Ricordi storici: i fatti delle Calabrie nel Luglio ed Agosto 1860/XI
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ΧΙ
In Catanzaro era lo stesso, ivi poca la truppa, nemiche al Re le autorità. Cammarota che forse avea meglio compreso il suo ministro, persuaso che se la truppa facea il suo dovere qualunque tentativo popolare, o garibaldesco era vano, come al contrario, che la rivoluzione avrebbe vinto, se quella continuava la condotta tenuta in Sicilia, lasciava fare, anche perchè Catanzaro città pacifica dovea seguir la sorte del resto delle Calabrie. Però specialmente nel Cotronese gli amici e parenti di Stocco, emigrato del 1848, uno dei mille, e allora già generale garibaldino, incitavano gli animi alla rivolta, e tenean pronte armi, bandiere, uomini della campagna per farli insorgere al momento opportuno.
In Reggio era ben altro il lavorio, quivi difficile reclutar gente tra’ contadini, perchè ripugnanti ad insorgere contro il Sovrano, e poi d’indole mite e pacifica, gli aderenti garibaldini tentavano invece guadagnarsi i comandanti delle regie milizie. Si provarono col Dusmet, ma quel bravo uffiziale fece sentire, che avrebbe fatto sempre il suo dovere, non così il comandante della provincia Gallotta, che accondiscese a transigere coll’onor suo. Costui di mediocrissima intelligenza avea percorsi diversi gradi della milizia nei corpi sedentanei, da molti anni occupava il grado di colonnello, e per quante premurose istanze avesse fatte presso Re Ferdinando, non avea mai potuto ottenere l’onorificenza di brigadiere, che allora gli era stata accordata a grazia dal giovane Re Francesco. Egli lasciatosi attorniare da quelli del partito, le notizie e gli ordini, che riceveva da Napoli, loro comunicava.
La soldatesca, inutilmente tentata, si mostrava salda alla bandiera, ed al Re, a procacciarle odio tra’ possidenti e gli operai si facea ad arte ripetere, che in caso di conflitto avrebbe dato il sacco alle case, e peggio i gendarmi, e i compagni d’armi, poliziotti siciliani, che colà perseguitati riparavano nella vicina Calabria, ove l’ingiuriavano sorci.
Nel giorno 27 luglio, quando più accesi a speranze rivoltuose erano gli animi, e più manifesto, per conseguenza l’odio contro il passato, sbarcarono in Reggio taluni di questi. Si fa folla intorno a loro, urli e schiamazzi li accompagnano ovunque vanno. In tal pericolo quei disgraziati cercano di salvarsi, ma uno d’essi smarritosi dai compagni restò solo nella strada marina. Intorno a lui si accalca la folla, egli credette che volessero ucciderlo, e cerca uno scampo nella fuga, fugge per la strada Pallamolla, arriva alla strada Aschenez, e si salva in mezzo ai gendarmi, accasermati nelle botteghe del palazzo Musitano. La folla, e con questa talune guardie nazionali, che l’inseguivano alle calcagna, pretendevano strapparlo dalle mani dei gendarmi, e irrompono quindi verso la caserma. Questi credendosi aggrediti danno di piglio alle armi, intimano alla folla d’allontanarsi, ma resistendo questa tirano poche fucilate in aria, lo che bastò a far dileguare quella gente. Quasi contemporaneamente, sul corso sotto i balconi d’un vecchio liberale, e uno dei più accaniti rivoluzionarî, s’era fatta folla, a cui egli gridava, bisogna farla finita con questi assassini.
Nel tempo stesso un uffiziale di piazza, credendo, che si tentasse di disarmare i gendarmi, corre ad avvertire due compagnie di linea, accasermate all’orfanotrofio provinciale. I sott’uffiziali gridano l’allarme, i soldati sollecitamente armati si formano in colonna, ed escono avviandosi pel corso coi tamburi in testa, battendo la carica. A tale improvisa apparizione dei soldati la folla si disperse. Ma sopravvenuto Gallotta in compagnia di guardie nazionali, e borghesi dei più influenti del partito, fe incontanente rientrare i soldati in caserma, rimproverandoli, perchè senz’ordine erano usciti. Poi si recò ove erano accasermati i gendarmi, e impose loro gli arresti e il disarmo. Di fatti, consegnarono le armi alle guardie nazionali, che li condussero nel castello.
Obbedirono, a tanto rigore quei vecchi soldati, e taluni non poterono celare lagrime di rabbia, e di vergogna. Disarmati e puniti in nome del Re, essi cittadini e soldati, che pel re erano pronti a sagrificarsi!... Così e non altrimenti potea compiersi la rivoluzione, col rendere impotente o inerme il braccio dei regi partigiani, per lasciare agli avversi, e senza combattere, libero il campo. Quei gendarmi poi, rimasti per più giorni in castello furono imbarcati, e divisi in altre guarnigioni.