Ricordi storici: i fatti delle Calabrie nel Luglio ed Agosto 1860/Introduzione
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La pace di Villafranca, più che la Lombardia, assicurò al Piemonte libertà d’azione, mediante il pattuito principio del non intervento. Il Conte di Cavour accorto politico, che per mezzo dei suoi luogotenenti avea fomentata e favorita la rivoluzione nei ducati, non volea, finita allora la guerra, perdere il frutto dell’opera sua, e per eludere il trattato di Zurigo, profittando dell’entusiasmo dei popoli, a cui si facea già sentire il concetto dell’Unità nazionale, proclamando il principio del plebiscito, sottopose alla corona Sabauda colla formola dell’annessione i ducati di Parma, di Modena, e la Toscana. L’Emilia s’era già staccata dagli Stati ponteficï, e i piemontesi l’aveano senza scrupolo, militarmente occupata, concentrandosi a Bologna per guardare il passo, del Po, di fronte alle truppe austriache, e l’Europa taceva, frenata dalla volontà dell’imperatore dei Francesi. Ma qui non s’arrestavano gli ambiziosi disegni del Piemonte, alleatosi colla rivoluzione, non potea frenarla a mezza via, dovea vincere, o soccombere con lei, e fin d’allora guardava alla conquista delle Marche e dell’Umbria, che certamente non poteano contrastargli i deboli battaglioni del Lamoricier, e al Napoletano, che pur possedeva oltre a centomila uomini d’esercito, e poderoso naviglio. Il giovane Re Francesco salito allora sul Trono, cioè quando l’eco delle vittorie di Palestro e San Martino, destava forti speranze nelle calde fantasie meridionali, e il desiderio d’un’agognata costituzione, tenea sordamente agitati gli animi dei suoi popoli, non seppe far meglio, che chiamare al potere l’uomo, che la pubblica opinione designava, e che godea puranco le simpatie dei potentati stranieri, il Principe di Satriano. La giovinezza del Sovrano nuovo al Governo, ma volenteroso del bene, l’apparire della giovane regina, che colla franchezza del suo agire avea saputo ispirare a tutti simpatia, la nomina del Filangieri a Presidente dei Ministri, fece a tutti sperare bene, e più che altro l’attuazione del patto federale fermato a Zurigo. Ma ben altre idee avea il Filangeri, e le mostrò chiare quando si negò alle calde richieste del Conte di Salmour, inviato straordinario piemontese, che gli facea le più premurose istanze, perchè l’esercito napoletano avesse concorso a combattere il tedesco, o che almeno un sol battaglione lo avesse rappresentato in quella guerra nazionale. E invece, ei concentrò forte nerbo di truppe negli Abruzzi, quasichè, facea sospettare, avesse voluto coadiuvare gli Austriaci, nel caso che la fortuna sorrideva anco una volta alle loro armi. Bandì dappoi un’illusoria amnistia, e mentre ordinò con decreto, che fossero cancellate le liste degli attendibili, con circolare segreta preveniva gl’Intendenti, a non tener conto di quel decreto, e quando poi s’aspettavano provvedimenti amministrativi degni d’un uomo di Stato, cacciò fuori decreti di pulizia urbana, ormai troppo storici riguardanti le inondazioni serotine, e le lavandaie. Con tale condotta egli tradì l’aspettazione universale non solo, ma perdè l’opinione acquistatasi in Sicilia, e quando lasciò il potere cadde innosservato, ma a discapito del Sovrano, che discreditato dai suoi nemici, perdea l’affezione dei sudditi.
Gli emigrati, accolti e mantenuti dal Piemonte, che aveano numerosi affiliati nel regno, e quel ch’è più godeano opinione d’intelligenti e onesti, se pria del 1859 lavoravano per Murat, tanto da venire ad accordi col pretendente francese, allora aveano tutti adottato il programma unitario ― Italia Una con Vittorio Emmanuele ― Attenti a profittare degli errori del Governo, ne commentavano gli atti, fomentando così il malcontento, e poterono fin dai primi giorni dell’ascensione al trono del Re, segnare una vittoria nella procurata sedizione dei reggimenti svizzeri, che Filangieri domò colla mitraglia, ma che il giorno appresso furono sciolti, e si perdè un forte antemurale contro la rivoluzione. L’invio in Napoli dell’uomo, ch’era stato compagno al Conte di Cavour nel famoso congresso di Parigi del 1856, il Marchese di Villamarina, era un significato abbastanza ostile per la Corte Napoletana, era il principio di quella guerra disleale con che il Governo Sabaudo ottenne il suo scopo. Di fatti il Ministro piemontese si mostrò assai più abile cospiratore che diplomatico, e abusando della sua qualità dirigeva i comitati, dava opera ad estendere le fila d’una vasta cospirazione nel regno, e a fomentare il malcontento ed il disprezzo contro il Governo, preparando nel tempo istesso la pubblica opinione, perchè il movimento da scoppiare riuscisse annessionista, non già mazziniano. A lui si unì ben presto il Conte di Siracusa, che defezionò dalla famiglia, e che dappria sperando in una conciliazione mercè il patto federativo, diresse una lettera al suo nipote e Re, consigliandolo a stendere lealmente la mano al loro parente Vittorio Emmanuele. Tali consigli com’era a supporsi non furono accolti, anzi per punire il Conte fu esiliato il segretario di lui, l’archeologo Fiorelli. La stampa clandestina riusciva a meraviglia nelle mire del comitato divulgando inventate notizie, che trovavano appiglio nella fervida fantasia dei napolitani, e fatti calunniosi, che colpivano gli alti funzionari dello Stato, e la persona stessa del re. Nell’esercito non solo tra gli uffiziali, ma tra’ generali, e tra quelli che più avvicinavano, anzi consigliavano il Sovrano, v’erano caldi fautori dell’idea piemontese, che lavoravano per affezionarsi tanto i graduati, che la bassa forza, onde imitare, in caso di movimento, l’armata toscana. Nella marineria erano più numerosi i proseliti, più estese le fila, gli uffiziali erano quasi tutti compromessi col ministro piemontese.
Il giovane re, malignamente consigliato da gente, che poi si smascherò, mal comprese le condizioni dei suoi tempi, che bisognava contrastare al Piemonte la preponderanza, che già si avea acquistata in Italia, e invece di dare una forte spinta alle condizioni economiche del regno coll’iniziare lavori colossali, e dare uno sviluppo ai prodotti del suolo, si limitò a parziali concessioni nelle diverse provincie. Del suo soccorreva e largamente, si studiò a tutt’uomo di essere giusto, d’accontentare quelli, che a lui ricorrevano, e d’inviare cereali e grani in quelle provincie, ove per la scarsezza del ricolto più faceasi sentire la miseria. Non prevedendo la guerra non volea aumentare balzelli, e cercò migliorare l’esercito e il naviglio colle sole risorse del paese, nella convinzione, che un governo paterno bastasse a tener contenti i suoi sudditi.
Intanto la diplomazia proponeva d’accomodare con un congresso la quistione italiana, ma l’opuscolo comparso in Francia col titolo »il Papa e il Congresso» abortì quel disegno. Quello scritto infiammò tutte le menti, perchè si dicea ispirato da Napoleone 3.º, e nel napoletano diffuso clandestinamente, si leggea da per tutto non ostante i rigori della polizia, che resa più arbitraria, presentendo l’avvicinarsi della rivoluzione, esasperava maggiormente colle persecuzioni, senza colpire nel segno, o togliere la causa del male. ― La preparata rivoluzione scoppiò prematuramente a Palermo, 4 Aprile, nel convento della Gangia, e mentre a Napoli il Re nel Giovedi Santo, 1860, insieme alla regina, e accompagnato da splendidissimo corteo reale, visitava i S.i Sepolcri in mezzo alle benedizioni del popolo affollatissimo, nella capitale della Sicilia, s’era già innalzata la bandiera della rivolta. Ma in Palermo erano stati arrestati e fucilati i promotori del moto, arrestati i capi del Governo provisorio, e poi a Carini sorprese e disfatte interamente le bande insurrezionali, ivi raccoltesi. La rivoluzione era già doma, quando lo sbarco di Garibaldi a Marsala, rinvigorì le speranze dei Siciliani. — Il moto si propagò da per tutto, e una seguela di tradimenti preparati e diretti da Nunziante a Napoli, cominciando da Calatafimi, portarono lo sgombro dei napoletani dall’isola in seguito a vergognose capitolazioni. Il Re stretto dal succedersi degli avvenimenti, tradito dai suoi più fidi, abbandonato dai parenti, domandò consigli all’imperatore dei francesi, il quale come la Sibilla, pronunziò le storiche parole »presto, molto, di buona fede.» Onesti e leali consiglieri partigiani delle riforme, consigliavano il re a non dare la costituzione, che sarebbe stata fatale per lui, ma quel giovine sovrano, cedendo a false e maligne insinuazioni, e più d’ogni altro ai consigli del Conte d’Aquila, che s’atteggiava a liberale, la concesse. Con ciò dette le armi in mano ai suoi nemici, il Generale Pianell chiamato al Ministero della Guerra, compì l’opera, che Nunziante avea cominciata. Suo primo atto si fu, dichiarare innoncenti i Generali, che aveano comandato a Palermo, e che il Re avea sottoposti ad un consiglio di guerra. Lo sgombro di Catania, ove s’era combattuto e vinto, la resa di Milazzo, l’abbandono di Messina avvennero per opera sua, e poi i fatti di Calabria, per cui venne in Napoli Garibaldi senza colpo ferire. Narrerò i fatti, successi in Calabria interi e minuti, per come li ho raccolti da individui, che ne furono testimoni o parte, a solo scopo di esporre il racconto di avvenimenti finora travisati, o ignorati, che serviranno di documenti alla Storia.
Tentai di mantenermi imparziale, per quanto lo possa chi scrive cose contemporanee e recenti, più che dei fatti avvenuti, degli uomini, che n’ebbero parte ne giudichi chi legge, per me, mi terrò sodisfatto, se sarò riuscito a scrivere con imparzialità, queste poche pagine di Storia patria.
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