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Ricordi storici: i fatti delle Calabrie nel Luglio ed Agosto 1860/X

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X


Il re solo in balia della tempesta, che dovea travolgerlo a certa ruina, insidiato e tradito, tentava pertanto a scongiurarla, mostrandosi leale sostenitore delle franchige accordate. Pensò di fare attuare di fatto la Costituzione nelle Calabrie, le prime a dover ricevere l’urto della rivoluzione, e di soccorrerle in modo da farne cambiare le condizioni economiche. Questa bella parte del regno, e specialmente le provincie di Catanzaro, e Cosenza, erano state quasi abbandonate sotto il governo assoluto, mancavano non solamente di strade, che rendessero facili le comunicazioni interne, ma era anche difficilissimo e pericoloso il tragitto da Cosenza a Napoli. Non tutti onesti nè intelligenti i Decurionati, non tutti onesti nè intelligenti i regi giudici, abusiva era stata la pulizia nei suoi rigori. Il re volea cancellare questi errori del passato, e in pegno della sua buona fede armare le guardie nazionali, promuovere i comitati elettorali. Un tanto affare fu proposto in consiglio di Stato, e si pensò d’inviare nelle Calabrie come in [p. 38 modifica]tutte le regioni del regno una persona capace di attuare le intenzioni del Sovrano, nella qualità di commissario straordinario, la scelta cadde sull’Avvocato Salvatore Cognetti Giampaolo, amico del Ministro Romano, che questa volta s’ingannò, perchè costui non era un cospiratore. Egli avea trentatre anni, liberale, ma federalista per fede politica, e perciò fedele al Sovrano, che l’inviava, egli, oltre a svegliata intelligenza, fermezza di carattere possedeva, da Napoli verso la fine di luglio partì per compiere non già per tradire la sua missione, e giunse in Cosenza a 4 Agosto.

Il suo incarico era questo:

1.° D’accordo cogl’Intendenti di Reggio, Cosenza e Catanzaro, non che coi rispettivi comitati delle tre città, sospendere o destituire i regi giudici, dimettere i Sindaci, sciogliere i Decurionati, e nominare invece a tali cariche cittadini onesti, e capaci di comprendere l’altezza dei tempi. Di ciò darne avviso telegraficamente al Ministro, onde averne l’approvazione.

2.° Promuover ampiamente le opere pubbliche restaurare le pubbliche strade, specialmente il punto pericolosissimo, detto Macchia della tavola. Ad effettuire ciò, ciascuna provincia dietro sua domanda, avrebbe avuti per momentaneo soccorso ducati cinquantamila (L. 212,500), che il Re anticipava dalla sua cassetta privata. [p. 39 modifica]

Oltre a chè, avea dirette istruzioni dal Ministro Romano, di promuovere l’organizzazione della Guardia Nazionale, la riunione dei collegi elettorali.

Cognetti, giunto in Cosenza proponeva a quell’Intendente Sig. Pasquale Giliberti di dar mano all’opera, e di far note alle popolazioni calabresi, per pubblici proclami le generose intenzioni del Re. Ma Giliberti accolse ironicamente le proposte del Cognetti, poichè la rivoluzione non volea transigere colla dinastia, ed egli rappresentante della stessa, benchè uffiziale del governo, non potea prestarsi ad attuare cosa alcuna, che potesse affezionare gli animi dei popoli al Sovrano.

Da Napoli si diè subito avviso a Cosenza della missione del Cognetti, e le istruzioni come trattarlo, onde sbrigarsene si pensò d’ucciderlo, si propagò tra’ Cosentini, che egli vi era andato per impedire lo sbarco di Garibaldi da essi loro aspettato, e se potè salvarsi, lo fu per opera dello stesso Giliberti, che a tanta scelleratezza non potea accondiscendere. Egli tutto del Romano, anima del Comitato, che riuniva nel palazzo stesso del Governo, non solo tollerava, ma si prestava ad organizzare l’insurrezione da manifestarsi al primo apparire di Garibaldi sul continente, o al primo rovescio delle regie truppe, che si tenea per certo. [p. 40 modifica]

La guardia nazionale, composta in tutto il cosentino, più che altrove di giovani risoluti e pronti a cimentarsi colle regie milizie, subito che un ordine dei comitati l’avesse richiesto. Aggiungi a ciò l’ausilio dei contadini dei vicini casali reclutati tra quella gente naturalmente corriva alle armi, e facile ad esaltarsi, che al primo cenno doveano riunirsi in bande insurrezionali, destinate, anche in caso, che non doveasi combattere, ad ingrossare le fila dei garibaldini. Tutto ciò era a conoscenza del Caldarella, che taceva e lasciava fare. Intanto, vistosi a mal partito il Cognetti rinunziò alla pericolosa, e inattuabile missione, e scansato il pericolo per opera di quegli stessi, che aveano preparata la sua ruina, esternò il desiderio di ritornare in Napoli. Allora spogliato di ogni carattere ufficiale fu da molti intelligenti cittadini del paese riverito, e questi gli dissero, che un anno prima quelle offerte con gioia accolte sarebbero state, ma allora giungevano troppo tardi. Egli partì accompagnato da tre uomini armati, guerrilleri delle bande, e dal Sig. Pace, poi maggiore garibaldino, il quale a Spezzano albanese lo lasciò solo, quivi saputosi appena del suo arrivo i partigiani della rivoluzione tumultuarono, assalirono la casa, ove alloggiava, minacciando d’ucciderlo, dietro le incitazioni d’un prete, che volea sbrigarselo ad ogni costo. Ma intervenuto a tempo il Sig. Luci maggiore di quella guardia naziona[p. 41 modifica]le, e cugino di Pace, egli, che influentissimo era su quegli arrabiati, potè salvarlo. Così scansate tante insidie e pericoli potè partire per Napoli, ove giunto esternò le sue lagnanze al ministro Liborio Romano, che l’avea mandato in Calabria non per onorarlo di lusinghevole missione, ma per farlo uccidere, e quegli con un cinismo tutto propio rispose: Non ho avuto tempo d’avvertirvi a non partire, ed ho dovuto abbandonarvi all’alta necessità politica dei tempi[1].

  1. ↑ Cognetti Memorie dei miei tempi.