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Ricordi storici: i fatti delle Calabrie nel Luglio ed Agosto 1860/IX

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IX


Il Faro era guardato da una piccola squadra, comandata dal Generale di Marina Vincenzo Salazar, fedele al Re, ma poco energico e malamente ubbidito. I progressi di Garibaldi in Sicilia, che avea vinto senza ostacoli, l’appoggio, che gli prestavano i legni inglesi, e massimamente l’aiuto del naviglio sardo, la manifesta ribellione del Ministero al Sovrano, la seduzione, di che si serviva il governo piemontese, la defezione dei generali, la diserzione del comandante Anguissola col Veloce, tutto ciò facea [p. 33 modifica]chiaramente comprendere prossimo il trionfo della rivoluzione.

Taluni degli uffiziali di marina, sedotti dal governo piemontese, lusingati da generose promesse, nella speranza di rapidi progressi nella carriera, tradivano il loro dovere, sicchè Garibaldi riceveva, senza ostacoli di sorta, continui rinforzi d’uomini e d’armi, tanto dai lidi del genovesato, che dalla Toscana, e sempre colla scorta dei legni da guerra Sardi. Ciò dai comitati, oltre le armi spedite di continuo, e direttamente da Cavour, le quali, i legni da guerra piemontesi sotto gli ordini del Persano, sbarcavano tanto a Napoli, che lungo il littorale per essere inviate in Calabria. Giammai i legni, che portavano soccorsi in Sicilia, s’incontrarono nella squadra, che incrociava intorno all’isola. Altri degli uffiziali non ancora compromessi, non volevano mostrarsi zelanti, per non avversarsi quel partito, che trionfando, li avrebbe esclusi dal servizio, i marinai erano come i soldati, attaccatissimi al loro Sovrano. Con questi subordinati Salazar, che non era uomo di molta levatura, nè abbastanza energico per togliere agli inerti o traditori il comando, e affidarlo ad altri, che pur ve n’erano, benchè pochi, ma onorati, avea poco o nulla di buono da compromettersi. Flores, che comandava la nuova fregata la Borbone, il solo, che dalla rada di Palermo avesse tirato sugl’invasori, mostrava di voler adempi[p. 34 modifica]re al suo dovere, ma non incrociava nel faro v’entro solo il 23 Agosto, e rasentando il lido Siculo rispose seriamente col cannone al cannone, in poco d’ora ridusse al silenzio le batterie garibaldesche di Torre di Faro.

Il giovane capitano Rugiero Besia comandante l’avviso a vapore l’Aquila, fedele al Sovrano, e tenero dell’onor suo, mostrava francamente di vergognarsi a rappresentare una commedia, e ardito com’era, domandò che gli si accordasse il permesso di cimentarsi colla flottiglia garibaldese, e col suo piccolo legno avrebbe bruciate quelle barcacce, ma tanto non fu acconsentito dai suoi superiori. Salazar, quasi persuaso che lo sbarco sarebbe riuscito, fece istanze presso il suo ministro perchè avesse mandati i lancioni sotto i suoi ordini, non potendo coi grossi legni accostarsi alla rada reggina. Ma coi lancioni poteva sgominare gli assalitori, se per caso, si fossero fatti vedere nelle strade di Reggio, o lungo la riva. I lancioni furono armati, ma non uscirono mai dal porto di Napoli.

Garibaldi da parte sua volle anch’egli organizzare una flottiglia, se non per contrastare colle fregate napoletane, almeno par aver mezzi di trasporto, onde passare i suoi militi sul lido calabro. L’organamento di essa affidò al Siciliano Salvatore Castiglia, quello stesso, che fu capitano dei legni siculi nel 1848, uno dei mille, che avea comandato il piroscafo Piemonte nella [p. 35 modifica]traversata da Quarto a Marsala. Intraprendente com’era il Castiglia si diè all’opera, e presto potè raccogliere moltissime barche, e organizzare una flottiglia, giacchè uomini e mezzi ne ebbe, e molti dal Piemonte. La piccola flottiglia organizzata nelle acque di Palermo nel giorno 28 luglio comparve in quelle del faro, senza che i legni napoletani ne avessero impedita la traversata. Essa fu divisa in quattro divisioni, la prima era formata di cinquanta barche, le altre di quaranta ognuna. Comandante supremo n’era il Castiglia, che avea ai suoi ordini gli uffiziali Rossi, Sandri, Marini, e De Flotte, ognuno dei quali comandava una delle quattro divisioni, Capo dello Stato maggiore il tenente di vascello Tilling. Queste barche servivano di trasporto, ma perchè avessero una scorta nelle loro operazioni il Castiglia armò cinque scorridoie ciascuna con un pezzo da quattro, comandate dal vecchio marino Bartolomeo Loreto. E questi erano i mezzi apparenti per passare in Calabria, mentre Persano da Napoli dava ordine al Conte Albini, che avea il comando delle forze navali piemontesi nel Faro »imprendesse a proteggere il Generale Garibaldi nel suo passaggio sul continente, conservando sempre, per quanto fosse possibile col suo mandato, le apparenze di neutralità.»[1] Ciò egli potea dirlo perchè [p. 36 modifica]sicuro della marineria napoletana, tanto, che scriveva a Cavour »l’ufficialità l’abbiam quasi tutta, pochissime essendo l’eccezioni»[2].

Non pertanto Salazar mostrava e faceva credere di voler sempre adempiere al suo dovere, di fatti n’avea l’intenzione, e scrivendo in data 1.° Agosto al ministero diceva, la marina non aver bisogno di sprone per adempiere al debito suo. Così diceva, ma intanto non facea cosa, che provasse quanto asseriva, mentre al contrario Garibaldi, più che sicuro dei legni napoletani, non tralasciava occasione per dar segno della sua attività. In fatti, verso la metà d’Agosto, mentre un Vapore trasporto napoletano entrava nelle acque del faro, Garibaldi ordinò al Castiglia d’impadronirsene. Questi si accinse all’impresa con tre cannoniere, seguite da altre barche con uomini armati. Il vapore, accortosi di ciò, che si tentava s’accostò alla costa calabra, per mettersi sotto la protezione dei forti del littorale, e del Fulminante, che se ne stava immoto alla punta del Pezzo. Le cannoniere inoltratesi di molto tentarono di camminare in modo, che il Vapore stesse tra loro, e le batterie di terra, ma il vapore manovrando più celermente fece si che le barche restassero allo scoverto, e ricevettero diversi colpi di cannone dal lido, e dal Fulminante. Così fallito il loro [p. 37 modifica]temerario tentativo dovettero ritirarsi portando qualche ferito, senza che il Fulminante si fosse data la pena di dar loro la caccia, mentre avrebbe potuto facilmente punirne l’audacia, predandole o affondandole.

Note

  1. ↑ Persano — Diario
  2. ↑ Persano — Diario