Ricerche intorno allo storiografo quattrocentista Lodrisio Crivelli

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Ferdinando Gabotto

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Nuvola apps bookcase.svg Questo testo fa parte della rivista Archivio storico italiano, serie 5, volume 7 (1891)


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RICERCHE


INTORNO ALLO STORIOGRAFO QUATTROCENTISTA


LODRISIO CRIVELLI




I.


Col nome di Lodrisio Crivelli si conoscono: 1) un’opera storica, De vita et rebus gestis Francisci Sfortiae Vicecomitis Ducis Mediolani, pubblicata dal Muratori col titolo più proprio De vita rebusque gestis Sfortiae bellicosissimi Ducis, et initiis fili eius Francisci Sfortiae Vicecomitis Mediolanensium Ducis, Commentarius ab anno circiter MCCCLIX usque ad MCCCCXXV1; 2) un’altr’opera pure storica, De expeditione Pii Papae Secundi in Turcas, edita parimenti dal Muratori2; 3) una versione dal greco dell’Epistola di San Giovanni Crisostomo al vescovo Ciriaco stampata fra le lettere di Pio II3; 4) un volume di Explanationes in Decretalium primum atque secundum che doveva pubblicarsi dall’Academia Veneta nel Cinquecento4; 5) orazioni, poesie, lettere varie quasi interamente inedite; 6) un’Apologia di cui avrò a discorrere in seguito lungamente. Il Vossio5, che non conobbe se non la prima e la [p. 268 modifica]terza di questo opere ed un «epigramma», non parla che di un sol Lodrisio Crivelli contemporaneo (aequalis) di Francesco Filelfo ed Enea Silvio Piccolomini, ma il Sassi6 e il Zeno7 vollero dipoi stabilire l’esistenza di due omonimi contemporanei, autori l’uno della Vita Sfortiae, delle Explanationes giuridiche, e delle orazioni e poesie in lode dello Sforza medesimo, l’altro dell’Expeditio Pii II e degli altri scritti; il primo sarebbe stato giureconsulto e uomo insigne alla corte di Milano, mortovi l’anno 1463; il secondo invece profugo dalla medesima pe’ suoi vizi e le sue male azioni, ma pur tuttavia caro al pontefice Pio II. Girolamo Tiraboschi8, sempre dotto ed acuto, cominciò a porre in dubbio fin dalla prima edizione della sua grande opera questa distinzione di due Lodrisii Crivelli e in una nota aggiunta posteriormente recò innanzi nuovi argomenti per contrastarvi, sicché fu poi facile al Voigt9 ritornare alla primitiva identità. Tuttavia la questione non si potrebbe dire interamente risoluta senza il contributo di alcuni nuovi confronti e documenti.

Facciamo dunque alcune osservazioni.

Il Zeno riferisce al Lodrisio giureconsulto il ricordo del Vitale10 che, parlando dei Crivelli, li dice «insignibus legationibus functos, uti sunt Lucas, Lodrisius et Aeneas» e aggiunge immediatamente: «Hosce duos invenio decoratos in quodam privilegio Ludovici Mariae Sfortiae Ducis Mediolani, ubi inter alla haec habentur: Inter praestantiores familias Mediolanenses Cribellam gentem et numero et [p. 269 modifica]virtutibus hominum refertissimam et fortunae bonis copiosam non ultimo unquam loco habitam omnibus palam esse potest. Quare tanto libentius in pertractando rebus nostris homines ex ea familia hahere consuevimus; inter quos cum egregij quondam Lodrisij Cribelli apud Illustr. quon. Parentem nostrum, cuius segretarium et oratorem agebat, meritorum cumulus extet, et nos postea aliquot annis egregium virum Aeneam Cribellum Secretarium equitatorem nostrum, ipsius quondam Lodrisij filium, experti fuerimus tum in Italia, tum etiam, extra Italiam, apud finitimos nobis Helvetios et Serenissimum Romanorum regem etc.». Ma quel nome stesso di Enea dato al figliuolo di Lodrisio doveva subito far pensare a Zeno che venisse dal celebre Piccolomini.

Il Zeno stesso ha osservato come nel proemio del De vita gestisque Sfortiae11 si lodino prima Leonardo Aretino, Flavio Biondo, Niccolò Camulio e Jacopo Braccello, quindi si aggiunga che nessuno di essi ha parlato di FrancescoSforza: «unus omnium Franciscus Philelplius, poeta clarus, huius tanti Principis et Patriae nostrae presentem felicitatem, citatis ab Helycone Musis, recenti carmine celebrare exorsus est». I primi otto libri della Sforziade del Filelfo, come dimostrerò altrove, furono divulgati prima dell’11 novembre del 1461: dunque l’opera crivelliana è di poco posteriore a quest’epoca12. Certo, data la fama dell’umanista tolentinate e la condizione di cui godeva alla corte di Milano, chiunque poteva scrivere di lui l’elogio che per cantare le imprese del suo signore avesse chiamate a se le Muse dall’Elicona, ma non è più naturale credere che le scrivesse quel Lodrisio che era stato suo scolaro ed amico - come avrò a dire più innanzi - ed allora non gli era punto ancor diventato ostile?

A risultati ancora più soddisfacenti si giunge leggendo con qualche attenzione ciò che scrive Enea Silvio nella sua [p. 270 modifica]Europa13. Egli dice: «Franciscus Philelphus, nohilis Satyrarum scriptor, per idem tempus ad heroicum Carmen conversus, res Sfortiae scribere coepit, Leodrisius Cribellus soluta oratione ac metro clarus haheri coepit». Oltre il fatto di vederlo ricordato col Filelfo, importa notare che la menzione del Crivelli è per il libro sulla vita dello Sforza: l’autore dunque di quest’opera e l’amico di Pio II sarebbero una persona sola. Ma a troncare definitivamente la questione abbiamo non solo la lettera del pontefice al duca di Milano già riferita in parte dal Marini14, ma tutta una serie di documenti inediti, che saranno recati più innanzi, la quale mostra come un solo Lodrisio Crivelli fosse successivamente al servizio dello Sforza prima, del papa dipoi15.

Ma se orazioni, poesie, lettere, apologia, versione di San Giovanni Crisostomo e le due opere storiche sono scritte da un solo autore, sono da assegnarsi al medesimo anche le Explanationes in Decretalium primum atque secundum? Il Voigt, che si è fatta la domanda, risponde di no e crede di identificare quest’altro Lodrisio Crivelli coll’autore di due epitaffi per il marchese Niccolò d’Este pubblicati dal Borsetti16 come di un certo «Lodrisius Crivellus Jurisconsultus Ferrariensis». Il marchese Niccolò d’Este morì, com’è noto, nel 1441, ed il secondo epitaffio è dato Mediolani, mentre consta che un Crivelli Lodrisio (o Lodovico17) [p. 271 modifica]leggeva Decretali nell’Università di Pavia l’anno scolastico 1443-144418 e «D. Lodrisius de Crivellis» aveva la lettura ordinaria di diritto canonico nello Studio milanese con lo stipendio annuo di trecento fiorini nel 144819. Senonchè Giovanni Sitono di Scozia20 affermava già esservi stato un sol Lodrisio Crivelli vivente verso la metà del secolo XV, il quale, a suo dire, sarebbe nato verso il 1413 e avrebbe appartenuto al collegio dei giureconsulti di IMilano dal 1441 al 1463, e il professore dell’Università di Pavia è detto milanese ne’ documenti ufficiali della medesima, e quello dello Studio di Milano appare indubbiamente per quel de non un forestiero, ma un cittadino dell’illustre famiglia di quel cognome. Cosichè il Ferrariensis del Borsetti, che del resto non sa darne altra notizia21, potrebbe essere un errore del codice di cui si valse lo storico del Ginnasio ferrarese, tanto più che la sottoscrizione «Leodrisius Crivellus iuris utriusque doctor» di un documento che appartiene indubbiamente allo storico, e che riferirò per intero più innanzi, viene a distruggere l’ultima obbiezione del silenzio posta innanzi dal Zeno ed accettata dal Voigt e dimostra definitivamente che l’autore delle Explanationes e il professore di diritto canonico sono una sola e medesima persona coll’umanista cortigiano dello Sforza e di Pio II.

Con tutto ciò per altro non intendo affermare che non siano esistiti omonimi del nostro nel secolo XV. Diverso e più antico di lui crederei anzi quel Lodrisio Crivelli che il 29 luglio 1412 prestava, insieme co’ suoi consorti, giuramento al duca Filippo Maria Visconti di custodire e conservare in nome del medesimo il castello di San Giorgio [p. 272 modifica]nel Ducato di Milano22, e certo pur diverso e posteriore è quell’altro che fu podestà di Soncino23 e scriveva a Lodovico il Moro la lettera seguente:

I1I.mo et Ex.mo s[ignore[. He piaciuto ad l’onipotente torre ad sè l’anima di messer mio padre, quello fidellissimo servitore suo sa. Del qualle essendo io generato (sic), non posso se non insieme cun la facultà anche hessere sucesso il medesimo core devotissimo et airectionatissiino ad la ex.tia v. La qualle in questo mio mesto et doglioso caso me darà grandissimo conforto, cognossendo che la p.a ex.tia me abia reposto nel numero di soy veri servitori, et ciò supplico vra ex.tia et prego quella instantissimamente si digna farlo. Ad la qualle me ricomando et offero insino ad l’anima. Mediolani 6 octobr. 1495.

E. ex. V.

fidelissimus servitor Lodrisius
Cribellus q. d. Gelsi.



(a tergo) Ill.mo Principi et ex.mo

Dno Dno meo observan.mo
Dno Duci Mediolani etc.

Per contro vedrei di preferenza lo storico, ma senza pronunziarmi recisamente in merito, nel Leodrjsius Cribellus firmato con molte altre persone notevoli in calce ad una supplica per ottenere la conferma di un Costantino da Costantinopoli a professore di lettere greche in Milano. Possibile che possa invece trattarsi di quel buon uomo che scriveva al Moro di essere «generato» da suo padre?


II.


Ma lasciando gli omonimi e i documenti di dubbia attribuzione, è certo che il Lodrisio storico ed umanista nacque di Francesco Crivelli di illustre famiglia milanese, probabilmente verso l’anno 1413. Giovanetto, fu al servizio di Bartolomeo Capra, arcivescovo di Milano, ma espulso dalla [p. 273 modifica]sua sede24, e sembra lo accompagnasse al concilio di Basilea, dove forse conobbe Enea Silvio Piccolomini e con lui strinse vincoli affettuosi di amicizia25. Fu dipoi con Francesco Marliano, il Filelfo dice come «mercenarius lihrarius», ciò che non pare troppo compatibile colla condizione cospicua del suo casato e non è forse che una malignità dell’umanista tolentinate26. Più probabilmente del Marliano sarà stato Lodrisio segretario, e segretario lo troviamo nel 1440 del successore del Capra, Francesco Piccolpasso, nella qual condizione comincia a contrarre rapporti amichevoli con Poggio Bracciolini e Pier Candido Decembrio27. Se è vera l’identificazione da me proposta, e mi par dimostrata, a partire dal 1441 egli era iscritto nel Collegio dei giureconsulti di Milano, e nell’anno scolastico 1443-44 lesse Decretali all’Università di Pavia, lasciando un documento dell’opera sua d’insegnante nelle Explanationes ricordate. Ma ad ogni modo, più che agli studi giuridici, attendeva il Crivelli ai letterari, e Francesco Filelfo vantavasi più tardi di esser stato suo maestro e [p. 274 modifica]benefattore28. Abbiamo infatti una lettera del Filelfo medesimo in data 20 dicembre 1443 in cui gli ridomanda un codice di Diodoro prestatogli da duo anni, offerendogli, se l’avesse impegnato, di mandargli denaro necessario per ricuperarlo29. Altra lettera del 7 settembre 1444 riguarda alcune questioni storiche e letterarie30: il maestro dà in proposito spiegazioni al discepolo, del quale si vale poscia, alcuni anni più tardi, nel 1451, per certe sue importanti bisogna. Nel 1451 il Filelfo era tornato al pubblico insegnamento31, ma aveva appena riprese le lezioni che, [p. 275 modifica]scoppiata la peste, era obbligato a fuggire a Cremona. In questa circostanza egli affidava l’incarico di vegliare sopra i suoi interessi al fidato Lodrisio: il 13 settembre gli scriveva ringraziandolo calorosamente delle cure32, il 14 ottobre rinnovava le grazie e faceva altre raccomandazioni33, il 5 novembre finalmente da Pavia dicevagli: «Hai fatto, come a te si conveniva, in tal modo ogni cosa da soddisfarmi compiutamente. Poiché non era possibile che io non dovessi inquietarmi per timore che mi fosse stata mossa qualche lite da coloro che si fondano più sulle insidie che sul diritto e mi sapevano assente. E ciò temeva principalmente pel silenzio di Rinaldo Varideo da me fatto in sul partire mio generale procuratore. Del resto, se mi ami, quante volte alcuno de’ tuoi si rechi a Milano - e per la vicinanza sarà spesso - fa che passi a casa mia e s’informi diligentemente dai vicini se mai sia successo nulla di nuovo. E se saprai qualche cosa, me ne informerai tosto. Stammi bene» 34. Allora dunque il Crivelli non si mostrava punto ingrato, e che scrivesse ancora nel 1461 intorno all’antico maestro già è stato riportato di sopra. Solamente più tardi nacque il dissidio e diventò fiera e irreconciliabile inimicizia.

Intanto Lodrisio era venuto acquistando un bel posto e come uomo di lettere e come uomo di stato. Fin dal 1444, essendo venuto a Milano Francesco Barbaro, era entrato in dimestichezza con lui, sicché quand’egli ripartiva per Venezia, poteva indirizzare a Francesco Aleardi, letterato [p. 276 modifica]veronese, un carme in verdi elegiaci (od esametri?) che comincia:

O mihi et aoniis dilecte, Alearde, Camoenis,

e si conserva nella Marciana colla data: «Ex aedibus nostris mediolaneis (sic), quarto kal. iunias 1444»35. Col Barbaro intratteneva d’allora in poi corrispondenza: abbiamo una lettera del patrizio e letterato veneziano in risposta ad altra del milanese36: il Barbaro loda l’eleganza dello scrivere di Lodrisio ed accenna oscuramente al giudizio trasmessogli dal medesimo intorno al libro De infelicitate principum di Poggio. Dei rapporti col Bracciolini stesso e con Pier Candido Decembrio si è già dovuto toccare poc’anzi, e se lodava Leonardo Aretino, Flavio Biondo, Niccolò Camulio e Iacopo Braccello nella prefazione al De Vita gestisque Sfortiae, doveva certo esser con loro in relazione amichevole. Bartolomeo Facio, il cui umor battagliero non gli lasciava lodare che gli amici37, al Crivelli dava luogo onorevole nel suo libro De vlris illustribus38, scrivendo che «non parvum nomen etiam in eloquentia obtinebat, epistolis multis notus», e quale giudizio di sue poesie e della sua versione di San Giovanni Crisostomo dessero Enea Silvio Piccolomini e Giacomo Ammannati si avrà presto occasione di vedere. Ma Lodrisio apparteneva a quella schiera d’uomini della corte sforzesca che agli studi letterari aggiungevano opportunamente le arti della politica, non [p. 277 modifica]diverso in ciò da Tommaso Morone da Rieti39, da Alberto Orlandi40 e, più tardi, da Bartolomeo Calco41 e da [p. 278 modifica]Girolamo Tuttavilla42, i quali tutti alla qualità di diplomatici e statisti univano quella di poeta volgari o latini e si dilettavano insieme di un inganno bene ordito e di uno scritto elegante ed arguto. E questa parte politica della vita del Crivelli non è certo la meno importante anche dal punto di vista moderno, poiché ci permette di valutare più equamente le sue opere storiche, considerandole non solo come un esercizio di retore, ma come il lavoro di tale ch’era in grado di conoscere e giudicare gli uomini e le cose del tempo suo.


III.


Morto Filippo Maria Visconti, i Milanesi, com’è noto, proclamavano la repubblica ambrosiana e, sempre fieramente avversi a Pavia, fondavano nella loro città uno studio generale, chiamandovi celebri professori, a fine di rovinare quello dell’emula: fra costoro troviamo nel 1448 anche Lodrisio Crivelli, come già si è dovuto accennare. Ma in Milano un forte partito desiderava signore Francesco Sforza, e nel gennaio del seguente anno 1449 si ordiva una trama per aprirgli le porte. Scoperta la congiura, parte era presa e suppliziata, parte riusciva a salvarsi con prontissima fuga. Tra’ decapitati era Ambrogio, tra’ fuggitivi Eusebio Crivelli43. Non è pertanto difficile supporre che anche Lodrisio, il quale viveva in ottimo accordo col resto di sua [p. 279 modifica]famiglia44, se non prendeva parte a dirittura al tentativo in favore del conte Francesco, inclinasse però di preferenza al medesimo; tanto più che poco dipoi, il 15 marzo 1450, se non erra il manoscritto o chi l’ha segnalato, rientrato già lo Sforza in Milano, noi vediamo il nostro umanista tenere in Monza un discorso in lode ed in presenza del nuovo Duca45, e altro parimenti pronunziare il 25 di quel mese stesso in occasione dell’ingresso trionfale del principe colla sua sposa nella riacquistata città46. E il condottiero di ventura salito a tanta altezza era uomo che sapeva apprezzare il talento letterario e politico, e le persone di qualche merito amava stringere a se con obblighi di riconoscenza e d’interesse ad un tempo, assegnando loro uffici ragguardevoli e dando a ciascuno, in ogni circostanza propizia, larga dimostrazione di sua benevolenza. Non andò quindi molto che Lodrisio Crivelli fu nominato segretario ducale47, e nel 1452, avendo già presa moglie ed avutone un figlio, lo Sforza glielo teneva a battesimo. Del quale onore, allora non insolito, ma nondimeno assai grande, lo ringraziava il Crivelli con questa lettera48:

Illustrissimo principe et excellentissimo Signore mio singularissime. Sentendome con incredibile fede e devotione per ogni respetto summamente affectionato a la Illustrissima v. Signoria, per darne qualche inditio humelmente questi dì passati supplicay quella se dignasse havere con mi compaternità, comettendo a il [p. 280 modifica]circumspecto et integerrimo suo cancellero qui Antonio de Trezo tenesse per suo nome un mio figliolo a batesmo. Unde novamente essa excell.ma Sig.ria per sua clementia ha mandato il procuratorio in forma pienissima et humanissima, et è dignata una tanta altezza inclinarse a suo infimo, ma pur devotissimo, servo. La qual cosa essendomi desideratissima et pretiosissima come certissimo testimonio de benivolentia, di tanta humanità referisco grafie, non quale io debo, ma quale io posso, e tutte quelle che il mio animo, la voluntà, l’ingegno po’ concipere. Se la mia singulare fede et devotione poteano prima ricevere qualche augumento, ora certo de mi niente resta, che tutto la vostra celsitudine non posseda. Non è cosa in questo mondo qual si ardentemente desideri, come quel poco di facultà m’[h]a dato Idio, l’ingegno, l’industria, l’animo, la vita exponere per la excellentia vra, la qual dio, come ornamento e salute non solo nostra, ma de Italia, conservj et accresca felicemente. Ex Ferraria, xiij Jullis 1452.

Eiusdem Illu. d. v.

fidelissimus servitor Lodrisius Crivellus
iuris utriusque doctor cum
umili recomandatione.


(a tergo) Illustrissimo principi ac invictissimo
d. d. Francisco Sfortiae duci Mediolani
d. meo observandissimo.

Lodrisio era allora a Ferrara, o come insegnante, o, più probabilmente, mandatovi per qualche affare politico dal Duca di Milano, il quale sembra lo adoperasse principalmente come informatore circa gli Stati esteri, poiché troviamo alcune lettere di lui in questo senso. Di queste, due mi paiono meritevoli di essere integralmente pubblicate. La prima, in ordine di tempo, riguarda le cose di Boemia ed Ungheria, dove l’imperatore Federico III, tutore del giovanetto re Ladislao, pretendeva di governare in nome di lui, mentre i signori e il popolo non ne volevano sapere49. Il Crivelli scriveva da Milano allo Sforza50:

[p. 281 modifica]Illustrissime et Excellentissime Princeps et dne dne singularissime. Premettendo sempre affectuosissime et debite ricomendatione, aciò la Ill.ma S. vra habia certa noticia de le cose occorse novamente in Alamania ne li fatti de l’Imperatore et del Re de Ungaria, l’aviso come in questa matina è gionto qui Guglielmo Eghelscalch, qual è quelo gentilhomo tedesco che vene questo anno qui da la Excellen.a vra et lassoe uno putino suo nepote in compagnia de l’Ill.mo Conte Galeazo. Et dice venire al presente dritto da le parte dove è la Maiestate de l’Imperatore e che duy suoy fratelli sono stati nel campo, qual in questi dì è fatto centra il prefato Imperatore. Et narra la cosa esser passata in questo modo. Che il Conte de Cilia51 principalmente, et con luy tuti li subditi del Re Ladislao, excepti gli Ungari, se sono uniti a numero de xxiiij mila persone tra da cavallo et da pede, et mossi ad venire contra l’imperatore per la liberatione d’esso Re Lanceslao, et havea etiandio promisso Zoanne Vayvoda Governatore de l’Ungaria52 de unirse con essi, ma quando fo al stringere, se ritrasse, temndo la M. te dell’imperatore, et excusandose ch’el havea ben promisso de venire centra il Re de’ Romani, ma non contra l’imperatore53. Et dice che sentendo lo Imperatore la venuta di questi e credendo luy fermamente non dovessero ardire di rompere apertamente guerra contra de se, gli andò a l’incontro perfin a Civitanova54, qual’è l’ultima de le sue citate posta ad li loro confini, et havea con se circa iiij mila persone, che non erano etiandio in ordine per guerrezare. Sentendo questo lo prefato Conte de Cilia et li suoy, subito se veneno ad campare contra la dieta citate, stringendola per modo non ne poteva uscire uno ucello. Et di tratta li piantarono le bombarde, trahendo ne la citate di et nocte, senza intermissione alcuna per modo fo forza a l’imperatore di venire a l’acordio. Et li dete suxo la compagnia (sic) liberamente il Re Ladislao in sua presenza, qual adeso signoreza tuti ly suoy dominij paterni. Et oltra questo fo fatta una commissione de communi consensu de tute le diflferentie sono tra li prefati Imperatore e Re per rispetto a privilegi, citate et castelli, argenti et gioie tolte, a tre signori, cioè duca Alberto di Bavera, Duca Lodovico di Bavera et Marchese Alberto de Brandburgh, qual’è barba de la marchesana di Mantua, [p. 282 modifica]al iudicio di quali sono obligate di stare l’una parte et l’altra. Et afferma il ditto Gulielmo tute queste cose essere vere et certe, presente don Gasparo, monacho di Garavallo, fidelissimo servitore de la I. S. vra, qual l’ha fatto parlare con mi aciò del tute ne avisasge la I. S. vra. Et cusì ho fatto fidelmente, non credendo potere fallire in questo. Iterato affectionatissimamente me ricomando ad la prelibata Ill.ma S. V.a Data Mediolani, iij Octobris 1452.

E. Ill.me D. Vre

fldelissimus servus Leodrysius de Crivellis.


(a tergo) Illustrissimo et Excellen.mo
Prinncipi et dno dno suo
singularissimo dno Duci
Mediolani atque Papie
Anglerieque Corniti ac
Cremone dno.

Cito. Cito. Cito.


La seconda lettera è anche più importante, perchè riguarda più da vicino le cose italiane, cioè i maneggi de’ Veneziani, del Duca di Savoia e del Delfino - allora Luigi, poi il famoso Luigi XI re di Francia - per indurre gli Svizzeri a romper guerra allo stato lombardo, distraendo così parte delle forze con cui il Duca vinceva in quei giorni i nemici sull’Adda. Il Crivelli dà notizie di molto interesse: ecco quanto egli dice55:

Illustrissime princeps et Excellentissime dne dne singularissimo. Dopo le devotissime ricommendatione per don Gasparo, del qual altre volte ho scripto ad la I. S. V.a56, sono advisato comò ancoy al mezodi è gionto qui uno Gentilhomo svyzero, qual è del loro Consilio et con el quale s’è trovato stare ad parlare uno longo pezo, et gli ha detto come, oltra le practiche et instantie fatte ad li dì passati, di novo li Venetiani, duca di Savoia et dalflno per snoy ambassadori mandati ad la liga di Svyzeri instano grandemente di farli rumpere guerra centra la I. S. Vra, et che lo re di Pranza per altri suoy ambassadori ha mandato ad confortare quelli de ditta liga non se lassino voltare ad instantia de quelli [p. 283 modifica]ambassadori, facendoli grande proferte et offerendoli de remeritarli di quanto la corona sua potrà col stato et con la persona, s’elli perseverano in bona amicitia con la I. S. V.a, come hano fatto perfin ad qui. Et dice questo Gentilhomo che quantunca li siano alcuni Svyzeri mal desposti perchè se gravano non gli essere fatta rasone in questa citate centra alcuni suoy debitori, nondimeno la liga perfin ad qui non so move ad guerra. Donde Don Gasparo l’ha molto confortato ch’el non dubiti, come la Ex.tia vra sia gionta qui personalmente in queste proxime ferie, la provederà ad tuti questi mancamenti, per modo sera fatta sua rasone ad ciascuno. Nel che pare questo Gentilhomo confida asay. Et ha offerto quando la I. S. V.a sia qui, s’ella vorà vedere, di mostrare tute le letere originale de li predicti Signori, scritte ad la prefata liga. De le qual cose m’è parso digno in questo mezo darne aviso ad la I. S. V. per le ambassate et risposte gli accadano ad la giornata, vedendo mi per le risposte de la Ex.tiaa vra esserli grato. Ad la qual iterato summamente me ricomando. Date Mediolani xxu decembris 1452.

E. Ill.me D. D.

fidelissimus servus Leodrysius de Crivellis


(a tergo) Illustrissimo principi et Excellen.mo
dno dno suo singularissimo dno
Duci Mediolani atque Papie
Auglerieque Corniti ac Cremone
dno.

Nel 1456, riaffermatasi in Genova la signoria di Pietro da Campofregoso con quell’accorgimento che fu troppo stigmatizzato da storici che mal capivano lo spirito politico del Quattrocento57, Francesco Sforza mandava a trattare con lui certi affari il cancelliere Lodrisio: abbiamo ancora l’atto di delegazione a procuratore del Duca in data 16 agosto di quell’anno58. Nuove incombenze riceveva nel 1458: prima, il 27 febbraio, recitava un nuovo panegirico del suo signore59, poi, nel settembre ed ottobre, si recava presso [p. 284 modifica]il nuovo pontefice Pio II., e, per via, da Firenzuola, non mancava di trasmettere a Cicco Simonetta le solite informazioni60:

Illustrissime princeps et Excellen.me dne dne mi singularissime, con ogni debita ricommandatione. Trovando qui il cavallaro di questa posta qual de presente se voi partire con letre che se drizano ad la Subli. vra, è parso mio debito darli noticia di quello mi pare di qualche substancia che ho potuto intendere in questo cammino. Venendo da Modena ad Bologna, mi ritrovay bavere in compagnia uno Catelano per nome lacobo da la Mota, qual mo dice che a dì viiij.° del prosante mese se partì da Barzelona, et era gionto fin a Modena in xi dì, et è molto pratico di questo cammino et pare intendente, et dice se deliberava giongere questa dominica in Roma. Gli adimanday de le conditione de Catalonia et di quelle parte. Et mi disse queste cose in effecto, come nè Barzelonesi nè Valenzani perfin ad qui haveano voluto giurare nè dare i’obedientia in mano del re de Navarra. Et la casone è per la discordia quel gì’ intervenne, però che li predicti veleno dal re di Navarra prima che se oblighi ad servarli li soy privilegij, item che perfln adesso el constituisca suo successore ne li predicti reami il suo primogenito el principe di Navarra, flolo de l’altra regina sua prima moglie, qual al presente se ritrova in Sicilia, come sa la I. S. V.a Ma la regina vivente, la qual costuy dice che è una mala bestia et che dispone del marito ad suo modo61, vele eli’ el costituisca uno de li soy floli. Et per tal differentia costuy dubita et crede debia nascere guerra in quelle parte, la quale dice già essere come apizata. Gli adimanday ancora se si arma nave o galee in quelle parte. Me rispose che in Barzelona se armano tre o vero quatro galee per essere mandate centra Zenoesi. Questo è in substantia quanto ho auto da esso.

Uno Novarese gionto in questa sira dice bavere trovato questo martedì, che fo a’ xviiij del presente, d. Thomaso62 et d. Petro63 [p. 285 modifica]in Sancto Quirico di là de Sena milia xxv, et che, secundo i logiamenti hano designati, serano questo sabbato, cioè poydimani in Roma. Me ricomniando devotissimamente ad la prelibata I. S. V.

Date Florenzole, die xxj septembris, bora ij noctis, 1458.

E. Ill.me D. V.

fidelissimus servulus Leodrysius Cribellus.


(a tergo) Illustrissimo Principi et Excellen.mo
d. dno meo singular.mo Dno Duci
Mediolani atque Papie Angleriequc
Corniti, Cremone dno.

Cito. In manibus Mag.ci d. Ciclii.

Il Crivelli era molto onorato dal papa, presso di cui pare si trattenesse a lungo, forse fin oltre il febbraio del 1459, se soltanto il 27 di quel mese il pontefice gli dava a portare un suo breve allo Sforza64. A ogni modo, tornato a Milano, era sempre caro al Duca, e forse d’incarico del medesimo tornava presso Pio II a Mantova nel luglio di quell’anno, mentre nel celebre concilio si pigliavano le disposizioni per una guerra generale d’Italia contro i Turchi65. Poco dipoi, nel 1461, abbiamo già veduto come Lodrisio imprendesse a scrivere le gesta del suo signore incominciando a dire di quelle del padre di lui: fors’anche verso lo stesso tempo concepì il disegno di narrare la storia di quel convegno mantovano a cui era intervenuto, disegno che attuò poi, vivente ancora, sembra, papa Piccolomini, dopo interrotta r altra opera ptorica sui due Sforza. Allora era sempre buon amico anche del Filelfo, poiché entrambi lodavano in prosa ed in versi Lazzaro Scarampi, creato vescovo di Como il 20 agosto 146166. Ma non tardava molto a sopravvenir la rottura e, poco dopo, anche la rovina del Crivelli. La cosa non è ben chiara come procedesse: il Voigt67 crede [p. 286 modifica]che il suo De vita gestisque Sfortiae abbia «suscitato la gelosia e provocato le velenose invettive» dell’autore della Sforziade, ma egli confonde un po’ troppo al riguardo tempi e cose68. A sentire il Filelfo69, Lodrisio e Giovan Mario, figlio dello stesso messer Francesco, sarebbero un giorno venuti in corte a disputa prima cortese, poi, come suole avvenire, acerbissima, e il primo sarebbe stato superato dal secondo; donde le ire. Ma se il dissidio e l’inimicizia insorta tra il Crivelli e Giovan Mario Filelfo possono valere a spiegare la lotta anche col padre di quest’ultimo, non possono ancora spiegare la disgrazia di Lodrisio: Francesco Filelfo, per quanto riputato a’ suoi tempi e caro al Duca di Milano, non era per niun modo in grado di far cadere in disgrazia direttamente un segretario e cancelliere del medesimo. L’umanista tolentinate può aver contribuito alla rovina dell’avversario, ma non averla cagionata da solo. Egli stesso accenna ad uno scandalo succeduto in casa di Luigi Grotti, ad un preteso furto di Lodrisio e ad una falsa deposizione [p. 287 modifica]di questo contro il medesimo o ad un altro Crotti70, ma parla pure d’ingratitudine, malvagità e perfidia del Crivelli verso lo Sforza, suo signore e benefattore71, e aggiunge altrove72: «Tu [Leodrisi] ah huius (Sfortiae) conspecto universoque imperio sceleribus tuis factus es exul». Osservando come a partire dalla fine del 1463 l’umanista milanese cessasse di comparire tra i membri del Collegio de’ giureconsulti della sua città, si era conchiuso ch’egli allora morisse, ma già il Tiraboschi rilevò come questo fosse un errore: donde appare chiaramente che la cancellazione del Crivelli dovette coincidere col suo esilio. Anche riavvicinando a questi dati la lettera inedita del 17 agosto 1466, che sarà or ora riferita per intero, se ne può dedurre che Lodrisio si rese colpevole di qualche grave mancamento verso il Duca; quale però non si può determinare. Certo dovette esulare, e se più tardi rientrasse in grazia, no, neppur questo per ora si può stabilire.

IV.


Profugo da Milano, Lodrisio Crivelli trovava onesta e lieta accoglienza presso il pontefice Pio II, col quale da lungo [p. 288 modifica]tempo era in ottimi rapporti di stretta amicizia. S’erano forse conosciuti a Basilea, ma la prima notizia certa delle loro relazioni ci è data da una lettera di Enea Silvio che ringrazia l’amico di un carme in suo elogio e a sua volta si rallegra di saperlo in luogo onorevole alla corte del Duca di Milano e ne loda i meriti e si professa quandochessia al servizio e di lui e del duca medesimo73. Questa lettera è del 17 febbraio 1455: due anni dopo Lodrisio riscriveva al Piccolomini, mandandogli anche stavolta un suo lavoro con molti complimenti pel conferitogli cardinalato. Il lavoro era una traduzione dal greco dell’epistola di San Giovanni Crisostomo al vescovo Ciriaco, ed Enea Silvio, rispondendo, così ne parlava: «Legimus Joannis Chrisostomi Epistolam, quam ex attica romanam fecisti; et nesciebamus te antea graecie sermonis gnarum esse. Prius translationem hanc audivimus, quam graece doctum audiverimus»74. Però, come ha già osservato il Zeno, il Crivelli conosceva da un pezzo la lingua greca, che probabilmente aveva imparata dal Filelfo, e c’è chi attribuisce a lui75 una versione anonima dell’Argonauticon di Orfeo (?) pubblicata a Venezia nel 1523 coi tipi aldini, mentre altri invece lascia incerto se sia di Lodrisio o di altro Crivelli76 e a me non fu dato vedere.

Quando nel 1458 il Piccolomini fu assunto al pontificato col nome di Pio II, e l’umanista milanese, come si è detto, si recò presso di lui, fu eletto con bolla del 17 ottobre di quell’anno segretario apostolico ed accarezzato assai. Tornato poscia presso il papa l’anno seguente 1459, portandogli certo altro «libellum» da lui composto. Pio II [p. 289 modifica]così ne scriveva il 7 luglio allo Sforza: «È venuto appresso di noi il diletto figlio Luigi (Lodrisio) Crivelli, cittadino tuo milanese, cui per l’antica amicizia volentieri udiamo ed udimmo. Ci ha portato un suo libriccino dotto ed elegante che abbiamo pure avuto molto caro e gradito. E poiché egli è consacrato di tutto cuore alla tua Nobiltà, e la sua virtù merita non solo la lode nostra, ma ancora la benevolenza tua, che del rimanente egli dice di aver già esperimentata, preghiamo la tua Generosità di tenerlo per raccomandato, quasi nostro particolar figliuolo. Avremo veramente cara la tua umanità verso di lui»77. E come ne parlasse con lode nell’Europa già si ebbe a dire, sicché non farà meraviglia che lui esule benignamente ricevesse, e al figliuolo, che portava il proprio nome di Enea, assegnasse un cospicuo beneficio in Lombardia, fors’anche in ciò probabilmente l’intuito del nemico faceva ben apporre il Filelfo78 - temendo che il Duca di Milano non consentisse che Lodrisio ne fosse direttamente investito, e nondimeno volendo sovvenir largamente a’ bisogni dell’amico umanista.

Intanto pare che lo Sforza richiamasse in patria il Crivelli a giustificarsi. Egli rispose rispettosamente e promettendo di recarvisi tosto, e a ciò lo confortava anche Pio II. Da Ancona, dove aveva accompagnato il pontefice, Lodrisio veniva a Piacenza e il 17 agosto 1464, il giorno dopo la morte di papa Piccolomini, ma forse senz’ancora averne notizia, scriveva all’offeso signore la seguente lettera inedita79:

Illustrissime et Excellen.me princeps et dñe dñe singular.me Dopo le afifectuosissime ricommendatione. Non solo per deliberatione et devotione mia, come per altre ho scritto rispondendo da Roma ad le letre de la sublimitate vostra mandate per Bonifacio Gagnola et portate per prè Petro Casola, ma anche per [p. 290 modifica]impositione ad mi fatta in Ancona dopo quelle per la santità del papa, sono qua per venire ad li piedi de la Ill.ma S. vra. È vero ch’io vengo da loci infecti80; nondimeno sono sano per dio gratia, et semper logiato de cita in cita in loci sanissimi. Et per signal di ciò da Ancona ad Regio era venuto in cinque di et anche poteva giongere in Parma, se Monsignor il vescovo di Regio non me havesse retenuto quella sira et tute il di seguente di nostradona presso di sé por consolatiune et delectione che mi porta. Donde suplico ad la Ill.ma S.ria v.a a ciò non me consumi qui totalmente sopra l’hostaria. La se degni concedermi licentia ch’io possi passare Po et andare ad la villa de Nerviano, onde ho una mia cusuza. Et li aspettarò tanto, quanto piacerà ad la Sublimitate vra, ch’io possi venire ad Milano al suo conspecto. Ad la qual iterato afl’ectuosissime me ricomando per infinite volte. Date Placentie, xvij Augusti MCCCCLXiiij.

E. Ill.me D. V.

devotissimus servulus Leodrysius Cribellus.


(a tergo) Illustrissimo Principi et Excellen.mo
Duo Dno Francisco Sforcie Vicecomiti
Duci Mediolani atque Papie Anglerieque
Comiti Janue ac Cremone duo
singularissimo.

In manibus M.ei dni Cichi. Cito. Cito.


Il permesso gli fu concesso? Potè andare a Milano? Si giustificò? A queste domande per ora non si può rispondere. Certo non molto dopo la lettera riferita era di nuovo alla corte pontificia, donde, riconoscente a’ benefattori e fieramente avverso a’ nemici, non tardava a far sentire la forza della sua opera e della sua parola.


V.


Come Pio II ingannasse le speranze, forse esagerate, di molti umanisti ebbi già a dire altrove a proposito di [p. 291 modifica]Publio Gregorio Tifernate81. Tra coloro che si aspettavano di più e non ebbero che a lor giudizio, assai poco, era quell’insaziabile accattone e scialacquatore che fu messer Francesco Filelfo. Di qui disgusti ed ire tra il letterato ed il pontefice; sembra anzi che già a proposito di questi urti nascesse in Milano la discussione tra Giovan Mario e Lodrisio82. Dopo la morte del pontefice, le invettive dei due Filelfi, padre e figlio, non ebbero più modo, tantochè se ne risentivano i cardinali e sopratutto Iacopo Ammannati, già carissimo a Pio II, e di cui anzi aveva assunto il cognome Piccolomini. L’Ammannati mosse il collegio cardinalizio a lagnarsi del contegno dei Filelfi presso lo Sforza, e questi, nonostante l’affezione e la considerazione che aveva per messer Francesco, credette necessario dare una qualche soddisfazione all’offesa corte di Roma. Dalla lettera con cui il cardinal pavese - l’Ammannati - ringrazia il Duca della punizione inflitta ai linguacciuti umanisti si rileva ch’essi furono messi in prigione83. Alcuni revocarono in dubbio [p. 292 modifica]affatto questa notizia, ma essa è certa poiché confermata da altre svariate testimonianze. Sarà stata una prigionia larga e cortese, e anche di breve durata, perchè molti s’interposero, mentre Antonio Cornazzano si offriva spontaneamente di soffrire il carcere in luogo del maggior Filelfo, scrivendo:

Aeger eram et dirae patiebar praelia febris,
sed salvo in le spes una salutis erat.
Illa mihi, capto te, nuper adempta, Fhilelfo, est,
unde velim qualis sii mea vita putes.
Sic mihi quae pateris veniant incommoda, si non
indolui casus hac mage febre tuos.
Sed forti fatum (est) animo crudele ferendum:
utere te digna mente, Philelphe pater.
Est speranda Ducis nostri clementia saliera:
pauca loquar; rasam non habet ille cutim.
Interea iubeas: ego non ad iussa negabo
pro te dimisso ferrea vinc(u)la pati84.

Ma erano bastati pochi giorni perchè la voce si spargesse per ogni parte, e Pier Candido Decembrio, rinfocolando il vecchio odio che aveva contro messer Francesco, avea potuto scoccargli feroce e sudicio l’epigramma85:

Flant venti, ridet coelum, mare, littora, tellus,
crimine pro merito subiit quod claustra Philelcus.
Flet Constantinus lacrymis manantibus ultro
carcere qui clausus differt sua verba Latio.
Fiat foede interius ventre crepitante Philelcus:
nam timor vexat, premit ilia stercus.


Non però ristava il Filelfo dall’inveire contro la memoria di Pio II, e in una lettera al nuovo papa Paolo II [p. 293 modifica]ritornava alle ingiurie contro il morto, forse sapendo che nulla poteva essere più gradito a un nuovo pontefice che l’udir sparlare del suo predecessore86. Allora sorse il Crivelli e, presa la penna, dettò uno scritto in favore di Pio II. Non mi è stato possibile rintracciar copia di questo scritto87, [p. 294 modifica]ma dalla risposta di messer Francesco se ne può dedurre in gran parte il contenuto. Oltre le ingiurie innominabili, solite, necessarie, in ogni invettiva del Quattrocento, Lodrisio ribatteva le accuse contro papa Piccolomini e cercava difenderne la memoria, mostrando come avesse beneficato l’ingrato Filelfo e datigli seicento ducati; quindi parlava dell’indegnazione suscitata dalla lettera al nuovo pontefice tra gli amici del defunto, rimpiroverava al Filelfo la sua vita intera con certe allusioni ad una «taberna tholentinate» ed a vizi di varia natura, crapula, libidine, etc, gli [p. 295 modifica]rinfacciava persino errori di grammatica, mentre per contro vantava se stesso e gli onori resigli in competizione con Giovan Mario, lodava la generosità di Ferdinando re di Napoli e terminava gettando in faccia a messer Francesco l’invidia inestinguibile contro tutti i più dotti che fossero a quei tempi in Italia, compresi Giovanni Lamola e un Sulmonese - probabilmente Bartolomeo88. - Lo scritto, sembra in forma di lettera aperta allo stesso Filelfo, come allora era uso, fu sparso largamente dal Crivelli: però l’umanista tolentinate stentava ad averne copia. La prima notizia del medesimo gli giungeva per mezzo di Giampietro Arrivabene, [p. 296 modifica]segretario del cardinal Francesco Gonzaga, e subito cercava di averne copia da lui89. Ma il prudente ed assennato Arrivabene cercava dissuaderlo da una replica che avrebbe inasprito ancor più la polemica, e messer Francesco mostrava di volergli dar retta, pur insistendo per avere l’invettiva crivelliana90. Nè volendo, sembra, l’Arrivabene mandargliela, si volse altrove e tanto si arrabattò che l’ebbe alfine per mezzo di un Genovese comune amico91. Appena avutala, replicò come poteva aspettarsi da tal uomo, rimproverando a sua volta a Lodrisio l’ingratitudine verso di lui antico maestro e benefattore, accusandolo di turpissimi vizî, sodomia, furto92, crapulaccia93, e ribattendo passo [p. 297 modifica]passo l’invettiva, con tutto ciò affermando che non rispondeva «per non combattere Achille contro Tersite». Nella lettera difende la propria vita, riassale ancora una volta Pio II, rifacendo a suo modo i rapporti con lui, nega di aver ricevuto i ducati accennati dal Crivelli, giustifica le espressioni rinfacciategli come errori, di altri invece accusando l’avversario, e afferma di aver in odio «Nicolaum Nicolum et Poggium Bambalionem et Petrum Candidum Decembrem, tres ineptissimos plane omnium nebulones foetulentissimasque cloacas cunctarum nequitiarum et turpissimae vitae sordium, te tamen, Lodrysi, ut fatuum, et amentem», ma di amare e lodare Leonardo Aretino, Guarino Veronese, Giovanni Lamola: quanto ad Ambrogio Traversari, «nihil hahes quod mihi obiicias», e «quem corvum Sulmonensem, loquaris ignoro». Curioso è il rimprovero mossogli da Lodrisio di aver chiamato i Turchi in Italia; il Filelfo risponde vantandosi che Maometto II gli rimandasse le cognate fatte prigioniere nella presa di Costantinopoli, ma nega altri rapporti: si meraviglia però che non abbia falsificate anche le lettere sue al Turco; «fecisses id confidenter, ut cetera, impudenterque, si nostrae orationis filum esprimere, pro dignitate, potuisse»94. La fine è degno coronamento di quanto precede: «Quod si me consulas, tandem aliquando redibis ad sanitatem; quod ut facias, te non solum hortor, sed rogo. Interea vero temporis, vale tu cum tua ista vel scabie vel porrigine et quibus dies atque noctes roderis voracissimis pedum gregibus. Ex Mediolano, kalendis Augustis Anno a Christi Natali MCCCCLXV».

[p. 298 modifica]

VI.



La replica del Filelfo è l’ultima notizia certa che noi abbiamo per ora di Lodrisio Crivelli. Insisto a dire per ora, poiché certo moltissimi documenti giacciono inediti e non verranno fuori che a poco a poco, isolatamente o a gruppi non troppo grandi. Ma per quanto già si è detto risulta che la figura di Lodrisio Crivelli, non solo come umanista, ma come cancelliere sforzesco e storiografo, meritava di essere messa alquanto più in luce che finora non fosse. E se a me verrà fatto con questo lavoro di richiamare sopra di lui l’attenzione degli studiosi e di aver offerto ad essi un materiale di qualche utilità, sarà già un frutto sufficiente di queste modeste e pur troppo, ma inevitabilmente, incompiute ricerche.



Torino, 4 settembre 1890.

Note

  1. Nei Rerum Italicarum Scriptores, t. XIX.
  2. Ibidem, t. XXI.
  3. N. 306, ediz. Norimberga, Antonio Koburger, 1496.
  4. Vedi la Sumuna librorum, quos in omnibus scientiis ac nobilioribus artibus variis linguis conscriptos... in lucem emittet Academia Veneta, Venetiis, 1559.
  5. De historicis latinis, 1. III, p. 594, Lugduni Batavorum, Ex officina Iohannis Maire, 1651.
  6. Praef. ad Cribelli De vita Sfortiae, in Muratori, R. I. S., t. XIX, p. 626.
  7. Dissertazioni Vossiane, t. I, pp 346 e segg., Venezia, Albrizzi, 1752.
  8. Storia della letteratura italiana, t. V. parte III. p. 971 e segg., Venezia, Antonelli, 1824.
  9. Il risorgimento dell’antichità classica, trad. Valbusa, t. I, p. 522-523, Firenze, Sansoni, 1888; Enea Silvio de’ Piccolomini als Papst Pius der Zweite. t. III, p. 614-615, Berlino, 1863.
  10. Theatrum triumphale Mediolanensis urbis, Milano, 1642, praef., n. 6.
  11. P. 629.
  12. Il Muratori, Op. cit., t. XIX, p. 623, aveva posta la composizione della medesima «circa il 1460».
  13. C. 49, p. 449, Basilea, 1571.
  14. Degli archiatri pontifici, t. II, p. 159-160, Roma, Pagliarini, 1784.
  15. Una lettera del Crivelli in cui si mostra al servizio di Pio II è evidentemente della stessa mano di altre in cui appare a quello di Francesco Sforza. Inoltre il Pastor, Storia dei papi, t. II, pag. 68, trad. Benetti; Trento, Artigianelli, 1891, cita una relazione di Lodrisio Crivelli al duca di Milano, in data Mantova, 6 gennaio 1459 (1460) riguardo al ricevimento fatto da Pio II al marchese di Brandeburgo. Tale relazione è nella Nazionale di Parigi, cod. it. 1588, f. 219. Cfr. anche Mazzatinti, Manoscritti italiani delle biblioteche di Francia, t. II, p. 377, Roma, 1877. Non ho finora potuto procurarmi copia delle lettere del Crivelli esistenti nella Nazionale di Parigi.
  16. Historia almi Ferrariensis Gymnasii, parte I, p. 46, Ferrara, Pomatelli, 1735.
  17. Notisi che anche Pio II nella già citata lettera edita dal Marini chiama il suo cortigiano «Loysium».
  18. Memorie e documenti per servire alla storia dell’Università di Pavia, t. I, p. 49, Pavia, Bizzoni, 1878.
  19. Rotulus pro doctoribus et aliis legere debentibus in felici Studio Mediolani presenti anno MCCCCXLVIII. inedito nell’Archivio di Stato di Milano.
  20. Chron. Collegii Iuriperitorum Mediolani, art. 164, p. 45.
  21. Parte II, p. 341.
  22. Archivio di Stato di Milano: Atti Ducali, Reg. E, f. 52.
  23. Ibidem: Autografi: Letterati: Lodrisio Crivelli.
  24. Ughelli, Italia Sacra, t. IV, p. 254-255, Venezia, Coleto, 1719. Sul Capra veggansi ora nuove notizie in Braggio, Giacomo Braccello e l’Umanismo dei Liguri al suo tempo, pp. 140 e segg., Genova, Sordomuti, 1891, estr. dagli Atti della Soc. Lig. di St. Pat., e in Sabbadini, Biografia documentata dell’Aurispa, Noto, Zammit, 1891.
  25. Filelfo, Epistolae, 1. XXVI, n. 1, ff. 177 e 179, Venezia, MDII. Anche non ammettendo l’accusa scagliata dal Filelfo che dovesse fuggire di Basilea dopo la morte dell’Arcivescovo Capra per aver rubato il denaro lasciato dal medesimo, e che prima fosse patico di lui, non v’ha ragione per negare che Lodrisio servisse Bartolommeo e lo accompagnasse al concilio basileense.
  26. Il Filelfo, l. c., scrive infatti: «De te vero an es oblitus quam dedecore domo expulsus es a splendidissimo equite aurato Francisco Landriano, cui mercenarius librarius etc.?».
  27. Poggio, Epist. Francisco Parvopasso archiepiscopo mediolanensi, in data 24 febbraio (1440), in Epist., VIII, 15, ed. Tonelli, e in Mai, Spicilegium Romanum, t. X, p. 279-280: «Scribit Lodrisius Mattheura tuum quatuor meas epistolas ad me deferendas, qui eas nondum misit... Misit ad me Lodrisius verba quaedam scripta a Candido, quibus videtur arbitrari, quae disputaverim, an seni sit uxor ducenda, non quae prudentia aut consilium, sed fortuna aut voluntas suasorit, me scripsisse. Credo iocandi causa haec illo prolata... Et tuum Lodrisium saluta verbis meis». Anche il Filelfo però era amico del Piccolpasso. Cfr. Epist., 1. IV, f. 28 verso.
  28. Efist., XXV, f. 170: Petro Eutychio: «Existimabam Leodrysium Cribellura adeo esse occupatum... ut nullum ei tempus ad maledicendiun veteri doctori suo et quam optimc de se merito relinqueretur». Cfr. XXVI, 1, f. 176: Leodrisio Cribello, in cui dice, ripetendo le stesse frasi che, essendo già in età di oltre vent’anni, l’aveva avuto allievo alle pubbliche e private lezioni, ed egli valevasi de’ libri di lui Filelfo (ciò che dalle lettere che saranno or ora citate si scorge esser vero) e pranzava e cenava in casa del medesimo, sicché avrebbe dovuto «considerarlo e venerarlo come indulgentissimo padre».
  29. Epist., l. V, f. 32.
  30. Eaedem, 1. V, f. 34.
  31. Il 30 dicembre 1450 il duca Francesco Sforza scrive da Milano a due suoi ufficiali: «Ceterum voressimo essere advisati da ti Nicodemo s’el facto che te comisimo de M. Francesco Filelfo può bavere luoco o non, perchè havendo luoco, bene quidem; se non, che siamo advisati della cosa como passa adciò che non habbiamo ad avere più molestia de questo facto». Pare si trattasse di condurre il Filelfo come publico professore; infatti il 2 aprile 1451 il duca scrive al «regolatore e ai maestri delle entrate»: «Deputavimus ad lecturam rhetoricae et aliorum auctorum in hac inclyta nostra urbe clarissimum dominum Franciscum Filelfum cura annuali provisione florenorum sexcentum a soldis triginta duobus pro floreno percipiendorum super intratis nostris Papie quemadmodum alii lectores nostri percipiunt. Committimus ergo vobis et volumus quod de cetero, incipiendo die primo presentis mensis, eidem de dieta provisione, debitis et ordinatis temporibus, responderi, et in presenti de duchatis centum aureis prestantiam fieri faciatis». E poco dopo, il 6 dello stesso mese, rinnovando egual lettera scritta il medesimo giorno della precedente (e forse perduta) a Grazzino Pescarolo: «Gracino de Piscarolo referendario generali, domino referendario et texaurario Papie. Deputavimus ad lecturam oratoriae poeticaeque ac moralis philosophiae in hac inclita urbe nostra praestantem ac devotissimum virum dominum Franciscum Philelfum cum annuali provisione florenorum sexcentum a soldo triginta duobus pro floreno accipiendorum ex intratis civitatis illius nostrae etc... Efficiatur providendo quod ipsos (centum ducatus aureos) indillate ac omnimodo consequatur». Altra lettera in data 28 luglio in nome del duca rimprovera il regolatore e i maestri delle entrate per non aver pagato al Filelfo i cento ducati e ordina che si paghino immediatamente. Questi documenti, che si trovano nell’Archivio di Stato di Milano, sono inediti, tranne uno publicato dal Motta. La continuità loro può far credere che vi sia stata non solo condotta, ma vero insegnamento publico del Filelfo a Milano per qualche tempo del 1451. Nè osta che egli dica nell’orazione inaugurale del 1471 che da 25 anni non aveva più salita la cattedra, perchè vi contradice la notizia di un’altra condotta nell’agosto del 1468 dataci da una lettera del Filelfo stesso al Duca Galeazzo Maria, in detto archivio: Autografi: Letterati: Francesco Filelfo.
  32. Epist., l. IX, f. 67.
  33. Eaedem, l. IX, f. 68 recto.
  34. Eaedem, l. IX, f. 68 verso.
  35. Valentinelli, Biblioteca ms. ad S. Marci Venetiarum, t. VI, p. 187. Il codice che la contiene è segnato I. 178[L.X.CCIX].N. (Cfr. p. 188, cod, I. 156[L.XIV.CXX]Mr.). Il Zeno, t. I, p. 352 parla anche di un’altra poesia che incomincerebbe cosi: «Die mihi etc.» e a cui pone la data posta dal Valentinelli alla poesia che incomincia: «mihi etc.», ma probabilmente si tratta dello sdoppiamento di una sola poesia.
  36. Pubblicata dal Sabbadini, Centotrenta lettere inedite di Francesco Barbaro, p. 118, Salerno, Tip. Nazionale, 1884.
  37. Intorno al Facio veggansi per ora Zeno, Vossiane, t. I, pp. 02. e segg., e Mehus, Vita Facii, in capo all’edizione del De viris illustribus, Firenze, Giovanelli, 1745. Sul Facio cfr. pure la citata opera del Braccio, spec. Appendice e documenti.
  38. P. 15. ediz. cit.
  39. Cfr. Gabotto, Tommaso da Rieti letterato umbro del secolo XV, estr. dall’Archivio storico per le Marche e per l’Umbria, Foligno, 1889; Ghinzoni, Ultime vicende di Tommaso Moroni da Rieti, estr. dall’Archivio storico lombardo, Milano, 1890; Notizie, in La letteratura, Y, 8, 15 aprile 1890; Gabotto, Un condottiere e una virago del secolo XV, p. 12, Verona, D. Tedeschi e figlio, 1890.
  40. Ne diede alcune poche notizie il Lamma, Rime inedite di Alberto Orlandi, in Archivio Storico per le Marche e per l’Umbria, t. IV, fascicolo xv-xvi, pp. 494 e segg., Foligno, 1889. Ma a lui sfuggirono due notizie di capitale importanza date dal Minieri Riccio, Alcuni fatti di Alfonso I d’Aragona dal 15 aprile 1437 al 31 di maggio 1458, in Archivio Storico per le province napoletane, t. VI, pp. 3 e 6. Dalle cedole della R. Tesoreria aragonese appare che il 15 maggio 1437 «stavano a Capua in corte di re Alfonso il conte di Sarno, Alberto di Orlando, cancelliere del conte Francesco Sforza, e Cristofaro da Milano, familiare del duca di Milano», e di nuovo nell’agosto furono presso lo stesso re «Alberto Orlando, commissario di Francesco Sforza, Niccola, familiare del duca di Milano, e il vescovo di Grans».
  41. Tiraboschi, Op. cit., t. V, parte I, p. 30. Ecco una lettera, che credo inedita, del Calco ad Ermolao Barbaro il giovine (Archivio di Stato di Milano; Autografi: Letterati: B. Calco). La lettera è senza data, ma dall’accenno alla venuta del Merula a Milano l’anno innanzi appare del 1483.
    «Bartholomeus Chalcus Hermolao Barbaro Salutem».

    «Solet accidere in claris viris et virtute aliqua excellentibus ut, quod est praecipuum eorum virtutis premium, fama et gloria apud homines innotescant, quod in te quoque evenisse apertissimum est. Nam Hermolai Barbari fama ad onmes pervenit, cuiusque ingenio iam tantum tribuitur, ut nemo, vel doctissimus, in controversiam vocare aut audeat aut possit, quod subierit eius iudicium. Verum cum superiori anno ad nos redierit Georgius Merula Alexandrinus, cui cura et benivolentia et mutuis studijs ab ineunte aetate coniunctissimus sum, ea de virtutibus tuis praedicavit, ut te hic nemo non amare poscit, ego vero etiam venerari cogar, Quod quidem etiam auxit cum tuas aliquando epistolas mihi legendas tradidit, quae ita ingenii tui mirificam prestantiam declararunt, ut simillimus priscis latinae linguae eruditissimis viris iudiceris; certe nihil nisi elimatum, doctum, eruditum prae se ferunt; quibus equidem ita tibi devinctus sum ut tanti te faciam quanti alterum neminem, tantumque de tuo mihi officio pollicear, quantum tu de me sperare potes: certe ad nomen Hermolai nihil mihi durum, nihil difficile, nihil arduum futurum est, «cui quicquid meum est spondeo et polliceor. Hic quem presentem vides (corr.: coram aspicis) Bernardinus Chalcus nepos mei est ex patre, qui cum istuc accedere decrevisset visendue istius inclytae urbis gratia, praecipue ei iniunxi ut te, praeter reliquos, nomine meo reviseret. Neque non «potui nihil ei ad te litterarum dare, quem tibi pluribus verbis commendarem, si aut tu pro amicitia nostra patereris aut humanitas tua longiorem orationem expectaret. Hoc enim mihi persuadeo te nihil ex bis benivolentiae signis in eum omissurum quae humanitas et liberalitas tua erga amicissimos non modo re, sed etiam verbis et vultu, exprimere solet.
    «Vale et me tibi deditissimum et in omnibus promptissimum puta».
  42. Cfr. Gabotto, Girolamo Tuttavilla, estr. dall’Arch. stor. per le prov. nap., 1889, e Il padre di Girolamo Tuttavilla, Torino, La Letteratura, 1889.
  43. De Rosmini, Dell’Istoria di Milano, t. II, p. 424-425, Milano, Manini e Rivolta, 1810. Cfr. Gargantini, Cronologia, di Milano, p. 191. Milano, Tip. Editrice Lombarda, 1874.
  44. Cosi si deve conchiudere se nel 1444, come si è veduto, poteva datare la sua epistola poetica all’Aleardi «ex aedibus nostris Mediolaneis». Difatto sotto questa designazione si hanno a intendere le case della famiglia Crivelli, non quelle proprie di Lodrisio, poiché pochi mesi prima, il 29 dicembre 1443, come si è pure accennato, il Filelfo gli aveva offerto il denaro per disimpegnare un libro da lui prestatogli, se mai l’avesse dato in pegno ad alcuno.
  45. Zeno, p. 351, che dice trovarsi registrata da Tommaso Smith a c. 61 del Catalogo dei mss. della libreria cottoniana di Oxford.
  46. Smith apud Zeno, l. c.
  47. Vitale, l. c.
  48. Archivio di Stato di Milano: Autografi: Letterati: Lodrisio Crivelli.
  49. Cfr. le recenti opere sulla storia dell’Ungheria dell’Horvat, del Fessler e dello Szalay.
  50. Lettera inedita nell’Archivio di Stato di Milano: Autografi: Letterati: Lodrisio Crivelli.
  51. Cilly.
  52. Il celebre Uniade.
  53. Per intendere questo passo giova ricordare che appunto in quello stesso anno 1452 Federico d’Absburgo, già Re dei Romani, era venuto a Roma ed era stato incoronato dal papa imperatore.
  54. Novigrad.
  55. Arch. di Stato di Milano, l. c.
  56. Vedi la lettera precedente.
  57. Varese, Storia della repubblica di Genova, t. III, pp. 337-339, Genova, Gravier, 1875.
  58. Arch. di Stato di Milano: Atti ducali: Reg. H, f. 355 (Cfr. Reg. 0, f. 125).
  59. Si conserva nell’Ambrosiana di Milano, cod. O, 57.
  60. Lettera inedita nell’Arch. di Stato di Milano: Autagrafi: Letterati: Lodrisio Crivelli.
  61. Mi si permetta di far rilevare l’importanza di questa lettera per le questioni tra Giovanni II e donna Giovanna Henriquez da una parte e l’infelice e generoso Carlo di Viana dall’altra, per le quali veggasi la grande storia di Spagna del La Fuente.
  62. Probabilmente Tommaso Moroni da Rieti, di cui vedi sopra, p. 11.
  63. Forse Pietro da Casola, di cui si parla in altra lettera.
  64. Marini, Op. cit., t. II, p. 159-160.
  65. Ibidem. Cfr. Pastor, Storia dei Papi, t. II, p. 68, trad. it.
  66. Ughelli, Italia Sacra, t. V, p. 312, riferisce per intero la poesia di Lodrisio in lode dello Scarampi.
  67. Il Risorgimento, t. I, p. 523.
  68. Egli collega la «gelosia» del Filelfo per l’opera del Crivelli sugli Sforza, che dimostrai scritta dopo il 1460, coll’accettazione del segretariato apostolico nel 1458 e subordina questa a quella!
  69. Epist., XXVI, 1: «Devenisti tandem ad filium Marium. Es ne oblitus quem Marium loquor? Nunc sane Marium filium meum, Leodrysi, qui te perinde ac Marsyam illum, quem poetae fabulantur, praesente hoc nostro magnanimo et sapientissimo principe universaque aula ducali, in frequenti nobilissimorum virorum et civium et peregrinorum multitudine, inscitiae tuae velamine, quasi cerio, Inter disserendum exuerit, nudaverit et nimio verecundiae robore veluti excoriaverit, quippe qui non modo proloqui, aut saltem verba frangere, sed ne hiscere quidem posses, ut qui, pro nimio stupore sensus magnitudineque vecordiae, in saxum, quasi Nyobe, versus videreris. Hanc tu ignominiam es vocare et queri solitus. Sed quid aliud fuit in causa quam audacia stulticiaque tua? qui volueris graeculus in certamen cum aquila descendere. Nam Pii distichum, quod stultissime inducis, «Pro numeris numraos vobis sperare poetae. Mutare est animus, carmina non emere», non in Marium Philelfum, sed in Antonium Pontanum Pius luserat, multo ante quam Marium vidisset . . . Marius vero humaniter a Pio exceptus est et honorifice . . . Quae igitur in disserendo contentio tibi fuerat cum Mario filio maximo cum tuo dedecore ea te non ab ilio solum, sed a nobis quoque, qui quandoquidem tuas paries contra filii innocentiam tuebamur, alienavit».
  70. Epist., XXVI. 1, Narra come ad una cena data da Luigi Crotti a Giovanni Zaburgada, segretario di re Alfonso, il Crivelli si empiesse tanto di cibo da vomitare a tavola. E soggiunge che il Grotti, sebbene uomo di carattere moderato, «ob tantae rei indegnitatem surgens e mensa te pluribus pugnis primo, deinde etiam fuste percussum, ex aedibus inhonestissime eiecit». E poco dopo: «Ab Zoysjo Grotti inhonestissime dopo expulsus es. non minus ob furti suspitionem, quod argenteam pateram surripuisse dicereris, quara ob spurcissimum illum vomitum». Ancora: «Nana qui falsos testes adversus Lucani Crottum, virum innocentem et bonum, instruxeras atque subornaras ad tiium periurium confirmandum». Gerto al Filelfo non s’ha da credere che in menoma parte quanto dice contro i suoi nemici; pure qualcosa tra il Crivelli e il Grotto (o i Grotti?) dovette avvenire.
  71. Epist., 1. XXV, f. 170: Petro Eutychio: «Sed quid mirum si sese in doctorem, quem perinde atque patrem colere venerarique debuerat, ingratum praestiterit, qui in principem suum, quo nihil habet liaec aetus illustrius, improbus ac perfidus videri studuit?».
  72. Epist., XXVI. 1.
  73. Enea Silvio, Epist., 1, 230, in Opera, p. 776, Basilea, 1571.
  74. Idem, Ep., I, 291. Questa lettera è in data 22 ottobre 1457. Un codice della versione crivelliana è nella Marciana, I, 158 [Z. L. LXXVI]. B, ff. 150-152. (Cfr. Valentinelli, Op. cit., t. II, p. 14)
  75. Argelati, Bibliotheca mediol. script., t. II, p. 512-513, Milano, Tip. Palatina, 1775.
  76. Zeno, l. c.
  77. Marini, l. c.
  78. Epist., XXVI, 1.
  79. Archivio di Stato di Milano: Autografi: Letterati: Lodrisio Crivelli.
  80. Per la peste che allora infioriva.
  81. Ancora un letterato del Quattrocento (P. Gregorio da Città di Castello), p. 20, Città di Castello, Lapi, 1890. Qualche altra notizia aggiunse sul Tifernate nella sua gentilissima recensione del mio lavoro il Zannoni, Studi recenti sulla letteratura italiana dei secoli XV e XVI, pp. 6-9, Milano, Vallardi, 1890, estr. dalla Coltura, t XI, n.1 9-10.
  82. Vedi sopra, p. 20.
  83. Epist., f. 26 bis. In aedibus Minutiani. Impressum Mediolani, MDXXI: «Francisco Duci Mediolanensi nomine Collegii. Cam diebus praeteritis audivissemus Franciscum Philelphum et filium eius Marium, naturae suae obsecutos, versus et solutam orationem scripsisse adversus sanctae memoriae Dominum Pium Pontificem nostrum nuper defunctum, admirati non mediocriter sumus, dolentes tantam erroris mentem in litterato homine inveniri, ut immemor christianae professionis in coelum ponere os, mendacia fingere, Sanctum Domini (sic) lacerare et Consilia Romanae sedis auderet condemnare notissima quidem toto orbi et ab eodem aliis in scriptis suis laudata. Rursus cum intelleximus hanc infamiam Excellentiae vestrae pariter non placuisse, et doluisse admodum non praestari a suis eam reverentiam Romano pontifici, quam ipsa devote semper exibuit, ac propterea ambos in carcere ductos, officio vestro multum sumus laetati, videntes non solum maledicos illos poenam ferre sceleris sui, sed caram esse saeculari potestati aestimationem Vicarii Iesu Christi. Agimus eidem Excellentiae vestrae debitas gratias».
  84. Poggiali, Memorie per la storia letteraria di Piacenza, t. I, p. 85-86. Io ho però riscontrato il testo sul codice C. 141 inf. dell’Ambrosiana di Milano. Nuovi documenti che comprovano e chiariscano definitiva’ mente la prigionia sono ora pubblicati dai sigg. Luzio e Renier, I Filelfo e l’Umanesimo alla corte dei Gonzaga, in Giorn. stor. lett. it., t. XVI, p. 176 e segg.
  85. Edito dal De Rosmini, Vita di Francesco Filelfo da Tolentino, t. III, p. 160-161, Milano, Mussi, 1808.
  86. Epist., XXIII, 1, Pei rapporti del Filelfo con Pio II cfr. Voigt, Enea Silvio, t. III, p. 629-640.
  87. Per quanto a primo aspetto possa parer strana la mia opinione, non identifico questo scritto coll’Apologeticus ad Franciscum Philelphum che, secondo il De Rosmini, Op. cit., t. Ilf, p. 40, n. 1, dovrebbe essere nella Nazionale di Parigi. Scrissi per aver notizia di tale Apologeticus allo stesso bibliotecario Delisle, il quale però, rispondendomi gentilmente con lettera del 9 febbraio 1889, mi dichiarava non esservi colà né sapermene dir nulla. E la ragione per cui non identifico la difesa di Pio II coll’Apologeticus ad Franciscum Philelphum si è che allora bisognerebbe ammettere che Lodrisio Crivelli scrivesse due opere con titolo poco dissimile: ciò non è impossibile, ma fino a prova contraria mi par più facile e ragionevole vedere nell’Apologeticus l’Apologia di cui si parla nella lettera dell’Ammannati al Crivelli stesso, che sarà or ora riferita, che non la difesa di di Pio II. E che tale Apologia non sia la difesa di Pio II dimostra chiaramente la cronologia, ed è singolare che niuno non se ne sia ancora accorto. Ecco la lettera dell’Ammannati, Epist., f . 2: «Leodrisio Cribello Mediolanensi. Epigramma tuum libens accepi et libens perlegi, gratias tibi plurimas agens, quod et antea episcopalem, nunc cardinalarem dignitatem musis tuis prosequeris. Sunt haec amantis animi signa, sunt et congratulantis cordis indicia. Dilexi S3mper te merito et diligam quamdiu in me sensus hominis erit. Epigramma vero ipsum omni suavitate est plenum habet splendorem in verbis, vim in sententiis, in ipso vero orationis contextu eam facultatem omnium rerum, ut saepe pontifici dixerim nullam elegiam temporis nostri aeque mihi placere ac tuam. Servabo igitur hos novissimos versus et caeteros, quos conquirere undique potui, in laudem ingenii tui et in conciliatores perpetuos benivolentiae nostrae. Laetaris, mi Lodrisi, hoc meo Cardinalatvs honore. Vera est laetitia tua nec sine causa suscepta. Tua est mea accessio, nec minus amicis quam mihi geretur hic pileus .... Apologia tua, cuius ad nos partem misisti, monstrata pontifici est, et ab his qui viderunt laudata. Mihi certe satisfacit abunde, et tibi gratias ago quod non passus sis de possessione tua Poeticam pelli. Respondetur prudenter, convincuntur vere argumenta adversarii et Musarum, veneranda proferuntur mysteria. Perge suffragio meo et ad calcem usque perducito Ea primis me futurum polliceor quod codicem domi habere et usque velim perlegere. Praesul Anconitanus, quantum intelligo, omnia comprobat. Id illi modo est durum, quod, in dialogo introductus, homini amicissimo Coepiscopo Veronensi cogitur asperius respondere, sine causa haec curans. Tua enim sunt argumenta illa, non sua, et commenticia haec disputatio offendere amicum non potest. Tu nihilhominus rei Communi intende et beneficium praesta litteris nostris, gratum viventibus, utile et iucundum bis qui nobis succedent. Salvare iubebis nomine meo Praesulem Mutinensem Angelum Acciaiolum et Ciccum Simonettam bene de me semper promeritos. Vale». Da questa lettera si scorge che l’Apologia di Lodrisio era una questione accademica (commenticia disputatio) in forma di dialogo, interlocutori i vescovi di Ancona e di Verona, e dedicata forse allo stesso Filelfo Quanto alla questione cronologica, basta notare che vi si parla come di cosa recente del cardinalato dell’Ammannati conferitogli nel dicembre del 1461: nel 1465 i rallegramenti del Crivelli sarebbero stati freschi ed opportuni! Ma esclusa l’identificazione dell’Apologia (e quindi, crederei, anche dell’Apologeticus che sarebbe una cosa medesima coll’Apologia) colla difesa di Pio II contro il Filelfo, non si può mettere quest’ultima prima della prigionia di messer Francesco, poiché risponde alla lettera di lui a Paolo II. che certo sussegue alla prigionia durata nella vacanza della cnttedra pontificia. Non gioverebbe del resto l’argomento posto innanzi dal De Rosmini, t. II, p 142, che nella risposta del Filelfo non si accenni che il Crivelli parlasse della prigionia stessa: non solo, essendo essa vera, importava all’umanista tolentinate di tacerne piuttosto che seguire l’avversario sopra un terreno così difficile e scabro, ma nella famosa lettera XXVI, 1, si trovano traccie abbastanza chiare della cosa. In primo luogo il Filelfo dice di tacere rispetto a Pio II per riguardo allo Sforza (ciò che poi non fa), e del cardinal Francesco Piccolomini scrive: «Quantum in me fuerit benivolentiae, quam odio, esse malo», ma, quel che è più, aggiunge a Lodrisio : «Et ais ea re universos cardinales adversus me concitatos, offensos, irritatos, exacerbatos. O quantas tragoedias iactitas! Sed nemo tibi credit homini futili et mendaci. Num potuit ullis artibus, ullis dolis, ullis fraudibus, malivolus et insidiosus quispiam ita reverendissimos et sapientissimos illos patres in sententiam suam agere ut mihi quod maxime studeliat, incommodaret? Nam quod in perniciem meam molitus sit, nemo est qui nesciat».
  88. Il Filelfo nella replica scrive: «Quem corvum Sulmonensem loquaris ignoro. Ego enim huius tempestatis Sulmonensem cognovi neminem, quem dignum censuerim aut officio meo aut odio, aut ulla prorsus orationis memoria». Ma appunto verso quel tempo (1463) insegnava a Milano Bartolomeo da Sulmona, riguardo al quale tra le Provvidenze generali dell’Università di Pavia si ha il seguente notevole documento inedito: «Ill.me ac Excell.me Princeps. Humili commendatione praemissa etc. Ne si aliquando a legibus nostris longo studio aut lectionum multitudine recedendum est, vel potius interponendum ad extera, sed potius ad humanitatis studia tanquam ad leves et mansuetiores Musas divertamur, et aliquando, ut de se fatetur Seneca, in alia castra transeamus, aberrare contingat, I. D. V. supplicamus, ut nobis et dno Barthol[omeo] Sulmonensi, qui istic oratoriam facultatem vel potius poesim tuo dono ac fl. trecentorum stipendio legit, concedas atque largiaris, ut in hoc Ticineasi Gymnasio cum eodem numero ac mercede legere possit. Ipsum ideo summopere petimus, quia magnum fructum ex co consequi, et huic Ticinensi Gymnasio magno ornamento futurum speramus. Huc accedit quod semper utile fuit ac valde laudabile bonas civitates bonarum artium abundantes doctissimis hominibus esse refertas. Quandoquidem ille ipse est, qui sua doctrina et exquisito dicendi genere nos meliores efficere possit. Qua de re ad I. D. V. Oratores nostros his litteris fide suffultos et instructos mittimus dnos F. Borinum de Collis de Alexandria et Antoninum de Collis de Viglevano, quos supplicatione hac nostra exaudire et nobis rem gratiam efficere digneris. Ex Papia die septima Junii 1463».

    «Rector et Universitas Juristar[um] Studii Papiensis».


    (a tergo) «Illustrissimo ac Exc.mo Principi dno F.
    «Sfortiae duci Mediolani atque Papiae Angleriaeque
    «Comiti ac Cremonae dno dno nostro metuendis."».

    Altri documenti su Bartolomeo da Sulmona sono nel codice ambrosiano I, 235 inf., contenente parte del carteggio di P. C. Decembrio.

  89. Epist., 1 XXV, f. 170: «Existimabam Leodrysium Cribellum adeo esse occupatum in scalpenda scabie ulceribusque purgandis, quorum putrescenti scabie se pedes, quibus ob vitae incontinentiam universum corpus pullulai, assidue ingurgitant, ut nullum ei tempus ad maledicendum veteri doctori suo et quam optime de se merito relinqueretur. Sed longe magis industrius est, quam existimabam . . . Itaque hominem hortare ut scripta sua ad me det quamprimum, quo vel alteri benefaciat vel sibi bene fieri patiatur». Questa lettera è in data 21 maggio 1465.
  90. Epist., l. XXV, f. 175 verso: «Quod autem mones Leodrysio Cribello isti ne respondeam, homini inepto et fatuo, mones tu profecto amice et recte. At nolo tibi persuadeas Herculem usque adeo sese prostrasse humique abiecisse, ut cum Pygmaeo aliquo velit in harenam descendere. Nosse tanien iuvat quae fatuus insaniat. Quare te vehementer rogo ne quod antea ea de re tibi scripseram praetermittas. Hoc erit milii admodum gratum» (28 luglio 1465).
  91. Filelfo, Epist., XXVI, 1. Aveva pensato che il genovese in relazione con entrambi fosse Jacopo Bracelli che vedemmo lodato dal Crivelli ed era pure in relazione col Filelfo (Cfr. il mio scritto: Alcune relazioni di Francesco e Giovan Mario Filelfo colla Liguria, p. 10, Genova, Tip Sordomuti, 1889, estr. dagli Atti della Società Ligure di Storia Patria, p. XIX, fasc. III), ma nel 1465 Jacopo era già morto. (Cfr. Braggio, G. B. e l’Umanesimo dei Liguri al suo tempo, Genova, Sordomuti, 1891). Del resto il Filelfo era pure in relazione con Niccolò Cebà e con parecchi della famiglia Fregoso.
  92. Oltre l’accusa di aver rubata l’eredità del Capra e una tazza in casa di Luigi Crotti, il Filelfo vuole che il Crivelli rubasse pure il calice del cardinal Rodrigo di Valenza (poi papa Alessandro VI), impegnandolo presso un ebreo.
  93. Per un caso simile a quello successogli in casa Cretti, Lodrisio, a detta del Filelfo, sarebbe stato cacciato anche da Obbietto del Fiesco «protonotario». Intorno a costui vedi quanto ne scrissi nello studio La storia genovese nelle poesie del Pistoia, pp. 16 e segg., Genova, Sordomuti, 188S, estr. dal Giornale Ligustico, anno XV, e cfr. pure un documento edito dall’amico Angelo Badini Confalonieri ne La Letteratura, III, 10, 15 maggio 1888, e la mia nota Un nuovo documento intorno a Lorenzo Maggiolo, p. 3, Genova, Sordomuti, 1889, estr. dal Giornale Ligustico, Anno XVI.
  94. Chi sembra chiamasse veramente i Turchi in Italia è Giorgio Trapezunzio. Ma di ciò dirò altrove, recando importanti documenti inediti.