Ricordi storici: i fatti delle Calabrie nel Luglio ed Agosto 1860/XIV
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XIV
A tener desti gli animi dei Messinesi, ad incoraggiarli alla rivolta, e a persuaderli, che nell’impresa garibaldesca il Piemonte non era estraneo, fin dal Giugno, poco dopo la capitolazione di Palermo, il Conte Persano, avea inviato nelle acque di Messina la pirocorvetta a ruote il Governolo, comandata dal Marchese d’Aste. Dopo la fazione di Milazzo vi aggiunse la fregata ad elice Carlo Alberto, comandante Cav. Della Mantica, e verso i primi d’Agosto il Vittorio Emmanuele col Conte Albini, capo della piccola squadra, e le solite istruzioni: stretta neutralità apparente, protezione di fatto occorrendo, benchè egli, il Persano, scriveva a Cavour, la nostra presenza »basterà ad impedimento dei legni napoletani perchè non agiscano, i quali anche facendolo, nol farebbero che per forma, preparati a togliersi dall’azione al primo inciampo, almeno così è l’accordo con alcuni dei comandanti.»
Con simile accordo, e in tali intelligenze, il passaggio di Garibaldi sul continente era di certa riuscita, e i suoi anteriori tentativi di sbarco verso la costa da Scilla a Bagnara, aveano dato appicco ai legni napoletani onde tenersi da quella parte.
Verso l’alba del giorno 18 i legni Sardi percorrevano in varie guise il canale, e Salazar, che anch’egli bordeggiava col Fulminante, dovette far uso di tutta la sua autorità per tenere al dovere i marinai, che ad ogni costo voleano misurarsi coi piemontesi. Garibaldi da parte sua, profittando delle circostanze nella notte di quel giorno 18, imbarcò verso i Giardini circa 2000 dei suoi, protetto dal Vittorio Emmanuele. Sul Torino di più grossa portata stivò col Bixio quasi tutta la sua gente, sul Franklin salì egli col suo stato maggiore, e poca altra truppa, più armi e munizioni abbondanti per provvederne i volontarî calabresi. La notte era oscura e il mare grosso, forte soffiava il vento, e cadea pioggia leggiera, sicchè si tennero per più ore in mezzo al canale onde non urtare negli scogli della costa calabra, ma finalmente al primo spuntar dell’alba, abbonacciatosi il mare drizzarono verso Melito, e ivi approdarono nella spiaggia di Rombolo, presso la Chiesa di Portosalvo a circa due miglia dall’abitato.
Garibaldi coi suoi facilmente discese dal Franklin, ma il Torino sia che fosse stato troppo spinto verso terra, sia che il comandante avesse appositamente così manovrato per facilitare lo sbarco, arrenò. Volle tentare, ma inutilmente Garibaldi di scagliarlo col Franklin, che poi rimandò solo a Messina onde mettersi al sicuro dai legni napoletani, e chiedere soccorso alla regia squadra sarda, mentre facea sbarcare uomini ed armi. Prima cura di Garibaldi si fu d’impossessarsi del telegrafo, onde impedire che si fosse dato avviso del suo sbarco a Reggio, e di ciò dette incarico a Dezza. Questi nel recarsi alla stazione ne incontrò il capo, certo Carmelo Massa, che andava ad offrire i suoi servigi al dittatore, egli suggerì al Dezza di far passare i dispacci ordinarî, onde non dar sospetto a Reggio sul silenzio di quella stazione, ma il garibaldino dubitando della buona fede di lui, non volle.
Nella pianura di Rombolo accamparono i nuovi arrivati, ma privi di tutto, tanto che taluni militi e graduati dovettero requisire le cose di prima necessità presso i naturali di Melito, indifferenti affatto per loro. Intanto dall’alto del promontorio di Capo d’Armi ov’è situata la stazione telegrafica, potevano essere osservati i due vapori, e la gente dalle camice rosse, e quindi darne avviso a Reggio, ciò non volea Garibaldi, per cui mandò una mano dei suoi militi ad impossessarsene, e vi riuscì. Mentre gl’impiegati telegrafici salivano da Lazzaro, giusta il consueto, sul promontorio s’incontrarono coi garibaldini, che impedirono loro d’accostarsi alla stazione. Inutilmente quindi le aste del telegrafo di Pellaro venivano agitate, quegl’impiegati non sapendone spiegare l’immobilità segnalarono a Reggio, che dalla stazione di Capo d’Armi non si rispondeva ai loro segnali, e più tardi, appurato il vero, dettero avviso dell’avvenuto sbarco di Garibaldi, lo che partecipatosi ai regi legni il Fulminante, e la corvetta a vapore l’Acquila non tardarono a recarsi sopra luogo. ― Per via s’incontrarono nel Franklin, che Salazar lasciò passare, vistolo vuoto, e giunti verso l’una e mezzo p. m. nella spiaggia di Melito aprirono il fuoco contro i garibaldini, che immantinenti si sbandarono in cerca di sicuro riparo, temendo non già le cannonate dei vapori, ma le regie truppe, che supponevano, avessero da sbarcare. I due vapori li fulminavano ovunque potessero scorgerli, e le camice rosse, erano segno al fuoco dei cannonieri marinai, sicchè se qualche trentina di garibaldesi rimasero sul terreno, avvenne perchè gli altri furono solleciti a rifugiarsi fuori il tiro del cannone. I cadaveri degli uccisi furon lasciati per più giorni insepolti in quelle spiagge, i feriti quasi settanta, trasportati in Melito, ma pochissimi scamparono. Lo stesso Garibaldi corse forte pericolo, egli avea preso alloggio in un casino di campagna di pertinenza dei Signori Ramirez in contrada Annà, non molto lungi dal mare. All’arrivo dei due vapori egli si fece al balcone, che guarda la spiaggia, nè volle allontanarsi non ostante le vive insistenze di quelli che gli stavano vicino, ma non appena il capitano Besia, comandante dell’Aquila l’ebbe ravvisato, unicamente a lui diresse i suoi colpi, e un proiettile danneggiò internamente il casino, un altro si conficcò nel muro laterale al balcone, ov’egli si trovava. Allora solo si convinse, ch’era imprudenza rimanere di più, e si allontanò col Bixio attraversando a cavallo e a spron battuto la strada, invece riparò in una casa campestre del Sig. Paolo Alati nel territorio di Pentidattola, contrada Pellicanò, per una collinetta, che le sta d’innante quasi nascosta, e riparata dal cannone dell’Aquila. Ivi tra gli altri con Bixio e con Massa, il capo della stazione telegrafica, che poi lo raggiunse, passò la notte, accontentandosi di uova e pane bruno, che a stento potè procurare un mandriano dell’Alati.
Il fuoco dei due vapori durò circa un’ora, cessò solo quando i comandanti s’accorsero, che non poteano più arrecare verun danno al nemico. Ma pria d’allontanarsi da quella spiaggia vollero distruggere il Torino colà arrenato, e fatti scendere parecchi uomini della ciurma, lo mandarono in fiamme, barbaro sfogo!.. La disciesa dei marinai nelle lance fe credere a taluni del paese, ch’era truppa da sbarco, che i due vapori mettevano a terra, per cui divulgatasi appena questa notizia portò un allarme in quei luoghi, tanto che taluni cercarono di mettersi in salvo fuggendo. In questo tempo Missori, liberato dalle persecuzioni di Ruiz, già volto in dietro, avuta notizia dell’effettuito sbarco di Garibaldi, il quale, giungendo, avea scritto a Musolino per avvertirlo del suo arrivo, ed esagerando il numero delle sue forze, scendeva da S. Lorenzo alla volta di Melito per congiungersi a lui, seco conducendo taluni individui di quel paese arrestati come sospetti partigiani regi, tra cui l’Arciprete, e altri sacerdoti. Giunti al villaggio Prunella s’incontrarono col Sig. Ramirez, che anch’egli cercava altrove uno scampo, e inteso da lui, che le regie truppe aveano di già posto piede a terra, liberarono gli arrestati e cercarono di mettersi in salvo prendendo le alture, arrampicandosi per quell’erte cretacce infocate dal sole, soffrendo oltre il trapazzo lo stimolo della sete, impossibile a soddisfare.
Parecchi si sbandarono in diversi punti di quelle campagne, e Pentidattola, Montebello, Chorio, videro costoro, che in quei momenti cangiavano volențieri la camicia rossa con un costume contadinesco.
Cessato il pericolo, gli ufficiali garibaldini duraron fatica a raccogliere i militi dispersi, e perchè mancanti specialmente di vitto dovettero costringere quei naturali a provvederli d’ogni cosa colle buone o colla forza, obbligarono quei del comune e diversi particolari a prestarvisi per requisire carri, cavalli, e denari coll’aiuto del percettore, come anticipo di fondiaria. Nè altrimenti praticarono il dì seguente, già partito il Dittatore, i garibaldini di Missori rimasti a Melito.
In quel giorno stesso s’avvicinò a quella spiaggia il Carlo Alberto allo scopo di salvare il Torino, che con sua sorpresa rinvenne distrutto, e invece Della Mantica si trattenne onde appurare i particolari dell’eseguito sbarco, i danni prodotti dai regi legni, e accertarsi dello spirito del paese.