Ricordi e studi artistici/Studi artistici/Medea
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IV.
M E D E.A.
tragedia del Legouvé
Senza risalire alla più remota antichità, anzi per non occuparmi che dei tempi nostri, dirò che l'argomento di Medea fu rimesso sulle scene verso il 1810 da una illustrazione della letteratura italiana, cioè da Gio. Batt. Niccolini. Ma sebbene di tratto in tratto apparissero in questa sua tragedia dei lampi d'ingegno, e la forma fosse d'imitazione greca, essendovi stati adattati anche alcuni passaggi tolti dall'Euripide e da Seneca, pure, essendo stata trovata scarsa di quegli effetti che colpiscono i sensi dello spettatore, e nel dialogo qua e là alquanto prolissa, non venne rappresentata colla frequenza delle altre opere di questo rinomato autore.
Altra Medea pubblicava poco dopo il duca Della Valle, e fu trovata assai meritevole, per avere egli svolto sì vieto argomento in modo assai conciso; in mancanza della grandiosa impronta greca, seppe trovare effetti scenici che resero quella tragedia popolarissima; non vi era prima attrice di grido che non la recitasse, e i capo-comici gareggiavano fra loro nel porla in scena.
Io non volli mai rappresentarla. Avendomi la natura dotata al più alto grado di sentimenti materni, rifuggiva dall’idea che una madre di sua mano e con proposito preconcetto potesse uccidere i proprii figli! Nè ammettevo tale mostruosità neppure sulla scena. E per quanto vive fossero le preghiere che mi venivano fatte dai miei capo-comici, nulla valse a distogliermi da una tale istintiva avversione.
Al mio arrivo in Francia nel 1855, erano ancora recenti i dissapori fra l’illustre Legouvé e quel vero genio della tragedia francese che si chiamava Mademoiselle Rachel.
Dopo poche rappresentazioni da me date alla sala Vantadour, nelle quali ebbi la sorte di accattivarmi la simpatia del pubblico parigino, un giorno la mia cameriera venne ad annunziarmi che due signori desideravano farmi visita. Non aveva ancora terminato di desinare (gli artisti drammatici sono forzati a farlo di buon’ora), ma li feci entrare.
— Io sono Mr Scribe — mi disse l’uno.
— Ed io Mr Legouvé — soggiunse l’altro.
Chi non conosce in Italia questi due nomi? In quel tempo si davano presso di noi commedie dello Scribe a tutto pasto; alcune fra esse formava una parte attraente ed integrante del mio repertorio, ad esempio: Adriana Lecouvreur, Luisa Lignarolles, ecc., ecc. Per conseguenza, nel trovarmi innanzi a uomini di
tanto ingegno, rimasi confusa, ma al tempo stesso
lietissima. S’intavolò fra noi una gaia e vivace conversazione,
nella quale passammo in rassegna tutte le
loro produzioni da me recitate; e in seguito alle cortesi
insistenze dei due visitatori, acconsentii a recitare
loro qualche brano di Adriana Lecouvreur, che,
naturalmente ebbero l’amabilità di trovare di loro
piena soddisfazione! In quella visita non si andò più
oltre. Ma pochi giorni dopo, rividi Mr Legouvé e fra
noi ebbe luogo il seguente dialogo:
— Perchè, signora, non recitereste la mia Medea?
— Caro signore — risposi — per una ragione seriissima.
Io porto un affetto cosi vivo ai bambini in
generale, che, giovinetta ancora, allorché il caso mi
faceva imbattere in un visetto carino, dalle guancie
paffutello, dallo sguardo raffaellesco, biondo, ricciuto,
fosse egli in braccio alla nutrice o tenuto a mano
dalla cameriera, me lo baciavo con trasporto, incurante
delle bieche occhiate che quelle donne mi
lanciavano. Da ciò deducendo quanta adorazione abbia
per i miei figli, comprenderà che neppure per
finzione potrei fingere di svenare sulla scena quelli
improvvisati per la circostanza. Veda, in Italia noi
abbiamo una Medea che piace moltissimo, che fa l’interesse dei capocomici, e le attrici ne formano un perno del loro repertorio; ma, per me, sia pur valente l’attrice che lo rappresenta, non vado mai a udirla recitare.
— Eppure la mia Medea uccide i figli in modo da lasciar indovinare che è la madre che commette quel nefando delitto, ma al pubblico non si offre lo spettacolo
di vedere materialmente compiere tale atto.
— Perdoni, Mr Legouvé, ma non potrò mai persuadermi che l’orrore che deve ispirare in quel punto la protagonista non debba indisporre il pubblico contro di lei.
— Vorreste farmi almeno il favore di leggere la mia Medea, per accertarvi della verità delle mie asserzioni?
— Sia pure, non voglio essere scortese con voi che siete gentile con me; ma fin d’ora vi prevengo (non ve n’abbiate a male) che non mi sarà possibile di ammettere la vostra Medea nel mio repertorio.
Come se nulla avessi detto, Mr Legouvé stava per congedarsi da me con queste parole:
— Sì, sì, leggete e poi ne parleremo.
Ma tosto lo trattenni, soggiungendogli:
— Vi è un’altra ragione che m’impedisce di recitare la vostra Medea. A nessun costo vorrei far supporre che io abbia voluto profittare del momentaneo capriccio di Rachel, per surrogarla in una parte scritta per lei. Per conseguenza io non potrei mai acconsentire a rappresentare Medea, se voi non v’impegnaste ad esprimerne altamente e pubblicamente il vostro desiderio.
— Dacché Rachel l’ha rifiutata, che scrupolo vi rattiene? — mi disse.
Ma infine comprese la ragionevolezza della mia obbiezione, e promise di fare la dichiarazione da me richiesta, quando avessi accettata la parte.
Il giorno seguente, per atto di compiacenza soltanto, approfittando della mezz’ora di libertà che avevo mentre la mia cameriera stava rassettandomi i capelli, pensai di leggere Medea, però colla profonda convinzione di sprecare il tempo, sembrandomi logicamente impossibile che il suo autore avesse potuto celare gli effetti della inevitabile catastrofe. In queste poco favorevoli disposizioni, mi accinsi a giudicare quel lavoro.
Con una sorpresa più facile ad immaginare che a descrivere, quella lettura cominciò ad inspirarmi tanto interesse, che mano a mano che progrediva, prorompeva in tali esclamazioni, in tali gesti, che la mia povera cameriera tutta stupita mi grida:
— Oh, Dio! signora, cosa è stato? io non posso continuare a pettinarla.
— Via... via... prosegui... non è nulla... non badare a me.
Al termine di quel primo atto (che io trovo superiore a tutti quelli delle altre Medee) esclamo: «Oh! come è bello! che magnifiche situazioni..... come ha potuto mai Rachel rinunziare a rappresentare una parte splendida come questa?...» Non me ne potevo capacitare.
Dopo il secondo atto, il mio entusiasmo crebbe; ma con la più avida attenzione aspettavo il mio autore al varco, cioè alla scena finale. Voleva proprio vedere qual mezzo egli avesse potuto trovare per far uccidere in scena i figli dalla madre stessa, senza che il pubblico ne raccapricciasse.
Non ho parole per esprimere l’entusiasmo che suscitò in me la completa lettura di questa tragedia. Il Legouvé ha trovato modo di far apparire giusta e necessaria quell’uccisione, come il lettore potrà giudicare alla fine di questo studio.
In preda ad ammirazione entusiastica, mi lasciai cadere il libro dalle mani, né più ardeva che pel desiderio di cimentarmi in quella parte.
Rivedendo Mr Legouvé, poco mancò non gli saltassi al collo per manifestargli la mia ammirazione.
— Sì, sì — gli dissi gridando — reciterò la vostra Medea con immenso trasporto, ed insieme combineremo una finta uccisione, che farà andare il pubblico in visibilio.
Senza frapporre tempo in mezzo, cercammo chi dovesse tradurla in versi italiani.
Parigi fortunatamente possedeva allora nella numerosa colonia italiana molti dei più insigni letterati condannati all’esilio per amore di patria. Fra questi, Montanelli parve il più idoneo a tradurre in buoni versi italiani l’opera egregia di Legouvé, e di buon grado Montanelli accettò l’arduo incarico. Il nostro eroico patriotta Daniele Manin, ed altri molti ne approvarono la scelta; fu stabilito che per l’anno seguente il lavoro sarebbe compiuto.
Al mio ritorno in Parigi, nella primavera del 1856, durante 11 giorni, non si fece che provare con un ardore, un’attività nervosa, per affrettare la comparsa in scena di questa tragedia. Già molto se ne parlava.
Io non vedevo, non sognavo che Medea. La scelta del mio costume m’impensieriva assai, le molte ricerche ch’io facevo non mi avevano ancora portato a trovare quello che desideravo. Venne in mio aiuto il rinomato pittore Hary Schefster, onde la sorte mi guadagnò la stima e l’amicizia delle quali andavo orgogliosa. Egli disegnò ne’ suoi più minuti particolari il costume che riuscì veramente ammirabile; solo lo imbarazzava il manto, la di cui soverchia ampiezza era necessaria alla mia prima entrata in scena, ma che poi riusciva molesta ai varii atteggiamenti ch’egli aveva ideati. Con un movimento semplice e naturale dovevo far ricadere le larghe pieghe artisticamente disposte dietro le mie spalle; riuscire a tale scopo fu mia cura.
Il giorno fissato per la prima rappresentazione era l’8 aprile, ed io che per istinto abituale non procrastinava mai cosa già stabilita, volli che tutto fosse pronto per quel giorno, e così fu.
Allora una novità teatrale eccitava negli animi grandissima e seria curiosità. L’elemento italiano e francese erano in grande agitazione. I Parigini erano curiosi di vedere e giudicare se Mlle Rachel avesse realmente avuto torto o ragione di rifiutare quella parte, dopo averla gradita, accettata, studiata e provata pili volte con vivo interesse artistico, felicitando anche l’autore per la creazione di quel personaggio.
Gli Italiani dal canto loro annettevano a questo mio esperimento una importanza quasi nazionale, e il fermento per conseguenza era grandissimo. Quelli del paese che simpatizzavano per noi e che erano intimi amici dei più notevoli esuli italiani, dividevano la loro trepidanza. Fra questi citerò per brevità solo i carissimi miei amici, i signori Planat de la Faye [1].
Prima di cominciare la rappresentazione, molte persone vennero nel mio camerino ad offrirmi i più caldi auguri di un esito fortunato, ed Hary Schefster volle vedere l’effetto che produrrebbe il mio costume, e se questo fosse inappuntabile come egli lo aveva disegnato.
La sala Ventadour era piena zeppa della più scelta società. Mme Devallière, figlia dell’egregio Mr Legouvé, era convulsa per l’emozione e pel panico che la dominava. L’autore, comprendendo che in quel momento giuocava una gran carta, in conseguenza del chiasso che aveva provocato l’anno prima l’incidente Rachel, per quanto si studiasse, non poteva dissimulare la sua ansietà, che si tradiva colla soverchia attenzione che prestava ai minimi dettagli della messa in scena, benché lo facesse coi modi di uno che sorveglia gli interessi d’un amico.
Dal canto mio, per quanto sembrassi disinvolta, pure provavo un non so che... mi sentivo le mani gelate; con un moto rapidissimo e ripetuto non facevo che stropicciarle l’una contro l’altra, dicendo a chi mi era vicino: «Mi pare che questa sera venga molt’aria dal soffitto... sento freddo... ho dei brividi».
Si alza la tela.
Un mormorio lusinghiero annunzia l’attenzione simpatica del pubblico.
La bellissima parlata di Orfeo (signor Boccomini) è seguita da un prolungato applauso. — Oh, quanto in una prima rappresentazione le manifestazioni benevoli di un pubblico infondono animo e coraggio a quegli artisti che ancora debbono presentarsi!
Alla fine, il momento della mia comparsa era giunto, ed io stavo già preparata sulla piattaforma del praticabile che simulava il basso della montagna, da dove fingevo di salire a stento. Portavo fra le braccia il piccolo Melanto, che appoggiava il suo biondo capo sulla mia spalla, e quella parte di manto turchino, che doveva poi ricadermi sul dorso, e che aveva tanto preoccupato Hary Scheister, coprendo per metà la mia testa, celava quasi intieramente quella del bambino. Avevo situato l’altro figlio Licaone al mio lato sinistro; esso si sorreggeva al mio fianco, in atto di eccessiva stanchezza. La melodia delle Canefore, che accompagnavano Creusa al tempio, precedeva la mia venuta.
Al mio apparire, il pubblico scoppiò in un forte e prolungato applauso, che non cessò se non quando profferii i primi versi.
Giunta al sommo della montagna, io mi arrestavo d’un tratto, come sfinita. Osservo che questa attitudine, come molte altre, io aveva adottata studiando gli stupendi gruppi di Niobe, raccolti nella famosa galleria degli Uffizi di Firenze, nella sala detta di Niobe.
Quando cominciavo a parlare, il mio accento lamentevole doveva essere tale da dimostrare che la prostrazione del corpo proveniva non solo dagli stenti, dalle privazioni patite nel lungo e duro viaggio per valli e dirupi; ma dallo scoraggiamento che mi assaliva alla vista dei figli esausti, cui non poteva più offrire che il mio sangue per nutrirli. E questo stato d’animo Legouvé lo descrive nel modo più commovente e di sicuro effetto scenico.
Il piccolo Melante, seduto col fratellino, quasi privo di forze, sui gradini della statua di Diana, dice in tuono lamentoso:
Medea Caro, mi spezzi il cor. Non abbiam tetto
Che ne ricovri. L’origliero vostro
Oggi fia questa ignuda orrida rupe.
Licaone Madre!... ho fame!...
A tali laceranti parole io, con atto disperato, come se mi chiedessi: «in qual modo saziarli»? Esclamavo fuori di me:
Fino all’estrema goccia, e dir: Prendete,
Nutritevi, bevete il sangue mio!...
Questo tuono di affievolimento durava una gran parte dell’atto; solo allorché la piaga del cuore si riapriva pei ricordi dell’amor perduto, cessava la prostrazione, come pianta ravvivata da benefica rugiada riprende il suo vigore. Così nella magnifica scena con Creusa, nella quale ero indotta a supporre che, mentre affranta dai dolori, dai patimenti, correvo in traccia del mio bene, egli potesse vivere felice in braccio ad una mia rivale — il mio aspetto tutto si trasformava, Pagina:Adelaide Ristori Ricordi e studi artistici (1887).djvu/257 Pagina:Adelaide Ristori Ricordi e studi artistici (1887).djvu/258 Pagina:Adelaide Ristori Ricordi e studi artistici (1887).djvu/259 Pagina:Adelaide Ristori Ricordi e studi artistici (1887).djvu/260 Pagina:Adelaide Ristori Ricordi e studi artistici (1887).djvu/261 Pagina:Adelaide Ristori Ricordi e studi artistici (1887).djvu/262 Pagina:Adelaide Ristori Ricordi e studi artistici (1887).djvu/263 Pagina:Adelaide Ristori Ricordi e studi artistici (1887).djvu/264 Pagina:Adelaide Ristori Ricordi e studi artistici (1887).djvu/265 Pagina:Adelaide Ristori Ricordi e studi artistici (1887).djvu/266 Pagina:Adelaide Ristori Ricordi e studi artistici (1887).djvu/267 Pagina:Adelaide Ristori Ricordi e studi artistici (1887).djvu/268 Pagina:Adelaide Ristori Ricordi e studi artistici (1887).djvu/269 Pagina:Adelaide Ristori Ricordi e studi artistici (1887).djvu/270 Pagina:Adelaide Ristori Ricordi e studi artistici (1887).djvu/271 potente di volontà. Per usare la frase comune, consideravo questa tragedia come il mio cavallo di battaglia. Studiai e approfondii il contrasto di due passioni, che, se non sono comuni, non sono nemmeno straordinarie: la gelosia e l’odio; dall’uno e dall’altra deve poi necessariamente derivare la sete di vendetta. Era uno studio esemplarmente filosofico, che trovava la sua origine e la sua spiegazione nelle tendenze dell’animo umano.
Ho cercato di esprimerlo nel modo migliore che per me si potesse; riandando il passato e sentendomi rivivere nelle impressioni di quelle ore, mi pare di averlo compreso come dovevo e potevo.
- ↑ Furono i signori Planai quast fratelli d’afEetto del nostro illustre patriotta Daniele Manin, di cui raddolcirono il duro esilio e la morte, colle prove del più profondo attaccamento. E per essere stata la signora Planat vera amica dell’Italia ed aver scritto due superbi volumi sulla vita di quell’uomo insigne, documentati con prove autorevoli, Venezia riconoscente le conferì la cittadinanza.