memoria dell’ing. Caselli, quale costruttore del nuovo stabilimento, sarebbe stata posta una lapide davanti all’ingresso principale, esistente tutt'oggi.
Prima dell'inizio dei lavori la Direzione, su proposta dell'ing. Antonelli, assunse due assistenti per la costruzione della nuova fabbrica: Carlo Stellio e Domenico Rosa, entrambi capimastri da muro, il primo con lo stipendio di lire trecento mensili, il secondo con lire duecento; ambedue con alloggio in una camera mobiliata nella cascina Medico.
Nella seduta del 28 Aprile 1883[12], considerato lo stato di avanzamento dei progetti si iniziò a parlare della cerimonia per la "posa della pietra fondamentale" da farsi il 27 Luglio, possibilmente alla presenza di S.A. Reale; a tale scopo si incarico il Presidente di fare le pratiche opportune.
Il 18 Maggio 1883 si riunì la Commissione di sorveglianza, composta dai Direttori Mosca, Boetti, Antonelli con la partecipazione dell'Ing. Caselli; il primo problema da affrontare fu il calcolo delle spese: il signor Boetti notò che il preventivo non considerava ad esempio il costo dei pozzi d'acqua viva, indispensabili al funzionamento dell’Ospizio, nè si faceva riferimento ad eventuali spese impreviste.
Per maggiore garanzia di non superare la spese preventivata che si aggirava sui duemilionicentoottantamilalire si decise di lasciare in sospeso la costruzione delle ultime sezioni delle maniche interne. La somma suddetta non comprendeva inoltre l’edificazione del muro di cinta, che avrebbe comportato una spesa di seimilalire circa, secondo il parere tecnico dell’Ing. Caselli che si era messo a disposizione della Direzione per qualsiasi consulenza o informazione.
Le attività per iniziare i lavori si susseguivano con un ritmo sempre più incalzante; il 15 Giugno fu pagata la prima rata al sign. Abate[13], il 4 Luglio si procedette alla provvista di ferramenta; si trattava di una spesa compresa nei duemilionicentoottantamilalire, non però a carico dell’appaltatore: il motivo di questa e di altre esclusioni dal contratto di appalto è da ricercarsi nel fatto che, essendo i prezzi di questi materiali determinati in modo preciso dai listini di piazza e non essendo suscettibili di notevoli oscillazioni, si ravvisò più conveniente farne oggetto di trattative private anzichè di pubblici incanti, onde evitare altresì il pericolo che si introducessero materiali scadenti; preferenze in questa trattativa fu data allo stesso impresario Abate; su di lui ricadeva così la responsabilità sia delle mura, sia dei ferramenti.
I membri della Commissione si obbligarono insieme agli impiegati loro dipendenti, a prestare la massima cura e sorveglianza alle varie fasi della costruzione; per agevolare il viaggio tra i due edifici si ricercò un accordo con la società concessionaria del "Tramvio" che faceva servizio tra Stupinigi e Torino per ottenere facilitazioni ed abbonamenti economici.
Il 24 Luglio 1883[14] giunse la notizia che Sua Maestà aveva accettato l’invito per la cerimonia della posa della pietra fondamentale fissandola il giorno 27 del medesimo mese. Intervennero quel giorno i più importanti nomi della società torinese, la famiglia Reale, con la sola eccezione del Principe di Napoli, Vittorio Emanuele III; il Sindaco di Torino, Conte Ernesto di Sambuy; la Direzione dell’Ospizio composta dai signori: avv. Giuseppe Longhi consigliere di Cassazione, in qualità di Presidente; avv. Giovanni Gallinati, Vicepresidente; Claudio Borghese, colonnello in riposo; Flaminio Dionisio, dottore in chirurgia; avv. Bartolomeo Floris, consigliere di Cassazione: Marcello prof. Prina; avv. Lorenzo Olivieri, consigliere d’Appello; Luigi Mosca, farmacista; Michele Ceresole chimico farmacista; cav. Pierangelo Barberis; Michele Lessona, professore di scienze naturali; comm. Alessandro Martini; Giacinto Boetti, dottor in chirurgia; ing. Costanzo Antonelli.
Tutti i discorsi della giornata furono incentrati su due punti: l’importanza della carità cristiana e la benevolenza dimostrata nel corso dei secoli dai Savoia verso i bisognosi.
Di particolare interesse fu il discorso pronunziato dal Comm. Abate Stanislao Gazelli, Canonico provicario della Diocesi di Torino, che benedì "la pietra fondamentale" con il seguente discorso[15]:
"La Religione Nostra, ricca della Sapienza di Dio e della medesima Santità, anch’essa emanazione pura e perfetta di tutti i nobili e sublimi attributi della divinità, tutto abbraccia, ne v’ha atto generoso, che non ispiri, non progresso vero in ogni ramo dello scibile, nella scienza, nelle arti, nelle industrie, che non benedica e diriga al miglior bene dell’umanità a cui è dato l’altissimo compito di condurre le cose di quaggiù alla loro perfettibilità. Ove però Essa s’allieta, e di più larghe benedizioni impreziosisce, feconda, consacra le opere dell’uomo, è quando queste corrispondono all’attributo più bello, più amabile, più luminosamente espresso nelle Opere di Iddio Redentore, cioé la Carità; Carità, nobilissima virtù, che ha coperto l’Europa di monumenti, magnifici asili dell’infelice; Carità che lungi dall’avvilire l’uomo, lo innalza, lo sublima, perché nel desiderato del mondo, nel vegliardo che sente sotto i suoi passi risuonare l’eco della tomba, vede il fratello, l’amico, il rappresentante della persona stessa di Gesù Cristo; Carità infine che posa sul labbro dei più insigni Benefattori della umana famiglia questa divina parola:
GIURO SERVIRE I POVERI, MIEI PADRONI
Di questo vero, bella testimonianza ne fa la presente solenne funzione, nella quale la Religione benedice, ed una mano Regale gitta le basi di un grande edifizio dove, mercé le cure solerti di saggia e paterna Direzione, i meschinelli affranti dai patimenti e dagli anni, godranno d’un aere più puro, di cielo più ridente, e sereno, e vi troveranno largo e onorato ristoro.
Maestà! La Vostra augusta ed ambita presenza a questa sacra cerimonia onora la Vostra Fede, il Vostro cuore%;B essa ci fa sovvenire le preclare gesta, anche nel campo della carità, dei Vostri Antenati e mostrate di seguirne nobilmente le mirabili e gloriose orme tracciate in singolar modo dal Duca Carlo Emanuele II, che questo Spedale fondava, da Maria Cristina di Francia e da Vittorio Amedeo II, suri insigni e munifici Benefattori.
Iniziato così dalla Carità Cattolica, e sorto all’ombra dell’illustre e benefica Real Casa di Savoia, crebbe e prosperò ond’Io dell’onorevolissimo incarico, fo voto, che preservando sui medesimi fondamenti progredisca sempre più, benedetto dal povero, sorretto dal facoltoso e sia un nuovo splendido monumento della Nostra diletta Torino".
Dopo la cerimonia del 27 Luglio i lavori, a cui attendevano in media duecento operai, ripresero a gran ritmo; si completarono gli scavi generali e si terminò il muro perimetrale lungo millecinquecento metri.
Le prime costruzioni completate furono un padiglione e un corpo di fabbrica attiguo (Tav. II N. IX e N. VIII).
L’attuazione del nuovo edificio interessò molto la cittadinanza torinese che, accorsa numerosa il giorno della posa della pietra fondamentale, continuò a sentirsi partecipe dell’evento; nei giorni festivi era frequente vedere gruppi di passanti che si soffermavano a osservare i lavori.
La costruzione di un edificio così imponente non mancò di attirare l’attenzione dei rappresentanti d’imprese specializzate, come il Sign. Visconti, rappresentante della società per l’esercizio del telefono Bell e il Sign. Nigra, direttore della società "Volta", i quali presentarono proposte per l’impianto di una linea telefonica per le comunicazioni tra l’ospizio di via Po ed il nuovo stabile. Il sign. Nigra s’impegnava a stabilire a proprie spese la linea telefonica con l’impianto dei pali, fili, sostegni, isolatori e apparecchi telefonici dall’una e dall’altra parte, restando il tutto in proprietà dello Spedale, mediante il corrispettivo di millelire ad impianto finito e funzionale, oltre all’annuo Canone di venticinquelire per la manutenzione della linea stessa, da pagarsi dopo i primi tre anni dall’ultimazione dell’impianto e una tassa governativa di venticinquelire.
Il rappresentante della società Bell propose di stabilire tra le due località la corrispondenza telefonica al prezzo d’abbonamento annuo di duecentolire tutto compreso.
La Direzione considerando indispensabile l’impianto dei telefoni, scelse la proposta del Sign.
Nigra perché, essendo L’Ospizio finanziato specialmente da rendite, per pagare le duecentolire della società Bell sarebbero occorse circa quattromilalire mentre con l’offerta del Sign. Nigra si sarebbe ottenuto anche la proprietà della linea.
Come già detto, parte principale del finanziamento per la nuova costruzione era incentrato sulla vendita dello stabile sito tra via Po, via Rosmini, via della Zecca via Montebello, dove aveva sede L’Ospizio (Tav. I).
La prima proposta avanzata, che colse impreparata l’Amministrazione, non avendo questa fatto fare alcun estimo, fu quella dell’officina Carte e Valori, stabilita nella città di Torino nel palazzo che fu del ministro dei Lavori Pubblici. Lo stesso Presidente e il Direttore Antonelli s’incaricarono di portare avanti le trattative sia con l’officina Carte e Valori sia con l’Università degli studi di Torino, che si dimostrava interessata all’affare.
Col procedere della costruzione, alcuni problemi costrinsero a modificare il progetto originario; il cambiamento più rilevante riguardò la sostituzione dei terrazzi in asfalto, che avrebbero dovuto coprire una parte dell’edificio con tetti più in armonia con la struttura; l’Ing. Caselli era infatti convinto che le volte da lui progettate, oltre ad essere economiche dessero particolari garanzie di solidità[16]. Un altra variazione notevole fu quella di portare le latrine dei dormitori fuori del fabbricato in edifici particolari, serviti di passaggi ad ogni piano, mantenendo nelle corsie trasversali, solo i lavandini per i ricoverati.
Essendosi mantenute le previsioni sui costi economici delle spese fino ad allora compiute l’Amministrazione, in data 27 Febbraio 1884 approvo la sostituzione dei laterizi dell’atrio d’ingresso con colonne in granito, che ne avrebbe accresciuto l’eleganza la cui spesa si aggira intorno alle ottomilalire[17].
Si decise di iniziare subito il piantamento degli alberi, pioppi e olmi, lungo i viali esterni della fabbrica, in conformità alla perizia del Comm. Rava.
Come sempre accade in questi casi, non mancarono le polemiche: alcuni giornali; La Gazzetta Piemontese, L’Unità Cattolica ed il Mattino, si occuparono più volte della costruzione, sostenendo che le spese, così come venivano effettuate, erano occasione di molti sprechi mentre il risultato ottenuto non pareva soddisfare le esigenze.
In un primo tempo L’Amministrazione non si preoccupò delle critiche, ma nell’adunanza del 23 Aprile J884, per evitare che il pubblico dubitasse della buona fede con cui si utilizzava il denaro dei poveri, decise di mettere a disposizione di chiunque voleva prenderne visione, i disegni e i conti relativi alle spese sostenute, presso la Segreteria dell’Ospizio stesso.
Nella primavera del 1885 le prime tre maniche dell’Ospizio potevano considerarsi terminate riguardo alle opere in muratura; occorrevano ancora le finiture e a tal proposito fu indetta un’asta per le ringhiere dei parapetti in ferro e in ghisa, per le scale; analogo procedimento fu adottato per le finestre. Venne predisposto anche un impianto d’illuminazione con un contratto per la fornitura di gas stipulato con la "Società Italiana e Consumatori"; altre opere erano in via di completamento, quali la grande cisterna serbatoio d’acqua, la ghiacciaia, e, quando furono terminate le gallerie, si cominciò il trasporto e il collocamento delle numerose effigi marmore e e lapidi commemorative dei benefattori dell’Istituto.
Durante la costruzione si lamentò la perdita di una vita; l’operaio Sisto Fura, caduto accidentalmente dal terzo piano; mentre un altro operaio, Clarasso, fu ferito da una scheggia di mattone cadutagli sul capo. Fatto grave, fu il tentativo di sciacallaggio di ignoti che richiesto all’Ospizio un risarcimento danni a nome della vedova Fura, la quale ad un interrogatorio dichiarò di non avere mai delegato alcuno in sua vece; considerando che la donna non disponeva di alcun mezzo per provvedere alle necessità dei due figli, uno di cinque e l’altro di nove anni, l’Amministrazione concesse un sussidio di lire cento, da iscriversi nel capitolato "casuali di bilancio".
Il 10 febbraio 1886 la commissione di sorveglianza presentò un rapporto relativo a diverse proposte di opere concernenti il finimento della fabbrica, in particolare: il riscaldamento, la distribuzione delle latrine e dei lavatoi, l’impianto della cucina a vapore, i servizi offerti dalla Società per l’acqua potabile, l’illuminazione notturna, i monta carichi, il trasporto e piazzamento delle mensole con i busti dei benefattori.
La Direzione avuta la garanzia dall’ing. Antonelli che il costo delle diverse opere sopra elencate non avrebbe superato il preventivo della spesa stabilita per la fabbrica approvò le singole proposte.
Effettuato l’acquisto di biancheria varia e di tende per le finestre, con la seduta del 31 Agosto 1887[18] si decise di assumere nuovo personale per collaborare durante il trasloco dei ricoverati, che ebbe inizio il 10 Ottobre e finì intorno al 24 Novembre del medesimo anno.
Il trasloco degli uffici d’amministrazione avvenne nel giugno dell’anno successivo, allorchè si giunse a un compromesso di vendita con il Governo per il fabbricato di via Po.
Il nuovo edificio si estende su di un’area rettangolare con un lato adiacente al viale di Stupinigi lungo metri quattrocentocinquanta e con profondità di metri trecento normalmente alla direzione del medesimo. La località dista un chilometro circa dalla cinta daziaria, sulla stradale per Stupinigi, il suolo è pianeggiante con leggero declivio dal nord al sud, lo strato agrario molto fertile posa sul banco alluvionale di ghiaia mista a sabbia e ciotoli, caratteristico della sponda sinistra del Po; la località era sparsa di grandi cascinali per la coltura di grosse estensioni a prati adacquatori, alternati con caseggiati piccoli adibiti alla coltura di piccole proprietà, tenute quasi esclusivamente ad orti che si intermezzavano alle proprietà maggiori.[19] Un aggregato di corpi di fabbrica (tav. 2 n° I-IX) che si estendeva sulla parte di detta area prospicente il viale, fu adibito specialmente all’abitazione dei vecchi sani, alla sede degli uffici di Direzione ed Amministrazione, ed alle abitazioni del personale impiegato e inserviente.
Una serie di corpi di fabbrica (tav. 2 n° X-XV) compresa la camera mortuaria, si estendeva sulla parte rimanente nel rettangolo, e fu utilizzata come abitazione dei vecchi ammalati e costituì ciò che fu indicato col nome "il reparto delle infermerie". Se ne procedette all’esecuzione non appena, compiuto il trasloco, l’assetto finanziario dello stabilimento permise di portare il numero dei ricoverati ai duemila prestabiliti.
Una cancellata dal lato del viale Stupinigi e un muro di cinta ai tre metri rimanenti, chiudono in un gran rettangolo tutto lo stabilimento e lasciano una zona libera esterna ad uso di strada di circonvallazione, larga circa metri cinque ai cui lati scorrevano gli alvei in deviazione di due roggie irrigatorie che, a quel tempo, attraversavano il terreno dell’Ospizio. Con tutto ciò rimanevano garantite le condizioni di isolamento, la libertà della visuale e della circolazione d’aria attorno allo stabilimento, indipendentemente da ogni eventuale edificazione sui terreni limitrofi da parte di terzi.
Il piano terreno di tutti i corpi di fabbrica è al medesimo livello di metri uno e cinquanta sopra il suolo, ed ognuno è circondato da un fosso o intercapedine, largo circa metri quattro, che si abbassa fino al pavimento del sotterraneo, il che rende più sani, asciutti e luminosi i locali migliorando anche le condizioni igieniche dei piani soprastanti[20].
Tutti i fabbricati furono disposti in pianta simmetrica rispetto a un asse che è la mediana del rettangolo normale al viale di Stupinigi; quelli a destra destinati alle donne, quelli a sinistra per gli uomini; la maggior parte dei servizi generali, comune ai due sessi, furono dislocati nel padiglione speciale di mezzo.
Il reparto ricoverati, costituito principalmente da cinque padiglioni a pianta rettangolare, paralleli ed orientati approssimativamente da nord a sud, cioè normalmente al viale di Stupinigi, fu così utilizzato: i quattro padiglioni laterali (I, III, VII e IX) come dormitori, refettori, laboratori e camere di trattenimento per i ricoverati dei due sessi; in quello centrale (tav. 2 n°5) si ricavarono due porticati per la ricreazione, la cucina, i bagni e altri servizi generali, questo padiglione di mezzo presenta all’estremo sud, al pianterreno l’atrio d’ingresso, unico in tutto lo stabilimento, e al primo piano l’oratorio.
I cinque padiglioni racchiudono quattro cortili rettangolari, aventi tutti una larghezza di metri 49,12, due accessibili esclusivamente alle donne e due agli uomini. Questi quattro cortili, aperti sul lato nord, sono chiusi nel lato sud da quattro corpi di fabbrica, pure a pianta regolare, che si innestano tra le estremità dei cinque padiglioni, i due di mezzo (tav. 2 n° IV e VI) furono destinati a ospitare, a pianterreno, il parlatorio, le sale e gli altri locali per l’accettazione e l’ingresso dei vecchi, separatamente per i due sessi, e al primo piano la sede della Direzione, gli uffici di segreteria e di economato da una parte, la Direzione sanitaria, l’armamentario, i laboratori di medicina e di chirurgia dall’altra; i due corni esterni (tav. 2 n° II e VIII) servivano invece a piano terreno, come magazzini e laboratori, al primo piano, come abitazioni di impiegati e loro famiglie.
I quattro padiglioni principali si elevano per tre piani, compreso il pianterreno, alti ciascuno sette metri da pavimento a pavimento, i corpi intermedi della fronte invece hanno solo due piani, della stessa altezza, il padiglione di mezzo (tav. 2 n°V) pure due soli piani ma, nell’estremità verso la fronte, con la massa dell’oratorio, supera tutti gli altri edifici e questa parte centrale della fronte, rimane così accentuata dalla maggiore altezza, rispetto le masse dei quattro padiglioni laterali, più larghi e più bassi.
I quattro padiglioni ad uso dei ricoverati (tav. 2 n° I, III, VII, IX) hanno una lunghezza di metri 98,08 e una profondità di metri 32,82; questa profondità non è eccessiva, se si considera che ad ogni piano vi è, nella parte centrale del padiglione e precisamente lungo la mediana maggiore del rettangolo di pianta, un corridoio con larghezza netta di metri 4,32 libero a tutta altezza del piano, aperto a tutta sezione ai due estremi, intersecante, in tre punti intermedi, con altri corridoi di pari ampiezza che attraversano normalmente la fabbrica per tutta la sua profondità, e si aprono, pure a tutta sezione, nelle facce laterali dei padiglioni stessi[21].
Così, quello stesso corridoio centrale, lungo metri 98,08, che è a giorno ai due estremi, riceve ancora l’illuminazione e l’areazione prodotta dalle traverse intermedie che lo dividono in altrettanti campate lunghe circa metri diciotto.
Gli ambienti che si trovano ai due lati del corridoio centrale, oltre alle porte presentano una serie di finestre all’altezza delle lunette delle volte, che danno sul corridoio stesso, e che si trovano a riscontro con altrettante finestre uguali sulla facciata; tale disposizione assicura a tutti i locali di ogni padiglione le migliori condizioni per una efficace ed abbondante ventilazione naturale, per mezzo delle aperture a riscontro e delle condizioni favorevoli ed affatto speciali, del corridoio centrale.
I locali a piano terreno di questi padiglioni sono tutti destinati ad uso di laboratori e di sale di trattenimento, ad eccezione delle due zone estreme, a nord dei rispettivi padiglioni (tav. 2 n° III eVII), che sono occupate rispettivamente dai refettori uomini e refettori donne; ivi collocati, perchè attraverso i due porticati paralleli ai corpi di fabbrica IV e VI, si trovano in più diretta comunicazione con la cucina, collocata all’estremità nord del padiglione di mezzo (V).
Ognuno dei quattro padiglioni, al primo piano ha quindici ambienti principali di metri 8,16 per 12,54; dodici di essi sono riuniti, due a due e formano sei dormitori principali, ciascuno capace di ventiquattro letti, un locale serviva come dormitorio piccolo, per dodici letti; così in ogni padiglione e per ogni piano potevano essere sistemati centosessantotto per un totale di milletrecentoquarantaquattro letti. I due locali rimanenti, quelli cioè che stanno sulla fronte verso il viale di Stupinigi, furono particolarmente adibiti a sale di trattenimento, per i ricoverati cui era disagevole salire e scendere le scale. Al secondo piano si ripetono identici i medesimi locali con eguale destinazione.
Provvisoriamente, i locali al 1° piano dei due padiglioni di mezzo III e VII furono riservati ad uso di infermerie, collocando i letti più spaziati, in modo che ne fossero contenuti dieci invece di dodici in ogni ambiente. La ripartizione dei letti nel reparto uomini può così riassumersi:
| nelle infermerie al 1° piano | letti | 130 |
| nei dormitori al 1° piano | " | 156 |
| nei dormitori al 2° piano | " | 312 |
| Totale letti | 598 |
Uguale è la sistemazione nel reparto donne, per cui in totale trovarono posto 1196 letti, senza contare alcuni locali disponibili al primo del padiglione centrale (tav. 2 n°V), che permisero di aggiungere ancora altri 60 letti circa.
Rapportando il numero alla cubatura, ogni individuo aveva a disposizione nei dormitori metri cubi cinquanta d’aria e nelle infermerie metri cubi sessanta circa. Il padiglione di mezzo ospitava a pianterreno, al suo estremo nord, la cucina, lo spazio rimanente tra la cucina e l’atrio d’ingresso fu suddiviso da un corridoio centrale in due porticati, lunghi metri quarantasei e profondi metri 8,16, che servivano, uno alle donne e l’altro agli uomini, per la passeggiata e la ricreazione al coperto. Il corridoio centrale, largo 4,27 fu adibito esclusivamente alla comunicazione immediata tra l’atrio d’ingresso e la cucina. A sua volta la cucina, a mezzo di due scalette interne, era in comunicazione diretta con il sottostante locale del sotterraneo destinato alle dispense, il macello e il panificio.
La porzione rimanente del sotterraneo di questo padiglione fu più che sufficiente a contenere la lavanderia ed i suoi accessori.
Al primo piano del padiglione V, nella zona F verso la fronte, si trova l’oratorio che, con le sue gallerie all’altezza del secondo piano, conteneva comodamente mille cinquecento fedeli, ed ha alcuni locali attigui ad uso specifico di sacrestia. L’oratorio, le gallerie ed i locali secondari sono disposti in modo da, risultare per metà destinati e in comunicazione con il reparto uomini, e per l’altra metà col reparto donne. Dietro all’oratorio, si trovano due ampie sale per bagni comuni, bagni medicinali, docce e accessori, e rimane ancora la disponibilità di locali per un dormitorio, come già detto, capace di sessanta letti, provvisto di scalette separate che poteva essere tenuto isolato dal rimanente dell’Ospizio in caso di malattie contagiose.
All’esterno nord dello stesso padiglione centrale oltre alle due scalette predette furono installati, due ascensori speciali per il trasporto su barella e due camini principali del fumo collegati con il locale delle macchine situato nel piano sotterraneo e coperto di un terrazzo che si può destinare quale accessorio alla cucina. Il fosso-intercapedine, circostante al locale delle macchine, si allarga in guisa da formare un cortile di servizio a livello col pavimento del sotterraneo. Così i servizi principali di cucina, di lavanderia, dei bagni, che potevano vantaggiosamente utilizzare il vapore, furono tutti riuniti a poca distanza del punto ove fu installato il generatore. Il sollevamento dell’acqua per uso dello stabilimento, il riscaldamento e la ventilazione, ove occorresse, potevano trovare nello stesso locale delle macchine il loro centro di azione e il punto di partenza delle rispettive condutture.
Le due scale principali che si presentano simmetricamente a chi entra nell’atrio, immettevano ai soprastanti locali della Direzione e dei Sanitari, all’Oratorio e ai due padiglioni centrali (tav. 2 n° III e VII): ai padiglioni estremi (I e IX) sono destinate due altre scale situate negli angoli rientranti e che si estendono con la loro gabbia dal sotterraneo fino al sottotetto.
Quattro scale secondarie sono ricavate nei punti di mezzo dei quattro corpi della fronte (tav. 2 n° II, IV, VII VIII) e altre a servire al disimpegno generaledello stabilimento, erano più specialmente adibite al servizio degli alloggi delle famiglie degli impiegati, abitanti nei locali del 1° piano.
Altre due scalette secondarie, come si è detto sopra, cui sono annessi i due ascensori speciali, sono ricavate all’estremo del padiglione di mezzo, e, mentre servono agli usi di questi padiglioni, permettono una più rapida comunicazione tra il reparto dei ricoverati e le infermerie.
In vicinanza delle scale e negli angoli rientrati dei quattro padiglioni con i corpi della fronte, sono ricavati quattro piccoli ascensori, per cui, installato nel corridoio del sotterraneo un binario per vagoncini, fu possibile facilitare ed abbreviare molti lavori di trasporto[22].
La struttura principale di tutto l’edificio fu eseguita in leterizi a pilastri e a tramezzi; interamente a volte anche il sottotetto, la cui copertura è sostenuta da un sistema speciale di volticine rampanti posate su archi, pure in muratura, che corrono da un pilastro all’altro nel senso longitudinale ai diversi corpi di fabbrica.
La leggerezza delle masse che rese l’edificio economico; la disposizione adottata nelle volte e negli archi, nei quali la maggior parte delle spinte si equilibrano a vicenda; le intelaiature sistematiche di tiranti in ferro che si ripetono ad ogni piano, assicurano all’edificio tutta la solidità desiderabile.
La leggerezza delle masse che rese l’edificio economico; la disposizione adottata nelle volte e negli archi, nei quali la maggior parte delle spinte si equilibrano a vicenda; le inteleiature sistematiche di tiranti in ferro che si ripetono ad ogni piano, assicurano all’edificio tutta la solidità desiderabile.
Un sistema generale di condutture verticali, con una sezione di metri 0,25 di lato, ricavate nel vivo dei pilastri, e un sistema di cunicoli ricavati con i mattoni stessi che formano le strutture di rinfranco delle volte, permettevano la maggior libertà e suddivisibilità nel regolare le canne e le diramazioni dell’acqua, del gas, del fumo e dell’aria calda; si poteva così, con uguale facilità, impiantare il sistema di riscaldamento, che all’atto pratico fosse riconosciuto più igienico, e compatibile con le condizioni economiche dell’Ospizio.
Le latrine vennero distribuite a gruppi in vari punti intermedi dei diversi corpi di fabbrica: le chiusure idrauliche a sifone, i tubi verticali sfiatatori che vanno fino al tetto, la posizione assegnata alle canne che sono tutte interne ai corpi di fabbrica e quindi protette contro il gelo e gli sbagli repentini di temperatura, tutto ciò contruibì a garantire le buone condizioni igieniche, la comodità per chi doveva servirsene e l’economia della costruzione delle latrine stesse, per le quali si potè utilmente applicare il sistema delle "fosse mobili", anche in relazione con "apparecchi divisori".
Circa l’alimentazione delle acque per i diversi usi dello stabilimento, la località permette di fare assegnamento su una buona acqua potabile, che si potè ricavare con un pozzo a galleria nello strato ghiaioso filtrante che si trovava nel sottosuolo a poca profondità; e ciò fino a quando il raccogliere, sollevare con apposita macchina e distribuire quest’acqua di pozzo risultò più igienico ed economico di una derivazione speciale dalla condottura generale dell’acqua potabile già esistente allora per la città di Torino.
Tutto il terreno proveniente dallo scavo generale e di fondazione, fu deposto e stratificato regolarmente, in base a profili determinati, sopra i cortili e sopra tutto il rimanente spazio libero, in guisa che mentre venne a rialzarsi alquanto il livello medio dello stabile sopra il suolo circostante, si evitò un dispendioso trasporto di terreno. La superfice del suolo così sistemato, dopo aver ricavato i passaggi, i viali alberati e gli spazi per i cortili, venne coperta con un tappeto erboso, alla cui irrigazione poté servire lo stesso diritto d’acqua che serviva per uso agrario.
Pur confidando che, negli anni successivi alla costruzione, i mezzi finanziari avessero permesso maggiori decorazioni artistiche erano già elementi di grande affetto estetico, i profili delle grandi masse e suddivisioni della facciata, le pareti finestrate quasi a giorno; l’atrio con cinque grandi aperture, munite di ricche cancellate; gl’intercolonni della zona centrale del corpo sporgente della facciata stessa; il frontespizio superiore; la massa stessa della copertura dell’Oratorio, l’interno dell’atrio; lo scalone; il portico ed i porticati, che furono abbelliti da colonne in pietra, da lapidi, busti e statue dei benefattori.NOTE
(1) Archivio Storico dell’Istituto di Riposo per la Vecchiaia (A.S.I.R.V.) Collezione III, Busta 6 "Editti"
(2) A.S.I.R.V. Categoria III, Volume 94
"Ordinati 1879"
(3) A.S.I.R.V. Cat. III, Vol. 95
"Ordinati 1880"
(4) A.S.I.R.V. Cat. XIII, Busta N. 1
"Pratiche per il trasloco e la fabbrica"
(5) A.S.I.R.V. Cat. III, Vol. 96
"Ordinati 1881 "
(6) A.S.I.R.V. Cat. XIII, Busta N. 2
"Concorsi e approvazione del progetto
(7) A.S.I.R.V. Cat. XVI, Parte prima
"Terreni e case "
(8) A.S.I.R.V. Cat. III, VOL 97
"Ordinati 1882"(9) A.S.I.R.V. Cat. III, Vol. 98
" Ordinati 1883 "
(10) A.S.I.R.V. Cat. XIII, Busta N. 5
"Lavori murali"
(11) A.S.I.R.V. Cat. XIV, Busta N. 1
"Cerimonie"
(12) A.S.I.R.V. Cat. XIII, Busta N. 9
"Relazione dell'Ing. Caselli"
(13) A.S.I.R.V. Cat. III, Vol. 102
"Ordinati 1887"
(14) A.S.I.R.V. Cat. XXII Parte prima
"Bilanci"INDICAZIONI
TAV. I
— L’intero isolato, escluse le metà vie misura metri quadrati 13855.
— I fabbricati distinti con la lettera A sono a cinque piani, oltre i sotterranei, e misurano un’altezza dal pavimento del piano terreno a quello dei sottotetti di metri ventidue.
— Quelli distinti con la lettera B sono a quattro piani con un’altezza di metri diciassette.
— Il fabbricato, con portici verso via Po, dal marciapiede al cornicione misura metri diciannove.INDICAZIONI
TAV. II
Sottotetto
2° Piano
1° Piano
Pianterreno
Sotterraneo
Note
- ↑ [p. 288 modifica]Archivio Storico dell’Istituto di Riposo per la Vecchiaia (A.S.I.R.V.) Collezione III, Busta 6 "Editti"
- ↑ [p. 288 modifica]A.S.I.R.V. Categoria III, Volume 94
"Ordinati 1879"
- ↑ [p. 288 modifica]A.S.I.R.V. Cat. III, Vol. 95
"Ordinati 1880"
- ↑ [p. 288 modifica]A.S.I.R.V. Cat. III, Vol. 95
"Ordinati 1880"
- ↑ [p. 288 modifica]A.S.I.R.V. Cat. III, Vol. 96
"Ordinati 1881 "
- ↑ [p. 288 modifica]A.S.I.R.V. Cat. XIII, Busta N. 2
"Concorsi e approvazione del progetto
- ↑ [p. 288 modifica]A.S.I.R.V. Cat. XIII, Busta N. 2
"Concorsi e approvazione del progetto
- ↑ [p. 288 modifica]A.S.I.R.V. Cat. XIII, Busta N. 2
"Concorsi e approvazione del progetto
- ↑ [p. 288 modifica]A.S.I.R.V. Cat. III, VOL 97
"Ordinati 1882"
- ↑ [p. 288 modifica]A.S.I.R.V. Cat. XIII, Busta N. 2
"Concorsi e approvazione del progetto
- ↑ [p. 288 modifica]A.S.I.R.V. Cat. XIII, Busta N. 2
"Concorsi e approvazione del progetto
- ↑ [p. 289 modifica]A.S.I.R.V. Cat. III, Vol. 98
" Ordinati 1883 "
- ↑ [p. 289 modifica]A.S.I.R.V. Cat. XIII, Busta N. 5
"Lavori murali"
- ↑ [p. 289 modifica]A.S.I.R.V. Cat. XIV, Busta N. 1
"Cerimonie"
- ↑ [p. 289 modifica]A.S.I.R.V. Cat. XIV, Busta N. 1
"Cerimonie"
- ↑ [p. 289 modifica]A.S.I.R.V. Cat. XIII, Busta N. 9
"Relazione dell'Ing. Caselli"
- ↑ [p. 289 modifica]A.S.I.R.V. Cat. XXII Parte prima
"Bilanci"
- ↑ [p. 289 modifica]A.S.I.R.V. Cat. III, Vol. 102
"Ordinati 1887"
- ↑ [p. 289 modifica]A.S.I.R.V. Cat. XIII, Busta N. 9
"Relazione dell'Ing. Caselli"
- ↑ [p. 289 modifica]A.S.I.R.V. Cat. XIII, Busta N. 5
"Lavori murali"
- ↑ [p. 289 modifica]A.S.I.R.V. Cat. XIII, Busta N. 5
"Lavori murali"
- ↑ [p. 289 modifica]A.S.I.R.V. Cat. XIII, Busta N. 9
"Relazione dell'Ing. Caselli"