Ricordi di Parigi/Uno sguardo all’Esposizione

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Uno sguardo all’Esposizione

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Il primo giorno a Parigi Vittor Hugo

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UNO SGUARDO ALL’ESPOSIZIONE


La prima volta che entrai nel recinto dell’E­sposizione dalla parte del Trocadero, mi fermai qualche minuto in mezzo al ponte di Jena per cercare una similitudine, che rendesse ai miei lettori futuri un’immagine fedele di quello spet­tacolo. E mi venne in mente di paragonare il senso che si prova entrando là dentro, a quello che si proverebbe capitando in una gran piazza dove da una parte sonassero le orchestre del Nouvel-Opéra e dell’Opéra-Comique, dall’altra le bande di dieci reggimenti, e nel mezzo tutti gli strumenti musicali della terra, dal nuovo [p. 45 modifica] pianoforte a doppia tastiera rovesciata fino al corno e al tamburino dei selvaggi, accompagnati dai trilli in falsetto di mille soprani da café chantant, dallo strepito d’una grandine di petardi e dal rimbombo lontano del cannone. Non è una si­militudine da Antologia ; ma dà un’idea della cosa.

Infatti, arrivando sul ponte di Jena, si sente il bisogno di chiuder gli occhi per qualche mo­mento, come arrivando su quella piazza si senti­rebbe il bisogno di tapparsi le orecchie.

Si resta nello stesso tempo meravigliati, stiz­ziti, confusi e esilarati; che so io? — incerti fra l’applauso e la scrollata di spalle, fra l’ammira­zione e la delusione; in una di quelle incertezze in cui, per solito, dopo aver lungamente me­ditato, si prende la risoluzione di accendere il sigaro.

Figuratevi, da una parte, sopra un’altura, quell’enorme spacconata architettonica del palazzo del Trocadero, con una cupola più alta di quella [p. 46 modifica] di San Pietro, fiancheggiata da due torri che arieggiano il campanile, il minareto ed il faro; con quella pancia odiosa e quelle due grandi ali graziosissime, colle sue cento colonnine greche, coi suoi padiglioni moreschi, coi suoi archi bizantini; colorito e decorato come una reggia in­diana, da cui precipita un torrente d’acqua in mezzo a una corona di statue dorate: — un arco d’anfiteatro immenso che corona l’orizzonte e schiaccia intorno a sè tutte le altezze. Dalla parte opposta, a una grande distanza, rappresentatevi quell’altro smisurato edificio di vetro e di ferro, dipinto, stemmato, dorato, imbandierato, scintil­lante, coi suoi tre grandi padiglioni trasparenti, colle sue statue colossali, colle sue sessanta porte, maestoso come un tempio e leggiero come una sola immensa tenda d’un popolo vagabondo. Fra questi due enormi edifizi teatrali, raffiguratevi quel gran fiume e quel gran ponte; e a destra e a sinistra del fiume, un labirinto indescrivibile d’orti e di giardini, di roccie e di laghi, di salite, [p. 47 modifica] di discese di grotte, d’acquarii, di fontane, di scali, di viali fiancheggiati da statue: una mi­niatura di mondo; una pianura e un’altura su cui ogni popolo della terra ha deposto il suo ba­locco; un presepio internazionale, popolato di botteghe e di caffè africani ed asiatici, di villini, di musei e d’officine, in mezzo alle quali una piccola città barbaresca alza i suoi minareti bian­chi e le sue cupole verdi, e i tetti chinesi, i chioschi di Siam, le terrazze persiane, i bazar di Egitto e del Marocco, e innumerevoli edifizi di pietra, di marmo, di legno, di vetro, di ferro, di tutti i paesi, di tutte le forme e di tutti i co­lori, sorgono l’uno accanto all’altro e l’un sul­l’altro, formando come un modellino di città co­smopolita, fabbricata, per esperimento, dentro a un gran giardino botanico, per esser poi rifatta più grande. Rappresentatevi questo spettacolo e la popolazione stranissima di venditori e di guar­diani che lo anima: tutti quei neri ambigui, que­gli arabi impariginati, quell’orientalume ritinto, [p. 48 modifica] quell’Africa da comparsa, quell’Asia da camera ottica, tutta quella barbarie ripulita, inverniciata e messa in vetrina col nastrino rosso al collo; e quell’inesauribile folla nera di curiosi che gi­rano lentamente, coll’andatura stracca e gli occhi languidi, guardando da tutte le parti senza saper dove battere il capo.... Ebbene? Che cosa dirne? Non ci manca che il teatrino di Guignol. È un grande Broeck assai più bello, senza dub­bio, e più svariato di quello d’Olanda; una bella enciclopedia figurata per i ragazzi studiosi: pro­prio da far domandare se è da vendere prima che il 1879 butti in aria ogni cosa con un gran colpo di scopa; uno spettacolo unico al mondo, veramente; immenso, splendido e bruttino, che innamora.


Il primo senso schietto di meraviglia si prova entrando nel vestibolo, del palazzo del Campo di Marte. Par d’entrare in una enorme navata di [p. 49 modifica] cattedrale scintillante d’oro e inondata di luce. È più lungo d’un terzo della navata maggiore di San Pietro, e l’ Arco della Stella potrebbe ripa­rarsi sotto le volte dei suoi padiglioni senza ur­tarvi la fronte. Qui si comincia a sentire il ron­zìo profondo della folla di dentro, che somiglia a quello d’una città in festa. La gente si aggruppa intorno alla statua equestre di Carlo Magno, da­vanti al tempietto classico delle porcellane di Sévres, ai piedi dell’altissimo trofeo del Canadà, che s’innalza all’estremità del vestibolo come un’antica torre d’assedio, e una doppia proces­sione sale e scende per le scale di quel bizzarro palazzo indiano, sostenuto da cento colonnine e coronato da dieci cupole, nel quale bisogna en­trare assolutamente per accertarsi che non c’è una nidiata di principessine dell’Indostan da ra­pire. Un gruppo di curiosi affascinati circonda la vetrina dei diamanti reali d’Inghilterra, fra i quali scintilla sopra un diadema il Kandevassy famoso, del valore di tre milioni di lire, [p. 50 modifica] abbagliante e perfido come la pupilla fissa d’una fata, che nello stesso punto vi arda il cuore e vi danni l’anima. Ma tutto è oscurato dai tesori fa­volosi delle Indie, da quel monte di armature, di coppe, di vassoi, di selle, di tappeti, di nar­ghilè, sfolgoranti d’oro, d’argento e di gemme, che fan pensare alle ricchezze d’una di quelle regine insensate delle leggende arabe, dai ca­pricci immensi e inesorabili, che stancano le bac­chette onnipotenti dei genii. E veramente quando si pensa che son tutti doni spontanei di principi e di popoli, ci si crede, senz’alcun dubbio; ma si guarda intorno involontariamente, con una vaga idea di trovar là, a’ piedi della statua eque­stre del principe di Galles, tutti i donatori sca­miciati e legati. E si pensa pure, qualche volta, se in tutto quel tratto di vestibolo pieno di te­sori, compreso fra il palazzo indiano e la statua del principe, accatastandoli bene dal pavimento alla volta, pigiandoli, non lasciandoci nemmeno un piccolissimo vano, ci starebbe la metà degli [p. 51 modifica] scheletri dei morti di fame nelle Indie al tempo dell’ultima carestia.


Dato uno sguardo al vestibolo, m’affacciai su­bito con viva curiosità alla porta interna che dà sulla via delle nazioni.

Sì, è un po’ una cosa da teatrino, ma bella; un grazioso scherzo combinato da venti popoli, ingegnosamente; mezzo mondo veduto di scor­cio; la via d’una grande città di là da venire, in un tempo di fratellanza universale, quando saranno sparite le patrie. A primo aspetto non sembra che una splendida bizzarria, e si pensa che il mondo ha avuto un quarto d’ora di buon umore. Tutta quella linea così mattamente spez­zettata di tetti acutissimi, di torricciuole gotiche, di chioschetti e di campanili, di guglie e di pi­ramidi, quella fuga di facciate di colori vivissimi, lucenti di mosaici e di dorature, ornate di stem­mi, decorate di statue, coronate di bandierine; che s’aprono in colonnati ed in portici, e [p. 52 modifica] sporgono in terrazze a balaustri, in balconi vetrati, in loggie aeree, in scale esterne e in gradinate, fra aiuole di fiori e zampilli di fontane; quella fila di villini, di reggie, di chiostri, di palazzine, dei quali non si riconosce subito la naziona­lità lo stile, non destano da principio che un senso di confusione piacevole, come il frastuono allegro d’una festa. Ma dopo la prima corsa, quando si son riconosciuti gli edifizi, lo spetta­colo muta significato. Allora da ognuna di quelle facciate esce un’idea, l’espressione di un senti­mento diverso della vita, e come un soffio d’aria d’un altro cielo e d’un altro secolo, che bisbi­glia nomi d’imperatori e di poeti, e porta il suo­no di musiche lontane, piene di pensieri e di memorie. E fanno una impressione strana tutti quei belli edifizi muti e senza vita. Pare che dentro vi si prepari qualche cosa, e che al sonare di mezzogiorno, come da tante cassette di orologi, debbano affacciarsi improvvisamente a tutte quelle finestre e a tutte quelle porte, e [p. 53 modifica] correre lungo le balaustrate, castellani inglesi e bor­gomastri fiamminghi, girolamiti del Portogallo e sacerdoti dell’Elefante bianco, mandarini e sul­tane, e ateniesi del tempo di Pericle e gentil­donne italiane del quattordicesimo secolo, e fatte le loro riverenze automatiche, rientrare alla bat­tuta dell’ultim’ora. La via è lunghissima. Stando a metà si vede appena in fondo, confusamente, la facciata rossa e bianca dei Paesi Bassi e la ricchissima porta claustrale del Portogallo, ac­canto alla quale i piccoli Stati africani ed asia­tici aggruppano le loro bizzarre architetture va­riopinte, schiacciate dall’edifizio elegante ed al­tiero dell’America del Sud. Più in qua signo­reggia il palazzo del Belgio, severo e magnifico, colle sue belle colonne di marmo scuro, dai ca­pitelli dorati; e fra il Belgio aristocratico e la Danimarca pensierosa, fa capolino timidamente, come una prigioniera, la piccola Grecia bianca e gentile. Alcune facciate par che abbiano un senso politico. La Svizzera slancia innanzi [p. 54 modifica] scamente, con una specie d’insolenza democra­tica, il suo enorme tetto bernese accanto alla mole giallastra della santa Russia, che affetta la superbia minacciosa d’un castello imperiale. Fra il lungo porticato austriaco e la faccia nera e fantastica della China, s’alza la Spagna arabe­scata e dorata dei Califfi; e fanno uno strano senso, dopo le due casette semplici e quasi melanco­niche della Scandinavia, le arcate teatrali d’Ita­lia, messe in rilievo dalle tende purpuree; dietro alle quali salta fuori inaspettatamente la facciata rustica del Giappone colle sue grandi carte geo­grafiche piene di pretensione scolaresca. E final­mente, più vicino all’entrata, dan nell’occhio gli Stati Uniti sdegnosi, che non vollero prender parte alla gara, contentandosi di esporre fiera­mente i loro cinquanta stemmi repubblicani so­pra una piccola casa bianca e vetrata, accanto alla quale s’alzano i cinque edifizi graziosi dell’Inghilterra. Una folla di stranieri che vanno e vengono, tutti col viso rivolto dalla stessa parte, [p. 55 modifica]cercando curiosamente l’immagine della patria, e riconoscendola con un sorriso, dà a questa strana via un aspetto amabile d’allegrezza e come un’aria di pace e di cortesia, che mette il desiderio di distribuire strette di mano da tutte le parti, e di fondare un giornaletto settimanale per intimare il disarmo dell’Europa.


Per prima cosa entrai nell’immenso palazzo coperto delle «sezioni straniere» e mi trovai in mezzo al magnifico disordine dell’Esposizione d’Inghilterra. Qui la prima idea che passa per il capo è di voltar le spalle e di tornarsene a casa. Il primo giorno si passa fra tutte quelle meraviglie inglesi con una indifferenza di cretini. Si gira per un pezzo in mezzo ai cristallami purissimi, alle ceramiche, alle orerie, ai mobili, a oggetti d’arte improntati delle ispirazioni di tutti i tempi e di tutti i popoli; frutti dell’ingegno e della pazienza, che riuniscono la bellezza e l’utile, e accusano il lusso severo d’un’aristocrazia [p. 56 modifica] straricca e fedele alle sue tradizioni, e l’osser­vazione variatissima di un popolo sparso per tutta la terra; e qui si sente l’aria delle grandi offi­cine di Manchester, là si vive un istante in un castello delle rive del Tamigi, più in là spira la poesia intima e quieta dell’home modesto, che aspetta la fortuna dal navigatore lontano. Si passa fra le grandi alghe marine del Capo di Buona Speranza, fra i canguri e gli eucalipti di Vic­toria e della Nuova Galles, fra i minerali di Queensland, fra i gioielli bizzarri dell’Australia del Sud, tra un’esposizione interminabile di flore, di faune, di industrie e di costumi di tutte le co­lonie dell’immenso regno, e non s’è ancora ar­rivati in fondo che s’è già fatto cento volte col pensiero il giro del globo, e s’è sazii. Ma ogni cambiamento di «sezione» fa l’effetto di una rinfrescata alla fronte. Cento passi più in là, è un altro mondo. Vi trovate improvvisamente da­vanti a uno spettacolo nuovissimo. È da ogni parte un sollevarsi e un abbassarsi di letti chi[p. 57 modifica] chirurgici, un allargarsi e un restringersi di sedie, che sembravan vive, per le operazioni oculisti­che; un girar di tavole anatomiche un aprirsi di dentiere, un alzarsi di ferri minacciosi e fe­roci, uno scricchiolìo e uno scintillamento che mette freddo nelle ossa. Non c’e bisogno di chie­dere in che parte del mondo ci si trovi. L’ore­ficeria solida, i vasi enormi d’argento, gli oro­logi dei minatori della California, i trofei delle asce di Boston, i congegni elettrici, le carte monetate, le vetrine irte di ferro e le mitraglia­trici formidabili; una certa fierezza poderosa e rude di cose utili, annunzia l’esposizione degli Stati Uniti, non so se rallegrata o rattristata da una musica fragorosa d’organi, d’armonium e di pianoforti, la quale seconda mirabilmente le di­vagazioni della fantasia in mezzo ai mille og­getti che ricordano le lotte e i lavori immani dei coloni nelle solitudini del nuovo mondo. Ma un nuovo spettacolo cancella subito questa im­pressione violenta. La ricchezza dei legni [p. 58 modifica] scolpiti delle vetrine annunzia il paese delle grandi foreste, e mille immagini rammentano la dolce tristezza dei bei laghi coronati di montagne irte di pini e bianche di neve. In mezzo ai prodotti delle miniere di Falum e ai blocchi di nikel, si alzano i trofei di pelliccie, circondati di teste d’orsi, di lontre e di castori; le stufe colossali, le piramidi nere di bottiglie sferiche, i pattini, i cordami, e i grandi mucchi di fiammiferi sve­desi; ai quali succedono le ceramiche in cui brilla un riflesso pallido dei mari boreali, e i mille oggetti scolpiti dai contadini norvegi nelle veglie interminabili delle notti d’inverno. Imma­gini e colori che presentano tutti insieme un gran quadro malinconico, nel quale mette ap­pena un sorriso la bianchezza argentea delle filigrane di Cristiania, come uno spiraglio sereno in un cielo rannuvolato. Lo spiraglio però s’al­larga improvvisamente all’uscire dalle sale della Scandinavia, e alle brume boreali succede in un batter d’occhio l’ampio sereno immacolato di un [p. 59 modifica] cielo primaverile; un popolo di statue candide, uno sfolgorìo diffuso di cristalli, un luccicchìo di sete e di musaici, un riso di colori e di forme, davanti a cui tutti i visi si rischiarano, tutti i cuori s’allargano, e tutte le bocche dicono: — Italia — prima che gli occhi ne abbiano letto l’annunzio. È un vero colpo di scena, al quale segue immediatamente un altro non meno meraviglioso. Passate la soglia d’una porta: avete fatto un viaggio di mare di due mesi. Siete in un altro emisfero. Vi trovate dinanzi a un ideale artistico nuovo, che urta e scompiglia violen­temente tutte le immagini che vi si sono af­follate nel capo fino a quel punto; in mezzo a visi esotici, a oggetti strani, a combinazioni inaspettate di colori, a prodotti bizzarri d’in­dustrie enigmatiche, che mandano profumi sconosciuti, e destano a poco a poco, oltre la curiosità, un’ammirazione accresciuta di non so che simpatia intima, come di natura. È il Giap­pone, la Francia dell’Asia, che espone i suoi [p. 60 modifica] vasi colossali dipinti su fondo d’oro, i salotti ar­redati di mobili di porcellana, i quadri di seta ricamati a uccelli e a fiorami, le intarsiature d’a­vorio, di lacca e di bronzo, e mille piccole me­raviglie innominabili; e in ogni cosa quella ni­tidezza cristallina, quella perfezione disperata delle minuzie, quella finezza aristocratica di co­lori, quell’ingenuità gentile d’immaginazione fem­minea, che è l’impronta propria e indimentica­bile dell’arte sua. Il Giappone prepara alla Chi­na; ma è in ogni modo un gran salto. Alla mu­sica dei colori succede il tumulto, al grazioso il grottesco, al finito il tormentato, alla varietà la confusione, al capriccio la follia. Al primo en­trare, la vista rimane offesa. In mezzo ai mobili di mille forme sconosciute, di legno di rosa e di legno di ferro, intarsiati di avorio e di madreperla, cesellati con una pazienza prodigiosa, si rizzano i baldacchini purpurei, i paraventi dipinti di giardini misteriosi, i parafuochi ricamati di farfalle argentee e di uccelli dorati, le pagode a [p. 61 modifica] sette piani coperte di chimere e di mostri, i chioschi snelli dai tetti arrovesciati e frangiati, su cui spenzolano dalla vôlta le enormi lanterne fantastiche, simili a tempietti aerei d’oro e di corallo, fra le pareti coperte di grandi stendardi di seta gialla ornati di caratteri cabalistici di vel­luto nero; dai quali, abbassando lo sguardo, si ritrovano le portantine delle dame, i bottoni dei mandarini, le scarpette ricurve, le pipe da oppio, le bacchettine da riso, i bizzarri strumenti di mu­sica, e immagini della vita chinese d’ogni tempo e d’ogni ceto, che appagano cento curiosità, sve­gliandone mille, e metton la testa in tumulto. Ah! come si riposa l’occhio e la mente uscendo dalla porta rossa di Pekino! Par di tornare nella propria patria, in mezzo ai fratelli e agli amici. Siviglia canta, Granata sorride, Barcellonalavora. Alla prima occhiata riconosco le mie belle ami­che dei venticinque anni. Ecco la chitarra di Fi­garo, ecco i pugnali di Toledo, ecco le manti­glie insidiose, le scarpettine calamitate, i ventagli [p. 62 modifica] che parlano, i bustini che fanno scattare le braccia, le stoffe pittoresche della Catalogna e dell’Andalusia, e i vasi moreschi, e i ricami di seta dei chiostri antichi, e gli svelti fantaccini di Espartero e di Prim, che drizzano i loro graziosi cappelletti alla Ros in mezzo ai cannoni che fulmineranno il terzo esercito di don Carlos. Ma è una visione fuggitiva. Passano i Pirenei, passano le Alpi; uno scintillìo diffuso di cristallami, che mandano riflessi di tutti i metalli e di tutte le perle, fra cui brilla da ogni parte il widerkomme verde, stemmato e coronato, annunzia la Boemia. Si va innanzi fra la mostra splendida dell’orologeria viennese e i ricchi mobili improntati del gusto del cinquecento e del gusto nuovissimo, sposati graziosamente; a traverso a un museo di pipe splendide, in mezzo a mucchi di saponi del Danubio, dell’apparenza di formaggi e di frutti, fra i tessuti di vetro e i prodotti delle miniere d’Ungheria, che mostra la novità preziosa del suo opale nero; e poi.... dove si riesce? Siamo [p. 63 modifica] nell’estremo settentrione o nell’estremo oriente? Si può credere l’uno e l’altro. Son due spetta­coli in uno. Di qua, le pietre preziose della Siberia, i grandi blocchi di malachite dell’Ural, gli orsi bianchi e la volpe azzurra, le stufe enormi, le stoffe porporine di Mosca, mille scene dipinte della vita russa, intima e grave, e saggi ingegnosi di nuovi metodi d’insegnamento, che rivelano una cultura fiorente; di là, i vestiarii briganteschi e splendidi del Caucaso, i pu­gnali e i gioielli barbarici, e un barlume del cielo di Tartaria e un riflesso del sole di Persia; e poi l’oreficeria e la ceramica dall’impronta bi­zantina, fra cui brillano i grandi piatti di mo­saico a fondo d’oro, nuova gloria di Mosca: una esposizione varia e tumultuosa che conduce il pensiero a salti, d’oggetto in oggetto, dalle rive della Vistola alla muraglia della China, e lascia quasi sgomenti dinanzi all’immagine dell’Impero smisurato e deforme. Improvvisamente un alito d’aria montanina vi porta una vaga fragranza [p. 64 modifica] d’Italia, e vi ritrovate in mezzo a mille cose e a mille colori famigliari al vostro sguardo. La Svizzera c’è tutta, verde, fresca, nevosa, vigorosa, ricca e contenta. Ginevra ha mandato i suoi oro­logi, Neufchâtel i suoi gioielli, Choume le sue maioliche, Glaris le sue indiane, Zurigo le sue sete, Interlaken le sue sculture, Vevey i suoi si­gari, e San Gallo e Appenzel hanno riempito una vasta sala dei loro ricami insuperabili, da­vanti a cui s’accalca una folla meravigliata. Ma di qui s’intravvede già, nelle sale vicine, l’arte e la splendidezza d’un popolo più fine e più opu­lento. Qui decorazioni d’appartamenti principe­schi, pulpiti e seggioloni di cori, prodigiosamente scolpiti, che si riflettono nei palchetti intarsiati e negli specchi colossali, in mezzo ai bronzi e ai pianoforti; e una ceramica superba che ripro­duce i grandi capolavori della pittura nazionale. Le trine di Malines riempiono della loro grazia aerea ed aristocratica una sala affollata di signore che gettan lampi dagli occhi. Dalle pareti [p. 65 modifica] pendon le tappezzerie istoriate d’Ingelmunter, le belle armi di Lièges, vicino alle sculture in legno di Spa e ai prodotti metallurgici della Vecchia montagna; dopo i quali si può prendere un po’ di respiro in un gabinetto di Re Leopoldo, scolpito in legno di quercia, che fa sinceramente deside­rare, per un’oretta al giorno, la corona del Bel­gio. E poi un contrasto curiosissimo: le esposi­zioni di due paesi profondamente diversi, che par che si guardino l’un l’altro, stupiti di tro­varsi di fronte. Figuratevi da una parte le pelli degli orsi bianchi uccisi dai navigatori danesi in mezzo ai ghiacci polari, dall’altra i tappeti fatti a mano dalle belle fanciulle brune nei villaggi irradiati del Peloponneso; di qui i legni della foresta di Dodona, di là gli zoccoli delle grosse contadine di Fionia; a destra i marmi delle miniere del Laurium, che rammentano le glorie dello scal­pello antico; a sinistra le reti dei pescatori del Baltico, che fanno sentire nella mente echi lon­tani di canzoni pie e melanconiche; e dirimpetto [p. 66 modifica] alle immagini degli oggetti ritrovati negli scavi delle terre famose, di fronte alla poesia delle ro­vine immortali e delle ceneri glorificate dal mon­do, i visi pacati, i costumi semplici, le feste pa­triarcali di un popolo grave e paziente, indu­strioso ed economo, che ispira l’amore del lavoro tranquillo e della vita oscura e raccolta. Di là dalla Danimarca, s’apre un nuovo infinito oriz­zonte, dinanzi al quale il visitatore si arresta, e gli balenano alla mente i pampas sterminati, le tempeste di sabbia, i nembi di cavallette, gli armenti innumerevoli, i viali deserti fian­cheggiati da monumenti tetanici di pietra, e le foreste senza fine e le immense valli solitarie su cui sorge appena l’aurora della vita umana, e qua e là, dietro un velo di nebbia, faccie mo­struose e stupefatte di Incas, che tendon l’orec­chio agli squilli vittoriosi della civiltà che s’avanza. Qui è un labirinto di sale e di gallerie, che vi conducono dal Perù all’Uraguay, dall’Uraguay a Venezuela, a Nicaragua, al Messico, a San [p. 67 modifica] Salvador, ad Haiti, alla Bolivia, tra i mobili di Buenos Aires e gli abbigliamenti delle signore di Lima, fra i cappelli di foglie di seó, le stoffe d’alpaga e i tappeti di lama, in mezzo alle canne di zucchero, ai bambù, alle liane, alle scaglie di coccodrillo, agl’idoli informi, alle memorie dei primi conquistatori; fin che il quadro selvaggio e grandioso, che vi riempie di pensieri solenni, s’interrompe bruscamente fra i mille colori ri­denti e i mille ninnoli puerili d’un bazar mu­sulmano, da cui, fra due pesanti cortine, s’intravvedono le pareti misteriose d’un arem. Ec­covi a Tunisi. E oramai, per un pezzo, non usci­rete dai paesi «prediletti dal sole». Ecco le gra­ziose decorazioni moresche dell’impero degli Sce­riffi, accanto al quale la Persia mostra i suoi tappeti regali e le sue ricche armi damascate. Poi un piccolo gruppo di paesi semifavolosi, e un visibilio di cose indescrivibili, che mi par di aver viste sognando: Annam coi suoi mobili grot­teschi e coi suoi ventagli incredibili; Bakok [p. 68 modifica] coi suoi strumenti d’una musica dell’altro mondo e colle maschere mostruose dei suoi attori dram­matici; Cambodge.... Ah! è bravo chi si ricorda di Cambodge. E dopo la favola vien la barzel­letta, gli stati putti, i nani della festa, che si rizzano l’uno sulle spalle dell’altro, in Via delle nazioni, per parer di statura: Monaco che offre una tavola, Lussemburgo che mostra dei banchi di scuola, Andorre che presenta le sue leggi, San Marino che fa vedere una macchinetta. Qui l’E­sposizione volge un poco all’ameno. Ma si ripi­glia immediatamente, ricca e severa, colle arcate del chiosco di Belem e colle mura dell’abbazia di Bathala, fra i modelli dell’antica architettura portoghese sopravvissuta al terremoto famoso, negli splendidi vasi moreschi, nelle sculture in legno, nelle belle stuoie di Lisbona e nelle in­numerevoli figurine d’argilla dipinte, che rivelano tipi, foggie e costumi, e vi fanno vivere un’ora nella città di Camoens in via do Chiado e al pas­seio don Pedro de Alcantara, in mezzo ai fidalgos, [p. 69 modifica] ai marinai, ai toreros, e ai tagliacantoni inferraiolati e alle belle ragazze brune del Bairro alto. E finalmente lo spettacolo cambia per l’ultima volta. Si rientra nella nebbia del settentrione in mezzo a un popolo ben coperto e ben pasciuto, che trinca, fuma e lavora, col corpo e coll’anima in pace, e qui si ritrovano le sue dighe e i suoi canali, le sue stanzine piene di comodi, le sue grosse massaie, le sue tavole apparecchiate, i mercati e le scuole, i ponti e le slitte: tutta l’O­landa, umida e grigia, nella quale termina il mondo e la visione faticosa svanisce.


Usciti di qui, è bene scappare, se si può, a prender le doccie nella più vicina casa di bagni, e poi si ritorna per vedere «la sezione francese.» Fatto il conto, è una passeggiata di ottomila passi. Son circa duecento sale, varie di colore e di gradazione di luce, ma quasi tutte rischiarate da una luce soave, in cui l’occhio si riposa. Ora par d’essere in una reggia, ora in un museo, ora [p. 70 modifica] in una chiesa, ora in un’Accademia. La Francia si prese, in spazio, la parte del leone; ma seppe mostarsene degna. Una delle mostre più belle è quella dei cristallami, in una vastissima sala bianca e azzurrina, che attira gli sguardi da tutte le parti. È una foresta di cristallo inondata di luce, un palazzo di ghiaccio traforato e niellato, tutto trasparenza e leggerezza, nel quale brillano i colori di tutti i fiori e di tutte le conchiglie, e lampeggia l’oro e l’argento, fra un barbaglio dif­fuso di scintille diamantine e un’incrociamento d’iridi infinite, che fa socchiudere gli occhi. La­scio ad altri la descrizione dei grandi lampadarii dalle miriadi di prismi, dei candelabri e dei vasi cesellati, delle bottiglie e delle tazze elegantis­sime color di cielo, di sangue e di neve, delle imitazioni di Murano del Baccarat e dei famosi vetri smaltati del Broccard. Io mi ristringo ad esprimere una matta ammirazione per la legge­rezza miracolosa dei servizi da tavola di Clichy, fabbricati proprio per un banchetto di regine di [p. 71 modifica] diciott’anni, bionde e sottili come creature d’un sogno. Ah! detesto il grosso banchiere che met­terà quella grazia davanti ai suoi grossi amici della Borsa, sulla mensa del giorno di Natale! I tesori più preziosi dell’Esposizione son quasi tutti là presso. Fatti pochi passi, si arriva nello scom­partimento dei gioielli, che è un solo enorme scrigno, che contiene ottanta milioni di lire in perle e in diamanti; pieno di rarità bizzarre e di lavori meravigliosamente delicati, da far deside­rare a un osservatore onesto d’aver le mani le­gate; e nelle sale dell’oreficeria, in mezzo ai vasi e alle statuette da salotti reali, alle posate d’oro, agli altari sfolgoranti, a mille piccoli capolavori da grandi borse che metterebbero il furore del lusso casalingo in un Arabo del deserto. Arrivati là s’è chiamati in un’altra parte da una musica strana. È un gran numero di uccelli meccanici, che fischiano, pigolano e trillano, aprendo il becco e dimenando graziosamente la testa e la coda, per annunziare l’esposizione dell’orologeria; [p. 72 modifica] nella quale son raccolti i più bei lavori dei qua­rantamila operai di Besançon, dagli orologi mi­croscopici che si possono spedire alla fidanzata nella busta d’una lettera, ai macchinoni che vi suonano a festa l’ora dei dolci appuntamenti coi rintocchi d’una campana da cattedrale. Quasi tutti gli scompartimenti sono preannunziati da qualche cosa. Arrivati a un certo punto, sentite un fracasso indemoniato d’organi, di clarini, di violoncelli, di trombe, che sembra un’orchestra di pazzi: è l’esposizione degli strumenti di musica. Passate per le sale delle tappezzerie e dei tappeti, deco­rate di nero: a un tratto un’aria infocata vi sof­fia nel viso, la decorazione si fa rossa di fiamma, vi ritrovate in mezzo ai forni, ai fornelli, ai cammini, alle cucine a gaz, alle lampade fotoelettriche, ai caloriferi e alle stufe che allungano in tutte le direzioni le loro gigantesche braccia nere, e danno alla sala l’aspetto cupo d’un’offi­cina. Ma qui vi sentite già dare al capo un mi­sto di profumi femminei, che vi mettono in ­ [p. 73 modifica] ribollimento l’immaginazione, e un passo più là siete nell’esposizione seducente delle profumerie, splendida di mille colori, dove, chiudendo gli occhi, sognate in un minuto secondo tutti i pec­cati mortali di Parigi. Questi contrasti son fre­quentissimi. Girate, per esempio, nello scompar­timento del così detto article de Paris, pieno di cofanetti, di pettini, di canestrini, di scrignetti, d’infiniti ninnoli graziosi e preziosi, che espri­mono tutte le più raffinate mollezze della vita signorile, e già vi sentite come viziati da mille desiderii da bellimbusto e da donnetta: ecco tutt’a un tratto una raffica brutale di vento ocea­nico e un coro di voci rudi e sinistre, che vi dà una scossa alle fibre. Siete entrati in una vasta sala decorata selvaggiamente di reti e di cordami enormi, in mezzo ai prodotti delle colonie fran­cesi, tra le lancie e le freccie, tra gli uccelli strani e i feticci mostruosi, tra i bambù della Martinica e i piedi d’elefante della Cocincina, tra i vege­tali del Senegal e i lavori dei deportati della [p. 74 modifica] Nuova Caledonia; tra mille cose che vi raccon­tano storie di fatiche, di dolori e di pericoli, da cui uscite pensierosi e ritemperati. Di qui ritornate nella civiltà, fra le meraviglie della ceramica, in una sala che presenta l’aspetto di una galleria di quadri; nella quale si vedono gli appassionati senza quattrini cogli occhi fuor della testa. Qui c’è la varietà e la ricchezza d’un in­dustria fiorente, piena di speranze e d’ardimenti, a cui sorride la fortuna: imitazioni dell’antico, tradizioni ringiovanite, vittorie nuove dell’arte, come lo smalto a fondo d’oro e il rosso otte­nuto mirabilmente; busti e statue, paesaggi, figu­rine, fiori, ritratti, d’un colorito fresco e pos­sente, che paiono pitture ad olio; le pareti co­perte di terre cotte, di porcellane, di lave smal­tate, di cammini altissimi, e d’ogni sorta di decorazioni colossali, che promettono alla nuova ceramica uno splendido avvenire di conquiste sul­l’architettura; già incominciate, di fatto, nel pa­lazzo stesso dell’Esposizione. Poi vengono le [p. 75 modifica] regioni che s’attraversano di corsa; selve di lame sguainate e irte, e file di sale in cui non son che fili e tessuti; dove grazie alla solitudine, po­tete prendere l’andatura libera del viandante dalle ossa rotte. Improvvisamente vi fermate davanti alla magnificenza delle sete: sete di tutti i colori e di tutti i disegni, antiche e nuove, fra cui rispondono quelle ricamate d’oro e d’argento che piglieranno la via dell’Oriente, per esser ta­gliate in caffettani e in calzoncini per le belle donne degli arem. Qui, per le signore, comincia il regno della tentazione. Le più riserbate non riescono a padroneggiarsi. È una cosa amenis­sima vedere gli sguardi languidi, sentire i sospiri amorosi e le esclamazioni irresistibili di meravi­glia, che suonano dinanzi a quelle vetrine. S’en­tra nelle sale delle trine, dove c’è il lavoro di cinquecento mila mani di donna; veli e gale da imperatrici, che si manderebbero in aria con un soffio, quadri di pizzo pieni di figurine aeree, om­brellini e ventagli che paion fatti di ragnateli, e [p. 76 modifica] ricami di fata, vere pitture dell’ago, che fareb­bero domandare su due piedi, come un re delle Mille e una notte, la mano della ricamatrice inco­gnita, a rischio di legarsi a un rosticcio. Poi si capita in un giardino d’Andalusia nei primi giorni di maggio, in mezzo alle penne e ai fiori; e di là fra i vestimenti dei due sessi, da cacciatore e da amazzone, da ballo, da bagno, da nozze, da morte, pei ministri, per le commedianti e pei putti; meraviglie d’eleganza e di gusto, dinanzi a cui si vedono dei sarti di provincia immobili, in atto di profondo scoraggiamento. Qui c’è un’al­cova misteriosa, tutta bianca, azzurrina e rosea, rischiarata da una luce languidissima, in cui vi sloghereste le braccia a abbracciare, tanti e così gentili e così provocanti sono i bustini da ver­ginelle, da matrone, da belle trentenni nervose e da maschiotte cresciute tutt’a un tratto, che vi svelano i più preziosi segreti della bellezza fem­minile d’ogni età e d’ogni complessione. Di là si ritorna fra i ventagli dipinti da artisti celebri [p. 77 modifica] che fanno fresco al viso e al pensiero con pae­saggi deliziosi delle Alpi e del Reno; poi in un ba­zar di calzature che rivende quello di Stambul, dove potete passare un’ora piacevole a calzare piedini immaginarii di principesse circasse e di marchesine spagnuole; poi fra gli scialli dorati della Compagnia delle Indie; poi nelle sale de­gli oggetti da viaggio e da accampamento, che fanno ribollire il sangue dei vagabondi; poi nel­l’esposizione dei giocattoli, dove tutto move, stre­pita, salta, canta, tintinna, da far disperare tutti i bebés dell’universo. Ma è la profusione delle cose che sgomenta. Entrate fra le bretelle: c’è da imbretellare tutti i giubilati d’Italia; tra i le­gacci: ce ne sono da provvedere tutti gli in­namorati della Frisia per i loro regali di nozze. Così nella galleria lunghissima delle arti liberali, decorata con una semplicità severa, dalla sala delle missioni giù giù fra le biblioteche e le mappe, fra gli strumenti chirurgici e i modelli anatomici, dove s’arrestano pochi visitatori [p. 78 modifica] silenziosi, che meditano e notano. Qui c’è la splen­dida esposizione libraria della Francia, prima fra tutte, dove gli editori espongono sulle pareti, come titoli di nobiltà, gli elenchi interminabili degli autori illustri a cui prestarono i tipi: una collezione di gioielli del Plon, del Didot, del Jouvet, dell’Hachette, che annunzia al mondo il connubio desiderato e glorioso del genio dell’Ario­sto e dell’ispirazione del Doré; e le legature de­licate e magnifiche del Rossigneux, dinanzi a cui la mano si slancia prima al portamonete, e poi si alza a dare una grattatina rassegnata alla barba. E via, a traverso all’esposizione brillante delle armi, nelle sale della scultura dei metalli, che è un vasto museo d’orologi monu­mentali di bronzo, di statue d’argento di gran­dezza umana, di candelabri, di lampade e di lan­terne da vestiboli di reggia; a cui tien dietro, in una doppia fila senza fine di saloni aperti come teatri, la mostra meravigliosa del mobilio, nella quale s’alternano colle bizzarrie graziose della [p. 79 modifica] moda le forme correttamente eleganti del rina­scimento; dopo di che non resta che la galleria dei prodotti. Ci avete però un quarto d’ora di cammino fra i lavori ciclopici dell’industria me­tallurgica, fra migliaia di tubi enormi che presen­tan l’aspetto delle pareti d’una grotta di basalto, a traverso a foreste di ferro e di rame, in mezzo alle opere innumerevoli della galvanoplastica, fra cui torreggia il vaso colossale del Doré; e via via, il museo statuario del Cristophle, una mon­tagna di pelliccie, una selva di penne, un palazzo di corallo, e i prodotti chimici, e le pelli, e che so io? Verso la fine la stessa stanchezza vi mette le ali ai piedi, le sale fuggono, gli oggetti si confondono; se ci fosse un treno di strada fer­rata, pigliereste il treno; e quando arrivate in fondo, dareste la testa per uno scudo, ma proprio colla sicurezza di fare un buonissimo affare.


Facciamo un sonnellino sopra uno dei mille divani del Campo di Marte, e poi ritorniamo nel [p. 80 modifica] mare magno. Io esprimo le mie impressioni, del primo giorno, semplicemente. Ebbene, ciò che mi fece più meraviglia non sono le cose esposte; è l’arte dell’esposizione. Qui davvero bisogna am­mirare l’inesauribile fecondità dell’immaginazione umana. L’esposizione dei mezzi d’esposizione sa­rebbe per sè sola una cosa da sbalordire. Figu­ratevi dei grandi chioschi di legno scolpiti, leg­gieri che paiono di carta o di paglia; delle ve­trine cesellate, per la mostra dei fili di Scozia, che costano mille sterline l’una; delle case di vetro, degli archi trionfali, delle specie di co­lossali trionfi da tavola, carichi di oggetti, che potrebbero stare in mezzo a una piazza. Il co­tone è disposto in forma di tabernacoli e di cap­pelle commemorative; le spille, a milioni, in trofei; l’allume di potassa a muraglie; la cera di Spagna in torri alte come case; i tappeti in pi­ramidi che toccan la vôlta; la glicerina model­lata in busti d’uomini celebri; il sapone fuso in colonne monumentali d’apparenza [p. 81 modifica] marmorea; i tubi di ferro congiunti in forma di or­gani titanici o di chiesuole di stile gotico, le marmitte in obelischi egizii, i cilindri di rame in colonnati babilonesi, le funi telegrafiche in campanili. V’è una gara di bizzarrie architetto­niche spinta a un segno che fa ridere. Un mer­cante di stoffe fabbrica un castello di materasse? L’orologiaio vicino innalza una piramide di due­mila casse d’orologi. Un olandese espone un tempio di stearina che può contenere venti persone, colle sue statue e colle sue gradinate? E un francese costruisce un tempio di cristallo sor­retto da sei colonne e circondato da una ba­laustrata, che costa venticinque mila napoleoni. Un profumiere inglese consacra una palazzina ai suoi cosmetici e alle sue boccette? E un chiodaio parigino rappresenta con nient’altro che coi suoi chiodi dalla testa dorata, il palazzo del Trocadero colla sua cupola, colle gallerie e colla ca­scata. Un liquorista d’Amsterdam fa colle sue bottigline un altare da cattedrale? E un profumiere [p. 82 modifica] di Rotterdam gli fa zampillare davanti una fon­tana d’acqua di Colonia. Questo per attirare gli sguardi e i quattrini. Aggiungete una infinità di medaglie d’onore e di documenti d’ogni sorta, esposti dai venditori, molti dei quali mettono persino in mostra le fotografie e le lettere di complimento dei loro clienti. Altri s’aiutano con mezzi meccanici. I gibus s’alzano e s’abbassano da sè, manine di cera suggellano le lettere, i tro­fei rotano, gli automi vi chiamano, le scatole musicali vi ricreano, gli espositori v’apostrofano e vi spiegano. Ci son poi i colossi che fan presso a poco lo stesso ufficio. In ogni Esposizione c’è un certo numero di queste grandi fanciullaggini. Qui c’è una bottiglia spropositata di vino di Champagne che basterebbe a ubbriacare un bat­taglione di bersaglieri; là un cavaturaccioli mo­struoso che par fatto per tirar su i tetti. Nell’esposizione francese delle lame, un coltellaccio damascato davanti al quale le più grandi navajas della Spagna non paiono che temperini. V’è una [p. 83 modifica] botte francese che contiene quattrocento ettolitri, una ungherese che ne contiene mille, e quella della fabbrica di Champagne che è capace di settantacinque mila bottiglie. Vi son gli specchi di ventisette metri quadrati di superficie, rotaie d’un sol pezzo di cinquanta metri, e fili metallici lunghi venticinque chilometri. Aggiungete ancora il mar­tello smisurato del Creusot che pesa ottantamila chilogrammi, e il girarrosto gigantesco della casa Baudon, che vi arrostisce venti capretti per volta. Poi le meraviglie della pazienza umana: i col­tellini microscopici, colle loro belle guaine, che stanno in cento e quattro dentro un nocciolo di ciliegia; i tappeti orientali fatti di sei mila fram­menti; il cassettone spagnuolo composto di tre milioni e mezzo di pezzetti di legno; le stoffe da cinquecento lire il metro, fatte a cinque centimetri il giorno; il servizio da tavola degli Stati Uniti, a cui lavorarono per diciotto mesi due­cento operai; la fontana scolpita a cui lavorò un contadino scozzese per sette anni. E in fine le [p. 84 modifica] stranezze, i ghiribizzi dell’ingegno umano, del ge­nere dell’ago di refe d’Emilio Praga. Questi avrebbe potuto fare alla sua amante, in quella certa poesia, tutte quest’altre domande. Vuoi un pendolo che ti faccia vento? un orologio fatto con un girasole, da cui esca un ragno ad acchiappare una mosca? un mobile che ti si trasformi sotto le mani, a tuo piacete, in bigliardo, in scri­vania, in scacchiera e in tavola da mangiare? una barca vera con remi e timone, da portar sotto il braccio al lago di Como? un portamonete che tiri delle pistolettate? la carta dell’Europa in un fazzoletto? un paio di stivaletti di squame di pesce? un letto di ceralacca? una poltrona di cristallo? un violino di maiolica? un velocipede a vapore? Qui c’è tutto: gli orologi magici, le trottole miracolose, le bambole che parlan fran­cese, le spagnuole di legno che v’insegnano a maneggiare il ventaglio.... Non ci manca proprio altro che l’ago di Emilio Praga. [p. 85 modifica]


E le cose belle dunque! Infinite; ma un po’ care. Non c’è mezzo di mobiliarsi una casa a proprio gusto, fantasticando, senza profondere un milioncino in un quarto d’ora. A ogni passo tro­vate un mobile che vi incapriccia, e sareste quasi tentati di fare uno sproposito; ma avvicinandovi al cartellino del prezzo, vedete dietro a un uno che vi dà un filo di speranza quattro maledettis­simi zeri che paiono quattro bocche spalancate che vi sghignazzino in faccia. È un continuo supplizio di Tantalo. Non c’è che un solo con­forto: che molte cose son già comprate. Avete messo gli occhi sopra un meraviglioso servizio da tavola della casa Cristophle, che vale quat­trocento mila lire; ma ve l’ha buffato il duca di Santoña. Così la duchessa v’ha liberato dalla tentazione di portar a casa una splendida veste Colbert e Alençon, che avrebbe spazzato netto il vostro piccolo patrimonio. Il gran vaso di ma­lachite ornato d’oro, della sezione russa, alto tre metri, ve l’ha portato via il principe Demidoff. Il [p. 86 modifica] più bel paio di stivaletti trinati di tutta l’Esposi­zione sono della principessa di Metternich, i due più bei manicotti di volpe nera appartengono alla principessa di Galles, e l’Imperatore d’Au­stria ha già messo il suo augusto suggello sopra un impareggiabile cofano d’argento cesellato, che sarebbe stato la vostra delizia. Ci rimane però dell’altro. Io mi permetterei di suggerire alle si­gnore facili a contentarsi un graziosissimo velo di trina dell’esposizione belga, fatto con un filo che costa cinquemila scudi il chilogramma; e agli sposi di giudizio un letto chinese di legno di rosa intarsiato d’avorio che costa poco più di una villetta passabile sulle rive del lago di Como. Alla porta della camera si potrebbero mettere le due tende di seta ricamate d’oro e d’argento, che sono in vendita nell’esposizione austriaca per mille e duecento napoleoni. C’è la comodità di poter comprare delle sale intere, anzi degl’interi appartamenti, d’ogni stile e d’ogni paese, lì su due piedi, d’un colpo, con un gran risparmio di [p. 87 modifica] tempo e di seccature. E ci sono pure delle am­mirabili cose per le borse modeste. Lo zaffiro del Rouvenat, circondato di diamanti, si può avere con un milione e mezzo; e stiracchiando un poco, si può anche ottenere a un prezzo ragionevole un curiosissimo diamante tagliato in forma di una lanterna a gaz e incastonato in un candelabro d’oro microscopico, ch’è una vera bellezza. Tutte cose che sulle prime fanno girare un po’ il capo; ma poi si scrollano le spalle, e si tira via senza badarci, dicendo: — corbellerie, corbellerie — coll’indifferenza d’un franco.... impostore.


E si va a vedere l’esposizione dei prodotti ali­mentari, meno pericolosa per la fantasia: una passeggiata d’un miglio, o poco meno. Chiudete gli occhi, pigliatevi la testa fra le mani, e cer­cate di rappresentarvi tutto quanto di più strano e di più raro può mettersi in corpo un uomo senza rischiare la vita: c’è tutto. Potete bere, a quindici centesimi, un bicchiere delle quattordici [p. 88 modifica] sorgenti d’acqua minerale della Francia, o un bic­chiere d’acqua delle Termopili, nella sezione greca, o birra della Danimarca che ha fatto il giro del mondo; o se preferite i vini, vino di Champa­gne che si fa sotto i vostri occhi, tutti i vini della Spagna in bottigline graziose da mezza lira, che vi vende una bella ragazza di Jerez; e vini di Porto e di Madera, imbottigliati nel 1792, a cento lire la bottiglia, compresi i documenti sto­rici «debitamente legalizzati.» E se il vino di ottantasei anni vi par troppo giovane, trovate nella sezione francese, in mezzo a una corona di sorelle nonagenarie, una bottiglia di vin del Giura del 1774, coronata di semprevive, a un prezzo da convenirsi. Trovate il chiosco dei vini di Sicilia e il chiosco dei vini di Guiro; tutti i vini d’Australia nella capanna da minatore eretta dal governo di Malbourne; e nella sezione delle colonie inglesi, il misterioso vino di Costanza, del Capo di Buona Speranza, e l’enigmatico vino del Romitaggio della nuova Galles, fatto con [p. 89 modifica] uva secca. Ci avete il vino di Schiraz nella se­zione di Persia, il vino di Corinto accanto al­l’acqua delle Termopili, e potete gustare un Tokai squisito nella trattoria rustica dell’Ungheria, al suono d’una banda di zingari. Per mangiare poi non c’è che da chiedere. Nei padiglioni delle colonie francesi una creola vi dà l’ananasso, una mulatta vi dà il banano, un negro la vaniglia. Potete mangiare della marmellata del Canadà e intingere in un bicchiere del famoso Sant’Uberto di Vittoria dei biscotti che hanno attraversato l’Atlantico. Potete scegliere fra i pesci celebrati della Norvegia e i maiali illustri di Chicago. Po­tete fare anche meglio: prendervi un pezzo di carne cruda venuta dall’Uraguay, ma fresca e sanguinante che par della mattina, e andarvela a far cuocere voi stessi collo specchio ustorio del­l’Università di Tours, nella galleria delle arti li­berali di Francia. Poi ci sono le trattorie olan­desi, americane, inglesi e spagnuole. Avete al vostro servizio cento bei pezzi di ragazze vestite [p. 90 modifica] di nero e di bianco in un monumentale bouillon Duval che pare un tempio delle Indie. Se avete un debole per la Russia, potete andare alla trattoria russa dove da manine polacche, moscovite, armene, caucasee v’è servito il vero kumysy venuto dalle steppe dell’Ural, o l’acqua igienica della Neva, o la colebiaka d’erbaggi e di pesce, o qualche altro pasticcio russo-turco con­dito con vin di Cipro. Per dolci la Francia vi offre il palazzo di Fontainebleau e delle cattedrali gotiche di zucchero, e dei mazzi gustosis­simi di rose e di violette, che sembran colte un’ora prima. Dopo il desinare, ricevete il caffè gratis dalla repubblica del Guatemala, se pure non preferite quello scelto e tritato dalle negre di Venezuela. E poi, per rincette, potete sorseggiare un bitter di nuova invenzione che vi porge una svizzera in costume di Berna all’ombra d’un chioschetto signorile; o andare nel chiosco olandese, dove tre belle frisone rosee, col casco dorato, vi fanno sentire il curasò o lo scidam; o arrischiarvi [p. 91 modifica] a gustare il liquor di fichi nel padiglione del Ma­rocco, rallegrato dagli strimpellamenti di tre suo­natori, uno dei quali pesa centonovanta chilogrammi a stomaco vuoto; o mettervi fra le lab­bra un sigaro di nuovo genere che invece d’un nuvoletto di fumo vi caccia in bocca un bicchie­rino di cognac. Ne avete abbastanza? Ma voi vo­lete fumare. Ebbene, ci sono i sigari avvelenati della Repubblica d’Andorre, e la magnifica espo­sizione dei sigari di Cuba, d’ogni grandezza e di ogni forma, dorati, stemmati, odorosi, — veri la­voretti d’arte — profusi a miriadi, — davanti ai quali il fumatore italiano estenuato dai patimenti passa «sospirando e fremendo.» Tutta questa doppia galleria dei prodotti alimentari è ammi­rabile per varietà e per ricchezza. È un architet­tura interminabile di bottiglie che s’alzano in torri, in scale a chiocciola, in gradinate multico­lori e scintillanti; una moltitudine di tempietti splendidi d’oro e di cristalli, che potrebbero co­prire delle statue di numi, e coprono dei porci [p. 92 modifica] salati; una magnificenza di teatrini, d’altari, di troni, di biblioteche, pieni di ghiottumi così graziosamente disposti e decorati, che il gran pit­tore delle Halles di Parigi ne potrebbe cavare un quadro meraviglioso per uno dei suoi romanzi av­venire.


Lo spettacolo più bello è quello che presenta la gente. A certe ore il recinto dell’Esposizione è più popolato di molte grandi città. I visitatori entrano per venti porte. I viali, i vestiboli, le gallerie, i passaggi traversali, e il labirinto infi­nito delle sale del campo di Marte, è tutto un brulicame nero, in cui c’è da fare a non per­dersi. Specialmente nelle «sezioni estere», dove i venditori formano da sè soli una specie d’espo­sizione antropologica dilettevolissima. C’è un gran numero di belle ragazze inglesi che lavorano ai loro registri, intente e impassibili, in mezzo a quel via vai, come se fossero in casa propria. I Giapponesi, — vestiti all’europea, — [p. 93 modifica] chiaccherano e giocano, seduti intorno ai loro tavolini, allegri, forse con un po’ d’ostentazione, per darsi l’aria di gente che si sente benissimo al suo posto nel cuore della civiltà occiden­tale; e infatti hanno già preso tanto l’aria di casa, che quasi nessuno li guarda. I Chinesi, invece, hanno sempre intorno un cerchio di cu­riosi, ai quali rivolgono di tratto in tratto uno sguardo sprezzante, che rivela, come un lampo, la superbia cocciuta della loro razza; e poi ripi­gliano la loro impassibilità di idoli, da cui li smuove soltanto la voce dei compratori. Si vedon dei mercanti orientali, in turbante, che stra­scicano le loro ciabatte in mezzo a tutte quelle meraviglie, guardando intorno oziosamente colla stessa stupida e irritante indifferenza che mostre­rebbero nelle loro vecchie baracche di bazar. Tratto tratto se ne trovano tre o quattro estatici davanti a una faccia di cartapesta o a una ma­rionetta che allarga le braccia. Ci son molti al­gerini: arabi, mori, negri. S’incontrano delle [p. 94 modifica] brigatelle di spahi, ravvolti nei loro grandi man­telli bianchi; ma non son più le faccie baldanzose del 1859. L’orgoglio del vecchio esercito d’Africa non brilla più nei loro grandi occhi neri. Come cambia i volti una guerra perduta! Qua e là si vede pure qualche faccia color di rame, e qual­che vestimento arlecchinesco dei paesi confinanti colla China. Oltre a questo c’è una moltitudine immobile e muta di gente d’ogni paese, che pro­duce una strana illusione. Ogni momento rasen­tate col gomito qualcuno, che vi pare una per­sona viva, ed è un grosso fantoccio colorito e vestito di tutto punto, che vi fa restare a bocca aperta. Ci sono dei selvaggi del Perù, degli in­digeni d’Australia colle loro grandi capigliature lanose, dei guerrieri medioevali, delle signore ve­stite in gala, dei soldati italiani, delle contadine di Danimarca, delle lavandaie malesi, delle guar­die civili di Spagna, e annamiti e indiani e cafri e ottentotti, che vi si parano dinanzi improv­visamente, e vi fissano in volto i loro occhi ­ [p. 95 modifica] trasognati, come fantasime. Lo spettacolo è ancora variato e rallegrato da un gran numero di si­gnore che girano su poltrone a ruote o su carrozzine da bimbi, tirate davanti da un servitore, spinte per la spalliera dai mariti, fiancheggiate dai ragazzi; matrone poderose, le cui rotondità sporgono da tutte le parti fuori del piccolo vei­colo, lunghissime zitelle inglesi che ci stanno tutte raggruppate, colle ginocchia aguzze all’altezza del mento; signoroni decrepiti che godono là, pro­babilmente, l’ultimo piacere della vita; vecchie patrizie paralitiche, e putti meravigliosamente biondi e rosati dei paesi nordici, che formano tutti insieme, in quel labirinto di vie fiancheggiate da case di vetro, una specie di corso in burletta, degno della matita del Cham. Nella Via delle nazioni, all’ombra delle capannette di paglia, molta gente fa colezione sulle ginocchia come per viaggio, e i bimbi vanno a prender acqua alle fontane del Giappone e dell’Italia; altri sgranoc­chiano pane e prosciutto camminando; delle coppie [p. 96 modifica] coniugali dormono saporitamente sui sedili in mezzo alla folla; e altre coppie, che hanno por­tato i loro amori all’Esposizione, si servono di due capannine avvicinate per farsi qualche carezza di contrabbando. È un divertimento poi, nelle sale, studiare i varii tipi dei visitatori. Ci sono i ca­valli matti che scorazzano da tutte le parti senza vedere una maledetta, presi da una specie d’esaltazione febbrile, e i visitatori pazienti, che si son fatti un programma, che muovono un passo ogni quarto d’ora, che meditano sui cataloghi, che guardano, fiutano e discutono ogni menoma cosa, che impiegheranno probabilmente sei mesi a fare il giro di tutto il Campo di Marte. Tra gli espositori, si vedono i visi radianti dei for­tunati, che hanno trovato là gloria e fortuna, e troneggiano sui loro banchi in mezzo alla folla dei curiosi e dei compratori; e i poveri diavoli trascurati, seduti nei loro cantucci solitarii, colla testa bassa e la faccia malinconica, che meditano sulle speranze perdute. Nelle ultime sale, i [p. 97 modifica] divani son tutti occupati dai visitatori spossati. Si vedono delle famiglie intere di buoni provinciali, sfiniti, sbalorditi, istupiditi; i papà tutti in acqua, le mamme che soffocano, le ragazze ingobbite, i piccini morti di sonno; proprio da farsi doman­dare: — Ma chi v’ha consigliato di venire all’Esposizione, disgraziati? — L’affollamento mag­giore è sotto le grandi arcate delle Belle arti, e intorno al Padiglione della città di Parigi, che drizza i suoi sei frontoni imbandierati nel mezzo del Campo di Marte. Qui è il luogo di conve­gno dello «stato maggiore» dell’Esposizione. Qui fanno crocchio gli artisti e i commissarii di tutti i paesi, gli operai si radunano e si sciolgono, i critici tagliano l’aria coi gesti cattedratici, i giornalisti notano, i disegnatori schizzano, le discussioni fervono, i curiosi cercano i visi illu­stri, i nuovi arrivati si ritrovano, le «celebrità» dell’Esposizione passano fra le scappellate e gli inchini. Ecco qui monsieur Hardy, per esempio, l’architetto del Palazzo del Campo di Marte; ecco [p. 98 modifica] là monsieur Duval, direttore dei lavori idrau­lici, e i signori Bourdais e Davioud, architetti del Palazzo del Trocadero. E purchè abbiate una faccia un po’ straordinaria, e due amici ai fianchi, che vi parlino in atto rispettoso, potete passare facilissimamente per un principe o per un re che visita l’Esposizione in stretto incognito, e sentirvi intorno, qua e là, un mormorio som­messo da vestibolo di Corte. C’è da cavarsi tutti i gusti, da soddisfare tutti i bisogni e da riparare a tutti gli accidenti. Potete telegrafare a casa, scrivere le vostre lettere, fare il bagno, prendere di tanto in tanto una scossetta elettrica, farvi pesare, portare, fotografare, profumare, curare; ci sono stazioni di pompieri, corpi di guardia, farmacie, infermerie: non manca che il campo­santo. Ci son poi le ore fisse per lo studio e per le esperienze scientifiche, e allora i visita­tori accorrono e s’affollano in quei dati punti. Qui, nella sezione francese, si comunicano al pubblico le opere della biblioteca del Corpo [p. 99 modifica] insegnante; più in là un professore spiega i mo­delli anatomici; nella sezione russa si fanno gli esperimenti del passaggio dell’aria a traverso i muri; un medico americano fa funzionare i mo­bili chirurgici; un dentista opera l’estrazione della carie con uno strumento a vapore. Si può an­dare ad assistere alla fabbricazione delle sigarette di Francia, a veder fare la carta dalla fabbrica Darblay, a vedere le esperienze della luce elet­trica nel padiglione russo, o quelle del riscalda­mento e dell’illuminazione nel parco del Campo di Marte. Altri vanno a vedere alla prova il telefono Bell, o l’apparecchio telegrafico che trasmette con un solo filo duecento cinquanta dispacci in un’ora, o il semaforo del nostro Pellegrino; oppure a leg­gere i vecchi processi per stregoneria esposti nel padiglione del Ministero degl’interni di Francia. Intanto dei maestri spiegano i nuovi metodi d’in­segnamento, tutti gli inventori di qualche cosa hanno il loro circolo di uditori, tutte le nuove macchinette sono in movimento, gli album ­ [p. 100 modifica] colossali si aprono, le carte geografiche si spiegano, i mappamondi girano, mille strumenti suonano; da ogni parte c’è uno spettacolo, una scuola o una conferenza; l’Esposizione è diventata un enorme ateneo internazionale che ci dà per venti soldi tutto lo scibile umano.


Quella che attira più gente, a tutte le ore, è l’esposizione delle belle arti. Ma a me manca quasi il coraggio d’entrarvi. Mi conforta soltanto il pensiero di non aver da rendere che l’impres­sione confusa della prima visita. Sono diciassette pinacoteche in una successione di padiglioni che si estendono da un’estremità all’altra del Campo di Marte; — il mondo intero — qui si può dire propriamente, — il passato e il presente, le vi­sioni dell’avvenire, le battaglie, le feste, i martirii, le grida d’angoscia e le risate pazze; tutta la grande commedia umana con l’infinita varietà delle scene tra cui si svolge, dalla reggia alla ca­panna, dai deserti di ghiaccio ai deserti di sabbia, [p. 101 modifica] dalle più sublimi altezze alle più arcane profon­dità della terra. Questa è la parte dell’Esposizione dove si ricevono le impressioni più vive. Quanti occhi rossi ho veduti, quante espressioni di pietà, di dolore, d’orrore, e quanti bei sorrisi di bei volti che mi rimasero nella memoria come un riflesso dei quadri! Il museo enorme s’apre colla esposizione della scultura di Francia, a cui se­guono le sale dell’Inghilterra. Qui, a dirla schiet­tamente, di tutta quella pittura corretta, pallida, diafana, di colori limpidi, piena di pensieri deli­cati e di belle minuzie, ricordo soltanto quella splendida glorificazione della vecchiezza guerriera, dell’Herkomer, intitolata gl’Invalidi di Chelsea, di­nanzi ai quali si chinerebbe la fronte in atto di venerazione; i poveri di Londra, di Luke Fildes, che m’hanno fatto sentire il freddo d’una notte di gennaio e l’angoscia della miseria senza tetto; e il Daniele tra i leoni di Briton Rivière, nel quale la tranquillità sublime dell’uomo in cospetto di quel gruppo di belve fameliche, ma affascinate, [p. 102 modifica] soggiogate, schiacciate da una forza sovrumana e invisibile, è resa con una potenza che mette in cuore lo sgomento misterioso del prodigio. Di­nanzi a cento altri quadri, passo frettolosamente, spinto dall’impazienza di arrivare all’Italia, dove trovo una folla sorridente che amoreggia colle statue. Sento uno che brontola: — E dire che tutte queste cosettine ci vengono dalla patria di Michelangelo! — Ma tutti i visi intorno espri­mono un sentimento d’ammirazione amorosa e serena. Davanti ai quadri del De Nittis, il pit­tore ardito e fine di Parigi e di Londra, c’è un gruppo di curiosi che si disputano lo spazio; e s’indovina dal movimento dei volti, dalla vivacità dei gesti, dalla concitazione dei dialoghi, quel cozzo forte di giudizi contrarii, da cui scaturiscono le scintille che vanno a formare le aureole. Un tale dice: — Belle pagine di giornale illu­strato! — Ma l’aria dei boulevards si respira, l’umidità del Tamigi si sente, l’ora s’indovina, i visi si riconoscono, tutta quella vita si vive. [p. 103 modifica] Nell’altra sala guardo intorno se c’è il Pasini per gri­dargli: — Salve, o fratello del sole! — Il suo forte e splendido Oriente è là, vagheggiato da cento occhi pensierosi. E vorrei vedere il Michetti, quel caro viso di scapigliato di genio, per stringergli la guancia tra l’indice e il pollice, e dir­gli che adoro le gambine pazze delle sue ba­gnanti e l’azzurro favoloso della sua marina. Ed ecco finalmente Jenner. Qui osservo una cosa singolare. La gente che entra con un sorriso sulle labbra, si ferma e corruga la fronte. Tutti visi, fuggitivamente, riflettono il viso intento e risoluto di Jenner, come se tutti, per un mo­mento, si sentissero nelle mani la lancetta bene­fica del dottore e il braccio renitente del bam­bino; e tutti pensano, e nessuno parla, e chi s’è già allontanato, o si sofferma o ritorna, come tirato indietro a forza dal filo tenace d’un pen­siero. Che cara soddisfazione! E ne provo un’al­tra subito nella sala vicina incontrando il viso onesto e benevolo del Monteverde il quale mi ­ [p. 104 modifica] accompagna fino alla frontiera d’Italia. E di là vo innanzi nelle sale della pittura straniera, dove il cielo si rannuvola e l’aria si raffredda. La Sve­zia e la Norvegia hanno dipinto i loro crepuscoli melanconici, mattinate grigie di autunno, chiarori strani di luna su mari strani, e pescatori e nau­fragi in cui si mostra maggiore dell’arte l’amore dolce e profondo della patria, colorato d’un sentimento di tristezza virile: centocinquanta qua­dri dominati tutti dai «Soldati svedesi che por­tano il cadavere di re Carlo XII» giù per la china d’una via solitaria, nella neve, sanguinosi, tristi, superbi; bel quadro semplice e solenne dell’Oederstrom, concepito da un’anima di poeta e sentito da un cuor di soldato. Seguono gli Stati Uniti. Il colosso dalle cento teste ha ancora la sua grossa mano di lavoratore un po’ restìa al pennello. Io non ricordo che la risata della bella donna dell’Hamilton, e le faccie buffe dei ridacchioni del Brown. Il più degli altri quadri tradi­scono i pittori scappati di casa, che hanno ­ [p. 105 modifica] rifatta la pelle a Parigi, a Dusseldorf, a Monaco, a Roma, — e preso il colore — ma dilavato — della nuova patria. E subito dopo, la Francia.... che ha messo il mondo a soqquadro. La sto­ria, la leggenda, la mitologia, il cristianesimo, l’epopea napoleonica e la vita mondana, il ri­tratto, la miniatura e il quadro smisurato; l’auda­cia pazza e la pedanteria fradicia; c’è ogni cosa; ma sopra tutto una ricchezza grande d’inven­zione e di pensiero, che rivela l’aiuto potente d’una letteratura immaginosa e popolare, d’un sentimento drammatico vivo e diffuso, e della vita varia, piena, appassionata, tumultuosa d’una me­tropoli enorme. Nelle prime sale intravvedo i qua­dri sentimentali, leccati, del Bouguerau. Il Doré v’ha messo una delle sue mille visioni d’un mondo arcano, in cui si riconosce appena qualche forma vaga di cose e di creature terrene. Poi vien la storia dotta e severa d’Albert Maignan, e quella immaginosa, confusa, vista come a traverso il velo d’un sogno, in una grande lontananza di [p. 106 modifica] spazio e di tempo, dell’Isabey. In un’altra sala si drizza davanti a Massimiano Ercole il fantasma spaventoso di San Sebastiano, del Boulanger, e il Moreau affatica e tormenta le fantasie coi suoi sogni biblici e mitologici pieni di terrori, d’illu­sioni e d’enimmi, che restano conflitti nella me­moria come le formule misteriose e sinistre di uno scongiuro. Poi si succedono i ritratti pieni di vita e di forza. Il Dubufe presenta Emilio Augier, il Gounod, il Dumas; il Durand presenta il Girar­din; il Perrin espone il Daudet; e il Thiers rivive gloriosamente nella tela del Bonnat, davanti a cui si accalca la folla. Un’altra folla silenziosa e im­mobile annunzia nella medesima sala le miniature meravigliose del Meissonnier. Più in là sorridono le patrizie eleganti del Cabanel, e il Laurens strappa un sospiro presentando insieme, nel suo nobilis­simo Marceau, la bellezza, l’eroismo e la morte. Andando innanzi, trovo quella meravigliosa curvatura di schiene che ha fatto sorridere il mondo: l’Eminence grise del Gerôme; e il giustiziere [p. 107 modifica] formidabile del povero Henri Regnault: quadro splendido e triste, che serve di coperchio a un sepolcro. E in fine le gigantesche e tragiche tele di Benjamin Constant: Respha che respinge l’avoltoio dal patibolo dei figli di Saul e Mao­metto II che irrompe in Costantinopoli fra le rovine e la morte; nella stessa sala, dove lo schiavo avvelenato del Sylvestre agonizza sotto gli occhi di Nerone impassibile, e il Davide del Ferrier solleva la testa mostruosa del gigante. E in fondo strepita e ride il grande baccanale del Duval. Di là si esce affaticati e confusi, come dalla rappresentazione d’una tragedia dello Shake­speare, e s’entra fra i vasti quadri storici dell’Austria-Ungheria, splendidi d’armi, d’oro e di sete, e in mezzo ai grandi ritratti alla Velasquez e alla Van Dyck, che danno al luogo l’aspetto grave e magnifico d’una reggia. Qui vorrei ba­ciare in fronte il Munkacsy, che dipinse quella divina testa del Milton, e gridare un viva sonoro davanti all’enorme, splendida, tumultuosa, ­ [p. 108 modifica] temeraria tela del Makart, tutta irradiata dal viso bianco di Carlo V, su cui brilla un pensiero va­sto come il suo regno, e un’espressione indimenticabile di grazia giovanile e di maestà serena, che ci fa aggiungere un applauso al clamore del suo trionfo. Ed ecco Don Chisciotte, le manolas, i majos, i ritratti graziosi del Madrazo e la Lu­crezia romana del Plasencia, in cui guizza un lampo degli ardimenti del Goya. Ma c’è una parete dinanzi alla quale il cuore si stringe. Po­vero e caro Fortuny, bel fiore di Siviglia sboc­ciato al sole di Roma! I suoi capolavori son là, caldi, luminosi, pieni di riso e di vita, divorati cogli occhi da una folla commossa, ed egli è sot­terra. E così il povero Zamoïcis non può più ve­nir a godere del trionfo delle sue belle scene di monaci e di pazzi, come nelle sale austriache non può più affacciarsi il Cermak per veder scintillare e inumidirsi mille occhi davanti al suo glorioso Montenegrino ferito. Quanti cari e nobili artisti mancano alla festa! Lo sguardo [p. 109 modifica] li cerca ancora tra la folla mentre il pensiero corre ai cimiteri lontani, e i loro quadri spandono intorno la tristezza dell’ultimo addio. Delle sale successive non conservo che una remini­scenza vaga di mari in tempesta, di steppe illu­minate dalla luna, di tramonti solenni sopra im­mense solitudini di neve, e paesaggi tristi di Finlandia e d’Ukrania, fra cui m’appariscono con­fusamente i volti minacciosi d’Ivan il Terribile e di Pietro il Grande, e i cadaveri insanguinati dei martiri bulgari. Qui l’arte pare che riposi un poco per rialzarsi più vigorosa e più ardita. E si rialza infatti nel Belgio, ricca, ispirata, impron­tata d’un carattere proprio, nudrita di forti studi e di tradizioni gloriose. A. Stevens e il Villems espongono i loro quadri di costumi, mirabili di grazia e di colorito, e I. Stevens i suoi cani inimi­tabili; il Wauters e il Cluysenaar superano trion­falmente gli alti pericoli del quadro storico e le difficoltà delicate del ritratto; e altri cento artisti gareggiano con una varietà stupenda di paesaggi [p. 110 modifica] pieni di poesia, di marine melanconiche, di teste adorabili di fanciulli, di scherzi arguti, di fantasie gentili, che sollevano la mente ed allargano il cuore. Poi il Portogallo e la Grecia; grandi nomi, piccole cose. Eppure ci son dei quadretti trascu­rati e spregiati, che lasciano un’impressione indelebile, come la madre megarese del Rallis, quella povera moglie di pescatore seduta nella sua povera stanza, che tien le mani incrocicchiate e gli occhi fissi sopra una culla vuota, fatta di quattro tavole rozze, in atto di dire: — Non c’è più! — mentre i pannilini ancora freschi fanno com­prendere che l’han portato via poco prima, e su quella desolazione scende per la finestra aperta il raggio allegro dell’alba che lo svegliava ogni giorno: espressione manchevole forse, ma d’un sentimento sublime, che mette nel petto il tre­mito d’un singhiozzo. Dopo la Grecia vien la pittura facile e fresca della Svizzera, svariata di cento stili; immagine vera d’un paese di cento pezzi e d’una famiglia d’artisti vaganti alla [p. 111 modifica] ricerca d’un ideale, d’una scuola, d’un centro di sentimenti e di idee; che frammischiano alla loro patria dal rozzo fianco, alle cascate, alle gole, ai ghiacciai, agli uragani delle Alpi, le rive ridenti di Sorrento, le architetture arabescate del Cairo, le solitudini ardenti della Siria, la campagna de­solata di Roma, e ogni sorta di ricordi della loro vita varia e avventurosa; somigliante a quella degli avi loro, che vestirono la divisa di tutti i principi e versarono sangue per tutte le bandiere. Alla Svizzera tien dietro la Danimarca, che ricorda al mondo le sue glorie guerriere, colla battaglia d’Isted, del Sonne, e colla battaglia navale di Lemern, del Mastrand. Ma è bello, è commovente il veder passare tutti questi popoli, ognuno dei quali mostra con amore e con alterezza i suoi soldati, i suoi re, le sue belle donne, i suoi bimbi, le sue cattedrali, le sue montagne. L’im­pulso di simpatia che non si sentirebbe per ciascuno, visto a parte, si sente per tutti, vedendoli insieme; e il cuore risponde e acconsente a tutti [p. 112 modifica] quei palpiti d’amor di patria con un’espansione d’affetto che abbraccia il mondo. Gli altri qua­dri danesi son paesaggi che rendono effetti pal­lidi di sole sopra campagne nevose, su parchi e su castelli feudali, e su grandi boschi, e scene intime di costumi, sentite ingenuamente e rese con fedeltà scrupolosa, che lasciano nella memo­ria mille immagini di volti, di atteggiamenti, di oggetti, di faccende, come farebbe il soggiorno d’un mese in Danimarca. E di qui riesco, quasi senza avvedermene, nelle sale dell’Olanda, di­nanzi a una pittura che par velata dai vapori delle grandi pianure allagate, e vedo infatti vagamente, come a traverso un velo, i poveri e gli infermi dell’Israels, il pittore della sventura; le belle marine del Mesdag, i polders del Gabriel, i gatti di Enrichetta Ronner, e cento altri quadri grigi, foschi, umidi, di cattivo umore, fra i quali cerco inutilmente un raggio della luce miracolosa del Rembrandt o un riflesso del grande riso irresi­stibile dello Steen. Ultima è la vasta sala della [p. 113 modifica] Germania, magnifica e triste, nella quale si avverte, ap­pena entrati, il vuoto enorme lasciato dal Kaulbach. Ma è una pittura poderosa, ringiovanita a tutte le sorgenti vive, fortificata di larghi studi, varia, ardita, virile, piena di sentimento, finis­sima d’osservazione e d’intenti, che desta un’am­mirazione pensierosa e scuote il cuore nelle sue più intime fibre. Non scorderò mai più, certo, nè le teste vive e parlanti dello Knaus, nè l’officina ardente del Menzel, nè i superbi cosacchi del Brandt, nè la profonda tristezza del Battesimo dell’Hoff, nè il comicissimo riso dei soldati e delle nutrici del Werner, nè la madre e il padre ammirabili dell’Hildebrand che interrogano il volto smorto del bimbo infermo sgomentati da un presentimento tremendo. E con questa tristezza nel cuore, esco dall’Espo­sizione delle Belle Arti. Ma mi venne un altro pensiero, appena fui fuori. Mi si affacciarono alla mente i mille artisti di cui avevo visto le opere, sconosciuti e famosi, giovani che [p. 114 modifica] mandaron là la loro prima ispirazione e vecchi che ci lasciarono l’ultima; li vidi sparsi per tutto il mondo, nei loro studi pieni di luce, aperti sulle campagne solitarie, sui giardini, sul mare e sulle vie rumorose; e pensai quanta vita avevano versato fra tutti in quelle cento sale ch’io avevo attraversate di corsa, quanta parte dell’anima loro c’era in quelle tele e in quei marmi innumerevoli, quante ispirazioni d’amanti e di spose, quante veglie, quante meditazioni, quanti pen­nelli spezzati, quanto sangue di cuori trafitti, quante reminiscenze d’avventure e di pellegrinazioni lontane, che vasta epopea d’amori, di dolori, di trionfi e di miserie; e quanti eran già calati nel sepolcro, consunti dalla febbre tremenda dell’arte, e quanti altri vi sarebbero discesi ancor giovani e pieni di speranze; e che immenso tesoro d’immagini di sentimenti e di idee portavan via da quel luogo milioni di visitatori di tutta la terra; e pensando a queste cose, collo sguardo rivolto a quella lunga fila di [p. 115 modifica] padiglioni, mi sentii compreso improvvisamente d’un sentimento di affetto e di gratitudine così vivo, che se in quel momento mi passava a tiro un pittore, il primo venuto, gli saltavo al collo com’è vero il sole.


L’ultima sala delle belle arti mette nella gal­leria del lavoro. Non si può immaginare un più strano cambiamento di scena. Qui tutto è agitazione e strepito. Si vedono le piccole industrie all’opera. C’è un gran numero di banchi circolari e quadrati, che servono insieme d’officina e di bottega, dove lavorano continuamente uomini, donne e ragazzi, in mezzo a una folla di curiosi, che formano una catena non interrotta di grandi anelli neri mobilissimi da una estremità all’altra dell’immensa sala. Qui si lavora l’oro, la tartaruga, l’avorio, la madreperla, si fabbricano gli oggetti di filigrana, si fanno i ventagli, le spazzole, i portamonete, gli orologi. C’è, fra gli altri, un gruppo d’operaie che fabbricano le bambole [p. 116 modifica] con una rapidità di prestigiatrici, e altre che fanno fiori di stoffa, di smalto, di penne d’uccelli del tropico, con una sveltezza ed un garbo, che par di vederli sbocciare fra le loro dita. In altre parti si tesse la seta, si dipinge la porcellana, si lavora il rame, si fa la guttaperca, si fabbricano le pipe di schiuma. In un angolo si vedono le pazienti manine normanne lavorare la trina. Nel mezzo della sala si taglia il diamante. Qui piovono i biglietti di visita, là le spille, più in là i bottoni; da una parte si fanno le treccie e i chignos, dall’altra i canestrini e le scatolette di paglia. Un gruppo d’indiani, col capo coperto di enormi turbanti variopinti, lavorano agli scialli. È una lun­ghissima fila di piccoli fornelli, di macchinette vibranti, di fiammelle di gaz, di teste chine, di mani in moto, di gente che interroga e di gente che spiega; un chiacchierio, un’affaccendamento allegro, un lavorio accelerato e sonoro, che mette la smania di far qualche cosa. E la vôlta altis­sima ripercuote rumorosamente i sibili acuti che [p. 117 modifica] paiono grida di gioia infantile, il picchiettìo ca­denzato di cento martelli, lo stridore delle lime e delle seghe e mille tintinni cristallini e metallici, e il ronzìo sordo della moltitudine che passa a processioni, a turbe, a gruppi, come un esercito sbandato, per riversarsi nei giardini esterni o nelle gallerie delle macchine.


Qui lo spettacolo è degno d’un’ode di Vittor Hugo. Sul primo momento par di essere sotto una delle immense tettoie arcate delle stazioni di Londra. Son due gallerie lunghe come il Campo di Marte, larghe novanta uomini di fronte, e piene di luce, nelle quali mille macchine enormi, un esercito di ciclopi di metallo, minacciosi e splendidi, al­zano le teste, le braccia, le mazze, le lame, fitte e intricate, fino alle vôlte altissime, producendo il fragore d’una battaglia. Una immensa trasformazione di cose si compie da tutte le parti. Il foglio di carta esce in buste da lettera, lo spago in corde, il bronzo in medaglie, il filo di ottone [p. 118 modifica] in spille, il filo di lana in calze, il pezzo di le­gno in frammenti di mobili; la ricamatrice svizzera ricama con trecento aghi, il papirografo inglese riproduce trecento esemplari d’un manoscritto, la macchina dei saponi taglia i cubi, gl’involta e li pesa; la macchina del Marinoni mette fuori i giornali piegati; le gigantesche filatrici di Birmingham e di Manchester lavorano accanto alle macchine d’estrazione delle miniere; la grande macchina da ghiaccio getta il suo furioso soffio gelato in mezzo agli aliti di fuoco delle macchine da gaz; altre lavorano i diamanti, altre lacerano e torcono il metallo come una pasta, altre lavano, raffinano, travasano, disegnano, dipingono, scrivono; in ogni parte freme una vita meravigliosa ed orribile di mostri di cento bocche e di cento mani, che irrita i nervi, introna le orecchie e confonde l’immaginazione. Qua e là si vede la materia informe sparire nel ventre tenebroso di quei colossi, riapparire in alto, dopo qualche momento, già mezzo lavorata, [p. 119 modifica] e come portata in trionfo, e poi rinascondersi, ricacciata giù sdegnosamente a subire le ultime violenze.... Qui lavorano delle braccia di gigante, là delle dita di fata. In una parte il lavoro si presenta sotto l’aspetto d’una distruzione furiosa, fra denti enormi di ferro e artigli d’acciaio, che stritolano e sbranano con un fracasso d’inferno, in cui si sente un suono confuso di lamenti umani; in mezzo a un roteggio intricato, vertiginoso, feroce, che sbricciolerebbe un titano come un gingillo di vetro. In un’altra parte il mostro mansueto accarezza la materia prigioniera, la palleggia, la lambisce, la liscia, delicatamente, lentamente, in silenzio, come se facesse per gioco. Altre macchine colossali, come quelle da maglie, fanno movimenti strani e misteriosi, d’appa­renza quasi umana, con una certa grazia languida d’ondulazioni femminee; che ispirano un senso inesplicabile di ripugnanza, come se fossero esseri viventi dei quali non si riuscisse ad afferrare la forma. Fra le grandi membra di tutti questi [p. 120 modifica] lavoratori smisurati, s’agita come una vita segreta un indescrivibile lavorìo di rotine che sembrano immobili, di seghe che paion fili, di congegni delicatissimi e quasi invisibili, che vibrano, tre­mano, trepidano, e ingigantiscono ancora, col paragone della loro umile piccolezza, le ruote enormi, le cerniere colossali, le caldaie titaniche, le correggie spropositate, le grù, gli stantuffi, i tubi mostruosi, che si slanciano in alto come colonne monumentali, e si succedono in una fila senza fine, presentando l’aspetto di non so che bizzarra e deforme città di metallo, in cui si di­batta fra le catene una legione di dannati o di pazzi. Ma anche l’uomo lavora; un gran numero di donne cuciscono colle macchinette; intorno alle grandi macchine vigilano degli operai, e meccanici e artefici di tutti i paesi, vestiti tras­curatamente, osservano, notano, si caccian per tutto, fra gli stantuffi e le ruote, a rischio della vita; fra i quali si vedono qua e là delle faccie scarne e pallide, ma piene di vita, su cui [p. 121 modifica] lampeggia una volontà di ferro e un’ambizione im­placabile. Chi sa! operai oscuri oggi, forse inven­tori gloriosi domani. Tutta l’enorme galleria è piena dell’immenso affanno del lavoro. E sulle prime quell’agitazione affatica e rattrista. Ma a poco a poco, facendovi l’udito e fermandovi il pensiero, in quel fragore pauroso di fischi, di sbuffi, di scoppii, di scricchiolamenti, di ge­miti e d’ululati, si sente la voce profonda delle moltitudini, le grida eccitatrici della lotta e l’urrà formidabile della vittoria umana. L’uomo che, entrando, s’era sentito schiacciato, riacquista la coscienza di sè, e contempla quell’immensa forza, suscitata e disciplinata dal suo pensiero, con un fremito d’alterezza, in cui tutto l’essere suo si rinvigorisce e s’innalza. E quello smisurato arsenale di armi pacifiche, le bandiere grandi come vele di nave che spenzolano dalla vôlta, gonfiate dall’aria commossa dalle ruote innumerevoli, quei monumenti selvaggi di cordami e di reti, le piramidi delle zappe che servirono a dissodare i [p. 122 modifica] deserti del nuovo emisfero, i trofei degli stru­menti per la pesca dei grandi cetacei dei mari polari, i tronchi giganteschi delle foreste vergini, le armature colossali dei palombari, le torri di merci, e i fari giranti tra i nuvoli di fumo, i getti d’acqua e le pioggie vaporose delle macchine a vapore, questo maestoso e terribile spettacolo, salutato dalle detonazioni delle macchine da gaz, dagli squilli delle trombe marine e dalle note solenni degli organi lontani, che portano in quell’inferno la poesia della speranza e della preghiera, a poco a poco s’impadronisce di voi, vi fa vibrare tutte le facoltà dello spirito, vi fa scattare tutte le molle dell’operosità e del coraggio, vi accende nel cuore la febbre della battaglia, e vi fa uscire di là colla mente piena di disegni audaci e di risoluzioni gloriose.


Dalla galleria delle macchine francesi si viene in un lunghissimo viale tutto vermiglio di rose, e di là.... Ma non c’e un lettore ragionevole il [p. 123 modifica] quale pretenda da me la descrizione dei così detti «annessi» del palazzo del Campo di Marte, che formano essi soli una seconda Esposizione universale. Sono due miglia di giardini, d’orti, di tettoie, di padiglioni, di case rustiche, in cui ricomincia la serie dei musei e delle officine; e c’è da girar per un mese. Qui si trattengono soltanto gli «specialisti.» La maggior parte dei visitatori non ci va che per rinfrescarsi la testa all’aria libera. Ma là c’è da farsi un concetto di quel che costò la costruzione di quella gran città passeggiera, e di quello che costa continuamente il farla vivere. È una cosa che sgomenta davvero. Bisogna considerare prima il grande lavoro del livellamento, per il quale si smossero o si tras­portarono cinquecentomila metri cubi di terra; rappresentarsi l’enorme trincea che serpeggia sotto il palazzo del Campo di Marte, e distribuisce in sedici grandi correnti l’aria addensata dai venti­latori; abbracciare col pensiero l’azione poderosa dei grandi «generatori» che provvedono il [p. 124 modifica] vapore alle macchine motrici; il lavoro titanico delle trenta macchine motrici che trasmettono la vita a tutte le macchine dell’Esposizione; il mo­vimento continuo delle formidabili trombe aspi­ranti che assorbono dei torrenti dalla Senna e li rispandono, per un labirinto di canali e di ser­batoi sotterranei, ai condotti del Campo di Marte, ai bacini, alle fontane, agli acquarii, agli ascensori delle torri, alla cascata del Trocadero; rap­presentarsi la rete infinita di strade ferrate che coprì quello spazio durante i lavori di costruzione, e le macchine innumerevoli che aiutarono le braccia dell’uomo al collocamento delle cose enormi; poi richiamare alla mente il lavoro immenso e febbrile dell’ultimo mese, un esercito d’operai d’ogni paese, formicolanti sull’orlo dei tetti, sulla sommità delle cupole, nelle profondità della terra, sospesi alle corde, ritti sulle impalcature vertiginose, a gruppi, a catene, a sciami, di giorno, di notte, al lume delle fiaccole, al bagliore della luce elettrica, in mezzo a nuvoli [p. 125 modifica] di polvere e di vapori, sollecitati da mille voci in cento lingue, in mezzo al frastuono d’un mare in tempesta e ai fremiti d’impazienza del mondo — e infine ricordarsi che ne uscì quasi inaspet­tatamente quel meraviglioso caravanserai di cento popoli, pieno di tesori, di vegetazione e di vita, — e che ventiquattro mesi prima non c’era là che un deserto; — allora non si frena più quel sentimento d’ammirazione che, al primo entrare, era stato turbato da un effetto spiacevole d’ap­parenza.


Ma questo grande spettacolo bisogna vederlo la sera dalle alte gallerie del Trocadero. Lassù, abbracciando con uno sguardo solo, come dalla cima d’un monte, quella vastissima spianata piena di memorie, che vide le feste simboliche della Rivoluzione e sentì gli urrà degli eserciti di Marengo e di Waterloo; quel palazzo enorme e magnifico, su cui sventolano tutte le bandiere della terra; il grande fiume, i vasti parchi, i [p. 126 modifica] mille tetti, i cento torrenti umani che serpeg­giano nel recinto immenso, inondato dalla luce dorata e calda del tramonto; la mente si apre a mille nuovi pensieri. Si pensa ai milioni di creature umane che lavorarono per riempire quello sterminato museo, dagli artisti gloriosi nel mondo ai lavoratori solitarii e sconosciuti dei tugurii; alle mille cose là raccolte su cui è caduta la lacrima dell’operaia e stillato il sudore del for­zato; ai tesori conquistati a prezzo di vite innumerevoli; alle vittorie conseguite dal lavoro ac­cumulato di dieci generazioni; alle ricchezze dei re, ai quaderni dei bimbi, alle sculture informi degli schiavi, confusi tutti, sotto quelle vôlte, in una specie di santa eguaglianza al cospetto del mondo; ai viaggi favolosi che fecero quei lavori e quei prodotti, calati sulle slitte dalle montagne, portati dalle carovane a traverso alle foreste e ai deserti, cavati dal fondo del mare e dalle vi­scere della terra, trasportati per i fiumi immensi e fra le tempeste degli oceani, come a un sacro [p. 127 modifica] pellegrinaggio; alle mille speranze che li accom­pagnarono, alle mille ambizioni che vi si fondano, alle idee infinite che scaturiranno dai confronti, ai nuovi ardimenti che nasceranno dai trionfi, ai racconti favolosi che si ripeteranno fin sotto le capanne delle più remote colonie; e finalmente che, grazie a tutto ciò, mille mani che non si sarebbero mai incontrate, si strinsero; che per un tempo molti odii, come in virtù d’una tregua di Dio, si quetarono; che milioni d’uomini, ac­corsi qui, si rispanderanno per tutta la terra por­tando un tesoro di nomi cari, prima ignorati, di nuove ammirazioni, di nuove simpatie, di nuove speranze, e un sentimento più grande e più po­tente dell’amor di patria. Si pensano queste cose e si applaude senza dubbio, in quei momenti, con più vivo entusiasmo all’Esposizione; ma più che all’Esposizione si benedice a questa angusta legge, a questo immortale e santo affanno: il Lavoro. E si vorrebbe vederlo, come un nume, simboleggiato in una statua smisurata e [p. 128 modifica] splendida, che avesse i piedi nelle viscere del globo e la testa più alta delle montagne, e dirgli: — Gloria a te, secondo creatore della terra, Signore formidabile e dolce. Noi consacriamo a te il vigore della gioventù, la tenacia dell’età virile, la saggezza della vecchiaia, il nostro entusiasmo, le nostre speranze, il nostro sangue; e tu tempera i dolori, fortifica gli affetti, rasserena le anime, prodiga le sante alterezze, dispensa i riposi fecondi, affratella gli uomini, pacifica il mondo, sublime amico e divino Consolatore!