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Ricordi storici: i fatti delle Calabrie nel Luglio ed Agosto 1860/Castello

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In su la parte meridionale della città sorge da levante il castello, che ne domina il fabbricato, ma resta anch’esso dominato dalle colline, che elevandosi dal lato orientale, scendono dolcemente verso il mare. — Assediato da bu̟ona artiglieria non è atto a resistere, tanto più che può essere investito da mare, e i difensori sono esposti ai tiri del nemico, che volesse occupare le case vicine. — Costruito a difesa della città, e ad ultimo rifugio dei suoi difensori n’era valido sostegno quando questa era cinta di mura, perchè come cittadella al di fuori di esse ne formava il più forte baluardo. — Ma dopo il medio evo e nel secolo scorso servì di momentaneo ricovero alle varie guarnigioni, che per breve tempo potettero difenderlo, perduto sempre il dominio della città, e prima dell’invasione francese, tenuto già di niuna importanza militare, era adibito alla custodia specialmente dei prevenuti politici. — Abbandonato perchè non atto a difesa, dal 1815 in poi, fu restaurato dopo le vicende del 1848 più che a ricovero del presidio, a minaccia della città. [p. 181 modifica]

La sua costruzione è d’antichissima data, forse d’epoca anteriore alle invasioni di Totila, e d’Odoacre, e fu ampliato e restaurato nelle varie vicende, che si succedettero nel reame di Napoli dai diversi sovrani, che vi regnarono.

Chi vi mettesse la prima pietra, e quali ne furono i primi difensori non è saputo, perchè nessun indizio lo ricorda, e la prima sua storia va perduta nella caligine dei tempi.

Esso già esisteva come cittadella alla città fortificata quando il dominio della Sicilia si disputavono Saraceni e Greci, e quindi di Reggio, tenuto come base d’operazione per gli eserciti, che doveano invadere l’isola. — Di fatti, quando l’imperatore Costantino IX volle punire i risollevati Saraceni a Reggio posò con grande stuolo di russi, valachi, turchi, polacchi, macedoni, e la città distrusse (1025), ma è ignoto se il castello di viva forza egli ebbe, o a patti. — La Sicilia però rimase ai Saraceni, Reggio ai Greci prepotenti.

Nelle discordie tra’ capi Saraceni, il vinto Abulafar ricorse all’imperatore Michele il Paflagonico, che accettò l’occasione di riporre il piede nell’isola prendendo al suo soldo i normanni. Ma gl’ingordi bizantini volendo tutto per essi ritenere le spoglie delle già vinte Messina e Siracusa, disgustarono Guglielmo braccio di ferro, che li abbandonò, e passato sul continente, tutte le greche possessioni mise a ferro ed a fuoco. Reggio [p. 182 modifica]da poco rialzata dall’ultima invasione, distrusse (1039) ma il castello disperatamente difeso, rimase ai greci, che poi riebbero la città. E quello fu l’ultimo sforzo del loro dominio, la forte razza normanna dovea stabilirsi in questa parte meridionale d’Italia, e fondarvi un regno.

La prima volta, che i seguaci di Roberto il Guiscardo, già padrone delle Puglie s’accostarono alle mura reggine, ancora sventolava sul castello il grego pennone, ma ben presto i fiacchi bizantini cedettero al valore dei forti conquistatori normanni, e Roberto, avuta quest’estrema città d’Italia (1071) s’intitolò conte di Puglia e di Calabria.

Quante volte quei prodi avessero scacciati i Saraceni nelle continue escursioni, che dalla Sicilia facevano sul continente calabro è ignoto, ma è da credersi, che, se non potettero difendere la città dalla rovina, che vi perpètrò l’emiro Bonavert nel settembre del 1085, il castello difesero contro le orde predatrici del feroce Saraceno. — Allora essi dall’alto della rocca dovettero contemplare inoperosi testimoni le rapine, i saccheggi, le devastazioni gl’incendï d’edificî sacri e privati, che quei barbari commettevano sull’abbandonata città.. — Ma tanto eccidio non potea restare impunito, Ruggiero lo vendicò, nel 25 Marzo 1086 affrontò i Saraceni nel porto di Șiracusa, ove li vinse, essendo morto, [p. 183 modifica]caduto in mare in quella battaglia navale Bonavert, e poi cacciò interamente dall’isola.

Durante ancora la dominazione normanna vi fu rinchiuso come prigioniero un principe di regia stirpe, poi liberato per sommossa del popolo messinese, ed ecco come.

Nella minor età del giovane Guglielmo, il buono, la madre Margherita di Navarra, vedova di Guglielmo il malo, cercò appoggio nei più eminenti personaggi di Sicilia, onde sedare le turbolenze baronali, e rendere più saldo il trono a suo figlio.

Era gran Cancelliere del regno Stefano, consobrino di Margherita, poi Arcivescovo di Palermo, il quale avea saputo conciliarsi gli animi dei Siciliani per la sua imparziale fermezza nel governare. A lui come depositario e rappresentante del regio potere rivolgevano i popoli istanze ed omaggi, lo che gli accattivò l’invidia dei cortigiani, e l’odio del conte Enrico di Canosa zio del Re, e fratello di Margherita, il quale non potendo altrimenti soppiantarlo, stabilì con altri suoi adepti d’ucciderlo. Ma scovertasi la trama il conte fu arrestato, (1167) e da Messina, ove trovavasi la Corte fu mandato prigione nel castello di Reggio, d’onde il francese Oddo Quarello, generale del mare, ebbe ordine di condurlo in Francia.

Ma ritiratasi la Corte in Palermo, Oddo non si curò d’allontanarsi da Messina, non ostante [p. 184 modifica]gli ordini reiterati del gran Cancelliere perchè colà taglieggiava tutte le navi, che riparavano in quel porto per recarsi nella Soria. Narra il Gallo negli annali di Messina, che un giorno i servi di lui uniti a soldati francesi insultarono dei greci, che incontrarono per la città, questi alle parole ingiuriose risposero con ingiurie, indi si venne da entrambe le parti a vie di fatto colla peggio dei francesi. Oddo mosse severe lagnanze allo stradigò di Messina, il quale volea punire i greci, ma questi istigati dai Messinesi, che mal soffrivano quell’ingordo francese, pria cercarono far sentire le loro ragioni, e poi visto duro, a colpi di pietre scacciarono quel magistrato. Ciò fu cagione perchè il popolo già irritato, tumultuasse, gridando, che a Palermo aveano ucciso il re. Ad acquetare gli animi, lo stradigò fe dire esser falsa quella notizia, e che egli avea ricevuta una lettera del re, a far la quale ostensiva, invitava il popolo a riunirsi nel tempio di Santa Maria la nuova. — Accorse gente numerosa alla chiesa, ma passando l’ora fissata senza che lo stradigò comparisse, la folla cominciò a mormorare dicendo non esistere la lettera, ma esser quello un ritrovato per assonnare il popolo. — Vi credettero tutti; e un grido di sdegno echeggiò nella chiesa, si ripeteva che il re era morto, e che Oddo congiurava a danno della Sicilia. Allora gridò uno del popolo, il bene della patria esige d’uccidere Oddo, e liberare il conte Errico [p. 185 modifica]dal castello di Reggio. — Accolta senza discutere la proposta, il popolo accorse furioso alla casa di Oddo, e non trovandolo si recò all’arsenale, e su sette galee armate montati molti messinesi fecero vela per Reggio, ove furono lietamente accolti per opera del camerlengo Giovanni Calomeno. — Ciò non per tanto essi non dimenticarono lo scopo della loro gita, e recatisi al castello chiesero che il Conte Errico, ivi prigioniero fosse a loro rilasciato. Il castellano subitamente alzò il ponte, e dispose i soldati a difesa sulle cortine, ma considerando che non potea a lungo resistere per mancanza di mezzi difensivi, rispose ai messinesi, che avrebbe loro dato il conte, purchè lo stradigò, o uno dei giudici o qualunque altro regio ministro, fosse venuto a domandarlo. — Acconsentirono i messinesi, e incontanente furono sulle loro galee, attraversarono il canale, e giunti nel porto di Messina, costrinsero Jacopo Portiero, soprastante all’armamento navale ad andare seco loro in Reggio, d’onde il conte ricondussero a Messina fra gli evviva del popolo festante.

Gl’intrighi di Giovanna 1.a ed i suoi amori attirarono sul regno le vendette di Luigi Re d’Ungheria, e Carlo di Durazzo della Pace, da lei deluso, che le tolse il regno e la vita, ed è fama l’avesse fatta strangolare con lo stesso laccio, con cui Giovanna avea fatto uccidere il suo primo marito Andrea d’Angiò. Decisa a resiste[p. 186 modifica]re alle minacciate invasioni armò tutt’i fortilizi del regno, e allora fe restaurare le mura della città di Reggio, ed il castello - 1381.

Ferdinando d’Aragona preparandosi a combattere la guerra minacciatagli da Giovanni di Angiò, che governava Genova per Carlo 7.° re di Francia, ordinò di fortificarsi diversi punti trai più importanti del regno, e nel rifare le mura della città di Reggio restaurò il castello, aggiungendovi le due torri merlate, che ancora esistono, ricordo di quell’epoca, e ciò nel 1458-59.

Nelle varie vicende di quella guerra il castello fu guadagnato, tenuto, ma non difeso dagli Angioini, che cacciati dal regno lo rendettero agli Aragonesi.

Nel 1495 quando avvenne la romanzesca scorreria di Carlo VIII in Italia, l’ebbero senza resistenza i francesi, che lo tennero per tre giorni contro gli Aragonesi, i quali abbenchè non per propria virtù, ma per tradimento l’avessero ottenuto, pure entrandovi come d’assalto, a primo impeto fecero man bassa sui difensori.

La potenza turchesca, che fu nel 500 tremenda minaccia per la cristianità, se arrecò danni gravissimi a varie contrade d’Italia, per Reggio fu cagione di lutto perenne, e vi perpetrò l’estrema rovina. Spesso comparivano nel faro le galere dei turchi ad esercitarvi la più tremenda pirateria, la gente traevano captiva, le masserizie rubavano, le case e i ricolti davano pre[p. 187 modifica]da alle fiamme. Non sempre l’impaurita popolazione sapea difendere le patrie mura, che abbandonava ai barbari infedeli per ripararsi chi nelle vicine soprastanti campagne, chi nel castello.

A 13 Giugno 1519 comparvero nel faro sette galere turchesche, guidate da un Barbanera feroce pirata, tremarono i reggini a quella vista e quando i turchi misero piede a terra per far bottino intorno alla mura della città, non già per espugnarla, temendo un assalto anzichè prepararsi a respingere quei barbari feroci, abbandonarono le patrie mura per ricoverarsi nel castello. Ma facendo pressa la folla, e accalcandosi nel fossato verso le mura di levante, dov’era la posterla, non giunse a salvamento, non avendola valicata, che pochi. Sopravvenuti i turchi, che di ciò s’accorsero, e su quell’inerme popolazione trovarono messe abbondante per sfogare la loro ferocia, molti uccisero, altri trassero captivi, il castello difeso, non poterono espugnare.

Nel 1539 il castello fu dal vicerè di Toledo restaurato cogli altri punti fortificati del regno per resistere alla temuta invasione dei turchi, che col re dei francesi aveano stretta alleanza.

Questa lega di Francesco 1.° re di Francia col turco Solimano contro l’imperatore Carlo V. portò la rovina delle coste del regno, la distruzione di Reggio. L’armata turchesca, comandata dal feroce Barbarossa dopo aver lasciata l’im[p. 188 modifica]pronta dalla barbarie sulla costa adriatica, comparve nel faro di Messina (1543) — Tremarono i reggini alla vista di centoventi triremi, e quaranta biremi, e anzichè disporsi a morire sulle mura della patria l’abbandonarono ai turchi, che tutta la deserta città depredarono ed arsero. Espugnarono indi il castello, difeso da non più, che sessanta spagnuoli, che fecero prigionieri con molti cittadini colà rifugiati, compreso il governatore Diego Gaetano. Ma questi ad intercessione del Polino, rappresentante di Francesco 1.° fu rilasciato libero con tutta la famiglia, meno la più bella delle sue figlie, che il barbaro vincitore volle tenere a premio della sua incontrastata vittoria.

Nel periodo della guerra tra la Spagna e la Francia, la quale pria incitò, e poi soccorse la avvenuta insurrezione di Messina, che in fine per ragion di stato riconsegnò allo Spagnuolo, Reggio fu dichiarata piazza d’armi, e per conseguenza si restaurò il castello coll’aggiunzione di nuove opere esterne — 1676. — Poi mai più si pensò a restaurarlo, e quando si fortificarono i fortilizî del regno per resistere all’invasione francese si riparò alla meglio, e nelle varie vicende avvenute a quell’epoca in queste estreme contrade del reame, fụ sempre mira dei vincitori, e ultimo riparo dei vinti.

Dopo la rotta di Campotanese, abbandonato dai napoletani fuggenti fu occupato dai fran[p. 189 modifica]cesi, che d’ordine di Regnier lo munirono, e ripararono in alcun modo al primo sentore di moti insurrezionali, e di prossimi sbarchi dalla Sicilia. — Avvenuta la sconfitta di S. Eufemia (1806) i francesi battuti dagl’inglesi, oppressi dovunque dalle insorte popolazioni furono obligati a ripararsi nei luoghi muniti e forti. — Soli seicento erano in Reggio, comandati dal capo battaglione Aubrèe, che nel vecchio castello si ridusse, deciso a valida resistenza. — A 9 luglio sbarcavano presso la fiumara di Sant’Agata quattrocento inglesi e ottocento napoletani, reggimento sanniti del duca del Floresta, duce l’inglese Brodrich, che al presidio intimò la resa, e al diniego le batterie inglesi e napoletane, e le navi Anfione ed Alcione aprirono i loro fuochi contro il castello, che dopo nove ore di gagliarda difesa, cedè. — Il giorno appresso 10 luglio la guarnigione uscì con tutti gli onori militari.

Ma al comparire di Massena, sconfitto il grosso delle bande insorte i francesi si preparavano a dar l’ultimo colpo ai regi partigiani, e scacciarli quindi da tutt’i punti delle Calabrie. Vide Nunziante, che comandava in Reggio, approssimarsi la bufera, e pose mano a riparare il castello, guasto in più punti pel bombardamento di due mesi innanzi, coll’idea di ben munirlo, perchè a tempo opportuno, potesse servire di riparo, e di base d’operazione per futuri tentativi. — E così fu — Dome colle armi le due pro[p. 190 modifica]vincie di Catanzaro e Cosenza, Reggio era ancora occupata da regolari milizie napoletane. — Qui tenean l’occhio calabresi, e imperiali, quelli perchè speravano, ritentandosi la guerra scuoteare il giogo straniero, e vendicare il sangue dei loro cari, questi per invigilarne le mosse, e combatterli, occorrendo. — Di fatti nel giugno 1807 tentò il Reynier d’impadronirsi della città per sorpresa, ma trovato vigile il presidio, ostinato alla resistenza, ritirossi in Monteleone.

L’anno appresso vollero i napoletani alla lor volta, ritentar la fortuna, guidolli l’intrepido Philipstadt, più cavaliere, che duce, cacciossi facilmente innanzi i vari distaccamenti francesi, e a Seminara li ruppe, indi accampò a Mileto, ove assalito dall’impetuoso Reynier, dopo aspro battagliare, fu vinto. — Inseguì il vittorioso francese i vinti napoletani, e penetrò inaspettatamente in Reggio, verso gli ultimi di Maggio 1803. Poche e disordinate le milizie, e Nunziante attendeva all’imbarco dei superstiti della perduta battaglia, alle grida, al rumor delle armi, appurato il vero, fe scendere a terra i già imbarcati, e aprendosi il passo tra gl’imperiali ricovera nel castello.

Reynier intima la resa, si nega il Nunziante e trae a scaglia sugli assalitori, che son costretti a dare indietro, tutta la notte fu un trarre continuo d’artiglieria o di moschetti. I francesi mancavano di pezzi d’assedio, e temendo di [p. 191 modifica]altra banda, che gl’inglesi non fossero stati solleciti a soccorrere i napoletani a 1.° Giugno abbandonarono la città.

Ma i francesi, doma già l’intera Calabria, non poteano sopportare, che Scilla e Reggio, stessero ancora presidiate da truppe inglesi, e napoletane, decise Reynier d’impossessarsene, e di viva forza.

Contro Reggio con artiglieria, e buona mano di fanti fu spedito il generale Cavaignac, che sul cadere di Gennaio, dopo debole resistenza, penetrò in città. — I napoletani nel numero di cinquecento, cacciatori Appuli e di Valdemone si ritirarono nel castello, comandati da Santier, giacchè Nunziante improvidamente era stato richiamato in Sicilia. — Cavaignac volea presto aver nelle mani quest’ultimo rifugio delle regie milizie, e postate le artiglierie, cominciò a trarre vigorosamente. Rispondeano gli assediati, ma le mura cadeano già rotte e screpolate sotto i colpi francesi. Al secondo dì, benchè ancora potesse resistere, Santier domandò d’arrendersi, e l’ottenne ponendo giù le armi. A 1.° Febbraio gli ultimi soldati napoletani abbandonarono il continente imbarcandosi per la Sicilia.

Ma non per questo i francesi poteano dirsi sicuri nelle Calabrie, perchè venivano continuamente molestati da numerose bande, che per lo più i legni inglesi lasciavano sul continente. Essi, per non assicurare un sostegno ai realisti [p. 192 modifica]in caso di buon successo, rovinarono tutta la parte meridionale del castello.

Nel 1815, terminata l’occupazione militare, i francesi, inseguiti da per tutto nelle Calabrie, si ritirarono nel vecchio castello di Reggio, e benchè pochi, soli settecento resistettero. Ma assediati dagl’inglesi, che piazzarono una batteria nel torrente Calopinace, dopo breve combattere, capitolarono.

Da quell’epoca il castello rimase abbandonato, tanto che vi si entrava per la breccia praticata dai francesi, la spianata attuale era tutta occupata di case, e il governo avea proposto di venderlo al Comune.

Nell’insurrezione, avvenuta a Reggio nel 2 Settembre 1847 vi si rinchiuse il Principe generale Jaci con pochi veterani, e gendarmi, e senza essere assediato o assalito, alla semplice intima del popolo sollevato e quasi inerme, capitolò. Ma dopo il 1848 si volle riedificarlo per mettere un freno alla città, e dare una sicura ritirata alla guarnigione. Di fatti verso il 1850 cominciarono i lavori abbattendo quelle vecchie case, ed una torre che serviva d’opera avanzata, costruita nell’angolo meridionale, proprio di fronte al convento dei Filippini, ora caserma dei carabinieri. Si lasciarono le due torri merlate, costruite sotto il regno di Ferdinando d’Aragona, vi si edificò una caserma per cinquecento uomini, capaci magazzini per viveri e munizioni, fu tut[p. 193 modifica]to intorno circondato da un fosso, e dalla parte, che guarda borea e l’oriente furono costruite nuove difese, secondo la tattica moderna.

Quivi Gallotti nel 1860, senz’essere assediato da artiglieria, abbondantemente provvisto di munizioni da guerra e da bocca, con una guarnigione, decisa a disperata difesa, certo di dover essere soccorso, non seppe, o non volle tenerlo, neppure un giorno.

E questa speriamo sia l’ultima pagina della sua storia, giacchè il voto dei reggini sta per compiersi, quel fortilizio, che ha sfidate le vicende di tanti secoli, e ha visto passarsi d’innanzi tanti dominatori, fra poco sparirà per dar luogo a maggiore sviluppo nella parte più bella del nostro paese. Sull’istanza del Municipio interpetre dei voti dei cittadini, il governo acconsente al diroccamento di quell’inutile fabbricato dietro equivalente compenso. La dove ora sorge quello storico monumento, ricordo del prepotente dominio straniero, succedentesi per tanti secoli su queste nostre contrade, s’eleveranno eleganti edifizï, corona di pubblici giardini, attestato imperituro, che la forza è stata vinta dall’imperioso procedere della civiltà.

fine