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Ricordi storici: i fatti delle Calabrie nel Luglio ed Agosto 1860/III

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III


Così disposta la truppa, se ben comondata; era pronta a valida difesa, non ostante che vi esistesse fermento rivoluzionario, apertamente pronunziato, quando si proclamò la costituzione, con cui, perchè fuori tempo data, Francesco 2.° segnò la sua decadenza. In ciascun capoluogo, e nei centri più popolosi delle tre Calabrie esisteva un comitato, che, nel malcontento delle masse, esasperate dagli arbitrî della polizia, trovavano grande elemento per seminarvi l’odio contro il Governo. La speranza di un miglioramento, la credenza, che Garibaldi colla libertà avrebbe seminata dovunque l’abbondanza, l’idea di compiere la sperata Unità italiana, il pensiero d’un nuovo sistema, mercè cui si sarebbero ottenuti immensi vantaggi, come ad arte si diceva, fra l’altro l’abolizione della leva, e la diminuzione delle imposte, tutto ciò facea molti adepti al partito rivoluzionario, specialmente nella studentesca, e nella classe degli artigiani. Prima del 25 Giugno, i comitati agivano circospetti e nel segreto, ma pubblicatasi la costituzione, si dichiararono autorità costituite. Le novelle autorità [p. 16 modifica]costituzionali, o erano membri usciti dai comitati istessi, o ciechi istrumenti, che doveano ubbidire alla volontà di costoro. Le persone devote alla dinastia, o liberali autonomisti, che accettavano la costituzione del Re, erano perseguitate col titolo di reazionarî, e fatti segno alla pubblica avversione.

La polizia era affidata a persone nemiche al Governo, che rappresentavano. Così il partito, che per lo passato diceasi Governativo, interamente sgominato e perseguitato, fu incapace di organizzarsi lealmente costituzionale, ciascuno pensò a sè, parecchi si gettarono in braccio alla rivoluzione per salvarsi, i più aspettarono rassegnati la tempesta. Le guardie urbane, che sarebbero state di valido appoggio alla truppa, e in quell’occasione aveano avuti molti fucili militari, e custodivano con attenta vigilanza il littorale, furono disarmate dal Ministro Liborio Romano, e armate invece le Guardie nazionali, dichiarate apertamente per Garibaldi.

L’esercito solo, potentemente avversato dalla pubblica opinione, dovea difendere il trono, e l’indipendenza del regno. Se lealmente comandato in Calabria avrebbe potuto vincere Garibaldi, e la rivoluzione. La truppa, nelle Calabrie, era comandata dal Generale Vial, fermo in Monteleone e inceppato dal Ministro Pianell, che da Napoli volea regolarne i movimenti. Degli uffiziali superiori, o subalterni, taluni erano antecedente[p. 17 modifica]mente venduti, o cospiratori, altri in omaggio alla pubblica opinione, credettero transigere col loro onore, i più furono vittime innocenti del loro dovere. Nella bassa forza, i soldati erano accanitamente partigiani del Re, invano tentarono di stancarli colle continue ed inutili marce, e contromarce nei mesi più caldi, e financo colla fame, stettero sempre fermi al loro posto, e quando traditi, dovettero cedere le armi senza combattere, attraverso mille pericoli, raggiunsero le bandiere. Dei sottuffiziali, i più, ligi al loro dovere, erano affezionati al Sovrano, che giovinetto, tante volte aveano visto con loro ai campi d’istruzione, ma parecchi adescati dalle speranze di future ricompense, disertarono, e per quanto era in loro promoveano la diserzione trai soldatî.