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Ricordi storici: i fatti delle Calabrie nel Luglio ed Agosto 1860/XIX

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XIX


I difensori del castello, vista la ritirata della truppa, che dovea soccorrerli, l’allontanamento dei regi legni dalla rada perdettero ogni speranza di aiuto, ma non per questo disperarono. Essi al primo apparire del generale Briganti si erano formati in colonna, artiglieria in testa per accorrere incontro ai loro compagni, già aveano abbassato il ponte, quando il Generale Gallotti, che fino allora s’era rimasto vigliaccamente rannicchiato nella stanza del custode, spinto dal Tenente Colonnello d’artiglieria Masono, e dal Maggiore Renner del genio, si fece loro innanzi per arrestarli. Uscendo dal suo nascondiglio s’intese mormorare queste parole = povera famiglia mia» i soldati alla voce autorevole del generale si fermarono, giacchè sentivano ancora la disciplina. Tre volte tentarono la sortita, e tre volte Gallotti li trattenne.

I garibaldini postati in tutt’i punti da cui potea guardarsi il castello tiravano contro i difensori di esso, i quali dal lato, che guarda borea, perchè più esposti ebbero parecchi feriti, ed un sol morto. Un capitano dei cacciatori non avendo potuto effettuire la sortita da lui proposta, si recò dal generale Gallotti, e gli fece severe rimostranze per l’inerzia spiegata, che facea sospettar di tradimento, incitandolo a far [p. 88 modifica]segnali col telegrafo ad asta per chiamare soccorso. Gallotti, suo malgrado passò all’uffiziale telegrafico un dispaccio, scritto con mano tanto tremante, che era appena intelligibile, con esso avvisava la squadra di segnalare a Briganti in Villa San Giovanni, perchè marciasse di nuovo sopra Reggio, e se questi non ubbidiva domandare aiuto a Ghio, o alla cittadella.

Ma tal dispaccio non passò perchè i legni s’erano allontanati. Però quell’uffiziale vedendo che gli avvisi non producevano alcun’effetto, avvertitone Gallotti, fece issare da quei del telegrafo bandiera rossa, segnale di bombardamento, e come questa mancava, si servirono del guardaspalle di una signora.

Intanto i soldati lasciati a loro stessi, senza la guida degli uffiziali, nei quali cominciavano a perdere la fiducia, s’abbandonavano ad accessi. Taluni dei più insubordinati, mentre i loro compagni cimentavano la vita sulle batterie, forzarono le porte dei magazzeni di viveri, e satollatisi dissipavano il resto, altri stimolati dalla sete, non contenendo il pozzo appositamente abbandonato, che acqua poca e sporca, cercavano di dissetarsi col vino, e sodisfatti non curavano di otturare i barili. — Quest’atti d’insubordinazione mal frenati, da chi n’era in debito, davano a temere eccessi maggiori, lo che diede a Gallotti il desiderato motivo onde parlare di resa, ma accorgendosi, che i soldati non volevano sen[p. 89 modifica]tirne si tacque. — Però volendo farla finita, colla scusa, che gli era impossibile di poter ricevere soccorsi, dietro l’allontanamento di Briganti, concertatosi col tenente colonnello d’artiglieria, e col maggiore del genio, decise d’arrendersi. — Chiamato a se un uffiziale telegrafico gli impose d’innalzare bandiera bianca in segno di resa, ma ciò era difficile stando alquanti soldati sul pianerottolo del telegrafo, intenti a tirare contro la gente appostata nelle case vicine. Allora il maggiore del genio, recatosi egli stesso al telegrafo fe capire a quei soldati, che colà si erano mal disposti, e li fece allontanare, immantinenti fu issata la bandiera bianca. — A quel segnale i garibaldini cessarono tosto dal fuoco, non così i soldati, parte perchè non intendevano arrendersi, parte perchè non si erano accorti di quel segno. Il generale dovè umiliarsi a persuadere i sott’uffiziali, che facessero cessare il fuoco, e questi durarono molta fatica ad allontanare i soldati dalle batterie, i quali non potendo sfogare altrimenti la loro rabbia invasero i magazzeni dei viveri, che in parte sciuparono disseminandoli nell’interno del castello, o buttandoli nel pozzo. Però fu di breve durata tal confusione perchè Gallotti ebbe cura di stringere ben presto i patti della resa, così stipulati:

I sottoscritti Cav. Carlo Gallotti Generale del real esercito di Re Francesco II ed il Generale Giuseppe Garibaldi comandante in capo l’e[p. 90 modifica]sercito meridionale son convenuti circa la resa del castello, ed allo sgombro della città alle seguenti condizioni:

1.° Le truppe di presidio nel castello usciranno con armi, e bagagli, ed onori militari, famiglie, sacerdoti, ed altri del castello stesso.

2.° L’artiglierie mobili e stabili vengono escluse dal sudetto articolo, non che animali da sella e tiro, qualunque ne sieno i proprietarï, dovendo uscire il solo personale con le sopra espresse condizioni.

3. Il castello sarà consegnato, come esiste, in materiali, munizioni e viveri, mediante regolare consegna.

4.° Il bagaglio e le famiglie, che abitano in città saranno parimenti libere di uscire, compresi tutti gl’impiegati amministrativi attaccati alle truppe.

5.° I prigionieri saranno restituiti con armi e bagaglio, tranne qualche arma dispersa, che sarà compensata con altra.

6.° Gli ammalati nello Spedale militare, ed in quello civile saranno curati ed imbarcati con armi e bagaglio, ed a loro piacimento.

7.° Le truppe napoletane sgombreranno in giornata dal castello, ed andranno a quartiere nello spedale militare ed alla palazzina, ove saranno liberi di approvisionarsi fino all’arrivo dello imbarco per Napoli; non saranno menomamente molestate, dovendo l’imbarco eseguirsi al [p. 91 modifica]più presto, appena verranno i vapori, per lo che si daranno le provvidenze più energiche. Così Garibaldi fu padrone di Reggio.

Gallotti fu il primo sul continente a seguire il tristissimo esempio dato da Landi a Calatafimi, ed imitato più vergognosamente da Briganti, Melendez, e Ghio. Non ostante la ritirata del Briganti, egli avrebbe potuto a lungo resistere, assediato com’era da masse, che mancavano d’artiglieria, e quel ch’è più di compattezza e di direzione, e la resistenza del castello portava in Garibaldi la necessità di non allontanarsi da Reggio, ne’ comandanti della truppa di marciare in massa contro il nemico, che non potea non soccombere. E se questi perduravano nella loro colpevole inerzia, da Napoli, non ostante la connivenza del ministro Pianell, che per altro non volea sbandato l’esercito per darlo intero al Piemonte, lo che era anche il desiderio di Cavour, si sarebbero mandati uffiziali capaci e volenterosi di condurre i soldati contro il nemico. Invece la resa del castello assicurò a Garibaldi la più importante città delle Calabrie, e viveri, munizioni, armi, partigiani e tutt’i mezzi per far la guerra, e quel ch’è più assicurò la vittoria morale della rivoluzione, che da una parte all’interno sulle masse, entusiaste per fervida fantasia, all’estero sulle potenze straniere, dava a credere che l’urto della stessa era irresistibile, e che la diga oppostale dal gio[p. 92 modifica]vine re, l’esercito, era impotente a combatterla, giacchè al nome di Garibaldi, al valore delle sue masse, i soldati cedevano financo chiusi nelle fortezze.

Se al posto di Gallotti, vi si fosse trovato un uomo d’onore, oh! certo che con 700 uomini e 21 cannoni non si sarebbe facilmente arreso, ed allora, probabilmente, riparandosi ad altro inconveniente, la rivoluzione, che per poco non fu vinta al 1.° Ottobre, non avrebbe invaso il continente. Dalla colpevole imbecillità del Gallotti dipesero in gran parte le sorti del reame, il prestigio, ed il trionfo d’un uomo.

Durante ancora le trattative per la resa, taluni del popolo, diretti dagl’impiegati amministrativi dell’ospedale militare, ebbero cura di far sepellire i cadaveri dei soldati, giacchè i garibaldini aveano pensato fin dall’alba a nascondere le salme dei loro compagni nella cattedrale, e nelle chiese di S. Agostino, del Carmine, e di S. Eligio.

I feriti d’entrambe le parti combattenti furono collocati nel seminario, destinato per allora ad ospedale, e durante ancora la lotta, quando tutti se ne stavano nascosti, s’ebbero le prime cure dalle Suore della Carità, che vere eroine, non badarono a pericolo per dar sollievo a quegl’infelici.